31 ottobre 2016

JASMIN EFTE, Viva la libertà!


I suoi occhi,
senza nessun rimpianto,
ci guardano dall’angolo della cornice.
Neri come i suoi capelli,
passano attraverso una notte buia
e andando verso il sole
urlano nel cuore dell’alba:
“Viva la libertà!”
Jasmin 
da 
"Alba Persiana"

NIZAR QABBANI, Amarti è problema grande





Ringrazio particolarmente Nadine Abdia a cui devo la scoperta di questa splendida poesia:

Io sono solo un uomo, tu sei una tribù di donne

Amarti è problema grande,
problema di corpi,
problema di lingua,
problema di cultura.
Il mio braccio è corto
mentre i tuoi rami sono carichi di frutti.
Le mie ali sono spezzate
e i tuoi cieli sono colmi di passeri.
Le mie parole sono limitate
e il tuo corpo è una accademia reale
che colleziona poesia
e inventa lingue.
Con te non ci sono vie di mezzo,
né opinioni a metà
o emozioni dimezzate.
Ogni cosa con te
è un terremoto o non c'è.
Ogni giorno con te
è una insurrezione o non c'è.
Ogni bacio sulla tua bocca
è un inferno o non c'è.
Così sono io
da quando professo l'amore,
da quando professo la scrittura.
Ogni poesia che esce dalle mie dita
è calda come il pane.
Ogni donna sulla quale metto le mani
ha il grembo gravido di
cinquanta lune.
Con te
il clima moderato non esiste
o la lunga tregua,
né alcun equilibrio.
L'equilibrio con una donna come te,
impastata con le proprie mandorle,
con il proprio miele,
con il latte della sua femminilità,
con la musica dei suoi pettini e anelli
è un lusso culturale di cui non sono capace,
un cedimento ridicolo
del nitrito della mia virilità!
Con te
l'amore non ha uno scenario unico,
né il sesso ha un unico modo,
né i maschi hanno un unico odore.
Ma guerre inutili senza alcun che vinca,
dove i braccialetti si rompono sui braccialetti,
gli orecchini sugli orecchini,
i pettini sui pettini
e le mie poesie
in cima al tuo seno coperto di neve.
Con te
non esiste una linea retta,
né una retta via.
Sei opera astratta, misteriosa,
dove il rosso mescolato all'azzurro,
all'arancione
e la poesia con la prosa,
e l'ordine con il caos,
la civiltà con la barbarie,
l'esistenzialismo con il sufismo.
Con te
l'uomo nasce per caso
e per caso muore!
In quale modo potrei
mettere fine alla guerra
con un terremoto
o un diluvio
o con le fiamme di una giungla africana?
Come potrei fare la pace con un'ape
che si prepara a succhiarmi il sangue?
Come potrei
intendermi con il tuo corpo
quando conosce soltanto la sua lingua?
Come potrei vincere la battaglia?
Io sono un solo uomo,
tu, una tribù di donne.


Nizar Qabbani, poeta arabo siriano

Traduzione, Saleh Zaghloul

30 ottobre 2016

PASOLINI NEL RICORDO DI ALBERTO MORAVIA





     Si avvicina l'anniversario del giorno (2 novembre 1975) in cui Pier Paolo Pasolini è stato brutalmente tolto dalla circolazione perchè dava troppo fastidio, soprattutto, a chi comandava in Italia. Ci piace ricordarlo con le parole di un suo grande amico:
 
 Alberto Moravia
Ma che cosa aveva in mente?


novembre 1975

Chi era, che cercava Pasolini? In principio c’è stata, perché non ammetterlo?, l’omosessualità, intesa però nella stessa maniera dell’eterosessualità: come rapporto con il reale, come filo di Arianna nel labirinto della vita. Pensiamo un momento solo alla fondamentale importanza che ha sempre avuto nella cultura occidentale l’amore; come dall’amore siano venute le grandi costruzioni dello spirito, i grandi sistemi conoscitivi; e vedremo che l’omosessualità ha avuto nella vita di Pasolini lo stesso ruolo che ha avuto l’eterosessualità in quella di tante vite non meno intense e creative della sua.
Accanto all’amore, in principio, c’era anche la povertà. Pasolini era emigrato a Roma dal Nord, si guadagnava la vita insegnando nelle scuole medie della periferia. È in quel tempo che si situa la sua grande scoperta: quella del sottoproletariato, come società rivoluzionaria, analoga alle società protocristiane, ossia portatrice di un inconscio messaggio di ascetica umiltà da contrapporre alla società borghese edonista e superba.
Questa scoperta corregge il comunismo, fino allora probabilmente ortodosso di Pasolini; gli dà il suo carattere definitivo. Non sarà, dunque, il suo, un comunismo di rivolta, e neppure illuministico; e ancor meno scientifico; né insomma veramente marxista. Sarà un comunismo populista, “romantico”, cioè animato da una pietà patria arcaica, un comunismo quasi mistico, radicato nella tradizione e proiettato nell’utopia. È superfluo dire che un comunismo simile era fondamentalmente sentimentale (do qui alla parola “sentimentale” un senso esistenziale, creaturale e irrazionale). Perché sentimentale? Per scelta, in fondo, culturale e critica; in quanto ogni posizione sentimentale consente contraddizioni che l’uso della ragione esclude. Ora Pasolini aveva scoperto molto presto che la ragione non serve ma va servita. E che soltanto le contraddizioni permettono l’affermazione della personalità. Ragionare è anonimo; contraddirsi, personale.
Le cose stavano a questo punto quando Pasolini scrisse Le ceneri di Gramsci, La religione del nostro tempo, Ragazzi di vita, Una vita violenta e esordì nel cinema con Accattone. In quel periodo, che si può comprendere tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, Pasolini riuscì a fare per la prima volta nella storia della letteratura italiana qualche cosa di assolutamente nuovo: una poesia civile di sinistra.
La poesia civile era sempre stata a destra in Italia, almeno dall’inizio dell’Ottocento a oggi, cioè da Foscolo, passando per Carducci su su fino a D’Annunzio. I poeti italiani del secolo scorso avevano sempre inteso la poesia civile in senso repressivo, trionfalistico ed eloquente. Pasolini riuscì a compiere un’operazione nuova e oltremodo difficile: il connubio della moderna poesia decadente con l’utopia socialista. Forse una simile operazione era riuscita in passato soltanto a Rimbaud, poeta della rivoluzione e tuttavia, in eguale misura, poeta del decadentismo. Ma Rimbaud era stato assistito da tutta una tradizione giacobina e illuministica. La poesia civile di Pasolini nasce invece miracolosamente in una letteratura da tempo ancorata su posizioni conservatrici, in una società provinciale e retriva.

