24 marzo 2026

LE RAGIONI E LE REGIONI DEL NO

 



Diego Motta
Le città del Sud, i giovani e la difesa della Costituzione: ecco perché ha vinto il “no”
Avvenire, 24 marzo 2026

 

Una nuova “questione meridionale” si aggira per l’Italia. Il “no” ha fatto il pieno nelle regioni del Mezzogiorno, tanto temute alla vigilia dalla maggioranza di governo. I numeri sono impressionanti e descrivono una valanga di voti contrari alla riforma, che è partita nelle grandi città e ha dilagato un po’ ovunque: a Napoli i contrari alla riforma sono stati addirittura il 75%, a Palermo il 69%, a Bari il 62%, a Roma il 60%. Il traino sulle Regioni è stato fortissimo e ha pesato, in percentuale, ancor di più di quello, in un certo modo scontato, delle cosiddette regioni “rosse”, Emilia Romagna e Toscana, peraltro decisive nella fase iniziale della campagna elettorale, quando questi territori hanno creato la base e il mood necessario per la rimonta, visto il vantaggio iniziale favorevole allo schieramento del "sì". Anche Genova e Torino (in entrambi i casi il “no" ha raggiunto il 64%) e la stessa Milano (58% per i “no”) hanno confermato che l’ostacolo più grosso alla riforma è arrivato dalle metropoli.

L’effetto giovani sul voto

Emblematico è il dato delle regioni del Sud: il “no” in Campania ha superato il 65%, in Sicilia il 60%, poco sotto si sono fermate anche Sardegna e Puglia. «L’opposizione è riuscita a mobilitare il proprio elettorato, a differenza dell’esecutivo. C’è una motivazione storica legata ai comportamenti elettorali – spiega il politologo Marco Valbruzzi, che insegna all’Università di Napoli - : il centrosinistra nei centri urbani del Meridione ha una rete consolidata che funziona, spesso legata alla società civile. È un’appartenenza prepolitica, che è servita molto in questi casi. Di converso, invece, il centrodestra non è riuscito a intercettare l’elettorato marginale, che nelle aree interne non ha trovato buoni motivi per recarsi ai seggi: non c’era una spinta sociale favorevole in queste zone del Paese, forse anche per via di una situazione economica che si è fatta via via più negativa nell’ultimo periodo». L’ultimo paradosso è stato proprio questo: nella consultazione che ha segnato il risveglio della partecipazione, con un’affluenza superiore al 58%, l’esecutivo ha finito per pagare l’assenza dai seggi della sua base, in un territorio enorme e poco presidiato, come il Sud del Paese. L’alta affluenza del Nord, che ha visto il “sì” prevalere in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, non è bastata per compensare la fuga verso il “no” del Centro-Sud. È accaduto come nel 2006, ai tempi del referendum sulla cosiddetta devolution di bossiana memoria: l’asse lombardo-veneto (cui si è aggiunto in questa tornata il Friuli-Venezia Giulia) è rimasto l’ultima roccaforte, la vera trincea da cui affrontare la battaglia elettorale. Eppure dall’analisi dei flussi elettorali emerge anche un altro dato rilevante dentro i partiti: secondo il consorzio Opinio Italia, la quota di dissenso dentro le forze della maggioranza è stata alta, più del previsto. In Forza Italia, il 17,9% ha votato “no”, in Fratelli d’Italia più dell’11%, nella Lega il 14%: è il segnale di una maggioranza tutt’altro che coesa sui temi della giustizia. Interessante anche la stima sull’età dei votanti: tra i 18 e i 34 anni si sono espressi al 61,1% per il “no” e al 38,9% per il "sì", tra i 35 e 54 anni il 53,3% ha votato "no" e il 46,7% "sì"; oltre i 55 anni la forbice si assottiglia (il 49,3% si è schierato per il “no”, il 50,7% per il “sì”).

