30 agosto 2013

PER LIBERARE LA NOSTRA TERRA DALLA MAFIA...



     Ripropongo un documento "scomparso" dall' Archivio del Comune di Marineo che, oltre a poter  risultare utile agli storici municipali di domani, ci sembra ancora attuale. Il documento risale a 22 anni fa; il paese allora era dominato dal sistema di potere clientelare-mafioso che aveva il suo perno nella DC di LIMA.  La storia insegna che gli attori passano e, qualche volta, cambiano faccia; ma il sistema non muta e resiste al tempo con la sua faccia di muro.

     










LA MAFIA NON ESISTE...




Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: funito@.)
ALESSANDRO LEOGRANDE - UNA STRANA MAFIA
A Foggia non si parla mai di mafia. Non lo si fa mai, come se non esistesse, come se non avesse colpito una vastissima provincia, dal Gargano al Basso Tavoliere, con una lunga scia di sangue. Come se non si fosse fatta – anche qui, come in altre lande – sistema. A lanciare l’allarme è Domenico Seccia, ancora per poco procuratore di Lucera, paesone a Nord di Foggia. Ancora per poco, perché quello di Lucera (sinora competente su una porzione notevole della Puglia settentrionale) è uno dei tribunali che a metà settembre verrà soppresso. In epoca di spending review giudiziaria, non si va per il sottile: tuttavia Seccia è convito che ci sia uno strettissimo legame tra la soppressione, gli effetti nefasti che avrà e la lunga sottovalutazione della mafia garganica.
Domenico Seccia è un magistrato pacato, di quelli che non gridano o lanciano peana, ma continuano a riflettere anche davanti alle costanti intimidazioni e minacce di morte. Da tre anni è procuratore a Lucera, dopo essere stato per un decennio sostituto procuratore presso la Direzione distrettuale antimafia di Bari. Ascoltandolo ragionare, pare quasi un illuminista meridionale d’altri tempi che intorno a sé vede franare un intero mondo, mentre emerge tra le macerie una nuova, silente oligarchia. Più che il tremendismo di molti racconti di mafia, è la metafora del muro di gomma che aiuta a capire ciò che accade da queste parti.
Seccia ha scritto di recente un libro, a metà tra saggio e memoir, per la casa editrice La meridiana di Molfetta, La mafia sociale (con prefazione di Raffaele Cantone), che fa seguito a un altro libro scritto per lo stesso editore nel 2011, La mafia innominabile. Tema di entrambi i volumi è la mafia foggiana (quella del capoluogo, quella del Gargano, quella che ha conquistato la costa adriatica) e il silenzio che la circonda. Nel suo ultimo libro, il  procuratore scrive: “È impressionante il mutismo che regna in città su un tema decisivo come la mafia. Non se ne parla, perché la mafia è altrove. Eppure la mafia da tempo ci è entrata nelle ossa. Non è riconosciuta, non c’è informazione, ma è ormai parte di questa terra. Se sommiamo i tempi della mattanza, le guerre di mafia in città, sono quasi 34 anni che i foggiani assistono ad azioni mafiose.”
Seccia esorta a maneggiare con cura le parole. A lungo, ad esempio, si è adottato il termine ancestrale “faida” per spiegare la guerra tra due clan di Monte Sant’Angelo, sul Gargano: i Li Bergolis da una parte e i Primosa-Alfieri dall’altra. I due gruppi si sono sterminati per un trentennio con omicidi plateali, eseguiti anche in pieno giorno e nelle piazze del paese, e allo stesso tempo chirurgici, poiché in grado di risalire o di ridiscendere con precisione lungo gli alberi genealogici.
Eppure, dice il procuratore, non ci si è posti la domanda più semplice: perché si ammazzano? Il termine “faida” spiega davvero tutto, o rischia di essere una interpretazione tautologica che nasconde altro?
La posta in gioco che ha determinato quella lunga catena di omicidi non è solo l’onore da difendere in modo primitivo, ma il potere sul territorio. Quando ancora si parlava di faida pastorale, di arcadia criminale, i clan di Monte Sant’Angelo e San Nicandro Garganico erano già scesi a valle. Avevano già conquistato Vieste, Rodi, Peschici e i paesi più ricchi di una costa dedita al commercio e al turismo. Avevano giù conquistato Manfredonia e il suo porto.
Lo stesso vale per Foggia, il grande capoluogo della Puglia settentrionale. Ci sono clan che hanno prosperato sulla droga e sull’usura, strutturandosi sullo stesso modello delle ‘ndrine calabresi. Alla mafia dei vecchi boss come Rocco Moretti o Giosuè Rizzi (detto il “papa”) si è sostituita una mafia sempre più integrata nei gangli della società, in grado di farsi imprenditrice. Basta vedere come, in tempi di crisi, questa mafia “mutata” estenda il proprio controllo sulle imprese pulite. Presta soldi a usura alle aziende in difficoltà: poi alza ad arte gli interessi, le fa fallire per insolvenza e le rileva. I frequenti attentati contro gli imprenditori, le gambizzazioni eclatanti, sono solo la punta dell’iceberg di un sommovimento profondo nell’economia del territorio. Eppure non se ne parla a sufficienza. Anche in questo caso l’uso di parole sbagliate ha sminuito il fenomeno: ogni volta che si è parlato di “criminalità” o di “guerra tra bande”, anziché di mafia vera e propria, si è lasciato all’Antistato un ampio margine per prosperare.
In La mafia sociale, come già in La mafia innominabile, non ci sono solo analisi e riflessioni, ma anche storie e ritratti di una provincia generalmente lontana dai riflettori. Ci sono anche le voci fuori dal coro, spesso femminili, in un mondo che sovente usa il peggior maschilismo per cementare vecchi e nuovi poteri. Come quella di Francesca, giovane imprenditrice cui hanno ucciso la madre e incendiato l’azienda del padre alle pendici del Gargano: nonostante tutto ciò, ha avuto la forza di ricominciare “in un’altra parte di d’Italia”. O come la collaboratrice di giustizia Rosa Lidia Di Fiore, che ha avuto il coraggio di testimoniare contro gli uomini del suo clan.
Negli ultimi anni ci sono stati processi e sentenze, eppure – scrive Seccia – molta strada deve essere ancora fatta per descrivere il fenomeno mafioso, per cogliere le sue mutazioni, per comprendere le analogie e le differenze con i modelli siciliani o calabresi. C’è una sfida culturale, ancora una volta dal sapore sciasciano e illuministico, alle spalle dell’azione giudiziaria: “La mafia garganica è un potere presente e vicino, che non puoi sconfiggere, contrastare, sfuggire, batterlo, rovesciare o riformare… Questo è il potere di questa mafia, cui non va attribuita alcuna patina folcloristica, senza alcun alone di suburra, di mielosa analisi.”
Con la soppressione del tribunale di Lucera, Domenico Seccia lascerà la Puglia per raggiungere la procura di Fermo. Un enorme territorio di 7 mila chilometri quadrati rientrerà sotto la competenza del solo Tribunale di Foggia.