Questa poesia civile, raffinata, manieristica ed estetizzante che fa ricordare Rimbaud e si ispirava a Machado e ai simbolisti russi, era tuttavia legata all’utopia di una rivoluzione sociale e spirituale che sarebbe venuta dal basso, dal sottoproletariato, quasi come una ripetizione di quella rivoluzione che si era verificata duemila anni or sono con le folle degli schiavi e dei reietti che avevano abbracciato il cristianesimo. Pasolini supponeva che le disperate e umili borgate avrebbero coesistito a lungo, vergini e intatte, con i cosiddetti quartieri alti, fino a quando non fosse giunto il momento maturo per la distruzione di questi e la palingenesi generale: pensiero, in fondo, non tanto lontano dalla profezia di Marx secondo il quale alla fine non ci sarebbero stati che un pugno di espropriatori e una moltitudine di espropriati che li avrebbero travolti. Sarebbe ingiusto dire che Pasolini aveva bisogno, per la sua letteratura, che la cosa pubblica restasse in questa condizione; più corretto è affermare che la sua visione del mondo poggiava sull’esistenza di un sottoproletariato urbano rimasto fedele, appunto, per umiltà profonda e inconsapevole al retaggio di un’antica cultura contadina.
Ma a questo punto è sopravvenuto quello che, in maniera curiosamente derisoria, gli italiani chiamano il “boom” , cioè si è verificata ad un tratto l’esplosione del consumismo. E cos’è successo col “boom” in Italia, e per contraccolpo nella ideologia di Pasolini? È successo che gli umili, i sottoproletari di Accattone e di Una vita violenta, quegli umili che nel Vangelo secondo Matteo Pasolini aveva accostato ai cristiani delle origini, invece di creare i presupposti di una rivoluzione apportatrice di totale palingenesi, cessavano di essere umili, nel duplice senso di psicologicamente modesti e di socialmente inferiori, per diventare un’altra cosa. Essi continuavano naturalmente ad essere miserabili, ma sostituivano la scala di valori contadina con quella consumistica. Cioè, diventavano, a livello ideologico, dei borghesi.
Questa scoperta della borghesizzazione dei sottoproletari è stata per Pasolini un vero e proprio trauma politico, culturale e ideologico. Se i sottoproletari delle borgate, i ragazzi che attraverso il loro amore disinteressato gli avevano dato la chiave per comprendere il mondo moderno, diventavano ideologicamente dei borghesi prim’ancora di esserlo davvero materialmente, allora tutto crollava, a cominciare dal suo comunismo populista e cristiano. I sottoproletari del Quarticciolo erano, oppure aspiravano, il che faceva lo stesso, ad essere dei borghesi; allora erano o aspiravano a diventare borghesi anche i sovietici che pure avevano fatto la rivoluzione nel 1917, anche i cinesi che avevano lottato per più di un secolo contro l’imperialismo, anche i popoli del Terzo mondo che una volta si erano configurati come la grande riserva rivoluzionaria del mondo.

Non è esagerato dire che il comunismo irrazionale di Pasolini non si è più risollevato dopo questa scoperta. Pasolini è rimasto, questo sì, fedele all’utopia, ma intendendola come qualche cosa che non aveva più alcun riscontro nella realtà e che di conseguenza era una specie di sogno da vagheggiare e da contemplare ma non più da realizzare e tanto meno da difendere e imporre come progetto alternativo e inevitabile.
Da quel momento Pasolini non avrebbe più parlato a nome dei sottoproletari contro i borghesi, ma a nome di se stesso contro l’imborghesimento generale. Lui solo contro tutti. Di qui l’inclinazione a privilegiare la vita pubblica, purtroppo borghese, rispetto alla vita interiore, legata all’esperienza dell’umiltà. Nonché una certa ricerca dello scandalo non già a livello del costume ma a quello della ragione. Pasolini non voleva scandalizzare la borghesia, troppo consumistica ormai per non consumare anche lo scandalo. Lo scandalo era diretto contro gli intellettuali, che, loro sì, non potevano fare a meno di credere ancora nella ragione. Di qui pure un continuo intervento nella discussione pubblica, basato su una sottile e brillante ammissione, difesa e affermazione delle proprie contraddizioni.
Ancora una volta Pasolini si teneva alla propria esistenzialità, alla propria creaturalità. Solo che un tempo l’aveva fatto per sostenere l’utopia del sottoproletariato salvatore del mondo; e oggi lo faceva per criticare la società consumista e l’edonismo di massa. Aveva scoperto che il consumismo era penetrato ormai ben dentro l’amata civiltà contadina. Ciononostante, questa scoperta non l’aveva allontanato dai luoghi e dai personaggi che un tempo, grazie ad una straordinaria esplosione poetica, l’avevano così potentemente aiutato a crearsi la propria visione del mondo. Affermava in pubblico che la gioventù era immersa in un ambiente criminaloide di massa; ma in privato, a quanto pare, si illudeva pur sempre che ci potessero essere delle eccezioni a questa regola.
La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nei suoi romanzi e nei suoi film, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile.
 
Articolo riproposto da “L’Espresso”, il 9 novembre 2015.

Fonte: http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/pasolini-un-ricordo-di-moravia-del-novembre-1975/


I. BUTTITTA, Non ti stancare mai di strappare spine



Non ti stancare mai di strappare spine, di seminare all'acqua e al vento.
La storia non miete a giugno né vendemmia a ottobre.
Ha una sola stagione: il tempo.


Ignazio Buttitta

29 ottobre 2016

JULIO CORTAZAR, Cerco la tua somma



Cerco la tua somma, il bordo del bicchiere
in cui il vino si fa luna e specchio.
Cerco quella linea che fa tremare un uomo
nella sala di un museo.
E poi ti voglio bene, da tempo e fa freddo.


Julio Cortazar

ANTONELLA CARULLI, Piove cemento







Antonella Carulli riesce a trasformare in poesia persino la cronaca nera dei nostri giorni:

Piove cemento
asfalto dal cielo
piove morte
spavento
Sono giorni
grigi di polvere
di terra che manca
sicura e ferma.
E tu, come il tempo
passi e non torni
mai indietro.


