“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
04 dicembre 2018
LA BIBBIA FONTE PRIMA DELLA POESIA OCCIDENTALE
"Mi è sempre sembrato e mi sembra tuttora che la Bibbia sia la principale fonte di poesia di tutti i tempi. Da allora, ho sempre cercato questo riflesso nella vita e nell'arte. Per me, come per tutti i pittori dell'Occidente, essa è stata l'alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli"
Marc Chagall
H. ARENDT SULL'ORIGINE DEL TOTALITARISMO
h, arendt
Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.
Hannah #Arendt "Le origini del totalitarismo" (1951)
03 dicembre 2018
INTERVISTA A BORGES BIBLIOTECARIO
BORGES,
IL BIBLIOTECARIO MERAVIGLIOSO
IL BIBLIOTECARIO MERAVIGLIOSO
Jorge Luis Borges, il bibliotecario meraviglioso, uno dei maggiori scrittori contemporanei, cieco come Omero (come per i massimi compositori è destino essere sordi), compie ottant’anni. Ti parla all’orecchio, è un assiduo bisbiglio, un parlar piano, ti tiene la mano (è il suo modo di conoscerti), mentre con l’altra prendi appunti sul notes.
Nelle pause sorseggia caffè e mangia biscotti e confetture sul tavolino inglese di mogano. Poi congiunge le mani, lo sguardo vano, in questa sua ombra senza ore. Ti ringrazia per l’“oscuro viaggio” (come chiama l’intervista), con una voce che prega e dispera. È una citazione di fonti e di poeti.
Una parabola continua attorno all’opera. Una vita privata ridotta al dieci per cento. Una sorta di scissione multipla della personalità.
“A quale tipo di letteratura apparteniamo”, dice, “io che ti parlo e tu che mi ascolti: romanzo realista o racconto fantastico?”. Sta con te delle ore, mai che ti dica che è stanco, e che ha da fare qualcosa di utile. Borges inizia poi la dettatura del proprio lavoro. Ha dei collaboratori che gli fanno la lettura, ai quali detta appunti in poesia o in prosa.
La fedele Maria Ester Vàsquez rilegge a Borges delle brevi frasi, scandisce la punteggiatura. Borges suggerisce una diversa posizione delle parole, detta altri appunti, nuova rilettura della Vàsquez, due o tre volte, altre correzioni di Borges, e così di seguito.
Scrittore del fantastico puro, del fantastico meraviglioso, il suo gioco narrativo ricorda la partita di scacchi: la duplicità di ogni figura, la complicazione degli spostamenti, la simmetria che si contorce in storia, le leggi rigorose ma anche arbitrarie della narrazione… Per cui autore e lettore si rimandano infinitamente le loro immagini riflesse…
I termini più frequenti nel lessico di Borges: labirinto, specchio, simbolo, congettura, metafora, caos, caso, segno, incubo, regressione, tempo, giardino, opposti, teoria.
*
Lei è nato esattamente in questi giorni, il 24 agosto 1899… Esprime qualche desiderio?
Vorrei un po’ di quiete, una serenità che
mi manca… Vorrei fare un viaggio a Ginevra. In Europa tutto è più
delicato, sfumato… Avevo studiato nella scuola di Calvino, all’età di
dodici o tredici anni: a Ginevra sono stato molto felice. Ma diceva
Proust che, quando si ha nostalgia di un luogo, in realtà si rimpiange
il periodo che corrisponde a quel luogo: non si rimpiangono i luoghi, ma
i tempi…
E poi, anche all’età di 80 anni, si vive aspettando un’altra persona, anche se è un’età in cui si sa che tale attesa è vana… E’ questa un’età in cui si rimane stupiti di trovarsi ancora in vita. Per quanto mia madre è morta a 99 anni…
Chi è Borges raccontato dallo stesso Borges?E poi, anche all’età di 80 anni, si vive aspettando un’altra persona, anche se è un’età in cui si sa che tale attesa è vana… E’ questa un’età in cui si rimane stupiti di trovarsi ancora in vita. Per quanto mia madre è morta a 99 anni…
… All’altro, a Borges, accadono le cose.