Lo spirito girotondino

Poi ci sono le ragioni legate alla stagione politica che stiamo vivendo, che non vanno ovviamente sottovalutate. Il 61% di chi ha votato “no” lo ha fatto perché non voleva che si modificasse la Costituzione, secondo gli instant poll di YouTrend. «Un pezzo di società civile, con lo spirito che una volta avremmo definito girotondino, è riemerso per avvisare il Palazzo – continua Valbruzzi -: non si tocchi la Carta e, al limite, se proprio di revisione costituzionale dobbiamo parlare, si pensi a un percorso condiviso». C’è stato dunque un richiamo della foresta anche per tanti elettori incerti sul da farsi: nel dubbio, meglio andare e votare “no”. Per questo, l’impressionante impegno, televisivo e non solo, della premier Meloni alla fine «non ha spostato nulla»: ha risvegliato e galvanizzato i suoi, ma ha fatto altrettanto con chi stava all’opposizione. «L’unico effetto che ha sortito è stato quello di portare più gente al voto, scaldando il clima della competizione». Partita per non politicizzare la contesa, la premier è così finita in trappola. Non è detto adesso che il voto del referendum sia sovrapponibile a quello delle prossime Politiche, anzi. «Dobbiamo entrare nella dimensione del voto d’opinione, che è diverso da quello d’appartenenza ideologica. Ad esempio - osserva Valbruzzi – la sovraesposizione degli esponenti della sinistra per il “sì” è stata evidente e alla fine ha spostato poco. Ora si tratterà di vedere se lo schieramento del “no” diventerà anche il Campo largo del “no”. Quel che è certo è che Meloni finirà la legislatura da “anatra zoppa”. In fondo, per lei, il referendum è stato come il voto di mid term e l’ha perso».

 

 


CHE FINE HA FATTO L' EGEMONIA?

 



Maurizio Crippa
Cara, piccola egemonia
Il Foglio, 21 marzo 2026

 

Questo documento sembra lungo. Per risparmiare tempo, usa l’assistente AI per leggerne un riepilogo”. Ho subito scherzato con Andrea Minuz, quando ho ricevuto il pdf e la prima schermata offerta dall’ineffabile Adobe è stata quella: il libro è lungo, passa al riepilogo. Forse a risolvere l’infinita querelle tutta italiana su chi sia depositario e padrone dell’egemonia culturale sarà L’AI, anzi già l’ha fatto. Minuz che insegna all’università, roba di standing superiore (nell’egemonia culturale di sinistra invece “se c’è la scuola, sarà una scuola di periferia, con giovani professoresse democratiche che tra mille difficoltà lottano in un mondo che della scuola non ne vuole sapere”), ne è consapevole: la vera egemonia è un riassunto culturale fatto con L’AI.

Il libro l’ho letto tutto, alla faccia di Adobe. Non soltanto perché pagina dopo pagina non riuscivo a smettere di ridere (per non piangere) al diluvio di ironie e pungenti di Minuz, un autentico maestro Itamae nel fare a fette i luoghi comuni, ma soprattutto per la messe incredibile di episodi, definizioni, polemiche, libri, film, dichiarazioni d’intenti o d’autore che hanno costruito nei decenni repubblicani un repertorio di insensatezza egemonica da riempirci l’arsenale di Venezia. Una barzelletta identitaria che ha appassionato le élite come il montaggio del cubo di Rubik: “Se, come mi sembra logico, nella cultura si comprendono scuola ed università non c’è dubbio che una dittatura in Italia c’è stata, ed è stata quella democristiana” (Cesare Cases). Ma anche: “L’egemonia culturale marxista l’abbiamo vista all’opera tutti” (Marcello Pera). Perle di supponenza: “La nozione di egemonia è stata usata male, non si tratta di un comando, è un fatto che si realizza quando le idee di qualcuno s’impongono perché sono più valide” (Massimo D’Alema). Non è soltanto un catalogo dei tic culturali, una wunderkammer degli orrori e delle presunzioni, il libro di Andrea Minuz. Si intitola “Egemonia senza cultura - Storia sentimentale di un’ossessione italiana”ed è edito da Silvio Berlusconi Editore: e già questo potrebbe essere il gioco-partita-incontro sull’intera faccenda, se soltanto i suoi eredi (intesi i politici), cioè la soi disant destra di governo in cerca di egemonia avesse seguito la strada del Cavaliere: “Più si è egemoni nella cultura, più le elezioni le vincono gli altri, come negli ultimi trent’anni hanno dimostrato le imprese elettorali di Berlusconi e oggi il caso americano”. (Minuz).

Abbiamo detto Arsenale di Venezia con trasparente intento maligno. Scrive Minuz: “Nella campagna elettorale del 2022, quando Giorgia Meloni annunciò che avrebbe ‘ribaltato l’egemonia culturale della sinistra’, molti hanno pensato a una provocazione”. Ma all’inizio del 2023, iniziata l’èra Meloni, talk e giornali erano invasi da discettazioni attorno “al superconcetto gramsciano”. Esempi di titoli (ridere): “In questo momento la destra sta leggendo Gramsci”, “Egemonia canaglia”, “La Rai perde Fazio e l’egemonia culturale”. Vennero gli ardimentosi tentativi di costruire un Pantheon della destra, per ora il più riuscito, diciamo, è stata una mostra su Tolkien. Unici risultati sistemici, le fiction Rai. Giampaolo Rossi: “Se gli americani avessero avuto Garibaldi e l’impresa dei Mille, l’avrebbero trasformato in un grande affresco hollywoodiano… Ci vuole una fiction bigger than life”. La lunga marcia verso l’egemonia era iniziata già prima. Convention di Fratelli d’italia, Milano 2022: nomi di un certo peso un concerto diretto da Beatrice Venezi che dava “simbolicamente voce” ai milioni di lavoratori in partita Iva. “La versione patriota delle vecchie sbornie operaiste della musica colta, quando Maurizio Pollini portava Musorgskij nelle fabbriche occupate”. I numi tutelari: “Venti cartonati, inconsapevoli e sparsi, messi lì con quel solito effetto-playlist: Enzo Ferrari, Giovanni Paolo II, Flaiano, Jünger, Hannah Arendt, Guareschi, Dostoevskij, Margherita Sarfatti, l’immortale Pasolini”. Micidiale sintesi: “La controegemonia della destra era già in pieno trip Leopolda e ‘storytelling’, rimbalzando tra Gramsci e Baricco”.