28 agosto 2013

SCHOLEM E LA STELLA DI DAVIDE




Amico di Walter Benjamin, fratello di uno dei massimi dirigenti del KPD poi assassinato dai nazisti, Gershom Scholem (1897-1982) ci ha lasciato un'interpretazione affascinante del pensiero ebraico, imperniandola su un asse linguistico-storico in cui i simboli hanno un ruolo centrale. Esce ora a trent'anni dalla morte un libriccino sulla “Stella di Davide” che può rappresentare una buona introduzione alle sue opere maggiori sulla mistica ebraica.

Susanna Nirenstein - Nascita di un simbolo così la stella a 6 punte diventò di Davide

L' associazione è immediata: la Stella di David, in ebraico il Magen David (Scudo di David), vuol dire "ebrei". Campeggia sulla bandiera d' Israele, sulle sinagoghe degli ultimi secoli, sui libri di preghiera, nelle comunità, al collo dei fedeli, l' abbiamo vista come marchio di vergogna e di condanna a morte durante il nazismo, e ancora oggi gli antisemiti la bruciano, la sfregiano. Ognuno, davvero ognuno, è convinto che racchiuda il mondo, il cuore di questo popolo, da sempre, anche se ha fatto la sua comparsa in altre culture. E invece no.

Un interessantissimo libretto appena uscito del grande filosofo israeliano Gershom Scholem (nato in Germania nel 1897, immigrato a Gerusalemme nel 1923) che allo studio del misticismo e al sionismo ha dedicato la vita, ci dice il contrario: al di là di quello che è diventato, perché è indubbio che oggi rappresenti Israele e l' ebraismo, e vedremo come ci è arrivato, l' esagramma, documenta Scholem, non è un simbolo ebraico, non esprime niente della carica spirituale dell' ebraismo, della sua eredità intuitiva, e nemmeno della sua storia: non parla affatto di un supposto sigillo di Salomone, come si è spesso detto, o delle guerre del regno di David, non rappresenta l' armonia della Creazione descritta nella Torah, né l' unione dei contrari e della loro neutralizzazione nell' unità, nel Dio unico, non richiama alcunché dell' ebraismo biblico o rabbinico. Anzi, è tutt' altro. Non è che un segno magico di protezione, una sorta di talismano diffuso in numerosi popoli, fenici, assiri, indiani, tra gli zoroastriani...e molto più tardi, come sappiamo, nelle chiese bizantine, e anche nelle moschee. In una delle sue prime comparse nel mondo ebraico, quella sulla sinagoga di Cafarnao nel II o III secolo, è un evidente ornamento, sottolinea Scholem, niente meno che messo accanto a una svastica! E così in molti altri luoghi, magari vicino a una stella a cinque punte.

Scholem non esita, la sua determinazione a demolire il mito appare all' inizio totale: fino alla metà dell' Ottocento, scrive, citando ogni traccia possibile da massimo esperto qual è, nessuno studioso o cabalista ha mai pensato di indagare il significato ebraico della Stella, nei libri sulla vita religiosa o in tutta la letteratura chassidica non se ne parla affatto. I suoi strali si rivolgono contro chiunque abbia cercato di procurare al Magen David un' illustre genealogia, come Moses Gaster o Max Grunwald. Non è vero che il grande Rabbi Akiva l' abbia usata nel secondo secolo come simbolo messianico nella guerra di liberazione di Bar Kokhba contro l' imperatore Adriano, e ancor meno vero è che l' emblema compaia nello Zohar (letteralmente, Splendore, uno dei testi fondamentali della Cabbala, XIII secolo), né negli scritti del grande cabbalista cinquecentesco Yitzhak Luria. Fantasie debordanti, le chiama Scholem, che rivendica come unico simbolo ebraico legittimo, apparso invece con costanza fin dall' emergere del popolo, la Menorah, il candelabroa sette braccia che Dio stesso ordinò a Mosè perché lo ponesse accanto all' Arca.

Ma allora com' è andata? Perché oggi la Stella di David significa ebraismo? Lo vedremo tra poco, ma prima cerchiamo di capire perché un sionista come Scholem mette tanta carica distruttiva verso quello che sta diventando il simbolo degli «ebrei che entrano nella storia», che si fanno Stato.

Scholem aveva scritto questo lungo articolo nel ' 48 (ora pubblicato dalla Giuntina, La stella di David, pagg. 134, euro 10, con un' approfondita introduzione di Saverio Campanini, che l' ha anche curato insieme a Elisabetta Zevi), per una rivista di nicchia all' indomani della discussione (durante cui probabilmente l' aveva concepito) che aveva posto il segno al centro della bandiera di Israele. Il fatto è che il filosofo e storico immaginava la rinascita di Israele dovesse essere in aperta discontinuità con le esperienze assimilazioniste e fallimentari della diaspora. E la scelta del Magen David lo deludeva, proprio perché si rifaceva a un segno non esclusivo, vuoto di significati, che gli ebrei diasporici avevano iniziato a usare a man bassa dall' Ottocento in poi, a suo parere, quasi scopiazzando la croce dei cristiani o la mezzaluna degli mussulmani.


Le tracce della Stella che Scholem aveva trovato in maniera crescente tra gli ebrei europei gli sembravano nate dal mondo trasversale della superstizione, e più tardi imposte dai governanti per distinguere i "giudei" dai fedeli in Cristo, come "confine", nel modo in cui sospetta sia accaduto nell' architettura sinagogale ottocentesca affidata spesso ai "gentili", o prima, a Praga e in Boemia quando, dal ' 400, divenne l' emblema di uno stendardo concesso alle comunità ebraiche, o ancora a Vienna, nel 1656, quando venne disegnata sulla pietra che segnava la divisione tra la parte ebraica e quella cristiana indicata con la croce. Tracce che si moltiplicano all' infinito nell' Ottocento, in un momento in cui, evidenzia Scholem, l' ebraismo aveva perso ogni forza religiosa.