Antonella Carulli




A MARINEO SI CONFRONTANO LE RAGIONI DEL SI E DEL NO



       Come potete vedere ci sono tutte le condizioni perchè il confronto si svolga, nel rispetto di tutte le posizioni, in modo argomentato e  non propagandistico.  fv

28 ottobre 2016

I DANNI PRODOTTI DAL NEOLIBERISMO NELL'ULTIMO FILM DI KEN LOACH





      Ieri sera a Palermo ho potuto finalmente vedere I, Daniel Blake , l'ultimo film di Ken Loach, Palma d'oro all'ultimo Festival del Cinema di Cannes. Un film duro che ti sbatte in faccia le contraddizioni sociali create dall'economia neoliberista nel mondo odierno. 
       Ripropongo di seguito la recensione che ne ha fatto un giovane critico cinematografico subito dopo averlo visto in anteprima a Cannes:
KEN LOACH TORNA ALLE VETTE PIU’ ALTE DEL SUO CINEMA
Pierpaolo Festa
Ken Loach prende bene la mira e colpisce forte. Il suo bersaglio? Naturalmente il governo britannico, ancora una volta vero cattivo nel suo nuovo film. Con I, Daniel Blake il cinema di Loach torna a raggiungere le sue vette più alte, giocando sul passaggio da dramma a horror sociale, ovvero una storia che terrorizza per quanto possa essere vera. Una vicenda ambientata direttamente nell'inferno creato dalle istituzioni. Un posto in cui non ci sono fiamme né gabbie di ferro incandescente, solo pareti fatte di scartoffie da riempire: quei moduli con cui fare domanda per ricevere il sussidio statale. Possono essere di carta o documenti digitali, ma la garanzia è che nel momento in cui l'onesto protagonista del film decide di compilarli si ritroverà su un percorso di dolore e sofferenza da cui non si torna indietro.   
Daniel Blake racconta la parabola discendente di un onesto cittadino britannico, carpentiere che perde il suo lavoro e viene piano piano spogliato di tutta la sua dignità, intrappolato all'interno della grande ragnatela velenosa del sistema sanitario britannico che non gli riconosce il sussidio di invalidità dopo che è stato colpito da un infarto. Venticinque anni dopo Riff Raff quegli stessi operai sono andati avanti senza mai smettere di incassare i colpi della vita. Colpi verso i quali hanno reagito sviluppando i giusti "anticorpi". Ma non c'è difesa che tiene davanti ai colpi dello Stato. Questo ci dimostra Loach che mira al nostro cuore - e in un paio di scene affonda fino a provocare le lacrime -  e allo stesso tempo accende il fuoco della nostra collera. 
La commozione viene liberata quando il regista nel raccontare il mondo dei nuovi poveri fa luce su solidarietà e comprensione tra esseri umani. L'ira è invece prodotta da una dose costante di frustrazione somministrata dalle autorità e dai suoi funzionari ai protagonisti del film. 

Si esce a pezzi da I, Daniel Blake certi di una cosa, che il cinema britannico quando realizzato al massimo delle sue potenzialità, in primis nella recitazione, si conferma il numero uno oltre ogni dubbio.
Pierpaolo Festa, Cannes 13 maggio 2016

Per concludere mi piace riprendere le parole dello stesso regista Ken Loach che, subito dopo aver ricevuto la meritatissima “palma d’oro” 2016 a Cannes, la scorsa primavera,  ha rilasciato questa dichiarazione:
 
Dobbiamo combattere per un nuovo modello economico, perché quello liberista non darà mai una vita dignitosa a tutti.(..). Il centro sinistra non esiste. Puoi essere a favore del mercato e della deregulation e allora sei a destra, oppure essere favorevoli ad un'economia pianificata e alla proprietà comune e allora sei a sinistra. Bisognerebbe dire a certi politici che quando uno sta al centro della strada di solito viene investito.(...). La rabbia è un requisito indispensabile per cambiare. Rabbia non nel senso personale del termine, bensì razionale. Rifiuto ragionato di accettare l’inaccettabile.”

LUTERO RIVALUTATO



L'anno prossimo ricorreranno cinquecento anni dalle Tesi di Wittemberg, data di inizio della Riforma protestante. Iniziano ad apparire pubblicazioni, anche in campo cattolico, che tentano una riconsiderazione ecumenica dello scisma.

Marco Rizzi

Un profeta armato di Bibbia e coscienza


Il 1517 non è solo l’anno in cui vengono affisse le 95 tesi sulle porte della chiesa del castello di Wittenberg, ma anche quello in cui il loro autore si firma per la prima volta Martin Eleutherius, «Libero» in greco, semplificato poi in Martin Luther, con cui l’iniziatore della Riforma è passato alla storia.

Martin Luder — questo era il cognome di famiglia — era nato il 10 novembre 1483 a Eisleben, in Turingia, primogenito del piccolo imprenditore agricolo e minerario Hans e di Margarethe Lindemann, figlia di un esponente della borghesia. Dato che la prassi di successione prevedeva che i beni di famiglia passassero indivisi al figlio minore, il padre di Martin aveva pensato di garantirgli un futuro, e al tempo stesso di completare l’ascesa sociale della famiglia, indirizzandolo allo studio del diritto. In questo modo, il giovane Martin avrebbe potuto guadagnarsi un posto nella nascente burocrazia dei principi di Sassonia che governavano la città di Mansfeld, dove la famiglia si era trasferita poco dopo la sua nascita.

Nel 1501 Martin si immatricola alla facoltà delle Arti, propedeutica a quella di Giurisprudenza, dell’Università di Erfurt, piccola ma in rapida ascesa. Ottenuto il titolo di magister artium , proprio mentre iniziava gli studi di diritto, la vita del giovane studente subì una svolta repentina. Durante un viaggio, il 2 luglio 1505 fu sorpreso da una violenta tempesta; temendo per la propria vita, invocò la protezione di Sant’Anna, allora assai venerata in Germania, promettendo di farsi monaco in cambio della salvezza. Dopo 15 giorni, Martin entrò nel convento degli agostiniani di Erfurt. Il padre ne fu sconcertato. Ripercorrendo l’episodio più tardi, dopo aver lasciato il convento ed essersi sposato, Martin riconoscerà le buone ragioni del genitore, ma affermerà che la sua scelta rientrava nel disegno provvidenziale, perché gli fosse concesso di toccare con mano i limiti della vita religiosa che di lì a poco avrebbe contribuito a rivoluzionare.

Al di là dell’episodio, appare chiaro che la scelta del giovane studente indica una insoddisfazione di fondo per il futuro che lo attendeva, in cui si riflettevano inquietudini più generali che percorrevano l’intero mondo cristiano dell’epoca, che avevano dato origine a movimenti di riforma e di rinnovamento della vita religiosa, spesso sfociati nell’eresia. Era inevitabile che queste tensioni restassero vive nel giovane, passato allo studio della teologia nell’Università di Wittenberg, dove nel 1512 divenne docente.

Nel frattempo, un pellegrinaggio (a piedi) a Roma gli aveva fatto constatare i limiti e le contraddizioni del papato rinascimentale, impegnato nelle vicende della politica europea e nella trasformazione urbanistica della città, più che nella sua funzione di guida spirituale della cristianità — o almeno così appariva agli occhi dell’inquieto agostiniano.