Ho notizie di lui attraverso la posta, e mi dicono che il suo nome è nei
dizionari biografici. Negli elenchi dei telefoni di Lisbona, il nome
Borges è molto comune: l’equivalente di Rossi in Italia, di Lopez in
Argentina. Ritengo con Chaucer che la scoperta del cavallo sia la più
nobile conquista dell’uomo: ma è una pura metafora. Amo tanto il sapore
del caffè. Mi piacciono le clessidre, le mappe, le antiche carte
geografiche. Alcune pagine non possono salvarmi, perché è letteratura
solo il linguaggio e la tradizione universale. E con Plotino, dico: “…
tutto sta in tutte le parti, qualsiasi cosa è tutte le cose, il sole è
tutte le stelle, e ogni stella è tutte le stelle e il sole…”.
Nell’universo (anche letterario) ognuno è tutti, ed è inutile affermare
una identità particolare… Così anche la mia vita è fuga, e tutto
appartiene solo all’oblio…
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Sto scrivendo dei temi dal contenuto
decisamente tragico… Poi dei viaggi, un breve soggiorno a Parigi, delle
conferenze… Ho terminato un libro di racconti intitolato La memoria di
Shakespeare, quindi un volume di poesie di cui non so ancora il titolo…
Forse mi occuperò di Emanuel Swedenborg, per dare un’idea del mondo di
“visioni” in cui viveva questo mistico del Nord. Uscirà in autunno un
libro curato da me, Las Ruinas y Desastres, con testi a punto
sulle Rovine: la distruzione di Troia, l’incendio di Lione, il terremoto
di Gerusalemme, la distruzione di Pompei, l’incendio di Londra, le
città di Kunyang e Tu Fu (dinastia Jung) e Lin Techo (dinastia Yang),
Roma sepolta sotto le rovine, la città di bronzo dalle Mille e una
notte, le città di Dio… E in questa raccolta una mia poesia ancora
inedita sulla Biblioteca di Alessandria: “Da che vide la notte il
primo Adamo, / e il giorno, e la figura della mano, / favolarono gli
uomini e fissarono / su pietra o su metallo o pergamena / quanto cinge
la terra o plasma il sogno. / Ecco l’opera lor: la Biblioteca. / Dicono
che i volumi ch’essa abbraccia / vadano oltre il numero degli astri / o
della sabbia del deserto”.
Quando sogna, puntualizza…
… naturalmente… Quando sogno, non sono
più cieco. Vedo paesaggi, figure umane, animali. Riesco a leggere interi
libri. Vedo distintamente coloro che ho finito di percepire da più di
venti anni… Per questo sogno assiduamente.
Borges, scrittore di letteratura fantastica, dicono i biografi. Che cos’è per lei la letteratura fantastica?
C’è in tutto il paese una sola terra
sognata, direbbe Swift. Ci sono fiumi che attraversano il cielo in certi
paesi atlantici. Ci sono interi territori scomparsi. Scrittore
fantastico era Stevenson, che moriva su un’isola del Pacifico e “cantava
come canta un uccello nella pioggia”. Le Mille e una notte,
Hoffmann, Blake, Poe, Carlyle, Kafka, Wells, Chesterton, si impongono di
volta in volta nella letteratura fantastica per la stranezza immediata,
la concisione della storia, i rapidi giochi della memoria, le stravolte
simmetrie. E’ una forma di felicità e come tale non passibile di
giudizio. Ma la letteratura in fondo è solo fantastica. Il realismo è
una eresia del nostro tempo…
Perché è della opinione che il tempo passato è migliore del presente?
Per essere un poeta, non bisogna avere
date. Se pensate di giudicare un libro storicamente, errate; non va.