A Scholem piaceva fare così, muoversi tra i cieli della trascendenza intessendoli con i parametri della Storia, in cerca degli elementi davvero vivificanti dell' ebraismo, come sempre certo che i fatti obbiettivi fossero il primo passo per giungere alla verità. Ed è per questo in realtà che nelle ultime pagine cambia del tutto tono e posizione, e dalla carica distruttiva dei primi capitoletti, eccolo accettare in toto la Stella, perché questa volta è proprio la Storia a fornirgliela: «Poi vennero i sionisti», scrive infatti, e sul primo numero del periodico del movimento, Die Welt, uscito il4 giugno 1897, pubblicato da Theodor Herzl, misero l' esagramma sulla testata, una scelta dovuta sia all' enorme diffusione del simbolo oramai e al fatto che non avesse un nesso esplicito con la religione e potesse indicare invece speranza di redenzione. Non solo. Più di quanto abbiano fatto i sionisti, continua Scholem, lo fecero la persecuzione e la Shoah quando hanno trasformato la Stella di David in un marchio di degradazione per milioni di persone.

«La stella gialla come segno di esclusione e di sterminio ha accompagnato gli ebrei nell' umiliazione, nell' orrore, nella battaglia e nella resistenza. Se esiste un suolo fertile di esperienza storica dal quale i simboli traggono il loro significato, questo lo è stato». È così, scrive Scholem recuperando in tutto e per tutto la scelta d' Israele, che il Magen David è diventato «un segno degno di illuminare il cammino verso la vita e la ricostruzione».


(Da: La Repubblica del 12 agosto 2013)

CONTRO TUTTE LE GUERRE


IL RACCONTO DELLA GRANDE GUERRA...



        Mentre dal Medio Oriente arricvano altri preoccupanti segnali di guerra, riprendiamo il racconto della "Grande Guerra" di Paolo Rumiz che conferma ampiamente la verità delle testimonianze di mio nonno Ciccio Arnone di cui ho parlato nei giorni scorsi.


PAOLO RUMIZ  -  E il Grappa diventò il Monte Sacro


BASSANO - Ancora freddo, pioggia, notte da coperte. Vento e neve sopra i 1800. Al mattino il Grappa è infarinato, lo vedo negli squarci di nebbia salendo per i tornanti della Strada Cadorna, percorsa da greggi e poco raccomandabili cani pastori. Sui pascoli di quota la neve portata dal vento esalta ogni minimo corrugamento, svela trincee altrimenti invisibili. Allo stesso modo, i cespugli di erica indicano i crateri delle granate, anche se il tempo li ha quasi interrati. Più che i buchi, il fiore viola delle brughiere ama la roccia frammentata. Da un secolo ha imparato a fare il nido nelle bombe. Non c'è bisogno di libri sul Grappa. La terra parla da sola.

La cima e l'ossario, come astronave nella nebbia. Non si vede nulla intorno. Niente che dica: questo è il bastione, il pilastro. "Ma nelle belle giornate - spiega il bravo Roberto Tessari pilotandomi senza Gps in un labirinto di mulattiere - puoi vedere tutto il fronte. Seicento chilometri di linea del fuoco dall'Hermada all'Adamello". In nessun altro punto hai una simile visione di sintesi. Specie d'inverno, l'affaccio sulla pianura è sconvolgente. Dopo Caporetto, fu quella vista a galvanizzare gli austriaci, ma anche a trasformare gli italiani, che per la prima volta sentirono nelle loro mani, con evidenza trigonometrica, i destini del Paese. Ecco perché la battaglia fu tremenda.

Si narra che gli austriaci dovettero ribattezzare i luoghi per non deprimere i soldati destinati a questo fronte con l'annuncio di luoghi malfamati. Posti come Salaroli, Val di Roa e monte Pertica furono cancellati dai dispacci. Il Monte Tomba divenne Monte Rosa. Gli italiani, invece, li esibivano come emblema e spauracchio. "Quassù si ingaggiò uno scontro cima per cima, fino all'ultimo giorno di guerra - racconta Tessari - uno scontro che talvolta ebbe le caratteristiche del derby". Fu quanto accadde sul Pertica, che gli Alpenjäger vollero riconquistare per un solo giorno pur avendo avuto già l'ordine di ritirata generale.

Poche settimane dopo lo sfondamento del novembre 1917, scrive Erwin Rommel, "i fucilieri da montagna ebbero di fronte nella zona del Grappa truppe italiane che si batterono benissimo e seppero, sotto ogni punto di vista, compiere il proprio dovere. Là non poterono essere conseguiti successi come quelli di Tolmino". Conferma il generale Kraft von Dellmensingen, capo di stato maggiore della 14. a Armata: "Così si arrestò, a breve distanza dal suo obiettivo, l'offensiva ricca di speranze e il Grappa divenne il Monte Sacro degli italiani, i quali, a buon diritto, possono andar fieri di averlo vittoriosamente difeso contro le migliori truppe austro-ungariche e i loro camerati tedeschi".

È strano come il valore del soldato d'Italia sia riconosciuto nei memoriali del nemico con più frequenza che nei rapporti dei suoi alti comandi. Mentre Cadorna accusava i suoi di disfattismo, il generale Svetozar Borojevic li difese dicendo che essi avevano ceduto semmai "perché avevano sentito venir meno il comando". Una bella immagine da Tappe di una disfatta di Fritz Weber riguarda un gruppo di fanti fatti prigionieri durante un assalto sul Carso al Monte Hermada, che è il Grappa degli austriaci, il loro bastione imprendibile. "Laceri, sanguinanti, sporchi di terra... piccoli di statura ma ben piantati... Gli ufficiali sono silenziosi, tristi, amareggiati... Guardano davanti a sé con un'espressione cupa. Lo spirito militare che li anima è identico al nostro. Non ho mai veduto un ufficiale italiano che sia venuto meno alla sua dignità. Erano e sono tutti avversari cavallereschi, valorosi, implacabili".