Primavera 2026. Dopo aver conquistato la Biennale con un presidente ormai più amato a sinistra che a destra, dopo avere piazzato due ministri al Collegio romano che hanno fatto e disfatto riforme e controriforme, nomine e contronomine, l’attesissimo Armageddon per l’egemonia culturale sta andando in scena a Venezia, ma in un modo inaspettato e ribaltato, letteralmente endogamico. Da un lato c’è il Gauleiter della Laguna Pietrangelo Buttafuoco “a dimostrare e praticare una fin troppo corazzata indipendenza” (Ferrara). Dall’altro il gemello diverso del Collegio Romano, Alessandro Giuli, calato nel compito di difesa della libertà della cultura, che però può esistere solo sotto il granitico controllo di politica e stato. Probabilmente Giorgia Meloni e i suoi consigliori l’avevano immaginata più facile. Il ha precipitato il libro nel mezzo di un cannoneggiamento in Laguna, ma anche senza questa coincidenza il saggio di Minuz va letto a partire dall’attualità. Senza la quale è impossibile capire come un tema assolutamente astratto come l’egemonia culturale possa da decenni essere stato usato come un manganello. E qui si precipiterebbe inevitabilmente nella noia del gramscismo, non fosse per la maestria con cui Minuz inanella perle di ideologia, gemme di assurdità e per contro disperate difese di chi cercava di arrampicarsi alla conquista della ma scivolando sempre a valle. “Make Gramsci pop again”. Gustoso scoprire – non ce l’avevate detto! – che “nelle tremiladuecentoquattordici pagine dei ‘Quaderni del carcere’ di Gramsci il termine ‘egemonia culturale’ compare una volta sola… una definizione netta e perentoria di egemonia culturale non c’è”.

Non volendo scimmiottare gli archeologi del sapere, Minuz se ne avrebbe a male, basta ripartire da alcuni fatti noti: la capacità della sinistra, allora il Pci, di radunare gli intellettuali attorno al proprio progetto, offrire mete ideali e una rete di conforto tra mondo editoriale, accademico e politico. Poi “le idee devono diventare ‘storytelling’ direbbero alla Holden o alla Leopolda, e cioè fatto di ‘costume’, emozione collettiva”. L’Einaudi che pubblicava Gramsci era (anche) questa cosa qui, nei ricordi di Freccero su Pasolini: “Insisteva sempre con questa storia della tessera del partito comunista…io gli rispondevoche dopo aver letto ‘Buio a mezzogiorno’ di Koestler non avrei mai potuto, e poi non volevo rinunciare allo sherry e alle giacche di tweed. E lui: ‘Ma guarda che non sono più quei tempi, ti basterà venire a qualche riunione e salire sul carro dell’Einaudi il Primo Maggio’”. Egemonie e buone relazioni, compresi efficacissimi meccanismi ad excludendum. Renzo De Felice: “Se si volesse rievocare il mio caso…potrei fornire un’ampia documentazione di quel che si è detto e scritto su di me, compresa la parte non semplicemente negativa, ma anche intimidatoria”.

 Giuseppe Berto nel 1973 si presentò così al congresso Intellettuali per la libertà di Torino: “Mi chiamo Giuseppe Berto. Ho 58 anni e da trent’anni faccio lo scrittore. Sono un isolato. La critica da principio mi definì un dilettante. Poi, siccome mi ostinavo a scrivere, ma ancora più mi ostinavo a osteggiare i gruppi che manipolano i successi, dissero che ero pazzo e negli ultimi anni anche fascista”. Un sistema blindato che però rapidamente declina in una autoparodistica pretesa di superiorità. Riassunto da Eugenio Scalfari, 2004: “L’eventuale egemonia della sinistra altro non sarebbe derivata che dalla qualità dei prodotti culturali dovuti alla libera creatività di artisti, letterati, registi, giornalisti, che hanno lavorato in piena libertà conquistando e affezionando lettori e ascoltatori liberissimi a loro volta di dirigere altrove le loro scelte quando quelle effettuate non avessero più appagato i loro gusti”.

