31 maggio 2020

L' AMORE VISTO DA UMBERTO SABA






Ma l’amore, l’amore vero, l’amore intero, vuole una cosa e l’altra; vuole la fusione perfetta della sensualità e della tenerezza:
 anche per questo è raro.

(Umberto Saba)

Nina Nikolaevna Berberova, Il cuore non smette mai di amare







Non può il cuore smettere di amare.
Imbrunisce il giorno, passano gli anni,
e il cuore continua la sua esistenza
e ascolta le stagioni e le acque.
Il cuore continua a vivere.
Così sulla piazza, del tutto
a sproposito continua a farci ridere
il mangiatore di spade coperto di ferite.
E il prestigiatore che
fiammeggia come una cometa
e ha la bocca bruciacchiata
rammenta a questo cuore che:
non ha la forza di smettere di amare,
vuole vivere, del tutto a sproposito,
è così fragile, così piccolo,
non respira ma trema,
e pare divenuto vecchissimo
per i naufragi e le offese,
i banchi di sabbia, i mari e le foci.
Ma il cuore continua a vivere:
non scricchiolerà sotto lo stivale,
non struggerà nel fuoco.


Nina Nikolaevna Berberova

P. BEVILACQUA SUI PARTIGIANI CALABRESI





I partigiani calabresi

di Piero Bevilacqua

Un importante contributo alla storia, alla memoria civile e all’immagine pubblica della Calabria – forse la regione più gravata di stereotipi denigratori dell’intera Penisola – è appena uscito presso un editore calabrese, per merito di Pino Ippolito Armino, Storia della Calabria partigiana, Luigi Pellegrini Editore Cosenza, 2020, pp. 351.
Si tratta di un voluminoso testo di ricerca che corrisponde pienamente all’ambizione del titolo, e che innanzi tutto si fa apprezzare per la luce che getta su un aspetto poco esplorato della nostra storia, oltre che per meriti morali. Vale a dire per l’onore che rende ai tanti ignoti, o dimenticati, che pagarono con la vita la loro generosità e il loro coraggio di combattenti.
Dopo un originale saggio di storia economica comparativa, meritevole di più ampia diffusione, Quando il Sud divenne arretrato, pubblicato nel 2018, Ippolito torna ai suoi temi di storia politica con un lavoro che muove da una dichiarata intenzionalità etico-politica, come diremmo con vecchio linguaggio crociano. La illustriamo con le stesse parole dell’autore, che contengono, in breve, anche una sacrosanta rivendicazione storiografica del carattere non casuale e forzato, ma volontario e progettuale della Resistenza italiana.
Se, ricorda Ippolito, «accertato è il contributo niente affatto marginale, che i meridionali diedero alla lotta di liberazione nei venti mesi in cui l’Italia del Nord si oppose all’occupante tedesco. Se tutto questo può considerarsi ampiamente acquisito, è ancora dura a morire l’opinione che i meridionali vi parteciparono in quanto soldati sbandati, impossibilitati a far ritorno alle proprie case, in un certo senso costretti dalle circostanze a entrare nella Resistenza.
La tesi contiene elementi di verità ma non può essere considerata assorbente ed esplicativa di ogni situazione, per non cadere nella trappola di chi, con analoga semplificazione, ritiene che i partigiani settentrionali fossero in larga parte giovani che sfuggivano alla leva della Repubblica Sociale Italiana(RSI) o alla tradotta in Germania». Tesi importante che Ippolito convalida persuasivamente in 350 pagine di testo con uno sforzo documentario davvero ammirevole, portando un ulteriore contributo alla stessa storia della Resistenza italiana, oltre che al ruolo svolto dai calabresi nelle sue file.
Il libro ha un carattere sistematico e ad ampio raggio, geografico e temporale. Inizia con la Resistenza prima della resistenza, come titola il primo capitolo e ricorda i primi tentativi e i primi programmi insurrezionali nel marzo 1943 a Reggio Calabria, da parte di gruppi di operai, studenti e professionisti, seguiti più tardi da vere forme di mobilitazione armata. È quella che si svolge in seguito allo sbarco degli inglesi fra Roccella e Caulonia, sullo Jonio, e a Palmi, sul Tirreno, che vede già protagonista Pasquale Cavallaro.
Il futuro artefice della Repubblica di Caulonia. In questa area della Calabria si ha la prima vittima della lotta antitedesca. In seguito a un atto di sabotaggio, contro le armate tedesche in ritirata, a Taurianova, viene ucciso Cipriano Scarfò, socialista, fucilato dopo un rito sommario.
Comincia da qui il racconto di stragi e uccisioni in cui i calabresi hanno sempre, a diverso titolo una parte. Ancora in Calabria, i tedeschi, che il 6 settembre cannoneggiano il paese di Rizziconi, lasciando a terra 17 morti, per lo più adolescenti, e 56 feriti, si fanno esecutori della fucilazione, ad Acquappesa, di 5 giovani militari originari della piana di Gioia, che avevano abbandonato il loro reggimento, probabilmente per unirsi agli anglo-canadesi appena sbarcati, e combattere contro i tedeschi.
Dalla Calabria, secondo un ordine temporale e al tempo stesso, come abbiamo detto, geografico, da Nord a Sud, quasi a ridosso della direzione della stessa guerra, Ippolito passa alla resistenza romana. E qui troviamo in posizioni spesso di primo piano, calabresi che vivono nella capitale, da più o meno tempo, come Giuseppe Albano, originario di Gerace, noto come il Gobbo del Quarticciolo, che si batte con altri sottoproletari contro i tedeschi a Porta San Paolo. Accanto a lui una figura presente nell’immaginario di tutti noi, Teresa Talotta Gullace, immortalata da Anna Magnani in Roma città aperta, di Roberto Rossellini.
E ritroviamo anche uno studente marinaio, Ettore Arena, di Catanzaro, militante di Bandiera Rossa, una delle principali formazioni antifasciste di Roma, fucilato a 21 anni a Forte Bravetta. Arena ha ricevuto la medaglia d’oro alla memoria. Ci sono anche quattro calabresi fra i morti nel massacro alle Fosse Ardeatine, tutti esponenti della Resistenza romana, a 3 dei quali sarà conferita la medaglia d’argento al valor militare.
Con grande passione documentaria l’autore segue vicende e destini dei calabresi anche fuori d’Italia, come per quei soldati che alla data dell’8 settembre si trovavano, ad esempio, in Montenegro, Slovenia, Erzegovina, dove si sviluppò la resistenza armata. Naturalmente l’autore non si limita a inseguire i singoli casi personali di eroismo, ma racconta le vicende storiche complessive, sia che si tratti, poniamo, della tragedia di Cefalonia, in Grecia, sia della Resistenza nel Regno del Sud e poi della Resistenza nel suo nucleo armato più consistente, sulle montagne del Nord d’Italia.
In una breve recensione non è possibile dar conto analiticamente di un libro, tanto più, come in questo caso, se si tratta di un testo ricco di vicende e di eventi, alcuni peraltro poco noti, che gettano luce su una pagina drammatica e dolorosa, ancora con tanti punti oscuri, della nostra storia. Ma quel che va detto e ripetuto al lettore, è che Ippolito non si limita a ritagliare, per amore di campanile, la vicenda dei suoi tanti eroi calabresi – in appendice si contano 165 partigiani caduti, molti dei quali con rispettiva città e provincia – dalla massa dei grandi fatti storici.
Rischio che naturalmente corre chi possiede una prospettiva culturale e storiografica provinciale. Accade, in questo libro, il contrario. E cioé che dalla ricostruzione dei grandi fatti collettivi della Resistenza italiana, dall’Appennino Umbro- Marchigiano alla Valle d’Aosta, Dall’Ossola alla Valsusa, finiscono con l’emergere anche i singoli eroismi in cui spesso si consumano le vite dei giovani combattenti calabresi. Quelle vicende singole che insieme fanno la stoffa di una storia complessa, ma unitaria , su cui si fonda la nostra Repubblica.