Squarcio nella nebbia, praterie di neve marcia, primule e soldanelle alpine in ritardo di due mesi sulla normale fioritura. Petali e fili spinati, rocce, fulmini ed esplosivi: un grumo inestricabile di storia e natura. Si diceva: la terra parla sul Grappa. E sul Grappa i fanti e gli alpini tennero duro perché era la terra che difendevano. Quando il battaglione Val Cismon, sfuggito alla cattura di Rommel in zona Longarone, passò per i pascoli di casa sua marciando a tappe forzate verso il Grappa, il comandante diede loro due ore di libertà per salutare le famiglie. Due ore dopo i ragazzi erano tutti pronti a ripartire. Non ne mancava nessuno.
Pioggia, vento. Terriccio talmente intriso di balistite che ne raccolgo una nera manata in dieci minuti, cercando nelle zolle umide. Avvicino un fiammifero e i frammenti bagnati prendono ancora fuoco, come se un secolo fosse ieri. Il Grappa è impregnato di guerra, ne è infettato come il corpo di un lebbroso. Sono questi i segni forti, assai più della pazzesca rete stradale militare che lo imbriglia, delle teleferiche, delle gallerie e degli acquedotti. Un anno fa un escursionista vide un elmetto sporgere dall'erba e, dissotterrandolo, tirò fuori anche la calotta cranica ancora agganciata al sottogola. Quassù i recuperanti si sparerebbero per un pezzo raro. Quelli di Vicenza e quelli di Treviso devono stare attenti a non sconfinare, o son botte da orbi.
Il fatto è che quassù la guerra non è finita, perché non si è ancora ben capito di chi è la montagna. Tessari mi racconta di una tempesta di simboli e di interessi in competizione per la supremazia sulla cima. Il Grappa è dei soldati che vi sono sepolti? È il luogo dei partigiani che quassù ebbero le loro tane? È il monte dello stato laico e della borghesia legata alla memoria del Risorgimento, di cui il rifugio Bassano è l'emblema? O è piuttosto il bastione dell'anticomunismo sovietico annidato nei bunker della Nato, il padre nobile della contestata doppia base americana di Vicenza? Oppure è l'altare del nazionalismo italiano dove i fascisti vollero piantare la statua della dea Roma?

Ricomincia a piovere, armate nere spremono lampi e cannonate sopra la Valsugana. Che cos'è questa montagna senza pace: la casa della Madonnina colpita dalle bombe e poi dichiarata "prima mutilata d'Italia"? O più banalmente il simbolo di un Veneto pievanesco e baciapile, la colonia estiva della diocesi più potente d'Italia? Certamente quassù vi è qualcosa che va molto oltre la Grande guerra.


Fonte: La Repubblica del 28 agosto 2013




LEOPARDI IN INGLESE





Nei mesi scorsi è stata portata a termine la prima integrale traduzione inglese dello Zibaldone di Giacomo Leopardi. L’opera è stata completata nel corso di sette anni da una squadra di traduttori professionisti inglesi e americani che hanno collaborato tra loro, in costante dialogo, diretti da Michael Caesar (University of Birmingham) e Franco D’Intino (Università di Roma La Sapienza), sotto gli auspici del Centro Nazionale di Studi Leopardiani (Cnsl) di Recanati, del Leopardi Centre di Birmingham e dell’Arts and Humanities Research Council.  
Di questa importante iniziativa editoriale vogliamo parlare oggi nel nostro blog riprendendo un articolo di Roberto Cornero, pubblicato su L’UNITA’ dello scorso 7 agosto:

Roberto Carnero – Do you speak Leopardi?

Pubblicata negli Stati Uniti e in Inghilterra la prima traduzione integrale in inglese de «Lo Zibaldone» di Giacomo Leopardi. Un'edizione ricca di apparati critici e filologici, a cura di Michael Caesar (uno dei più importanti italianisti di area anglosassone, docente all'Università di Birmingham) e Franco D'Intino (professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Roma «La Sapienza», nonché direttore del «Leopardi Centre» dell'Università di Birmingham). Il testo è stato appena pubblicato negli Stati Uniti dalla casa editrice Farrar Straus & Giroux e nei prossimi giorni sarà disponibile nel Regno Unito presso Penguin. L'opera è stata completata nel corso di sette anni («di studio matto e disperatissimo», direbbe il Nostro) da una squadra di traduttori professionisti inglesi e americani, che hanno collaborato tra loro, in costante dialogo. Di fatto, l'opera non è soltanto una traduzione, ma una vera e propria «edizione» in lingua inglese, che comprende, oltre ai minuziosi apparati già citati, note, indici e una lunga introduzione. Numerose le novità che vanno segnalate, anche per i lettori e gli studiosi italiani: la verifica del testo sulla base del manoscritto; la riconsiderazione e il ricollocamento secondo nuovi criteri di quelle parti del testo (aggiunte marginali) che sono tradizionalmente poste a pie' di pagina; il controllo di tutte le fonti condotto nella Biblioteca Leopardi di Recanati e in molte biblioteche italiane e straniere; l'individuazione di tutte le citazioni, contrassegnate per la prima volta da virgolette; lo scioglimento delle abbreviazioni di nomi, titoli e luoghi; la traduzione integrale di tutti i passi o parole in lingue diverse dall'italiano (greco, latino, francese, spagnolo, ebraico); un ricco commento che aggiorna, integra e talora corregge (con molte nuove indicazioni e precisazioni in aree fin qui trascurate) i commenti precedenti. Insomma, un lavoro che contribuirà a modificare in modo sostanziale il quadro storico, letterario e filosofico del XIX secolo e a introdurre pienamente Giacomo Leopardi nel «canone occidentale», aprendo nuove prospettive di ricerca sulla cultura moderna. Con l'entusiastico avallo di un grande critico come Harold Bloom, che ha scritto la quarta di copertina dell'edizione americana: Il grande Zibaldone, o Hodge-Podge, è finalmente disponibile ai lettori di lingua inglese. «Leopardi è il più grande poeta italiano dopo Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso. Il suo immenso commentario su tutta la letteratura occidentale e le sue riflessioni rivelano lo splendore e la potenza della sua mente, o, si potrebbe dire meglio, della sua coscienza, giacché la sua ampiezza trascende ciò che è stato tradizionalmente chiamato mente . Radicalmente innovative, le speculazioni e ruminazioni leopardiane mi sembrano andare ben al di là di quelle di ogni altro uomo di lettere europeo, da Goethe a Valéry». Ne parliamo con uno dei due curatori della straordinaria impresa, Franco D'Intino Professor D'Intino, è soddisfatto dell'esito del lavoro? «Nel complesso sì. Anche se un'opera così complessa un curatore vorrebbe tenersela nel cassetto all'infinito, per continuare a migliorarla. E spero ci saranno occasioni per farlo». Quali sono stati i principali problemi verificatisi in corso d'opera? «Il problema principale è la mole: qualunque semplice operazione di controllo (per esempio sulla coerenza del lessico, o di aspetti formali) può durare settimane o mesi. Un altro problema è stato coordinare un centinaio di collaboratori. Ma il lavoro collettivo è molto utile». Quanto è conosciuto Leopardi all'estero e in particolare nel mondo anglosassone? «Finora lo è stato poco. Le traduzioni sono scarse e inadeguate, le sue idee spesso difficili da digerire per la loro radicalità e verità. Spero che ora la musica possa cambiare». Quali aspetti di Leopardi questa nuova traduzione dello «Zibaldone» contribuirà a far conoscere? «Credo che la veste inglese farà leggere Leopardi in modo diverso. Nelle mie introduzioni e nelle note ho messo in luce la sua capacità di incrociare su molti temi i suoi contemporanei, ma anche pensatori radicali successivi come Nietzsche, Wittgenstein, Benjamin, di rispondere alle domande del nostro presente. Ho messo in luce la sua energia e la sua vitalità: l'ostacolo principale alla sua diffusione è ancora il cliché dell'erudito pessimista, debole e isolato dal mondo». Le sembra che in Italia si apprezzi e si valorizzi a sufficienza un autore come Leopardi? Che cosa si potrebbe fare di più? «No. Nelle scuole si legge poco e male, spesso secondo stereotipi critici poco fruttuosi e stimolanti. Si potrebbe cominciare a leggere «Lo Zibaldone» passo passo, o aprendolo a caso, come la Bibbia. Ognuno ci troverebbe qualcosa di illuminante e di molto personale».