Breve balzo in avanti. Come mai la destra ora giunta al potere, anziché goderselo berlusconianamente (parafrasando Papa Leone de’ Medici: “Se Dio ci ha dato l’egemonia politica, godiamocela”) si sta scervellando, offrendo il fianco il più delle volte a magrissime figure, per conquistare l’inutile egemonia culturale? Bisogna partire dall’inizio, come diceva la Lepre Marzolina ad Alice. E scoprire un fatto sempre trascurato: l’egemonia culturale della sinistra è come l’araba fenice. Se chiedi a loro, non c’è mai stata, è solo “la parte migliore del paese”che si raduna a “Prima pagina” di Radio3. O esiste soltanto in controluce, di riflesso, quando arriva la destra, come una dimostrazione evidente che la destra non ha cultura. Per dirla meglio: “La Grande Battaglia per l’egemonia ha regole complesse e incomprensibili… La scuola di pensiero sviluppata a destra lancia la sua protesta accorata contro il ‘giogo dell’egemonia’, espressione di una cultura a lungo occupata dalla sinistra prima comunista poi buonista poi progressista. Contro la GLE (Grande Lamentazione dell’egemonia) insorgono i teorici della PEC (la Presunta Egemonia Culturale). Agnostici radicali, i fautori della Pec sostengono che ‘l’egemonia culturale della sinistra’ non è mai esistita”. Immaginano un paese “venuto su tra collettivi anarcocapitalisti, antagonisti futuristi, appelli degli intellettuali per il libero mercato, saggi di Hayek e Milton Friedman in tutte le case degli italiani, Alba Rohrwacher che fa Ayn Rand in un biopic di Martone”. Esistono antidoti naturali all’egemonia culturale della sinistra? Sì, ad esempio le belle famiglie come quella di Minuz in cui non vigevano interdetti morali a vedere “Vacanze di Natale, oppure Top Gun, Rocky IV, La notte dei morti viventi perché ritenuti volgari, scemi, violenti, diseducativi, ‘troppo americani’”. Ma poi arrivano i vent’anni, l’università: “Lì ho scoperto che la cultura poteva avere a che fare con altre cose: l’essere accettati dagli altri, la reputazione, lo stile, il conformismo, la figaggine, l’indottrinamento”, racconta, con ribaltamento ironico: “Adesso guardavo Die Hard con Bruce Willis e quello che vedevo non era più un grande film ammazza-cattivi ma una sfacciata propaganda repubblicana, un tripudio di armi, machismo, muscoli… In una banale canzone d’amore si poteva annidare l’ideologia del possesso romantico e borghese, la mascolinità tossica”. E i romanzi? “Non bastava più leggerli. Ora venivano dissezionati alla ricerca di ‘strutture egemoniche’ nascoste. Dovette aspettare i trent’anni, l’età (un tempo) adulta, per liberarsi di quel “desiderio mimetico”, per dirla con un maestro di Peter Thiel. E finalmente scoprire “i saggi di Nabokov, di Robert Conquest”. E “la prosa limpida, affilata e infallibile di Isaiah Berlin”. Nel frattempo l’egemonia culturale della sinistra (sempre ammesso che fosse esistita) subiva come la sinistra un’inesorabile trasformazione. Iniziavano a scoprire quello che altrove sapevano già, che la cultura funziona al contrario: “Beniamino Placido raccontava un episodio illuminante. La Federazione lavoratori metalmeccanici di Milano aveva lanciato un’inchiesta sulle letture degli operai che vivevano nell’hinterland. E qui scopriva con orrore la realtà dei consumi proletari: gli operai non leggevano Il Metallurgico, rivista ufficiale della categoria, o l’unità. Preferivano Stop, Confidenze, Grand Hotel, Tex Willer, soprattutto TV Sorrisi & Canzoni. La Federazione definiva i risultati dell’inchiesta ‘sconcertanti’. Gli operai deludevano le attese”. Sarebbero venute le grandi “riscoperte del valore del pop, dalle Panini di veltroniana memoria in su. Intanto, oltreoceano, succedeva ben altro: “Gramsci goes to Hollywood”, l’egemonia non era più culturale né politica, iniziava a radicarsi nella morale, nel vittimismo. Robert Hughes scrisse il presa diretta “La cultura del piagnisteo”. Invece in Italia Repubblica si incaricava di forgiare la nuova egemonia dell’antiberlusconismo. Diventava “la startup di riferimento di intellettuali, attivisti, scrittori che cercano l’approdo in classifica, un corridoio per un premio letterario, una rubrica fissa, un filo diretto con la società civile”. Saviano? Nessuno si ricorda mai che Saviano diventa Saviano “quando muore Taricone, il primo eroe del Grande Fratello. Quel giorno, nella riunione di redazione a Repubblica, qualcuno dice ‘ma perché non chiediamo un commento a Saviano?’. Saviano aveva fatto lo stesso liceo di Taricone”.