Decisivo è il corso sulla lettera di San Paolo ai Romani che il giovane docente tenne a partire dal 1515; grazie alle pagine dell’apostolo, diviene consapevole che l’uomo non può salvarsi in forza dell’osservanza delle pratiche religiose prescritte dalla Chiesa, ma solo per la gratuita azione di Dio e per l’incondizionata fede in Cristo. Inevitabile, quindi, la sua opposizione, che si esprime nelle 95 tesi, alla campagna di predicazione delle indulgenze avviata in Germania nel 1517.

Pensate come un invito alla discussione accademica, secondo una prassi comune all’epoca, le tesi ottennero una risonanza del tutto inattesa, che portò l’anno successivo alla prima di una lunga serie di dispute pubbliche con altri teologi, e a una convocazione a Roma cui Lutero — ormai così si firmava — non ottemperò, potendo contare sulla protezione del principe elettore Federico di Sassonia.

Tra il 1517 e il 1521, quando viene infine scomunicato, Lutero consolida le sue acquisizioni teologiche e l’intima consapevolezza che sul soglio papale si è insediato l’Anticristo, lo strumento umano del diavolo per condurre a perdizione l’umanità. È la fine delle sue speranze di poter rinnovare dall’interno la Chiesa.

La rottura definitiva si consuma alla Dieta imperiale di Worms, la riunione di tutti i principi tedeschi, alla presenza dell’imperatore Carlo V, eletto due anni prima. «A meno che io non sia convinto con la Scrittura e con chiari ragionamenti (poiché non accetto l’autorità di Papi e Concili che si sono contraddetti l’un l’altro), la mia coscienza è vincolata alla Parola di Dio. Non posso e non voglio ritrattare nulla perché non è giusto né salutare andare contro coscienza. Qui sto saldo. Non posso fare altrimenti. Iddio mi aiuti», dichiara Lutero. Bibbia e coscienza individuale sono gli strumenti a disposizione di ogni cristiano per accedere alla salvezza: la Chiesa non può più pretendere un ruolo che le prevarichi.

Sulla via del ritorno, Federico di Sassonia inscena un finto rapimento per sottrarre Lutero alle conseguenze dell’editto di condanna che Carlo V emana da Worms. Ritiratosi nel castello di Wartburg sotto falso nome, in poco più di un anno Lutero traduce l’intera Bibbia in tedesco, un’impresa che travalica la dimensione religiosa e crea di fatto la lingua tedesca moderna. Da questo momento, le sue vicende personali passano in secondo piano rispetto al divampare dei movimenti di Riforma in Germania, Svizzera, Francia, Nord Europa.

Egli vi partecipò attivamente fino alla morte avvenuta nel 1546, grazie a una monumentale attività di scrittura e di predicazione; ben presto, però, altri divennero i leader politici ed ecclesiastici di primo piano del mondo che dal 1529 in poi sarà detto «protestante», con cui spesso Lutero si trovò a polemizzare. Le stesse Chiese luterane devono la loro sistemazione definitiva, in termini teologici e organizzativi, a Melantone, fedele collaboratore di Lutero fin dagli anni dell’insegnamento universitario.

Il ruolo decisivo di Lutero nella storia si è dunque consumato in un breve volgere di anni, a partire da quel 1517 di cui sta per celebrarsi l’anniversario. Da allora a oggi, l’immagine di Lutero è profondamente mutata. Nei secoli delle guerre di religione e delle lotte confessionali, prevaleva l’iniziatore della Riforma, l’oppositore dell’autoritarismo papale, il creatore e difensore dell’identità tedesca — o al contrario, l’eretico, il ribelle, il distruttore dell’unità del mondo cristiano.

Tra Otto e Novecento, poi, si è venuta affermando l’idea di Lutero e della Riforma quali fattori d’avvio del mondo moderno, soprattutto grazie a Max Weber e al suo scritto L’etica protestante e lo spirito del capitalismo . In realtà la storiografia più recente, esemplificata al meglio dall’imponente biografia di Heinz Schilling, ora tradotta in italiano da Claudiana, ne rivaluta il più genuino profilo di spirito autenticamente religioso, uomo inquieto sospeso tra Medioevo e Rinascimento, ma autentico cristiano affidatosi alla Parola e alla Grazia di Dio. Lo riconosce in un breve ma denso saggio, edito da Queriniana, anche il cardinale Kasper, a lungo responsabile vaticano per il dialogo ecumenico, assai vicino al vescovo di Roma che si accinge a celebrare a Lund, il 31 ottobre, l’anniversario con i fratelli luterani.


Il Corriere della sera/La Lettura – 16 ottobre 2016

FRANCESCA AMATO, Chiovi cielu





Chiovi, chiovi cielu e chiangi assieme a mia,
cummogghia ‘a terra di lacrimi e poesia,
canta, canta oggi, ca stu silenziu è troppu forti,
pu ‘n cori friddu e tintu propriu comu ‘a morti.


Chiovi, chiovi cielu e tenimi forti li manu,
portaccilli li me lacrimi a cu è luntanu,
vagnaci la vucca e ‘a facci comu na carizza,
ma nun ci diri ca fu iu, ca sinno ci paru pazza…


Francesca Amato

LE VISIONI DI ILDEGARDA DI BINGEN



Le vivide «Visioni» della monaca tedesca dell'XI secolo, un ricco palinsesto di animali, edifici, citazioni e allusioni bibliche e apocalittiche.


Gianfranco Ravasi

Ildegarda di Bingen (1098–1179)
Badessa tra i leopardi

Non esitava a tessere un rapporto epistolare amichevole, lei monaca benedettina, con Federico Barbarossa, nonostante la Chiesa detestasse l’imperatore. Ma non temeva di attaccarlo quando egli aveva sostenuto l’elezione di due antipapi contro il legittimo Alessandro III, il senese Rolando Bandinelli. Stiamo parlando della “Sibilla renana”, come fu definita Ildegarda di Bingen, monaca benedettina, nata in Assia nel 1098, donna di straordinaria genialità, paradossalmente alimentata anche da una sorta di emicrania permanente che la rendeva un’ardita visionaria, badessa dal polso fermo e fin autoritario, viaggiatrice e predicatrice sorprendentemente autonoma in un mondo maschilista.

Eppure, mentre era ancora in vita, nel 1147 (morirà nel 1179), nientemeno che un papa, il pisano Eugenio III, leggerà durante il sinodo di Treviri brani del suo capolavoro, Scivias. È proprio quest’opera, articolata in tre libri di visioni e rivelazioni, a costituire il pannello centrale del trittico di scritti ildegardiani – gli altri sono il Libro dei meriti della vita e il Libro delle opere divine – che ora vengono tradotti dal latino e didatticamente proposti e rielaborati da Anna Maria Sciacca.