Perché un buon libro è più reale del nostro entourage contemporaneo. Con
le date si diventa degli storici, o peggio dei giornalisti. Bisogna
invece leggere gli antichi. Ricordo quasi esclusivamente le pagine degli
antichi. Anch’io provo a dire: “Scrivo per l’antichità”. Guardate il
vostro Montale, poeta dell’antica bellezza, di una tradizione tutta
orientale: un poeta senza date, né epoca.
Quale è la biblioteca ideale per Borges? Il libro dei libri?
La Bibbia è il libro dei libri. Aggiungo
che non sono cattolico, e neppure cristiano. Ho letto la Divina
Commedia. Tuttavia non condivido la teologia che ispirò il poema
dantesco. Non ho opinioni metafisiche, religiose o morali. Semmai, me ne
sono servito per fini letterari. La mia è solo una opinione estetica. A
Buenos Aires, l’anno scorso, mi avevano detto di scegliere un tema per
la conferenza. Scelsi la Divina Commedia. L’italiano lo capisco, anzi lo
leggevo, ma non saprei parlarlo, né comprenderlo, se parlano svelto.
Non teme l’accusa di oscurità riferita alla sua opera?
Se sono oscuro, chiedo perdono: lo sono
per la limitatezza dei miei mezzi. E mi nascondo dietro le metafore. La
metafora è l’elemento essenziale del mio lavoro.
Veniamo ai suoi temi ricorrenti; il motivo del labirinto, per esempio…
Ho parlato sempre di un romanzo o racconto che diviene un labirinto. Nome greco, poi latino: labyrinthus.
Forse inizialmente gallerie nelle miniere. Stava a indicare una rete di
passaggi, atta a confondere, in un edificio; un intrico di vie, in un
giardino. Da qui, per esempio, i miei racconti Il giardino dei sentieri che si biforcano e La casa di Asterione,
che poi era il Minotauro. Ogni labirinto ha una scrittura segreta:
esiste una cifra o metodo di decrittazione. Così i labirinti di Creta, e
poi la fioritura labirintica nei giardini del Medioevo. William Blake,
poeta “visionario”, esplorò questo tema. Il vostro Piranesi nelle
Carceri d’Invenzione e nel suo Colosseo tracciava i camminamenti del
disegno labirintico.
… Il sistema della perplessità, altro tema fondamentale nella sua narrativa…
… Non è un sistema letterario. È uno
stato d’animo autentico. Per me, il mondo è un’inesauribile fonte di
sorprese, di perplessità, anche di sconfitte e, qualche volta, di
felicità. Non ho nessuna teoria del mondo. Il mio è un anarchismo alla
Spencer. Vorrei che ci fosse un minimo di governo che non si notasse
neanche…
E ancora il tema ricorrente di Buenos Aires,… il ritorno nei suoi discorsi ad Androgué, villaggio delle sue vacanze, da piccolo…
Intorno a Buenos Aires si cristallizzano i
miei innumerevoli ricordi. Ma ho sempre avuto il sospetto che le mie
parole potessero un giorno essere controllate. La Buenos Aires dei miei
libri non è la città attuale, ma quella della mia infanzia, o anteriore
alla mia infanzia. In genere, la mia Buenos Aires è un po’ vaga, e si
situa attorno al 1890. Così nessuno potrà mai andare a verificare. E,
dal momento che la memoria è selettiva (come sostiene Bergson), sembra
si possa lavorare meglio con i ricordi, anziché col presente che ci
opprime e ci molesta.