E si torna alla domanda: perché mai la destra sente la necessità di combattere contro i mulini a vento di questa falsa rappresentazione sociale? C’è una piccola archeologia, anche qui. Il primo Campo Hobbit: “Immaginatevi allora questi giovani di destra, emarginati, odiati da tutti, che sognano il loro pezzo di Sessantotto. Una rivolta contro i padri, come i loro coetanei di sinistra. Immaginateveli a Montesarchio, provincia di Benevento, sperduti nelle lande molisane per ricreare un pezzo di Medioevo celtico nel nome di Tolkien, anche se il paesaggio non aiuta. Qui, nell’estate del 1977, si celebra il primo Campo Hobbit, la risposta della nuova destra al Parco Lambro”. E’ significativo che Minuz, dovendo ritrovare un nocciolo di cultura di destra che avesse la dignità di imporsi, oltre al manipolo di scrittori e registi trascurati (“abbiamo scoperto il ‘canone Longanesi’, che era meglio di quello Einaudi”) debba ricorrere alla piccola, gloriosa e osteggiata epopea della casa editrice Rusconi di Alfredo Cattabiani. Quella che scoprì “Il Signore degli Anelli”, snobbato dai grandi editori di sistema. Rusconi negli anni 70 è in grado di trasformare un editore “di rotocalchi” in un agguerrito editore controculturale, che piazza “un centinaio di titoli in poco più di tre anni: Bernanos, Jünger, Simone Weil, Del Noce, Mircea Eliade, Elémire Zolla, Cristina Campo, l’esordio di Guido Ceronetti… Un grande prequel dell’ascesa di Adelphi che renderà tutto più chic e instagrammabile”. L’operazione Rusconi è intelligente, funziona, quindi viene subito respinta in blocco dagli intellettuali. La casa editrice è bollata come neofascista, boicottata. Ma molti anni dopo, a determinare un sorpasso di “sensibilità”, mercato e pure bacino elettorale è stata l’unica vera egemonia di gusto che da quell’antico seme, dalla “compagnia dell’anello”, è sbocciato: l

19 marzo 2026

NO A TUTTE LE GUERRE E A TUTTE LE MODIFICHE COSTITUZIONALI

 



RANIERO  LA  VALLE

RUERE AD URNĀS

Ed ecco che arriva il referendum sulla Giustizia, per il quale è chiaro che bisogna correre alle urne per votare “No”: ruere ad urnās, per dirlo con l’antica saggezza latina, non ruere ad armas, non correre alle armi, come vorrebbero gli attuali capi dell’Unione Europea e come sta facendo Trump, come fanno Netanyahu, Stati Uniti ed Israele nella loro inconsulta guerra contro l’Iran; lo stanno facendo seppellendo il diritto internazionale e il diritto stesso, che sono lì proprio perché “ne cives ad armas ruant”, perché i cittadini non ricorrano alle armi, mentre l’ideologia che sta propugnando l’Occidente, ivi compresa l’Europa, è precisamente quella del ruere ad armas per ogni cosa, dal momento che ormai sul trono è stata messa la guerra preventiva, teorizzata dagli Stati Uniti, ben prima di Trump, come l’unica efficace strategia di difesa, non già per fronteggiare, ma per prevenire ogni pericolo, vicino o lontano, presente o futuro: i supposti missili nucleari iraniani che arrivano fino all’America, l’Armata ex Rossa fino al Portogallo, gli antisemiti fino alla distruzione dello Stato d’Israele, i Palestinesi fino a che chiedono di poter vivere anch’essi sulla loro terra.

Bisogna correre alle urne, far sì che “cives ad urnās veniant”, perché la riforma della Giustizia che ci si vorrebbe imporre vuol dire mandare a carte quarantotto la Costituzione del quarantasette, abolendo l’obbligatorietà dell’azione penale, onde tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge; la cosiddetta “separazione delle carriere” vuol dire riservare il compito di giudicare e di punire non più al servizio giudiziario ma al potere politico, cioè al governo e a chi in quel momento lo detiene. Far decidere al governo quali reati si debbano perseguire, vuol dire far sì che chi governa possa delinquere senza rischiare alcuna pena: è l’ideologia del niente diritto e niente giudici, anche se il potere arriva a premeditare e gloriarsi di uccidere, cioè di farsi assassino e genocida, come sta facendo in questi giorni Trump, questo turpe guastatore del mondo e narcisista vanesio, con i suoi complici e alleati, dicendo platealmente di voler uccidere gli iraniani in quanto tali, perché essi sarebbero lì da decenni per uccidere tutti, e di bombardare “per divertimento”.