LA MAFIA E' UNA MONTAGNA DI MERDA





La mafia è una montagna di merda

La mafia è chi tace. La mafia è chi si gira dall’altra parte. La mafia è chi abbassa la voce. La mafia è chi scende a patti col potere. La mafia è chi si vende. La mafia è chi compra chi si è venduto. La mafia è chi minaccia. La mafia è chi non denuncia la minaccia…

Da  http://achatnuarproduction.blogspot.it/2012/09/che-cose-la-mafia.html

27 agosto 2013

LE AVVENTURE IN AFRICA DI GIANNI CELATI





Dal sito   http://rebstein.wordpress.com/2013/08/25/fantasmi-africani/   riprendo questo bel pezzo:


LUIGI SASSO - Fantasmi africani

Avventure in Africa è un libro scritto da Gianni Celati e pubblicato nel 1998. Si compone di nove taccuini, nei quali l’autore ha annotato impressioni e riflessioni del suo viaggio, diari presentati «come li ho scritti per strada», si legge nella Notizia che li precede e che serve anche a introdurre i limiti temporali (il gennaio del 1997) e spaziali (dal Mali al Senegal alla Mauritania) del percorso. Celati era accompagnato da Jean Tolon. Scopo dell’iniziativa: la realizzazione di un documentario sui metodi di guarigione dei Dogon. Ma tutto si colloca già dall’inizio in una disposizione un po’ ironica e fiabesca, all’ombra di una citazione dall’Orlando Furioso, che ricorda il vagabondaggio di Astolfo in groppa all’ippogrifo dal mar dell’Atlante ai termini d’Egitto, da un capo all’altro del continente, insomma. Anche il paesaggio che, dai finestrini di un pullman o di qualche auto semiscassata, si rivela agli occhi dei due viaggiatori ha un’ apparenza un po’ stralunata, suggerisce una dimensione di smarrimento: «Ogni casetta o baracca con l’aria di anima persa nella savana, ognuna col suo lumicino da fiaba, tubo al neon di luce smorta o polverosa».
Sin dal suo arrivo a Bamako, nel cuore della notte, lo scrittore prova un senso di sconcerto, di sbandamento, sopraffatto dalla confusione, dall’impossibilità di comprendere la lingua, le usanze del posto, di ricordarsi i nomi delle persone incontrate, dei villaggi attraversati. Il rapporto tra il viaggiatore e i luoghi si delinea già dalla prima pagina del taccuino; sarà un itinerario alla scoperta di una realtà tale da mettere in discussione, da ridefinire il profilo del soggetto e dunque i termini e il senso della scrittura. Ma non dobbiamo correre, è meglio scegliere un ritmo più lento, non cercare subito una meta, un bersaglio. Intanto: che volto ha la realtà africana conosciuta da Celati? Partiamo da qui.


Gianni Celati, Avventure in Africa Una nuvola di polvere, uno schermo di vetro
Ci sono due immagini che ricorrono nelle pagine dei taccuini con una certa insistenza e sembrano accompagnare tutto lo svolgimento del viaggio. Sono due immagini molto diverse e si capisce anche perché. La prima ci mostra una nuvola di polvere, che tutto sembra avvolgere in un magma indistinto. Può cambiare il paesaggio, l’ora del giorno o la situazione, ma la polvere non smette di volteggiare, di coprire tutte le cose. Le strade, innanzitutto: «La gente si siede sui gradini, nell’aria piena di polvere». Questa sembra la fisionomia più tipica di Bamako: «Tutto per le strade va a flussi discontinui, labile indaffaramento, incontri frequenti, continue deviazioni di percorso. Movimenti affaccendati ma divaganti, nello spazio fitto di corpi umani e colori vivaci e merci ammonticchiate. Niente isolato nella sua aria, tutto avvolto dalla stessa nuvola di polvere e di odori».
Ma anche spostandosi a Ségou l’atmosfera non cambia: «Intorno strade di polvere rossa, luce abbagliante». L’immagine della polvere è importante perché è il simbolo della situazione di confusione che, almeno agli occhi di un europeo, sembra contraddistinguere tutta la realtà. Un mondo dove la distanza tra il dentro e il fuori, il sopra e il sotto, le merci e la spazzatura (a volte addirittura l’unica nota caratteristica del paesaggio: «Adesso passiamo per una valle completamente coperta di sacchi di spazzatura»), viene meno, dove coordinate troppo precise, e soprattutto tarate su parametri occidentali, non servono più per comprendere ciò che circonda il viaggiatore: «Verso le sette, sfilata di ammassi di spazzatura ai bordi della strada per due o tre chilometri. Polvere dappertutto, strade sottosopra, sfilza di catapecchie e fango dove accendevano il fuoco». La polvere, anche quando si trasforma in fanghiglia, rappresenta l’emblema di una realtà magmatica e inestricabile, dove l’ordine e la logica europei appaiono molto lontani: «…e il terreno è un vasto deposito di argilla dove tutto s’impasta nel fango oggi bagnaticcio, pezzi di carta, bottiglie di plastica, un sandalo rotto, mucchietti di roba gialla, resti carbonizzati, frammenti di polistirolo». E alla fine il caos si trasforma in immobilità: «…nella nube di polvere le macchine e le biciclette s’ingrovigliano, non si riesce a passare».
Su un piano per certi aspetti opposto si colloca l’altra immagine spesso ricorrente nel testo: uno schermo di vetro. Esso separa l’occhio, o forse l’intero corpo, del turista da quanto gli sta di fronte, come se alla fine fosse impossibile venire davvero in contatto con uomini, animali, cose del mondo africano. «Ognuno di noi – Celati si riferisce ai turisti – si muove in due metri cubi di vuoto spinto, fuori dalla sostanza dei commerci quotidiani, destinato a guardare tutto come da dietro un vetro». Questa distanza è un limite, certo, ma è anche lo spazio necessario per promuovere una sequenza di riflessioni che riguardano innanzitutto proprio la condizione del viaggiatore. Egli appare come un fantasma che ciondola stranito, ma anche come un nuovo colonizzatore, una «vacca da mungere», ma nello stesso tempo un individuo la cui testa funziona a sbalzi, capace di trovare tutto meraviglioso o tutto malefico. Celati registra diversi casi di turismo africano, con personaggi che sembrano incapaci di abbandonare il ruolo, la maschera della loro vita di tutti i giorni (la moglie petulante, il marito depresso e sospiroso, l’uomo in cerca di sempre nuove esperienze sessuali), che nel nuovo contesto risultano ancora più ridicoli e insensati. Ma soprattutto lo spazio della riflessione consente di fare un po’ di luce sul significato del viaggio: la lastra di vetro non porta solo a guardare con distacco critico, ma consente di essere visti, di aprirsi allo sguardo di un altro. Allora si ha l’impressione di sfiorare il senso della vita: «In momenti del genere uno intravvede cosa avrebbe potuto essere, quali belle figure avrebbe potuto fare nella vita, se non gli fosse toccato d’essere quello che è. Per un attimo barbaglia un lucore felice, esposto al benevolo sguardo d’un altro essere umano…», o se non altro quello del viaggio: «Sentivo il sapore della vita d’ogni giorno, che non va da nessuna parte, e sta sospesa come una nuvola su un burrone. Per questo i viaggi ti ubriacano subito, si diventa assuefatti all’eccitazione degli spostamenti, allora sembra che la vita debba andare da qualche parte».