da “il Quotidiano del Sud” del 31 maggio 2020

ripreso da   http://www.osservatoriodelsud.it/2020/05/31/partigiani-calabresi-piero-bevilacqua/

J. L. BORGES, La vita è viaggio o sogno?






Non sai bene se la vita è viaggio,
se è sogno, se è attesa, se è un piano che si svolge giorno

dopo giorno e non te ne accorgi
se non guardando all’indietro. Non sai se ha senso.
In certi momenti il senso non conta.
Contano i legami.

Jorge Luis Borges

L. SCIASCIA, A ciascuno il suo


Un fotogramma del film tratto dal racconto di Leonardo Sciascia. G. Maria Volontè e Irene Papas



Un classico da rileggere

"A ciascuno il suo", il romanzo senza tempo

In una nuova collana di audiolibri i capolavori di Leonardo Sciascia


La verità: era quello il fine ultimo di ogni ricerca di Leonardo Sciascia. Una verità da scovare e palesare anche se scomoda, soprattutto se scomoda, non ufficiale, spinosa come i frutti del fico d’India della natia Sicilia. Non per caso Sciascia, pur amando la sua terra di un amore sconfinato e struggente, è stato tra i primi a denunciarne le storture, le debolezze e le collusioni della sua gente, a parlare apertamente di mafia come un problema sempre attuale, non relegato a un passato oramai chiuso con la modernità e l’industrializzazione. Diceva della sua isola è “un luogo bellissimo, in cui non si può respirare” e lo diceva con tristezza sconsolata, però non taceva.
Anzi utilizzava i mali della Sicilia e della sua gente per parlare del mondo, perché la Sicilia era per lui “metafora del mondo. Essendo stata per secoli crogiuolo dei mali del mondo, oggi è l’immagine di tutti i mali di cui può morire il mondo”. Questa vena universale, che consentiva e consente ancora oggi allo scrittore di Racalmuto di essere apprezzato da generazioni di lettori, la ritroviamo ai suoi massimi livelli espressivi in A ciascuno il suo,pubblicato nel 1966 e ora disponibile in audiolibro (Emons, 2020, Euro 12,90) nella lettura di un siciliano DOC, l’attore Francesco Scianna.
Particolare dalla copertina dell'audiolibro
Particolare dalla copertina dell'audiolibro
Il romanzo, che apre una collana audio pensata per celebrare Sciascia a trent’anni dalla morte, è uno dei capisaldi dell’universo letterario creato dallo scrittore siciliano e non ha nulla da invidiare al celebratissimo Il giorno della civetta del 1961.
Vi ritroviamo, infatti, le classiche atmosfere, gli intrecci e i personaggi che hanno reso la scrittura di Sciascia unica e famosa.
La differenza, forse, è che in A ciascuno il suo il pessimismo sciasciano è forse ancora più accentuato e lacerante che nel romanzo precedente. Anche qui, come nel Giorno della civetta, a mettere in moto il romanzo sono un delitto e un’indagine. A morire durante una battuta di caccia è il farmacista di un paese dell’entroterra siculo, tal Manno, che pochi giorni prima della morte ha ricevuto una lettera di minacce totalmente anonima. Con lui viene uccisa un’altra persona, il dottor Roscio. Gli inquirenti puntano sul delitto passionale. Qualcuno ha voluto punire Manno per una relazione illecita e ad andarci di mezzo è stato lo sfortunato Roscio. L’ipotesi non convince, però, Paolo Laurana, un professore di liceo per il quale il caso diventa un’ossessione. Tassello dopo tassello, Laurana scopre che dietro quella sanguinosa battuta di caccia c’è ben altro che una storia di corna. Ci sono affari economici, legami tra politica e mafia, rapporti inconfessabili. Queste scoperte segneranno però il suo destino, perché gli avversari di Laurana faranno veramente di tutto perché non emerga la verità, tutto prosegua come prima e i morti non disturbino in alcun modo il quieto vivere degli abitanti del paese.