Ma il vero problema che si è aperto in Italia è il venire alla luce del vero spessore politico ed etico della attuale leadership al potere, sorda ad estranea alla coscienza del Paese; e proprio l’incrocio tra il referendum e la guerra impunita in Medio Oriente l’ha rivelato: perché in questo momento in cui popoli interi sono allo sbaraglio, città distrutte, scuole bombardate, bambine e bambini uccisi, non dovrebbe esserci spazio che per la pietà e per una vigorosa azione politica volta a rovesciare il corso delle cose, condannare i crimini di guerra, ripristinare il diritto, rifare un mondo vivibile. Questo vorrebbe il nostro popolo, prima ancora che la difesa dei nostri interessi, e non che il governo rilanciasse brutalmente la campagna contro i giudici; la Presidente del Consiglio doveva andare in Televisione, dato che non ama il Parlamento, a dire agli Italiani, votate come volete domenica prossima, non è più questo il problema che deve dividerci e farci detestare l’un l’altro, come se fossimo nemici: pensiamo invece a fare dell’Italia una sentinella del diritto, un pannello solare che catturi e rifranga la pace sul mondo, perché la pace è secondo natura e possibile; diciamo ad alleati, partner e concorrenti che non così si governa la Terra. Questo direbbe uno statista (e se è donna, declinata come “una statista”) che fosse all’altezza della dignità della Nazione.

Perché non l’ha fatto? Perché ha occultato la verità, sia sul referendum che sulla guerra, ignorando l’ultimo monito di Aldo Moro ai capi politici: “Attenti a non perdere la verità, perché se perdete la verità perdete anche il potere”, e perché ha ignorato che servire veramente il Paese (o la Nazione, come non smette di dire) bisogna credere fermamente che il potere non è il fine della politica, ma ne è lo strumento; e che fare politica con l’ossessione di conquistare il potere, magari come underdog, per poi conservarlo più a lungo possibile, è un’aberrazione.

Purtroppo questa è la concezione della politica e del potere che si è affermata anche in Occidente, suffragata dal fatto che i valori dell’Occidente sarebbero superiori a qualsiasi altro, e i primi a compiacersene e ad esaltarsene sono i capi dello stesso Occidente: basta vedere Trump,Macron, Ursula von der Leyen, Netanyahu, tutti presi del culto della propria personalità: si adorano. perciò non si può più dire, come ripetono i nostri giornali, che il mondo si divide tra democrazie e autocrazie: c’è un terzo regime politico, che è quello delle autolatrie: cioè dei poteri che adorano ed esaltano se stessi come se fossero i migliori della terra. Questa è la vera presunzione e il movente dell’incombere della destra oggi nel mondo. E anche Giorgia Meloni, a giudicare dalle sue esternazioni politiche, si adora.

Da "IL FATTO" del 17 marzo

 


24 gennaio 2026

CONTRODIZIONARIO DEL "CONFINE"

 



Parole per sopravvivere: Controdizionario del confine

di Daniele Ruini

 

Solo la parola dà all’essere umano la sua autonomia,
essa gli permette di chiedere agli altri la strada
e di prenderne poi un’altra.
(Elfriede Jelinek, Voracità)

 

Il fatto che il potere abbia sempre esercitato anche un controllo sul linguaggio è circostanza talmente assodata da averci provocato una specie di assuefazione: se il Vaticano ha perseguito per secoli ogni tentativo di traduzione della Bibbia latina, se il Fascismo ha lottato contro forestierismi, dialetti e minoranze linguistiche, se gli eufemismi rivestivano di una fredda patina burocratica la persecuzione nazista antiebraica, allora forse non ci stupisce che lo stesso meccanismo continui a riprodursi anche oggigiorno. Insomma, che il governo israeliano definisca “contesi” i territori palestinesi occupati e “incidenti” le brutali aggressioni dei coloni in Cisgiordania, oppure che Putin si sia sempre riferito all’invasione dell’Ucraina parlando di “operazione speciale militare” non smuove più di tanto le nostre coscienze, indignate semmai dai massacri e dalle ingiustizie che guerre, colonialismo e politiche securitarie continuano a perpetrare.