Quanto ad Androgué, era un villaggio del sud, con un hotel di stile italiano, fontane, giardini a terrazza, molti alberi. Amavo quel luogo tranquillo, e il suo letargo d’estate. Costruito come una cittadella, e all’interno come uno scacchiere: una decina di piazze e molte strade rettilinee che si incrociavano. Già allora quella congiunzione di vie mi dava l’impressione di un labirinto. Così il labirinto mi si impose. E da bambino, se tutte le vie erano state già percorse, voleva dire che quella parte del labirinto era stata già visitata, e bisognava rifare la strada, tornando per il cammino d’arrivo…
Avevamo una casa bassa, col giardino, due bersò, un mulino a vento, attorno altre case basse, e tutto era percorso dall’odore degli eucalipti. Mio padre mi indicava la pampa, una macchia di verde all’orizzonte. In casa avevamo un grande armadio di mogano, forse inglese, con degli specchi… Mi avvicinavo e mi vedevo triplicato, e avevo paura che quelle immagini non corrispondessero a me. Sentivo come doveva essere tremendo ritrovarmi diverso in uno di quegli specchi… A questa vaga paura infantile, si aggiunse poi dalle letture l’idea della pluralità dell’io, la variabilità di noi stessi che diventiamo altri. Insomma, il tema: essere un altro. Idea che ho applicato molte volte nella mia opera. E nel mio libro di racconti, che sta per essere pubblicato anche in Italia, c’è un racconto intitolato El otro, in cui svolgo una variazione di questo tema del resto già noto a Poe, Dostoevskij, Hoffmann, Stevenson…
Quanto ad Androgué, era un villaggio del sud, con un hotel di stile italiano, fontane, giardini a terrazza, molti alberi. Amavo quel luogo tranquillo, e il suo letargo d’estate. Costruito come una cittadella, e all’interno come uno scacchiere: una decina di piazze e molte strade rettilinee che si incrociavano. Già allora quella congiunzione di vie mi dava l’impressione di un labirinto. Così il labirinto mi si impose. E da bambino, se tutte le vie erano state già percorse, voleva dire che quella parte del labirinto era stata già visitata, e bisognava rifare la strada, tornando per il cammino d’arrivo…
Avevamo una casa bassa, col giardino, due bersò, un mulino a vento, attorno altre case basse, e tutto era percorso dall’odore degli eucalipti. Mio padre mi indicava la pampa, una macchia di verde all’orizzonte. In casa avevamo un grande armadio di mogano, forse inglese, con degli specchi… Mi avvicinavo e mi vedevo triplicato, e avevo paura che quelle immagini non corrispondessero a me. Sentivo come doveva essere tremendo ritrovarmi diverso in uno di quegli specchi… A questa vaga paura infantile, si aggiunse poi dalle letture l’idea della pluralità dell’io, la variabilità di noi stessi che diventiamo altri. Insomma, il tema: essere un altro. Idea che ho applicato molte volte nella mia opera. E nel mio libro di racconti, che sta per essere pubblicato anche in Italia, c’è un racconto intitolato El otro, in cui svolgo una variazione di questo tema del resto già noto a Poe, Dostoevskij, Hoffmann, Stevenson…
Mi pare che gli scrittori a lei più congeniali nella letteratura inglese e americana siano Keats e Whitman…
Devo a Keats la rivelazione della poesia.
Mio padre aveva una biblioteca in lingua inglese, molto importante per
me, e ricordo che mi recitava a memoria pagine di Swinburne, Shelley e,
appunto, Keats, d’inesauribile bellezza. Il linguaggio è molto più di un
mezzo di comunicazione: il linguaggio può essere veicolo di passione,
estasi… Questo vale per la poesia inglese, non tanto per quella
francese… Così Keats comprese la lezione del platonismo attraverso il
canto di un usignolo. E quell’uccello canta ancora per me, come molte
volte ha cantato nella letteratura inglese: con Shakespeare, Chaucer,
Milton…
In Whitman, invece, oscuro e povero giornalista, prediligo il pudore del vivere, la difficoltà di esistere. Per altri poeti avviene che noi siamo qui, loro là. Non è il caso di Whitman. Egli diviene tutti i suoi lettori. Noi parliamo con Whitman. E’ un’operazione magica. In Leaves of Grass, con umiltà e tenerezza, il poeta vuole essere tutti gli uomini. E’ un panteismo che coinvolge piante ed acque. E’ pura immaginazione universale. Whitman si confonde e dialoga perfino con l’altro: “Che senti, Walt Whitman?”.