© Riproduzione riservata
 Articolo ripreso da  https://www.unionesarda.it/
 
 

PRODUCI/CONSUMA/CREPA










LA  SOCIETA'  LIQUIDA



«Liquida è questa nostra società, che ha perso il senso della comunità, priva di collanti al di là del profitto e del consumo: una società il cui imperativo, posto in essere dai ricchi contro i poveri, dai potenti contro gli umili, è ridotto alla triade “Produci/Consuma/Crepa”». Di conseguenza, diventano tristemente “liquidi” anche «i rapporti umani», così come la cultura. In altre parole: «Liquido tutto il nostro mondo, che sta crollando mentre noi fingiamo di non accorgercene». (Z. BAUMAN)

30 maggio 2020

TEORIA E PRATICA




“un hombre, cualquier hombre, vale más que una bandera, cualquier bandera”.




Nella prassi, nella vita quotidiana non sempre riesco ad osservare questo principio. Eppure credo che sarebbe giusto farlo.(fv)

DORMI AMORE






DORMI AMORE

Ancora buio, esci presto – la notte
un rabbrividire blu quieto, e io dormo
sola fino all’alba, le mie spalle
e i fianchi adagiati negli incavi del letto,
il lenzuolo una curva verso i miei ginocchi, pieghe
dalla parte dove posavi infine calmo accanto a me,
acqua dolce fluttante in ogni lato,
soglie gentili del tuo corpo addormentato
che riempie la lunghezza del letto.

Mi curvo all’assenza della tua curva,
mi tengo alla tua sapiente forma, il tocco, il riposo.
Mi allungo incontro alla stretta del tuo profumo
sul guanciale, la bruma di pioggia minuta del respiro
che viene a me, con l’impeto dell’alba,
poi ad attenuarsi quasi attraverso il tuo spirito
quando dormi, cielo cosciente e caldo.

Per un’ora amo desiderarti,
conoscendo impietoso amore, la seta visibile di esso,
i sentieri tangibili, e ogni cresta di mattino
che mi allunga sul nido del guanciale,
il tuo profumo una timida preghiera dove mi rintano,
l’insussurrato silenzio del tuo sonno al quale dormo.

Leanne O'Sullivan

G. RABONI, Non c'è chiodo che scacci chiodo






Non di questo presente ora bisogna
vivere – ma in esso sì: non c’è modo,
pare, d’averne un altro, non c’è chiodo
che scacci questo chiodo. Nè a chi sogna

va meglio, che le più volte si infogna
a figurarlo, e fa più groppi al nodo
se cerca di disfarlo (sta nel todo
che si crede nel nada, sempre) o agogna,

ma con che lama? troncarlo. La mente
infortunata non ha altra fortuna,
dunque, che nel pensiero? .....

Giovanni Raboni

PER UN NUOVO MODO DI INSEGNARE





Mettersi in circolo

Paolo Vittoria
30 Maggio 2020  da  https://comune-info.net/mettersi-in-circolo/


Sul tanto atteso ritorno in aula a settembre si è letto, ascoltato, visto un po’ di tutto. La questione del distanziamento ci ha messo nelle condizioni di ridisegnare l’ambiente scolastico, la stessa idea di scuola. Sulla «didattica a distanza» si sono spese tante parole. Qualcuno l’ha vissuta in modo drammatico e fallimentare; qualcun altro ne ha letto vantaggi e prospettive; qualcun altro ancora, e siamo in tanti, entrambe le cose.
La drammaticità di non vedersi fisicamente, di non incontrarsi, abbracciarsi, tendere una mano, il fallimento di incollare i nostri studenti per ore a uno schermo quando ne avevamo aspramente criticato i rischi fino a un minuto prima. D’altra parte, è emersa la prospettiva di utilizzare i più svariati mezzi di comunicazione, entrando a pieno titolo nei social, insegnando a utilizzarne i linguaggi in modo più consapevole, dialogico, se vogliamo anche erudito nel senso di alto interesse per la cultura. Siamo discretamente entrati nelle case degli studenti e loro nella nostra, con tutta la comicità del caso come quando si parla di libertà e disciplina sullo stile della Montessori e dietro di noi i bambini, chiusi in casa da mesi, corrono all’impazzata strattonandosi la canotta, tirandosi i capelli, rotolandosi sul pavimento.
La DaD, oltre a smascherare la nostra umana imperfezione, ha fatto un’operazione più profonda e filosofica, se vogliamo, ricordandoci la relatività delle distanze. Quante volte ci siamo trovati a un passo, anche meno di un metro, da un tal insegnante e lo abbiamo sentito distante infiniti anni luce. «Buongiorno» – diciamo noi timidamente – «buon-gior-no» – ci risponde già stizzito della nostra presenza e degli ormoni adolescenziali: scandisce la parola come se nel nostro saluto ci fosse qualcosa di sbagliato e non avessimo imparato bene la divisione in sillabe… qualche minuto dopo scorre il registro col suo minaccioso dito e noi a nasconderci dietro al banco.
Questa scuola, si dirà, è superata, ma lo è per tutti? L’impatto psicologico che ne è scaturito è superato? È superata la distanza tra studenti e insegnanti? Come percorrerle queste distanze?
Ed ecco il «compromesso storico» nella più ragionevole delle conclusioni: la DaD non è alternativa alla didattica in presenza, ma integrativa. Condizione necessaria per crescere insieme è incontrarsi nello stesso ambiente, affrontare i problemi, condividere gli spazi, ma dobbiamo anche andar oltre quel luogo fisico. Non basta abitare lo stesso ambiente per essere classe. Bisogna entrare in relazione e le possibilità comunicative, dialogiche, interpretative dei mezzi di comunicazione ci vengono a sostegno per educare all’ascolto, all’interazione: dalla radio ai social.
Eppure resta il problema del distanziamento sociale. Del resto, la didattica deve dare risposte a questioni politiche, sociali, anche sanitarie. Ecco che disegnatori si sono sbizzarriti nell’immaginare la classe distanziando i banchi come gli ombrelloni sulla spiaggia o i tavoli del ristorante, calcolando precisamente il metro tra banco e banco, con tutte le geometrie del caso. Manca solo il plexiglass a tenerci in sicurezza. Naturalmente in questi disegni si suppone che i bambini stiano incollati al banco, perché se solo si muovono insieme dobbiamo stracciare il disegno. In Cina hanno fatto sul serio: a scuola ci sono andati a distanza e con un metro in testa, come nelle più estrose parate di carnevale. A dire la verità, non vorrei essere nei panni di uno di loro, non so voi.
Il pensiero educativo si costituisce anche a partire dalla logica degli spazi. Paulo Freire ha costruito le campagne di alfabetizzazione in circoli di cultura. Freinet eliminò la disposizione frontale e faceva confrontare i ragazzi gli uni davanti agli altri. Gli alunni di Milani imparavano intorno a grandi tavoli condividendo la conoscenza come si divide il pane, in piena convivialità. Perché allora non sgomberare le classi di cattedra e banchi e disporsi in circolo? Si conquisterebbe spazio per la mente, per il dialogo, nella circolarità di pensieri e delle parole, del sentire comune. E se questi circoli, quando possibile, fossero base di attività all’aperto? Magari nei parchi? Avremmo diritto di respirare a contatto con la natura, nell’ampiezza di un ambiente senza confini, viverne l’incanto. La distanza diverrebbe straordinaria occasione da cogliere per riappropriarsi di spazi perduti, anzitutto quelli interiori, costruendo nuove trame in questa narrazione collettiva, chiamata scuola.