La studiosa accompagna il lettore attraverso il necessario apparato introduttorio ed ermeneutico perché chi legge queste pagine è come se si affacciasse su un abisso di luce, dove si ergono palazzi quadrangolari, si ramificano numerologie da decrittare, si agitano leopardi, leoni, lupi, orsi, cervi, agnelli e strisciano serpi e granchi, si procede lungo tappe cosmiche. Ma soprattutto si aprono orizzonti mistico-teologici disegnati su un palinsesto di citazioni o allusioni apocalittiche bibliche. Confessa, infatti, Ildegarda: «Per volontà divina il mio spirito nella visione sale fino alle stelle, in alto sopra le differenti regioni, in luoghi lontani da dove resta il mio corpo».

Parole che descrivono il significato etimologico dell’“estasi” per cui il carnale si trasfigura in spirituale. Basti soltanto ascoltare questa invocazione incastonata nella X visione di Scivias: «Signore, dammi per tua forza il dono del fuoco, che in me estingua la passione della perversità, per bere con giusti sospiri all’acqua della fonte viva, che mi faccia godere della vita eterna, io che sono cenere e polvere, che guarda più alle opere delle tenebre che a quelle della luce».

Il testo scritto o dettato rivela questo intreccio dinamico che potrebbe essere espresso con un bellissimo e curioso aggettivo usato da Ildegarda, symphonialis: è la “sinfonia”, l’armonia che sa incrociare il mondo e la persona, la materialità e l’anima, il finito e l’assoluto, il transito dalla turbida nubis, la nebulosa torbida del peccato, allo splendore cristallino dello spirito puro ove echeggia la voce divina rivelatrice.

In questa linea l’abbadessa era riuscita nelle sue varie opere a spaziare senza imbarazzo anche nell’orizzonte della botanica trasformandosi in una sorta di erborista; conseguentemente non aveva esitato ad applicarsi alla farmacopea vegetale approdando alla medicina, tant’è vero che una delle sue opere s’intitola Liber subtilitatum diversarum creaturarum, bipartito in un trattato di Physica e in un De causis et curis; era affascinata dalla poesia, dalla musica e persino da forme teatrali e si era consacrata pure all’esegesi di testi cristiani classici come la Regola di s. Benedetto e il Simbolo di fede di s. Atanasio. Ma, spezzate le reti pur fulgide della sua razionalità, si slanciava verso i cieli dell’intuizione e della contemplazione pura.

È appunto questo il caso delle sue visioni, un arcobaleno mistico che proprio in Scivias – titolo enigmatico, probabile anagramma del latino Scito vias Domini, “conosci le vie del Signore” – si dispiega in tutte le sue iridescenze cromatico-tematiche.

Non per nulla il codice archetipo della tradizione manoscritta di quest’opera – conservato a Wiesbaden nella Hessische Landesbibliothek fino al 1945, quando fu distrutto da un incendio (per fortuna esisteva una fotoriproduzione) – è costellato da 35 miniature che cercano di cristallizzare in scene pittoriche l’incandescenza visionaria dell’autrice, dimostrando, così, quella “sinfonialità” tra visibile e invisibile, tra esperienza terrena e ascesi trascendente.

Non siamo, perciò, in presenza della pura e semplice attestazione di una vicenda spirituale personale ma di una parabola apocalittica che cerca di rispondere ai quesiti radicali sul senso dell’essere e dell’esistere umano ma che si affaccia anche sul divino. Infatti l’itinerario simbolico dell’opera s’incrocia col mistero cristiano: dalla Trinità all’incarnazione di Cristo, dalla Chiesa, corpo di Cristo, alla Gerusalemme celeste, dall’eucaristia alle Scritture, dalle virtù all’escatologia.

Proprio per questo, da un lato, è necessario lasciarsi conquistare, trasportare e persino cullare dalle immagini, ma d’altro lato, bisogna trapassarle e allertare l’intelligenza per seguire la filigrana teologica sottesa che la stessa Ildegarda si premura di esplicitare. Ecco un esempio dedicato al tema trinitario: «La luce senza origine, cui nulla manca, è il Padre. La forma d’uomo di color zaffiro, senza macchia d’imperfezione, invidia e iniquità, indica il Figlio ... Tutta questa luce, ardente di un fuoco dolcissimo, privo di ogni forma di arida e tenebrosa mortalità, rappresenta lo Spirito Santo, grazie al quale l’Unigenito di Dio fu concepito secondo la carne ... Lo Spirito infonde nel mondo la luce del vero splendore».

Ci siamo soffermati sull’opera più nota, Scivias, ma di Ildegarda in questo volume sono raccolti altri due testi. Innanzitutto il Libro dei meriti della vita che mette in scena il conflitto tra i vizi che irretiscono e conquistano la creatura umana, e le virtù che vi si oppongono. Lo sguardo della santa – canonizzata nel 2012 da papa Benedetto XVI che l’ha proclamata anche Dottore della Chiesa– si proietta sull’oltrevita, puntando soprattutto sul purgatorio, l’unico stato aperto alla descrizione, essendo temporale e quindi transitorio e narrabile, mentre inferno e paradiso, essendo sotto il regime dell’eterno, sono solo pensabili ma non rappresentabili. Anche per la catarsi purgatoriale è, comunque, la visione il canone descrittivo, come accade pure per la sequenza malefica dei vizi affidati a ben 35 visioni.

Il trittico offerto da Anna Maria Sciacca si conclude col Libro delle opere divine, anch’esso affidato all’approccio visionario e destinato a illustrare l’azione divina a partire dall’incipit della creazione fino all’explicit dell’escatologia. Un’imponente architettura cosmica regge queste pagine (si leggano i passi descrittivi dei venti la cui rosa è, però, simboleggiata attraverso un pittoresco bestiario), un atlante che ha il suo asse centrale nel Creatore.

Dalla lettura della trilogia ildegardiana si esce ammirati e frastornati al tempo stesso, ed è curioso tentare – come è stato fatto e lo si ripete ora in questo volume – una comparazione sinottica con la Divina Commedia ove i contatti, però, più che essere diretti sono da ricondurre alle matrici e alle fonti comuni a cui l’abbadessa e Dante attingevano per i loro differenti percorsi intellettuali, poetici e spirituali.


Il Sole 24Ore – 4 settembre 2016

M. RECALCATI, Sogni di vita animale


Diversi psicotici, in un delirio di trasformazioni, immaginano di diventare un gatto o una belva feroce È una forma di riscatto da prescrizioni mortificanti, realizzata aspirando a un’esistenza priva dei sensi di colpa, di inadeguatezza e di vergogna visti come specifici della dimensione patetica di un essere umano.