Per risvegliare la nostra attenzione sugli esiti nefandi della manipolazione del linguaggio può quindi essere utile prestare ascolto a chi quegli effetti li subisce: dare loro parola può servire a gettare luce su una violenza che passa anche dall’imposizione del silenzio o di una retorica funzionale al carnefice di turno. Proprio questo è l’obiettivo di Controdizionario del confine, un libro prezioso pubblicato dalle edizioni Tamu/Tangerin e realizzato dall’Equipaggio della Tanimar, il nome collettivo scelto da Filippo Torre e altri studiosi dei processi migratori delle Università di Genova e Parma (già autori dell’inchiesta Crocevia mediterraneo uscita per Elèuthera nel 2023). Confrontandosi con i migranti che hanno provato a valicare il Mediterraneo tra Sicilia e Tunisia, ascoltando le loro parole e i loro racconti, questi ricercatori hanno compilato un glossario alternativo in cui sono raccolte e spiegate 42 voci usate dai protagonisti della rotta italo-tunisina (una rotta che, come conseguenza dei recenti finanziamenti accordati dall’Unione europea al governo autoritario di Kaïs Saïed, ha visto le partenze verso le coste italiane sempre più violentemente limitate).

Nel Controdizionario troviamo termini di origine araba, francese, italiana o parole ibride nate alla confluenza di lingue diverse: nell’insieme formano una lingua viva, in evoluzione continua e che –come scrivono gli autori– svela una «narrazione «controegemonica rispetto a quella delle istituzioni» (p. 15). Dare spazio al punto di vista di questi migranti (provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana francofona) e al loro linguaggio consente infatti di rovesciare la retorica vittimistica e criminalizzante di cui sono abitualmente fatti oggetto insieme alle persone e alle organizzazioni che li supportano. L’obiettivo diventa quello di «mettere al centro il modo in cui l’attraversamento delle frontiere viene vissuto, raccontato e nominato da chi è ostacolato, imprigionato, violato, respinto» (p. 14).

Sfogliando le pagine del volume scopriamo per esempio che il modo più diffuso in cui si definiscono coloro che cercano di attraversare il Mediterraneo centrale è aventurier, un termine che porta su di sé sia l’idea di un’assunzione personale del rischio sia la dimensione di scoperta, anche gioiosa, a cui questi viaggiatori ­–quasi sempre molto giovani– vanno incontro. Dalla radice del verbo arabo che significa “bruciare” deriva invece harraga, ovvero “bruciatori (di confini)”, a indicare chi è costretto ad aggirare quelle norme e quei dispositivi che impediscono una mobilità legalizzata: un concetto che «ha assunto una dimensione centrale nel linguaggio e nell’immaginario comune […] di intere generazioni segnate dalla frustrazione delle speranze di cambiamento» (p. 127).

I passeggeri di una barca in transito verso l’Europa si autodefiniscono bouteille, parola che sembra stabilire un «legame fra il destino di una bottiglia in mare e quello di chi prova la traversata» (p. 41), un destino fatto di caso, rischio estremo e speranza.

Tra le parole ibride segnaliamo infine kidnappeur, in riferimento al sequestro e alla vendita dei migranti a scopo di riscatto da parte di tunisini o di altri migranti subsahariani; e taximafia, a designare tutte quelle occasioni di trasporto illegale a cui i viaggiatori clandestini sono costretti ad affidarsi, con costi molto più alti rispetto ai trasporti standard e dovendo viaggiare di notte «per eludere la sorveglianza di milizie e forze di polizia» (p. 187).

In conclusione, la compilazione di questo controdizionario ha il grande pregio di far emergere la voce –e, di conseguenza, il pensiero– di chi tenta di attraversare le frontiere sempre più militarizzate e respingenti che separano l’Europa dal sud del mondo. Come spiega l’attivista di origine camerunense Georges Kouagang nella sua prefazione, non si tratta semplicemente dell’esito di una ricerca di antropologia linguistica quanto di un «atto politico»: aver raccolto questo lessico «significa riconoscere che anche in condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il linguaggio per raccontarsi e orientarsi» (p. 11).

 

Pezzo ripreso da  https://www.nazioneindiana.com/2026/01/24/117653/

06 gennaio 2026

IL DIRITTO INTERNAZIONALE


 



Che fine hanno fatto, in Italia e in Europa, i custodi e tutori del  "diritto internazionale"?

27 dicembre 2025

IL PAPA CONTRO IL RIARMO E L' IPOCRISIA

 

Se Leone diserta il riarmo

26 Dicembre 2025

https://comune-info.net/se-leone-diserta-le-politiche-del-riarmo/


C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine e anno, e quelle rese note il giorno prima, il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 Gennaio. Contenuti che fanno emergere anche la differenza di intendere la pace che c’è nel mondo cattolico laico, del quale Mattarella, già Ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu, viene da sempre annoverato quale autorevole interprete laico e politico. “Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale – ha detto il presidente – in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali. La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace. E tuttavia, poche volte come ora, è necessario”.