Pubblicato su il manifesto

29 maggio 2020

IGNAZIO BUTTITTA NON SI STANCAVA MAI






Non ti stancare mai di strappare spine, di seminare all’acqua e al vento. La storia non miete a giugno né vendemmia a ottobre. Ha una sola stagione: il tempo”.

Ignazio Buttitta

CHE COSA E' L' UTOPIA?







Lei è all'orizzonte.
Mi avvicino di due passi,
lei si allontana di due passi.
Cammino per dieci passi e
l'orizzonte si sposta
dieci passi più in là.
Per quanto io cammini,
non la raggiungerò mai.
A cosa serve l'utopia?
Serve proprio a questo: a camminare.


Eduardo Galeano 

SESSO E AMORE




Legare l’amore al sesso è stata una delle trovate più bizzarre del Creatore.

(Milan Kundera)

COME EDUCARE OGGI?














L’altra faccia della vita e dell’educazione
28 Maggio 2020
                                                                                                                        
                                             “Uno sguardo dalla fogna
può essere una visione del mondo

la ribellione sta nel guardare una rosa
fino a polverizzarsi gli occhi “
Árbol de Diana (1962), Alejandra Pizarnik

Le fessure erano già lì, la pandemia le ha trapassate con un colpo d’ascia. Le negligenze e gli errori si pativano già nelle residenze per anziani, che in pochi giorni sono diventate inospitali depositi di cadaveri. Il mercimonio e le carenze del sistema sanitario pubblico erano note, ma in pochi giorni tutto questo è stato contaminato, è collassato e si è trasfigurato. Potremmo continuare, ma l’intenzione è un’altra.
Per quanto la fuga in avanti non si arresti, possiamo fermarci e percepire il vuoto in cui viviamo. Ciò che è accaduto nelle residenze per anziani sottolinea l’assoluto disprezzo per la vita, mostra come il profitto sia incapace di preservare la cosa più preziosa che abbiamo. Se giudicassimo una cultura dal modo in cui tratta gli anziani, i figli e le figlie e i lavoratori essenziali, come valuteremmo questa cultura?
L’infezione, la pandemia, il confinamento neoliberale, tutto ciò che viviamo è reale. E sebbene proviamo una sensazione di irrealtà, per la prima volta ci sta succedendo qualcosa di reale. Sta succedendo qualcosa a noi tutti insieme e nel medesimo tempo, come riflette Santiago Alba Rico. Ma questa esperienza di pandemia e il confinamento sono radicalmente diseguali.
La pandemia causata da questo virus di origine animale non è un fenomeno isolato, senza storia, senza alcun contesto economico e culturale. Risponde a un modello di produzione e consumo, a un tipo di allevamento industriale, come spiega Rob Wallace. Non lo seppelliamo in mezzo a così tanta disinformazione e sovrainformazione, sia essa tecnocratica o prodotta dallo spettacolo dei telepredicatori a ruota libera.
Mentre il governo ci vuole indulgenti e sottomessi, l’agenda delle ultradestre si macchia di ottusità istituzionale, nel disprezzo del dolore di milioni di persone e in una costante offensiva di destabilizzazione tramite notizie false, insulti, discorsi di odio e politica dei troll. Abbiamo bisogno di iniziative di cittadinanza che richiedano informazione chiara, rigorosa e veritiera con il potere di invertire e consolidare un patto democratico contro l’odio, la disinformazione e le bufale (fascismo) online.
Le regole del confinamento sono prodotte sullo stampo dell’urbanismo mercificato di Madrid (Castaño Villar vive in Spagna e insegna a Granada, ndt), con il suo sguardo adultocentrico, marziale, patriarcale, etnocentrico e un taglio superbo di classe sociale. Mentre lo shopping online non si ferma, i letti e le attrezzature di protezione sanitaria non sono disponibili. Amazon e Netflix raggiungono i massimi storici a Wall Street, Glovo e Deliveroo-Unilever moltiplicano i servizi, Blackstone effettua il più grande acquisto di asset in Europa, BlackRock si propone come commissario per le politiche post-crisi. Stiamo già vedendo chi prende posizione nel nuovo ordine mondiale?
Come ci suggerisce Bruno Latour, ora che il mondo si è fermato chiediamoci: quali sono le cose importanti? E con lui segnaliamolo: quali mestieri e lavori essenziali per la vita abbiamo svalutato e convertito in salari e condizioni di lavoro squalificanti?
Questo modello di confinamento omogeneizzante riduce l’infanzia a progetto di esseri umani da esporre in vetrina, parcheggia gli anziani o qualsiasi altro gruppo che non sia considerato sano o produttivo. Questo modo di monitorare lo stato di allarme non nasconde una concezione e una considerazione molto miserabile della vita?
E cosa pensare della grande assente nel dibattito, l’educazione come fondamento? Per quanto tempo manterremo imprigionato il dibattito, interessato e sterile, nel confronto “procedimentalista” tra l’educazione innovativa contro quella tradizionale? Perché ammettiamo che il benessere dell’infanzia e l’istruzione occupino l’ultimo posto tra ciò che è essenziale? Perché accettiamo l’uso partitico che viene fatto dell’educazione e l’incapacità dei rappresentanti politici di assumere le proprie responsabilità?