Gianni Celati, Avventure in Africa «Il tuo spirito riesco a vederlo bene, amico»
Ma anche con i limiti che si sono segnalati – la nuvola di polvere, lo schermo di vetro – il mondo africano presenta situazioni, immagini, personaggi che si stagliano nitidi allo sguardo. Ogni viaggio, infatti, è fatto soprattutto di incontri, di contatti con essere umani che si fissano nella memoria e sulla pagina per il loro volto, la loro andatura, il loro modo di essere. Celati è attratto innanzitutto dalle figure che presentano qualcosa di incongruo, di dissonante, che restituiscono un’immagine dell’Africa certo al di fuori dell’orizzonte d’attesa. A Mopti, per esempio, nella piazza del mercato «passa uno che sembra esatto Gesù Cristo, però molto dimagrito negli ultimi tempi»; a Bandiagara «andando all’ufficio postale incontriamo il marabout, che è esattamente come un parroco da noi. Indaffarato sul motorino distribuisce parole consolanti in fretta (“Courage…”), poi parte via come i nostri preti». E’ come se l’Africa, da queste prime annotazioni, apparisse popolata da personaggi non moto dissimili da quelli che si potrebbero incontrare in una città europea, Situazione che a volte produce esiti un po’ comici: «…e compaiono strani personaggi della brousse (come quel tipo di ieri con vestito di cuoio, bandoliera a tracolla, capelli lunghi, occhi da matto, che sembrava Robinson Crusoe)». E c’è spazio, tra un tuareg con i rayban e una donna che prepara la birra di miglio vestita elegante come se andasse a una festa, per le avances, formulate con voce maliarda, della «principessa nera», per i suoi movimenti imprevedibili tra i corridoi dell’hotel di Bamako, per la sua capacità di volatilizzarsi, di rendersi pressoché invisibile lasciando dietro di sé solo la scia del suo profumo: «Ieri sera ho ispezionato le prostitute del bar, lei non c’era».
Il discostarsi della realtà da quella attesa e immaginata fino a mostrarsi in alcuni casi stonata e spiacevole, si coglie forse nella maniera più evidente nell’incontro con un griot, un rappresentante degli uomini-memoria, i depositari e i narratori del sapere locale. Annota Celati: «E finalmente ho fatto la conoscenza col primo griot della mia vita, dopo aver tanto sentito parlare di questi africani cantori di genealogie». Ma l’incontro è molto deludente, il griot risulta antipatico a Celati «per le sue prediche vocianti», scambia lui e Jean per degli antropologi, deride e insulta ripetutamente i bianchi adoperando come lingua il francese per far comprendere bene le sue osservazioni sarcastiche. Quello che avrebbe dovuto essere uno degli incontri più suggestivi si rovescia in un confronto sgradevole e destinato a non lasciare significative tracce nella memoria dell’autore.
Ma ovviamente i personaggi incontrati non sono certo tutti riconducibili agli aspetti appena individuati. Vi sono quelli che colpiscono il narratore per l’eleganza, per il severo fascino dei loro gesti, anche quelli più semplici del lavoro quotidiano. «…e poi là su un piccolo rilievo due donne giovani che battono il fonio dentro il mortaio con lunghi bastoni. Mi chiedo perché sono andate a batterlo proprio in quel punto, tra nubi di sabbia rossa, per preparare il pranzo al marito. Belle ragazze giovani, hanno l’arco della schiena che va molto in dentro sopra le reni, per cui il cosiddetto sedere viene in fuori come un ricciolo. Prima di avvistare il Niger mi sono annotato le donne che vendevano limoni (sembrano limoni ma sono aranci), la loro austera bellezza»; ci sono personaggi indimenticabili per il ritmo imperturbabile, quasi una danza, della loro andatura: «Boubacar – la guida che consente a Celati e a Jean di entrare in contatto con la cultura dogon – calcola precisamente quanto ci si mette da un punto all’altro, anche se non ha l’orologio. Il suo orologio è il passo regolare, quel suo passo come un metronomo, mai un’accelerazione o un movimento brusco, uno spettacolo che mi prende ancora più del paesaggio. Stamattina gli ho detto che mi impressionava il suo modo di camminare, e lui ha risposto con distacco: “Ah, è la mia arte”».
Altri personaggi catturano l’attenzione per l’incantesimo che sono in grado di creare grazie alle loro doti di affabulatori: «Stasera Amadou ci ha fatto uno spettacolo eccezionale, recitando storie da teatro africano, casi di adulterio e di vendetta magica, donne sedotte, cacciatori della savana, mariti vendicatori, questione di parentele, omicidi terribili. Non ci abbiamo capito niente, ma lui è un vero attore». Riservato in pubblico, di una loquacità fantasiosa e debordante in privato, Amadou porta Celati a concludere: «Persona stupefacente, di umanità multipla, ribaltabile, io lo ascolterei sempre questo incantatore». Incarna, Amadou, quel gusto della narrazione orale, quella dote di affabulazione verbale che per Celati ha sempre rappresentato uno dei lati più affascinanti della comunicazione letteraria.
A guardare questi fenomeni nel loro complesso, se ne deduce che il modo di comportarsi dei neri africani lascia trasparire una diversa concezione del tempo e della vita. Ciò risulta evidente da un semplice confronto con i bianchi: i primi appaiono spesso ciondolanti, almeno in apparenza senza una direzione precisa, quasi incapaci di muoversi per vie rettilinee, ma in grado di lanciare sguardi laterali con penetrante rapidità; i secondi al contrario rigidi, sempre intenti a voler padroneggiare tutto, e alla fine goffi e inadeguati.
Se queste sono le impressioni e le riflessioni che il viaggiatore ricava dall’incontro con la popolazione, viene da chiedersi quale impressione egli possa suscitare in chi lo osserva o ha modo di parlare con lui, al di fuori delle facili categorie in cui un turista, come si è già visto, è incasellabile. Interessante è quanto accade quasi alla fine del viaggio, in un villaggio di pescatori sulle rive del Senegal, dove, almeno per un attimo, si fa chiaro che sotto la luce africana persino l’aspetto immateriale può diventare visibile. E’ l’incontro con un signore anziano, un po’ strabico, che sostiene di averlo già visto, non a St. Louis, come ipotizza il narratore, ma proprio nel villaggio, cinque anni prima: «Allora ho voluto sapere se per caso ha visto il mio spirito fuori di me, non si sa mai, perché lo spirito viaggia. Lui: “Ton esprit je le vois bien, mon ami”». Poi l’uomo strabico ha ripreso il suo cammino, lungo lo stradone.