Massimo Recalcati

Per sentirci liberi sogniamo una vita animale

L’antropocentrismo dell’Occidente ha situato l’animale come un essere vivente inferiore a disposizione dell’uomo. Oggi questa superiorità di una specie (quella umana) su di un’altra (quella animale) viene denominata “specismo”. Nello stesso termine “animale” si accomunano, non a caso, esseri viventi assai diversi tra loro — un gambero non è un cane; un gatto non è un rinoceronte — accomunati dal solo statuto di inferiorità rispetto alla specie umana. La vita dell’animale resta un tabù inaccessibile per quella umana: mentre la vita animale è vita piena, regolata dalla forza infallibile dell’istinto, quella umana appare come una vita ferita, limitata dalle leggi della Cultura, separata irreversibilmente dalla Natura.

Diversamente da quello che l’ideologia “specista” ritiene, la vita umana è afflitta da una menomazione più che da un primato. La vita animale è vita senza vergogna, disinibita, priva di Legge e di senso di colpa. Quella umana è invece vita vincolata, sottomessa, assoggettata alle regole sociali, alienata nel linguaggio, dominata dal senso di colpa e dalla vergogna. Per liberarsi da queste costrizioni inevitabili che la Civiltà impone, perversi e psicotici — in modo diversi — hanno immaginato un ritorno regressivo alla vita animale come forma di vita non ancora corrotta dalla Legge. La vita animale incarna l’ideale di una vita senza costrizioni e pienamente libera.
Un mio paziente psicotico, per esempio, in un delirio di trasformazione, sentiva di essere un puma. Talvolta anche in seduta rifiutava di sedersi per muoversi a quattro zampe emettendo versi gutturali.La sua vita era stata dominata da un padre pedagogo, chiaramente sadico, che gli aveva imposto diete ferree e esercizi ginnici e cognitivi di ogni specie, obbligandolo a fare il bagno indossando le mutande. La mortificazione impostagli dalla follia educativa del padre viene riscattata attraverso il delirio di incarnare la vita di un animale che rifiuta ogni forma di limite.

È anche il caso di Dennis Avner, meglio noto come l’uomo-gatto, suicidatosi recentemente all’età di 54 anni. Il suo corpo era tatuato da capo a piedi. Si era sottoposto a innumerevoli interventi chirurgici per farsi impiantare artigli, baffi e denti. Lenti a contatto verdi e infiltrazioni di cortisone nel volto dovevano rendere la sua immagine più simile a quella di un gatto o di una tigre. Diventò un personaggio disperato, ma molto apprezzato dai media americani (sic!).

Il gatto, la tigre, il puma sono incarnazioni di una vita che si vorrebbe svincolata dal senso di colpa, dai sentimenti di vergogna e di inadeguatezza che costituiscono la dimensione umanamente patetica della nostra vita. L’animale sembra assomigliare a una sorta di Dio che non necessita di nulla se non della pienezza di una vita che obbedisce alla sola legge dell’istinto. L’animale esprime la forza di una vita piena di vita, mentre la nostra vita è sempre mancante di vita.
La posizione di Freud è complessa. Per un verso egli si oppone alla tradizione antropocentrica che da Aristotele, passando da Cartesio, giunge sino ad Hegel e ad Heidegger e che, in modi differenti, ha considerato l’animale come una vita priva di anima o di mondo, come un puro ingranaggio istintuale. Freud intende abbattere la frontiera ideologica dello specismo restando invece fedele alla lezione di Darwin: la vita umana non ha origini celesti ma scaturisce da una evoluzione della vita animale. Questa tesi spodesta ogni pretesa narcisistica di stabilire una differenza sostanziale tra vita umana e vita animale.

Nondimeno è lo stesso Freud che, pur ricordandoci il fondo animale della vita umana, definisce il processo di umanizzazione della vita come effetto di una violenza simbolica imposta dal programma della Civiltà. L’azione della Legge genera infatti il trauma del peccato e della colpa che non esistono nel mondo animale. In questo egli si ricollega alla tradizione del pensiero dialettico, da Hegel a Kojève: l’umanizzazione della vita suppone il sacrificio simbolico dell’animale.

Diversamente da quello che l’uomo-puma o l’uomo-gatto perseguono nel loro delirio, alla vita umana è preclusa l’infallibilità dell’istinto. L’uomo è un animale ferito, malato di linguaggio, esiliato dalla natura, morente. Solo gli uomini godono nel torturare o nel torturarsi. Solo gli uomini possono porre il Male come una meta pulsionale. Nel mondo animale non esiste né sadismo, né masochismo.

Ma è proprio perché la vita umana ha perduto l’immediatezza in cui vive la vita animale che può interrogare il mistero della vita. Un’altra profonda differenza tra il mondo animale e quello umano è che nell’animale né la vita né la morte possono assumere la dimensione del mistero.

L’animale, come un Dio ineffabile, non manca di nulla, coincide con la propria vita, è, diceva Leopardi, nell’assoluto presente della vita e della morte. Diversamente l’uomo abita l’apertura del mondo interrogandone il senso. Il suo essere non coincide mai con se stesso. Prega, scrive, genera arte, filosofia e scienza, guerra e distruzione perché non può venire a capo di quel mistero che invece per l’animale non esige alcuna ricerca.

Non è un caso che il punto di massima prossimità tra l’uomo e l’animale sia legato alla sofferenza. L’animale sofferente che si rivela inerme e malato è più umano dell’animale che si mostra nella sua assoluta presenza. Assomiglia alla nostra mancanza, la ricorda come fondo comune che nessuna prepotenza antropocentrica può cancellare.


La Repubblica – 23 ottobre 2016





26 ottobre 2016

F. SABATINI, Il greco, il latino e il pensiero complesso


Nel dibattito, ancora in corso, sulle ragioni degli studi classici interviene un grande linguista e filologo:

Francesco Sabatini



Il greco, il latino e il pensiero complesso


Caro direttore, siamo all’appello, al voto popolare, per difendere le versioni di latino e di greco nell’esame di maturità. È comunque una sconfitta: in cinquant’anni, almeno, di dibattiti culturali, politici, accademici, non si è trovato il modo di ripensare il profilo degli studi classici, per tener conto dei profondi cambiamenti che andava subendo tutto il quadro dell’istruzione, sotto la spinta di tre fattori: la pressione della massa sull’istruzione superiore; l’ampliamento dell’orizzonte culturale richiesto dal mondo globalizzato; l’avanzamento di tutte le scienze che sono alla base delle discipline scolastiche. Tre fattori incontestabili che richiedevano speciale attenzione perché non colpissero malamente il settore di questi studi. L’allarme contro questo rischio era stato già lanciato (per iniziativa del sottoscritto) dalle Accademie della Crusca e dei Lincei nel 1990.