Quanto peso avrà quella cultura dell’insegnamento in cui valutare è qualificare e il più debole viene divorato da un orco? Quanta disuguaglianza, polarizzazione, naturalizzazione della disabilità e segregazione siamo capaci di generare? Quanti corpi docenti si sono gettati nel telelavoro seriale del programma di settembre, senza fermarsi, senza pensare, senza ascoltare, senza capire e senza rivedere il loro compito, solo al fine di completare il proprio resoconto?
Quanta cessione di autorità e di dati abbiamo consegnato a operatori tecnologici privati, corporativi e globali? Dove stanno – di fronte a Google, WhatsApp, ZoomVideo… – il controllo democratico dell’istruzione pubblica, l’autonomia professionale, i diritti di insegnanti e studenti, la vigilanza locale delle comunità sulle loro scuole …? Ci adegueremo per sempre all’evidenza della imprescindibile cooperazione scientifica e della scuola in chiaro, e alla miseria democratica e sociale che le licenze comportano?
Due lezioni dell’insegnamento di Illich e Freire che rivivono: meno è più e l’alfabetizzazione deve essere una lettura/scrittura critica della realtà.
Chiudere scuole e centri di servizio sociale può essere ragionevole, ma farlo senza altre misure che soddisfino i bisogni comporta un abbandono per le famiglie e le persone più vulnerabili. Il telelavoro si materializza per una parte, ma non è una realtà per tutto il mondo.
La scuola, anche a distanza, è un progetto sociale collettivo, esige che si costruisca a partire dal comune. C’è il rischio di snaturarla ulteriormente, la scuola verso la gestione organizzativa dell’azienda o il Teaching to the test [l’insegnamento finalizzato alle verifiche, ndt]. In una democrazia, la scuola è prima di tutto un luogo aperto di incontro tra differenti, con la capacità di stimolare l’apprendimento dell’autonomia reciproca, il dibattito, la cooperazione, il mutuo aiuto, nonché di imparare a pensare, ricercare, analizzare, ragionare, creare, dubitare e domandare.
È urgente opporsi al darwinismo sociale, all’ecocidio, all’autoritarismo e alla competizione. Rifiutare gli slogan che cercano di rendere la nuova istruzione un succedaneo autoregolante per la produzione di tecniche di gestione atte a competere. Cioè, una servitù volontaria e adattiva che ci porta inevitabilmente al tramonto come risultato.
Sappiamo dal passato che una politica pubblica democratica, sociale ed educativa esigente richiederà non solo denaro pubblico, ma anche un grande tessuto sociale di masse, movimenti, sindacati, partiti, associazioni e collettivi per spingere verso la democratizzazione di ciascuna delle trasformazioni e pratiche di cui abbiamo bisogno.
La sfida principale sono le relazioni; tra noi, con apertura verso l’altro, solidarietà, fratellanza; e l’equità con la natura. E se rendessimo il confinamento un’esperienza condivisa del mondo? Perché, come afferma Enric Casasses, “da quando siamo stati rinchiusi a casa, è diventata più acuta la sensazione di stare alle intemperie”. Deprivati degli spazi comuni come la scuola, dove il congiungersi prevale sul connettersi, dove conoscenza, idee, dubbi, esperienze, sentimenti personali e collettivi si incontrano e condividono, imparando a dire “io” e a fare “noi”.

*Feliciano Castaño Villar è docente di Pedagogia all’Università di Granada
Traduzione italiana dell'articolo scritto in castigliano a cura di  Rebecca Rovoletto

A COSA SERVE LA FILOSOFIA?




Questa domanda mi è stata rivolta tante volte. E ogni volta ho dato riposte diverse. Anche quella riportata nell'immagine superiore può essere considerata una risposta valida. Ma oggi, con l'aiuto di Michel Infray, ne voglio dare una più radicale:

"La filosofia serve a combattere l'imbecillità mediatica, la mediocrità giornalistica, la tirannia del denaro, il potere dei cretini".
 

I PIRLA VISTI DA EUGENIO MONTALE






Prima di chiudere gli occhi mi hai detto pirla,
una parola gergale non traducibile.
Da allora me la porto addosso come un marchio
che resiste alla pomice. Ci sono anche altri
pirla nel mondo ma come riconoscerli ?
I pirla non sanno di esserlo. Se pure
ne fossero informati tenterebbero
di scollarsi con le unghie quello stimma.


dal Diario del ’71 e del ‘72, Eugenio Montale

28 maggio 2020

I CAN'T BREATHE! (Non riesco a respirare)




“I can’t breathe!” (NON RIESCO A RESPIRARE) 

È morto così George Floyd, 46 anni, nero, afroamericano, sdraiato pancia a terra, il collo schiacciato dal ginocchio di un poliziotto di Minneapolis (Minnesota), il sangue che gli cola dal naso. "Non uccidetemi" dice. Quando arriva la barella e viene caricato sull'ambulanza, George non si muove più, è già troppo tardi. La sua colpa? Una banconota da 20 dollari falsa.
“I can’t breathe!” Non riesco a respirare.
Sono le stesse, identiche, parole che aveva pronunciato sei anni fa, a New York, Eric Garner, anche lui nero, anche lui afroamericano, anche lui morto soffocato mentre veniva arrestato con l'accusa di vendere sigarette contraffatte. Causa ufficiale di morte: arresto cardiaco.
A distanza di sei anni non c'è ancora un colpevole per la morte di Garner.
Non c'è - e probabilmente non ci sarà mai - un colpevole neanche per George Floyd.
Non c'è mai stato per Michael Brown, il ragazzo ucciso a Ferguson a colpi di pistola, e per una lista infinita di nomi morti ammazzati per strada, senza processo, né alcuna giustizia.