Non amo, invece, la lingua francese. E’ come l’italiano pronunciato da uno che è raffreddato. Nella letteratura francese salverei: “le père” Hugo, Verlaine soprattutto, che è la perfezione della poesia lirica, un poeta della sera, dei rimpianti…
Ho nostalgia, invece, della Germania. Ho letto molto nella lingua tedesca, una lingua non ancora sufficientemente esplorata dalla letteratura universale. Heine, Goethe, Hölderlin, Rilke… Ma ho l’impressione che in questa lingua ci sia qualcosa di meglio, qualcosa di formidabile…
In Whitman, invece, oscuro e povero giornalista, prediligo il pudore del vivere, la difficoltà di esistere. Per altri poeti avviene che noi siamo qui, loro là. Non è il caso di Whitman. Egli diviene tutti i suoi lettori. Noi parliamo con Whitman. E’ un’operazione magica. In Leaves of Grass, con umiltà e tenerezza, il poeta vuole essere tutti gli uomini. E’ un panteismo che coinvolge piante ed acque. E’ pura immaginazione universale. Whitman si confonde e dialoga perfino con l’altro: “Che senti, Walt Whitman?”.
Non amo, invece, la lingua francese. E’ come l’italiano pronunciato da uno che è raffreddato. Nella letteratura francese salverei: “le père” Hugo, Verlaine soprattutto, che è la perfezione della poesia lirica, un poeta della sera, dei rimpianti…
Ho nostalgia, invece, della Germania. Ho letto molto nella lingua tedesca, una lingua non ancora sufficientemente esplorata dalla letteratura universale. Heine, Goethe, Hölderlin, Rilke… Ma ho l’impressione che in questa lingua ci sia qualcosa di meglio, qualcosa di formidabile…
Torniamo agli antichi. Il motivo principale della sua raccolta El Hacedor
è l’invocazione di un mondo interiore. E’ il cosmo di un lucido
sognatore che si confonde con i grandi autori del passato: Omero, Dante,
Cervantes, Shakespeare…
Come per Omero che discende nell’ultima
ombra: — La notte si spopolò delle stelle, la terra era malsicura sotto i
suoi piedi, tutto si allontanava e confondeva. Quando seppe che stava
diventando cieco urlò: “Non vedrò più né il cielo pieno di mitico
timore, né questo volto che gli anni trasformeranno”. Allora discese
nella sua memoria, che gli parve senza fondo, e riuscì a trarre fuori da
quell’abisso vertiginoso il ricordo perduto… –.
Sono un po’ eretico. L’Odissea per me è ben superiore all’Iliade. Sono dalla parte di Enea e dei troiani. Nell’Iliade c’è qualcosa che non mi piace. Ulisse poi è decisamente più simpatico… Sono grato che si parli di Omero, Shakespeare…
Sono un po’ eretico. L’Odissea per me è ben superiore all’Iliade. Sono dalla parte di Enea e dei troiani. Nell’Iliade c’è qualcosa che non mi piace. Ulisse poi è decisamente più simpatico… Sono grato che si parli di Omero, Shakespeare…
Il nome di Shakespeare ricorre spesso nella sua opera, anche nel titolo della sua prossima raccolta di racconti, La memoria di Shakespeare…
Lo amo particolarmente… Shakespeare è
assai meno chiaro dei suoi personaggi. Perché non si pensa a Shakespeare
ma a una folla fantastica… Amleto, Cesare, Macbeth, Giulietta… Fingeva
d’essere qualcuno perché non fosse svelata la propria condizione di
nessuno… In Shakespeare preferisco la sua amicizia alla commedia, come
Dante che dice a Virgilio: “… tu guida, tu maestro… Tu sei solo colui da
cui tolsi lo bello studio che m’ha fatto onore…”.