A rincalzo dell’appello odierno, il sociologo Luca Ricolfi ha denunciato apertamente l’intenzione, tipica del populismo di molti politici e di molte famiglie, di ridurre il livello di difficoltà (produttiva) degli studi. Sottoscrivo anche questa denuncia, ma ribadisco che occorre anche rivedere seriamente obiettivi, contenuti e metodi di questi studi. Non in chiave di semplificazione, ma del loro adeguamento allo scopo di colmare le distanze tra un sapere molto lontano nel tempo e la sua utilizzazione nel presente.

Credo anch’io, da linguista e filologo, che una buona traduzione di un brano latino o greco sia una specifica prova di capacità di analisi di un oggetto complesso. Dall’apparire dell’Homo sapiens, qualsiasi sapere ben definito passa attraverso i simboli del linguaggio verbale, per quanto affiancato dagli altri linguaggi (tra i quali quello dei numeri) e dall’operare tecnico. Non è verbalismo, questo, purché alla base di questo esercizio si pongano i principi che, scoperti nell’antichità, sono oggi messi molto più chiaramente in luce dalle scienze antropologiche, neurologiche e linguistiche: queste ultime oggi lavorano al passo con le altre per precisare le linee da seguire nell’esercizio di quelle nostre facoltà. Riferimenti fondamentali, nelle attività di studio, la scoperta del meccanismo della lingua prima già insediata nel cervello e il riconoscimento delle modalità di comunicazione mediante i diversi tipi di testo, soprattutto scritti. Grammatica e testualità, scientificamente ridefinite.

Italiano, altre lingue, lingue classiche: principi e metodi sono sostanzialmente comuni. Passato e presente, da collegare strettamente, per non perdere l’uno o l’altro. Questi i parametri per rivitalizzare un’area degli studi così particolare e ricca di risorse. Ma sono tenuti poco o pochissimo presenti.

Tutte le lingue moderne occidentali sono state enormemente arricchite, nella loro crescita dal Medioevo fino ai nostri tempi, con il lessico ripreso dal latino dei libri e dal greco. Motivo non da poco per interessarsi a queste lingue. Ho chiesto spesso a studenti del classico di trovare il concetto di base che accomuna parole come propellente, impellente, repellente, pulsione, propulsione, repulsione, compulsione, impulso, pulsazione, polso: non sono stati quasi mai capaci di risalire al verbo latino pellere «spingere». Lucrezio, autore del De rerum natura , è tenuto piuttosto in poco conto negli studi testuali e di letteratura latina; e nei manuali di questa disciplina si dedica sì e no una mezza pagina finale, che nemmeno si legge, alla vicenda della sua esplosiva riscoperta nell’Umanesimo e all’acceso interesse che essa destò a lungo in Europa (mentre in Italia veniva messo all’Indice), in Bruno, Galilei, Montaigne, Bacone, Shakespeare, Gassendi, Newton e infine Darwin (vedi S. Greenblatt, Rizzoli 2016).

Perché non farne un percorso proiettivo, di interesse linguistico e filosofico-scientifico, che giunge fino a noi? Nel Fedro di Platone, dialogo poco letto a scuola, Socrate condanna l’invenzione dell’alfabeto. Sembrerebbe un tema marginale o superato, ma la rivoluzione culturale e psichica introdotta dalla scrittura è tornata bene al centro dell’attenzione degli studiosi della comunicazione umana (Walter J. Ong) e di una schiera di neurologi (S. Dehaene, M. Wolf, …) e c’è materia per riascoltare Socrate.

Esiste una saggistica di servizio per il docente che voglia spingersi, momentaneamente, a costruire qualche ponte. Ma manca il disegno complessivo per l’istituzione: l’unico che può fare da rete, non per catturare gli uccelli desiderosi di volare verso piscine e discoteche, ma per tenere insieme parti vitali del sapere globale. E manca la formazione dell’insegnante, che l’Università non ha previsto in tali direzioni.

Il Corriere della sera - 23 ottobre 2016

25 ottobre 2016

GABRIEL GARCIA MARQUEZ A PANTELLERIA




Garcia Marquez
l'estate a Pantelleria che ispirò lo scrittore

di Mario Di Caro



Fu un´estate di sole tenace «che s´infilava a coltellate», di «mare liscio e diafano», di rocce vulcaniche e «arbusti di capperi». Fu "L´estate felice" di García Márquez a Pantelleria: era il luglio del 1969, due anni dopo l´uscita di "Cent´anni di solitudine", quando lo scrittore colombiano venne in vacanza in Sicilia, ospite del suo traduttore Enrico Cicogna. L´isola nera, con la sua «pianura solare di rocce», col suo «sole fermo nel cielo» e col suo «mare eterno» dovette colpire parecchio l´immaginario di Márquez, dato che qualche anno dopo, nel 1976, Pantelleria e le persone conosciute durante quella vacanza divennero rispettivamente sfondo e protagonisti de "L´estate felice della signora Forbes", uno dei "Dodici racconti raminghi", pubblicato nel ´92.

E così i suoi Caraibi, la sua magica Macondo, si trasfigurarono nel paesaggio lunare di questo estremo lembo d´Europa, dal quale il futuro premio Nobel scorgeva «le croci luminose dei fari d´Africa», mentre l´immaginario delle sue matriarche centenarie e delle sue Remedios diede corpo a una cuoca affabulatrice e a un coro di prefiche da funerale. Furono giorni di grandi nuotate e abbuffate di pesce, di bevute di passito e di pesca subacquea, come testimonia Paolo Ponzo, l´ex dipendente Telecom e pescatore per passione rintracciato da Angelo Valenza per "Pantelleria Internet". Ponzo, che in quell´estate del ´69 aveva vent´anni, era un ragazzo che «passava più tempo nei fondali marini che sulla terra ferma» e che, molti anni dopo, all´apparire dei "Dodici racconti" si ritrovò raffigurato nel personaggio di Oreste.

Svelto di coltello e agile sott´acqua, Oreste è l´indigeno che cattura la splendida murena di sette chili appesa sulla porta della casa dei due ragazzi protagonisti e che dà l´avvio al racconto.

Sono passati quarant´anni e il signor Ponzo ha ricordi sfumati di quel luglio torrido, ma è in grado di ricollegare tutti i passaggi del racconto a episodi realmente accaduti durante quel mese vissuto con «lo scrittore». Ne viene fuori un inedito ritratto siciliano di García Márquez, il cui nome si aggiunge di diritto alla lista di personalità celebri che ogni estate affollano «l´isola dei famosi».