Una versione aggiornata dell’antico Si vis pacem, para bellum“, che legittima pienamente la partecipazione dell’Italia con l’adesione incondizionata del governo italiano alla spesa per ReArm Europe 2030, il piano di difesa militare che ha l’obiettivo di investire fino a 800 miliardi di euro per rafforzare l’infrastruttura di difesa dei singoli Stati europei.

Ma le parole del presidente della Repubblica, sdoganano definitivamente anche tutte le attività di promozione di una cultura militare e poliziesca nelle scuole e università italiane, denunciate costantemente dall’”Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università”, attraverso corsi di educazione alla legalità, di contrasto al bullismo e alla violenza di genere, perfino di educazione ambientale; fatti con la presenza di militari, mezzi e cani antidroga dentro le aule scolastiche da figure in divisa senza alcuna qualifica pedagogica. Ma con il solo fine di creare il substrato culturale per il marketing dell’arruolamento dei giovani nelle Forze Armate dello Stato.

Le parole di Mattarella sono il via libera alla strategia politica del governo, e in particolare del ministro Crosetto, per la ripresa della leva militare. Quella obbligatoria in vigore fino al 2004, infatti non venne mai abolita dallo Stato, ma semplicemente sospesa dal 1 gennaio 2005 dalla legge n. 226, quando venne introdotto anche il servizio civile universale. L’Italia, sulla scia di Francia e Germania, torna e chiedere nuovi “figli per la Patria”. Lo fa anche qui con una strategia subdola ai fini della promozione, facendo circolare nelle scuole italiane un questionario in 32 domande, promosso dal Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza dal titolo “Guerra e conflitti”, in cui i quesiti sono molto espliciti, tipo: “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo con questa affermazione”.

Contemporaneamente nelle ultime settimane sono usciti da società demoscopiche spesso sconosciute, sondaggi in cui prevalgono maggioranze favorevoli alla reintroduzione della leva obbligatoria per i 18-26enni. Sondaggi molto furbi, su campioni di 800/1.000 persone, dei quali, pur essendo obbligatoria per legge, non viene pubblicata la nota metodologica, che descrive i criteri usati per effettuarli. E che, considerati gli istituti che li hanno redatti e i giornali che li hanno pubblicati, è più che lecito pensare che tutto questo faccia parte di una precisa strategia comunicativa del governo stesso, tesa a costruire nel Paese una nuova e precisa narrazione militaristica.

Su questa politica e strategia dello Stato italiano e del resto dei governi europei, arrivano come una “bomba” spirituale, etica e pragmatica, le parole di papa Leone XIV. Un messaggio potente e chiaro, che rimettono con nettezza sulla scena mondiale sui temi geopolitici la figura, finora da molti percepita come troppo defilata e differente rispetto a quella di papa Francesco, del pontefice statunitense. Un testo non a caso ignorato e offuscato dall’informazione mainstream, asservita alla politica e all’economia bellicistica, del riarmo, e della riconversione industriale da civile a militare. Parole che ricollocano molte leadership mondiali ed europee, fino a Mattarella, Meloni e Crosetto e parte del mondo cattolico.

Il Messaggio del papa è universale, rivolto a tutti: “Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace”. Per quanto riguarda specificatamente l’Italia, a 50 anni dalla pubblicazione de “L’Obbedienza non è più una virtù” di don Lorenzo Milani, nel testo c’è uno specifico riconoscimento alla nonviolenza: “Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali”. Papa Leone ricorda come nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per poi fare una “radiografia” all’ipocrisia della politica: “Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui (…) Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza”. Espressioni che rendono bene il fatto di come il papa sia estremamente attento, e a conoscenza, di come in maniera subdola le politica agisca con fini pedagogici per l’inoculazione tra le giovani generazioni di una cultura militaresca e bellicistica.

Le quali, anche se considerate lontane e refrattarie alla politica, almeno così come la intendono le generazioni mature, hanno idee molto chiare. A un primo parziale rilevamento del questionario farlocco del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il 68% dei giovani non si arruolerebbe in caso di guerra. Mentre il 5 dicembre, decine di migliaia di studenti tedeschi hanno scioperato rispetto alla reintroduzione della leva obbligatoria, approvata dal governo.

Nel messaggio di papa Leone infine, c’è anche un forte richiamo all’impegno non usare le religioni ai fini della promozione di una cultura bellicistica e delle politiche del riarmo: “È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio”. Usando un termine quasi preconciliare, si potrebbe prefigurare una “scomunica” degli attuali governanti delle post democrazie occidentali, compresa quella italiana.