Questa, anche questa, è l'America, la terra dei diritti. I diritti di qualcuno e non di tutti. Un luogo dove, se sei nero, se sei povero, un agente può toglierti la vita in pieno giorno, davanti a tutti, senza neppure essere incriminato. Dove essere afroamericano è una sentenza di morte.
Che quest'immagine vi resti nella memoria!
Che questo nome, George Floyd, non sia dimenticato.
Che questa frase diventi una pietra d’inciampo dell’umanità.
“I can’t breathe” Non riesco a respirare.

ANCHE W. BUTLER YEATS CI RICORDA CHE TUTTO PASSA


Un fotogramma dello spettacolo di Emma Dante Bestie di scena




Quando tu sarai vecchia

Quando tu sarai vecchia, tentennante
tra fuoco e veglia prendi questo libro,
leggilo senza fretta e sogna la dolcezza
dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.


Quanti hanno amato la tua dolce grazia
di allora e la bellezza di un vero o falso amore.
Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina
e la tortura del tuo trascolorante volto.


Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace
e di’ a te stessa a bassa voce Amore
ecco come tu fuggi alto sulle montagne
e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.


William Butler Yeats (traduzione di Eugenio Montale)

27 maggio 2020

W. SZYMBORSKA, Il poeta rimane indietro...







Il poeta non riesce a stare al passo con i tempi, il poeta rimane indietro. Sia pure per raccogliere quanto è stato calpestato e smarrito nella marcia trionfale delle verità oggettive.

Wisława Szymborska

G. GIUDICI, I vecchi




I vecchi

Non onorate i vecchi,
abbiatene pietà
perché sono gli specchi
di come finirà

tutta la vita per noi
che non abbiamo virtù:
vogliono i vecchi eroi
amore, ma non c'è più

nei vecchi nulla da amare,
lacrime, sesso e vino:
tutto dobbiamo odiare
nei vecchi, nostro destino.

Ladri di notti corte,
il giorno ci perderà:
coi vecchi la stessa morte
misura le nostre età.

Giovanni Giudice

26 maggio 2020

LA SCHIENA DI UNA DONNA






La schiena di una donna
è roba per intenditori.
Ad amarne la bocca,
gli occhi, i fianchi sodi...

si fa presto.
È un fatto da poco.
La schiena no.
La schiena è un'altra cosa.
È un privilegio di fiducia.
È la sensualità che dà le spalle al mondo
e guarda avanti.

La schiena è femmina,
e quando si volta...
lo fa perché non teme inganni.

È spavalda,
audace,
baldanzosa.

Ha un binario unico che le corre al centro.
Un solco lungo il quale colano,
dall'alto verso il basso,
le pugnalata che non ha saputo evitare,
le carezze liquide di certe mani belle.

La schiena non trattiene,
la forza di gravità glielo impedisce.
La schiena sa come lasciar andare.
È un battitore libero,
il punto più selvaggio di una donna.
Risalirla con la bocca,
tenerla ferma con le mani...
accerchiarla in un abbraccio,
è un colpo di fortuna.
Ma certa gente non lo sa,
e per questo la trascura.

La schiena di una donna è la sua forza,
il suo più antico cedimento.
Si inarca quando ama,
sta dritta quando deve.

..lì i baci sono più belli,
i graffi fanno più male.
Per capire una donna...
basta leggerne la schiena.
Curva o tesa,
morbida o nervosa.
Se si lascia prendere,
vuol dire che si fida.
Se si gira di scatto...
è perché non torna indietro.

A.Starace

Serafina Núñez, Le mie rughe





Io guardo le mie rughe e sorrido,
sono la prove, la testimonianza,
il papiro più fedele attestando
dolcemente,
come un ospite a lungo atteso.

 
Ospiti del vivere sono loro
con ogni segreto e parsimonia,
mi riportano indietro - tortine fantastiche - infanzia, giovinezza,
il paesaggio del sogno,
la musica della parola amore,
poesia, morte,
miei amati assenti
girando nella notte;
fissate con
ostinazione con la mia pelle ed i miei occhi,
con le mie vecchie stanchezze,
fino ad imporre il loro segreto (nostalgia in sangue ed anima).


Io guardo le mie rughe e sorrido,
loro sono la prova, la testimonianza,
il papiro più fedele attestando: ho vissuto.