Gianni Celati, Avventure in Africa Dall’«ammasso informe» allo spazio sacro
I quartieri, spesso caotici e affollati, oppure inspiegabilmente deserti e silenziosi («nessuno in giro a quell’ora del giorno, neanche una macchina in circolazione, come un miracolo domenicale»), le vie delle città o dei villaggi, che spesso diventano il luogo in cui esercitare in tutta tranquillità l’arte della conversazione («in due stradine laterali c’erano assembramenti di sedie con persone sedute che parlavano amabilmente in mezzo alla via, in un grande sfoggio di sete e d’abiti colorati»), gli edifici, come la case de palabre o la case de passage, non di rado fatti di fango o di paglia, costituiscono la scenografia, gli spazi entro i quali si svolge la maggior parte della vita delle città e dei villaggi africani. Spesso non presentano – i quartieri, le strade, le case – niente di sorprendente o di esotico, anzi colpiscono per la loro asettica monotonia. Bamako, per esempio, è un «enorme villaggio tagliato da strade a scacchiera, invaso da sabbia rossa che il vento del deserto sparge dovunque, con un centro amministrativo dove ci sono tutti gli uffici statali e intorno quartieri fatiscenti, di qua e di là dal Niger»: una fisionomia anonima che ricorda i quartieri della periferia della Mosca sovietica.
Non è difficile racimolare impressioni analoghe. Dell’Hotel Debo, Celati sottolinea la somiglianza con una pensione della riviera adriatica; il Centro di Medicina Tradizionale nella savana, dove da anni antropologi e psichiatri europei vanno a studiare i metodi dei guaritori dogon, è paragonato a un ufficio delle imposte o tutt’al più a una USL; gli stabilimenti agricoli coloniali di Boukouto suggeriscono un’analogia con Codigoro; tutto ricorda qualcosa di già visto, di usuale. Nemmeno i granai dogon, vere e proprie piramidi di mota, impressionanti nella semiluce, riescono a cancellare il grigiore dell’ambiente («Ma così poco esotico questo posto, un’austerità così completa che viene voglia di stare immobili come i granai», tant’è vero che «visto da fuori, dal declivio, questo villaggio sembra un ammasso informe…»). L’Africa si rivela, insomma, un deposito degli scarti della civiltà occidentale, dove ogni oggetto sembra di seconda, di terza mano, ogni architettura la maldestra imitazione di una forma europea.
E tuttavia basta poco perché lo spazio acquisti una forza magnetica, la capacità di sedurre, di far presagire un’altra, una nuova dimensione. Il dettaglio apparentemente più banale ha il potere di fissarsi con prepotenza nella memoria, di scuotere l’immaginazione: «Poi un campo di calcio senza erba, ma con le righe regolamentari di asfalto, così vuoto e silenzioso che ci siamo incantati a guardarlo». I colori («la luce nei cortili, le ombre nei negozietti, il rosso della pubblicità della Marlboro, la facciata del palazzo del governo con la creta che al mattino schiarisce fino a diventare quasi rosa»), i copricapo indossati abitualmente da uomini e donne, i suoni, i versi degli animali («Così ascoltando viene notte, e quando si spengono le voci si sente l’abbaiare dei cani che si rispondono e uggiolano e fanno lunghi ululati , da una parte all’altra della savana») sono elementi capaci di determinare la fisionomia di un luogo, di far dimenticare tutto il resto, di fare per un momento desiderare di cambiare vita: «E se mi fermassi ad abitare a Bandiagara?».
E la stessa capacità di far lavorare la fantasia, come direbbe Céline, hanno le insegne lungo le strade di Mopti, «città bella, antica, da avventure di Ariosto e altre»; oppure, proprio per la sua intensità enigmatica, l’immagine còlta, verrebbe da dire fotografata, quasi casualmente a Dakar, in attesa della partenza della corriera per St. Louis: «Sulla porta del casottino di fronte, una scritta dice ICI COIFFEUR, ma dietro la porta non c’è niente, il casottino finisce lì».
Questa dimensione ambigua, a volte inquietante, si accentua nel contatto diretto con la natura. I termitai sono opere di architettura fantastica, paragonabili addirittura alle cattedrali di Monet, una dorsale di roccia «sembra la pelle rugosa d’un elefante», i Baobab assomigliano ad animali, o forse a spiriti famelici, che seguono il movimento dei due viaggiatori nella savana: «Lungo tragitto nel buio, ore e ore, con la mezza luna che brilla, i fuochi presso le capanne lungo la strada, e il senso di navigare alla cieca in una brughiera, che si è accentuato quando dopo San non c’erano più villaggi, solo baobab spettrali alla luce dei fari», quasi che il viaggio fosse l’attraversamento di un sogno.
Ma il segreto del paesaggio africano non va cercato soltanto in ciò che allo sguardo occidentale può apparire straordinariamente, e facilmente, suggestivo ed emozionante. E’ un’altra idea di rapporto con lo spazio, con i luoghi, che si respira in Africa. L’aspetto più banale, più insignificante può rivelare qualcosa di sacro, ciò che non mostra alcunché di “poetico” e di struggente può nascondere in sé la forza inesauribile di un segreto: «Siamo passati davanti a un giardino di cipolle, Jean ha tirato fuori la macchina fotografica, e subito si è levato dalla roccia un uomo a gridare. Non l’avevamo visto perché era disteso, ma il suo divieto di fotografare un posto qualsiasi mi fa pensare. Infatti per noi quello era un posto qualsiasi, all’inizio d’un valloncello come tanti altri». Ma l’uomo protestava proprio perché niente in Africa è “qualsiasi” («una pietra, un albero, un pezzo di terra può essere sacro anche senza mostrare nessuna differenza con altri)». C’è un mistero, un che di indecifrabile, in ogni cosa.