«So di essere stato fortunato a fare quest´incontro ma mi rimane il rammarico di non conservare neanche una foto con Márquez - attacca Ponzo, raggiunto telefonicamente a Pantelleria - Io ero amico di Cicogna, che da sette-otto anni veniva d´estate a Pantelleria con altri ospiti e durante quel periodo si andava a mare assieme con una barchetta a motore. Quell´anno il suo ospite era García Márquez con la sua famiglia. Solo quando vinse il premio Nobel mi resi conto con chi ebbi a che fare».

La figura di Ponzo, descritto come una sorta di semidio marino, non sarà passata indifferente agli occhi di Márquez. «Di certo il personaggio di Fulvia Flaminea, la cuoca che insegna venti e dialetto ai due ragazzi, è ispirato a mia madre - racconta Paolo - e la murena descritta nel racconto l´ho pescata io e per fare uno scherzo l´appesi sulla porta di casa: i due figli di Márquez rimasero sorpresi e lui poi sviluppò il racconto dall´ottica dei due ragazzi, partendo proprio da quel dettaglio».

García Márquez immagazzinò atmosfere e suggestioni di quello scorcio di Sicilia, con la capacità mnemonica tipica dello scrittore. "Gabo" stava a Punta Tre Pietre, un posto dal quale, come conferma Ponzo, la sera, in condizioni climatiche particolarmente favorevoli, si possono effettivamente scorgere le luci dell´Africa. Fu lì, sempre secondo la testimonianza di Ponzo, che Márquez assistette, da spettatore televisivo, allo sbarco sulla luna di Neil Armstrong e compagni. E ancora: la «gora fumante» nella quale i protagonisti fanno il bagno, «le cui acque erano così dense che vi si poteva quasi camminare sopra» è la grotta di Sateria, specchio di acque termali che ne fanno una tappa obbligata di Pantelleria e dove Ponzo condusse la comitiva italo-sudamericana.
Racconto e ricordi combaciano in altri riferimenti panteschi, come le anfore greche restituite dal mare, gravide di un vino velenoso che nella trama si rivelerà risolutivo, e i residui bellici sui fondali. «Il racconto parla di siluri gialli - dice Ponzo - Magari erano proiettili di mitragliatrice o di cannone e lui avrà romanzato, ma lì, a Punta Tre Pietre, c´è una zona militare e comunque i residui bellici dell´ultima guerra a Pantelleria ci sono sempre stati. E poi gli avevamo raccontato che nella secca di Nikà stazionava un siluro»
Le giornate siciliane di García Márquez trascorrevano tra gite in barca, bagni e pesca subacquea (lo scrittore preferiva nuotare e tutt´al più si limitava all´apnea anziché usare le bombole), robuste cene a base di pesce e un bicchiere dell´immancabile passito di Pantelleria. Tutto il resto lo facevano il mare, il sole e i compagni di quella vacanza. «Per un anno intero avevamo atteso con ansia quell´estate libera sull´isola di Pantelleria - si legge nel racconto - Ricordo ancora come un sogno la pianura solare di rocce vulcaniche, il mare eterno, la casa dipinta di calce viva fino ai gradini di ingresso».

Chissà quanto saranno sembrati familiari i colori siciliani a uno scrittore dalle tinte forti che ha reso magiche la case di argilla e i patriarchi decrepiti. Sembra di vederli quegli occhi avidi che catturano il nero delle rocce, il biancore della luce, il blu intenso del mare. L´idea della Sicilia che viene fuori è quella di un luogo remoto sospeso nel mito, nel quale, per fortuna dei due ragazzi e dei loro progetti vendicativi, non esiste la ghigliottina. Un luogo abitato da una donna che ha il fascino della sapienza popolare, la signora Fulvia, una che cucina con gioia e che è capace di fare ascoltare il respiro lamentoso dei venti che soffiavano da Tunisi.

E la murena che insaporisce di Sicilia il racconto sin dalle prime righe? «Era una domenica e sulle prime la famiglia Márquez non volle mangiarla perché, dissero, per loro i serpenti sono animali sacri - ricorda Paolo Ponzo - La gustarono il giorno dopo, però». Le memoria di Ponzo si sforza di riportare alla luce altri dettagli, confusi tra i Bruno Lauzi e le Annie Girardot che si incrociarono a Pantelleria in quello stesso periodo, così come oggi succede con Armani, Zingaretti, Capello e tanti altri: riemerge così la mezza disavventura del giovane colombiano che faceva da baby sitter ai due figli di Márquez, e che si lasciò trascinare in un bagno pur non sapendo nuotare rischiando così di annegare. «L´unica cosa che si sente è il mare», scrive il Nobel sulle ali di quella suggestione colorata d´azzurro che dovette restargli dentro a lungo.

«Non mi potevo certo aspettare di diventare protagonista di un racconto - conclude Ponzo - Quando uscì il libro un amico mi disse: "Oreste sei tu". Rimasi molto sorpreso. Avrei voluto scrivere a Márquez ma non l´ho mai fatto». Anche la descrizione finale del racconto, quando viene scoperto il cadavere della signora Forbes, odora di Sicilia in modo profondo: «Nel salotto le donne del vicinato pregavano in dialetto sedute sulle seggiole che erano state disposte contro la parete».

Ce ne sarebbe abbastanza per una cittadinanza onoraria di García Márquez che metterebbe in ombra la folla estiva di stilisti, attori e allenatori che in qualche modo ha legato il proprio nome a Pantelleria.

Ma spulciando i "Dodici racconti" c´è un´altra traccia siciliana che porta dritto a Palermo, alle catacombe dei Cappuccini. Lì, l´allora allievo del Centro sperimentale di cinematografia di Roma (siamo negli anni Cinquanta e il successo è ancora lontano) si reca assieme a un gruppo di amici per vedere da vicino le celebri mummie. È il racconto de "La santa", storia surreale di un compaesano dello scrittore roso dalla furia di beatificare la figlioletta morta, il cui cadavere si mantiene miracolosamente intatto nella macabra scatola che si porta appresso. L´uomo cerca un contatto col Vaticano per il sospirato visto di santità, vuole mostrare ai prelati il piccolo miracolo di quel corpicino ancora perfetto. Ma a un certo punto, in quella piccola comunità di latinoamericani trapiantata a Roma, si diffonde la notizia che «nella città di Palermo c´era un enorme museo con i cadaveri incorrotti di uomini, donne e bambini». L´ombra misteriosa di quell´angolo di Sicilia irrompe con il peso di un possibile deus ex machina. Il gruppo di amici parte così per Palermo ma il padre della "santa" resta deluso: «Gli bastò un´occhiata veloce alle cupe gallerie per farsene un´idea e consolarsi». Le mummie dei Cappuccini, secondo il padre affranto, erano tutt´altra cosa, testimoni di morte e nulla di più.

(LA REPUBBLICA, PALERMO 31 marzo 2008)