Serafina Núñez

LA SCRITTURA NON SI INSEGNA





“La scrittura non si insegna”, il manuale atipico di Vanni Santoni

di Marco Renzi

Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta però di una tendenza tutta contemporanea. Leopardi, per dire, già lo denunciava circa due secoli fa: «Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può dir che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a se, ecc».
Lo stesso passo dello Zibaldone viene riportato da Vanni Santoni nel suo La scrittura non si insegna, uscito per minimum fax: titolo provocatorio, dirà qualcuno, essendo l’autore un insegnante di scrittura, al quale però non manca l’onestà intellettuale di far notare a chi legge il proliferare di scuole e corsi di scrittura creativa, divenuti una prassi negli Stati Uniti, dove gran parte delle nuove leve esce proprio dalle suddette scuole, portando di conseguenza a una standardizzazione stilistica degli autori e al rarefarsi dell’egemonia americana nel campo letterario in favore di un ritorno della centralità europea.
In Italia, secondo Santoni, la nascita delle scuole di scrittura è invece dovuta anche a motivi strettamente economici: con i libri non ci si campa, e soprattutto una volta i giornali pagavano meglio gli articoli. Al momento poi non ci troviamo nella situazione degli USA – e per fortuna, vien da dire –, ma non è dato sapere come si evolveranno le cose negli anni a venire.
Lasciando da parte questi dati, torniamo al titolo La scrittura non si insegna: non si tratta di una vera provocazione. O meglio lo è a metà, diciamo pure per tre quarti, poiché l’affermazione sintetizza con efficacia il contenuto di un libro che si legge in un’oretta e che al contempo ti dice: «Questi sono gli strumenti per pensare come uno scrittore: lavoraci per qualche anno e poi ne riparliamo». Perché innanzitutto, per poter muovere i primi passi nell’intricato universo della prosa, scrive Santoni, è necessario mettersi in capo che la strada non sarà facile ma, se armati di buona volontà, nemmeno impossibile. Il percorso sarà formato da elementi tanto semplici quanto fondamentali, e che tuttavia lo scrittore in erba tende spesso a ignorare.
Vediamoli un po’.
La scrittura non si insegna è in primis un ottimo compendio del corso di scrittura da anni tenuto dall’autore degli Interessi in comune e dei Fratelli Michelangelo in giro per l’Italia appoggiandosi a differenti scuole: posso confermarlo, essendo stato allievo di uno di questi corsi. Malgrado il mio scetticismo verso la scrittura creativa in sé, nel mio piccolo ne ho tratto beneficio, specie perché si è trattato di tutto men che di un corso di scrittura scrittura creativa – e lo stesso naturalmente lo si può dire del libro.
Il metodo-Santoni ricorda piuttosto il «dare la cera, levare la cera» del Maestro Miyagi, qui tradotto in due parole imprescindibili che si scolpiranno in modo indelebile nella testa dello studente: «Dieta» e «Disciplina».
Ora, cosa rappresentano queste due «D»?
La Dieta non è altro che la lettura.
Dai, allora basterà leggere il più possibile, penserà l’aspirante scrittore, così mi farò le ossa. Al che il Maestro lo smonterà subito illustrandogli la vera Dieta, ossia l’immersione in testi difficili, densi, di solito considerati ostici e inavvicinabili, letture più millantate che realmente affrontate da cima a fondo. Tra queste, Alla ricerca del tempo perduto di Proust, espressione massima quanto a stile e struttura, detiene il marchio di inamovibilità da ogni tipo di dieta letteraria. A Proust si aggiungerà Joyce con il suo Ulisse; dopodiché faremo un salto negli anni a noi più vicini e incontreremo altri meravigliosi mostri contemporanei: tra i tanti, Infinite Jest di Wallace, Abbacinante di Mircea Cartarescu, 2666 di Bolaño e Europe Central di Vollmann.
(illustrazione di Marco Renzi, elaborazione grafica di Barbara Marunti)
A questo punto sorgerà la domanda: perché questi e non altri? Perché così tanti stranieri e manco un italiano?
Fermi, dirà il Maestro, non è mia intenzione farvi diventare dei letterati: se vorrete esserlo, tanto meglio; se lo siete già, ben per voi. L’obiettivo sarà più che altro confrontarsi con i picchi raggiunti dalla letteratura coeva, con quei romanzi-mondo dove la complessità dell’architettura narrativa e il livello di sfida che questi pongono saranno direttamente proporzionali agli effetti positivi sulla mente dello scrittore-lettore.
Inutile quindi inserire nella Dieta, per esempio, Il grande Gatsby o Lo straniero: vanno letti perché sono dei capolavori assoluti, ma sono troppo perfetti, quindi quasi frustranti, per essere delle buone palestre di scrittura.
La dieta naturalmente non si fermerà qui, e non potrà lasciar fuori i classici: I demoni e I fratelli Karamazov? Obbligatori. Anna Karenina e Guerra e pace? Idem. Dickens? Sarà anche semplice, ma quando saprai far entrare in scena un personaggio come fa lui, sarai a cavallo. E George Eliot assieme a Jane Austen, ancora vi aiuteranno entrambe, coi loro Middlemarch, Orgoglio e pregiudizio, Emma.
La dieta, come si può evincere da questo breve ma ricco manualetto, non si limiterà certo ai titoli sopraelencati; anche perché, sempre dopo esser passati dal primo blocco obbligatorio, la si potrà plasmare a seconda di ogni esigenza, e qui il riferimento è ai fortunati che già hanno trovato una loro strada: non il «come», bensì «cosa» scrivere.
Chi vorrà misurarsi col fantastico, il fantasy e la fantascienza dovrà per forza passare, per citarne alcuni, dall’Orlando Furioso, da Tolkien, da Tito di Gormenghast di Mervyn Peake, da Dune di Frank Herbert, da Ubik di Dick, nonché dai racconti di Lovecraft e Poe; mentre per la distopia, almeno Noi di Zamjatin, 1984 di Orwell, Il mondo nuovo di Huxley e Fahrenheit 451 di Bradbury, assieme a diversi altri segnalati nel libro, dovranno far parte del bagaglio di letture.