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Il saggio di Luigi Sasso è pubblicato integralmente
in Quaderni delle Officine, XXXII, Agosto 2013.
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RIPENSARE BUDDHA










FRANCESCO PULLIA SU FERRUCCIO MASINI


A venticinque anni dalla prematura scomparsa di Ferruccio Masini (1928–1988), straordinaria figura di intellettuale versatile e fuori dagli schemi, non si può che constatarne e denunciarne, con amarezza, il vergognoso oblio. Non se ne parla, non si fa tesoro del suo preziosissimo e inestimabile lascito culturale. E dire che proprio grazie al suo instancabile lavoro si deve la conoscenza approfondita in Italia di autori come Walter Benjamin, Ernst Jünger, Gottfried Benn, Hermann Hesse, Karl Jaspers, Franz Kafka, Hoffmann, Novalis, Friedrich Richter (Jean Paul), Heinrich von Kleist e naturalmente Friedrich Nietzsche.
Filosofo, insigne germanista, traduttore sensibile e ineguagliabile, regista teatrale, poeta, artista (firmava i suoi quadri con lo pseudonimo di Salins), Masini non può essere ingabbiato in spazi codificati, avendo sempre preferito ai facili e comodi ormeggi l’ostinata navigazione in mare aperto e la sfida ai venti più avversi.
Lucido indagatore del dissolvimento della soggettività, dello sgretolamento delle illusorie e fittizie pareti dell’io, nell’ultimo periodo della sua vita aveva ravvisato nel buddhismo, in particolare nello zen, un riscontro della sua riflessione. Nel 1982 aveva pubblicato con Guida “Il suono di una sola mano (da un celeberrimo koan, n.d.r.). Lemmi critici e metacritici” e due mesi prima di congedarsi dal passaggio terreno (l’8 luglio 1988) aveva dato alle stampe, con le Edizioni dello Zibaldone, “Pensare il Buddha”, bellissima raccolta di “dialoghi alla maniera zen” attribuiti, per finzione letteraria, al maestro Jōshū (778-897), da lui considerato come esemplare esponente di un “pensiero non pensante (hi-shiryo) che penetra fin dentro il midollo del reale”.

In questa prospettiva, scriveva Masini, va inquadrata la ricerca di “una conoscenza (prajnā) il cui oggetto si dissolve continuamente proprio perché non riguarda l’atto di un pensiero che pensa qualcosa, ma quel non-oggetto, quella impossibilità di oggetto che si chiama “vuoto” (sunyatā)”.
A distanza di tanto tempo “Pensare il Buddha” vede nuovamente luce in questi giorni nella bella collana “Etcetera” di Castelvecchi dedita a sottrarre dal dimenticatoio testi di rara intensità. In questi aneddoti sfolgoranti è racchiusa, sotto forma di riflessione sapienziale, la tensione antisoggettivista che ha permeato l’intero pensiero dell’autore, la sua indagine perseguita per vie eccentriche, eccedenti angusti margini e delimitati confini. Leggendoli vengono in mente alcuni versi taoisti che erano particolarmente cari ad Hermann Hesse: “Nulla si rovescia nel suo contrario/ se prima non si è raggiunto l’estremo”. Ed ecco, appunto, il decentramento e la sparizione dell’io, l’estinzione delle sue pretese, l’evidenza di un’impostura su cui per secoli si è retta la metafisica occidentale, lo spingere il filo della riflessione verso un punto, in cui al tempo stesso convergono parola e silenzio, “che trema sul ciglio dell’essere”. “Se”, nota Masini-Jōshū, “quello che vedi è un ragno, è perché pensi che il mondo sia una tela”. Il ragno è dato dalla tela, e viceversa. Entrambi, però, sono sospesi nel vuoto in cui è immersa l’esistenza, un vuoto “di per sé incolmabile”.
È la nube”, chiedono a Jōshū, “a inseguire il vento o il vento a inseguire la nube? Se s’inseguono tra loro, com’è possibile che giungano ad incontrarsi?”. E il maestro risponde: “S’incontrano nell’ultima profondità della notte, dove la nube non è più nube e il vento non è più vento”. E, ancora, alla domanda se “il disumano” non sia altro che una deformazione, una degradazione, un’alterazione profonda dell’uomo, Jōshū controbatte che, al contrario, il disumano ne è una sua accentuazione. Questi koan testimoniano come e quanto Masini si sia spinto in là, molto al di là del pensiero usuale, inficiando con grande anticipo la retorica in cui vorrebbero imbrigliarlo (e imbrogliarlo) la corrente, oggi in voga, del cosiddetto “neorealismo” filosofico. In realtà, ci venga perdonato il gioco di parole, non c’è altra realtà che quella in cui naufraga la miserabile cupidigia dei concetti.
Devo imparare a non lasciarmi ingannare dalle distinzioni. Ma come potrò sapere che cosa sono, se non potrò distinguermi da tutto ciò che io non sono?” disse qualcuno.
Devi cominciare proprio dal non distinguerti” rispose Jōshū.
Quando Ferruccio Masini abbandonò questo mondo, Sergio Givone, che gli fu molto amico, rievocandone gli ultimi istanti, rese noto in un articolo che, proprio poco prima di spirare, l’autore fiorentino avesse chiesto una penna e un foglio per tracciare, allo stremo delle forze, segni indecifrabili. Non ci è dato sapere se quelle linee fossero venute di proposito così. Ci piace, però, immaginare che proprio con la loro “forma deformata” contenessero un’indicazione, un invito: andare al cuore delle cose, dove la visione si annuncia superando se stessa.


(Tratto da Segnavia del 17 luglio 2013)