Arricchiscono la Dieta pure gli scrittori italiani, poiché l’italiano sarà la lingua usata nel nostro caso dal novello scrittore: e allora via con Le operette morali, I Viceré, Uno, nessuno e centomila, il Pasticciaccio gaddiano, La vita agra di Bianciardi, passando per Landolfi, Bufalino e Cristina Campo, fino a Altri libertini di Tondelli e allo splendido Pompeo di Andrea Pazienza – un fumetto, sì: chi lo ha letto capirà perché è presente; chi ancora deve farlo, beato lui.
Non mancheranno neppure gli italiani viventi, tra i quali troviamo Danubio di Magris, Scuola di nudo di Siti, Gli esordi di Moresco, Leggenda privata di Mari e Geologia di un padre di Magrelli. E si potrebbe continuare a lungo, tante sono le indicazioni fornite da Vanni Santoni, che non trascurano ovviamente la narrativa breve: per chi scrive racconti, Cechov, Borges, Salinger e Munro dovranno essere Vangelo.
Una volta data la cera, toglieremo la cera, ed eccoci giunti alla Disciplina, ovvero la scrittura, attività che giocoforza dovrà divenire giornaliera, meglio se dopo una Dieta equilibrata. Per imparare a scrivere dignitosamente non c’è altro modo che farlo il più possibile e tutti i giorni, scordando quella sciocchezza chiamata ispirazione, la quale arriverà spontaneamente con una ferrea Disciplina: il cervello del semplice scrivente pian piano si tramuterà in quello di uno scrittore, ormai imbrigliato in un flusso di pensieri che lo verranno a cercare sotto la doccia o nel bel mezzo del reparto surgelati.
Spiegato ciò, dice Santoni a metà libro, ci si potrebbe fermare: l’importante è già stato detto. Vanno però aggiunti dei consigli, e anche qui non ci saranno tanto istruzioni su come scrivere un incipit o su come cesellare una descrizione perfetta, quanto una serie di errori da evitare.
Il primo: l’uso di espressioni usurate e inflazionate, nel libro ribattezzate «banality» (qualche esempio dal listone: acre odore, a folle velocità, ampio salone, rapido declino, lunghissimi secondi, fiumana di gente, con la morte nel cuore).
Il secondo: scrivere cose noiose, non interessanti per il lettore; nello specifico tutto ciò che non prevede un conflitto o una frizione.
Il terzo riguarda la spinosa questione della revisione: quante volte farla, quando farla e a chi affidare il nostro testo nel caso lo volessimo dare in lettura a terzi. Dunque, perché non placcare a un festival o a un firma-copie uno scrittore affermato dandogli il nostro manoscritto? Meglio di no: è gente che ha ben altri grattacapi, e il rischio è solo di essere odiati pur essendo dei nuovi Faulkner. Alla fidanzata che ti dice solo quanto sei bravo? Giammai. Ad amici e conoscenti che come noi scrivono e hanno strumenti teorici sufficienti per dirci cosa non va nei nostri scritti? Risposta esatta. Poi va da sé che in seguito dovremmo esser disposti a leggere i loro romanzi o racconti con la massima trasparenza e dedizione.
Dulcis in fundo, ci si trova al cospetto del Mostro finale, nella Dieta incarnato dall’Arcobaleno della gravità di Pynchon, come ebbe a dire una discepola di Vanni Santoni. Qui parliamo però della pubblicazione, agognata dagli scrittori inediti di qualsivoglia livello, ragione per la quale spuntano dalle fottute pareti un sacco di editori a pagamento pronti a dare alle stampe romanzi, raccolte di racconti o sillogi poetiche senza un lavoro editoriale serio – un passaggio irrinunciabile per i nomi già noti, figuriamoci per i novizi.
Esistono poi gli editori-truffa dai cataloghi infiniti: fanno uscire di tutto, consapevoli che l’autore avrà almeno un paio di centinaia tra amici e parenti a cui appioppare il libro; così l’editore incasserà, l’autore si terrà due spiccioli di diritti d’autore e la sua pubblicazione, nata e morta nel volgere di poco tempo, priva di distribuzione e di visibilità, sia all’interno del mercato del libro sia nel circuito letterario tradizionale.
L’auto-pubblicazione è forse meno dannosa: ma anche questa, a meno che non si tratti di poesia, purtroppo ormai ridotta a una risicata porzione di mercato, è sconsigliata. Il suggerimento di Santoni è quello di passare dalle riviste; lui ne elenca un buon numero, sia online che cartacee, tra cui il blog che state leggendo. Le riviste sono, nei casi più virtuosi, un buon punto di partenza per chi vuol far circolare i propri testi, oltreché un’occasione per confrontarsi tra pari; e da lì, racconto dopo racconto, articolo dopo articolo, potrebbe farsi avanti un editore interessato al nostro lavoro. Sempre meglio agire così che intasare di manoscritti le già straripanti caselle di posta delle case editrici.
Insomma, la prima nemica dello scrittore è la fretta, su tutte quella di pubblicare; e non c’è da averne: con un po’ di fatica e molte incazzature, seguendo queste regole si potrebbero ottenere dei risultati soddisfacenti.
Parlando a titolo personale, credo di averli ottenuti, nonostante al corso mi sentissi ringalluzzito per esser già stato un buon nutrizionista di me stesso: la Dieta ce l’avevo, ma la Disciplina? A Napoli la chiamerebbero «cazzimma», e a suo modo Vanni te la sa infondere anche attraverso le pagine di questo libro, utile magari per mettere una spunta di tanto in tanto di fianco ai libri della dieta e per ricordare a noi stessi di scrivere ogni giorno col massimo dell’impegno, rosicchiando tempo alla nostra vita sociale e ad altre passioni collaterali.
Leggere La scrittura non si insegna non sarà come ascoltare Vanni per un paio d’ore alla Cité di Firenze davanti a una birra media, riempiendo il quaderno di titoli, suggerimenti estemporanei e piccoli grandi consigli, il tutto intervallato da divertenti aneddoti; tuttavia, rappresenterà una rapida lettura per chi avesse voglia di dare il via a un’avventura che non sarà certo veloce e indolore. E una volta chiuso il libro, sarà tutto un dare e levare la cera per un bel po’ di tempo, ripetendo dentro di noi a mo’ di mantra: «Dieta e Disciplina, Dieta e Disciplina, Dieta e Disciplina…».

 Articolo ripreso da   pubblicato martedì, 26 maggio 2020 ·