Quale sua poesia consiglierebbe ai suoi lettori?
Preferirei indicare qualche pagina in prosa, oppure due sonetti su Spinosa. O forse una mia poesia che si intitola La luna…
“… c’è di ferro una selva ove ha dimora / il grande lupo la cui strana
sorte / è assalire la luna e darle morte / quando rosseggi in mar
l’ultima aurora…”.
È opinione diffusa che i suoi racconti siano superiori alle poesie. Un racconto perfetto nella sua brevità è, forse, Emma Zunz, nella raccolta El Aleph…
Scrivo un racconto per liberarmene, per
dimenticarlo, e per passare a qualcosa di meglio. Comunque non amo, anzi
detesto, la vicenda tragica di Emma Zunz. E’ una storia di vendetta,
con una fine molto, molto brutta.
Testo ripreso da https://rebstein.wordpress.com/2018/12/03/borges-il-bibliotecario-meraviglioso/
TEMPO DI RESISTENZA CIVILE
E’ arrivato il tempo della resistenza civile
di Gustavo Zagrebelsky
«Forza normativa del fatto», dicono i giuristi quando il «fatto compiuto», o che si sta compiendo, scalza il diritto o lo predispone alla resa.
Questo spostamento spiega il silenzio di tanti giuristi, fino a qualche tempo fa alquanto loquaci (tra i quali io stesso).
Cambia l’oggetto e cambiano gli interlocutori: occupano la scena i politologi, gli storici, i sociologi, i giornalisti, i politici, la gente comune. Tutti, insomma, meno che i costituzionalisti. Sembra che il loro oggetto stia evaporando. La loro voce, se è critica, si perde come un fruscio fastidioso nel rumore dominante. Per lo più, non merita neppure una risposta.
Restano per ora i “custodi”, il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Essi sono organi della Costituzione, ma fino a quando e fino a che punto potranno resistere alla forza materiale che spinge all’omologazione? Dunque, taceant iurisprudentes in munere alieno e aspettino semmai l’avvento di tempi nuovi, quando forse si richiederà la loro competenza per mettere in forma il fatto compiuto. Che cosa accade quando la forza del fatto insidia la forza della Costituzione?
Consideriamo che qualunque sistema di governo ha uno strato e un substrato. Lo strato è la superficie, il substrato è la sostanza. Lo strato è fragile. Il substrato, invece, è molte cose pesanti: valori e interessi, rapporti di dominanza e sudditanza, interessi e bisogni, speranze e disperazioni, credenze e illusioni, miti e credulità, amicizie e inimicizie, altruismo ed egoismo, legalità e corruzione, sopraffazioni e violenze, cultura e ignoranza: insomma, è per così dire il sangue misto che scorre nelle vene della società, portando con sé forze diverse e contraddittorie.
Per definire la costituzione, si può dire ch’essa è una selezione: promuove e condanna quanto nella società c’è di buono e quanto di male, secondo ideali di giustizia storicamente vincenti. Ma il progetto di selezione, per non essere campato per aria, deve essere sostenuto da una società che, almeno prevalentemente, ci si identifica, ci crede. A ogni regime politico deve corrispondere infatti un certo tipo di società; lo strato deve appoggiarsi su un substrato coerente. La costituzione democratica presuppone una società a sua volta democratica. Non esiste democrazia politica se non c’è democrazia sociale.
Chi vuole destabilizzare la costituzione democratica, per poi rovesciarla e costruirne una nuova su altre basi, sa bene che deve incominciare dalla società. Si tratta per lui di amplificare il disgusto per le immancabili corruzioni, di diffondere veleni che alimentano paure, invidie, risentimenti, e giustificano così pulsioni autoritarie, sopraffazioni, intolleranze, discriminazioni e violenze.
Facilissimo: questo vaso di Pandora è molto più facile scoperchiarlo che chiuderlo. Ma ciò che ne esce è fascismo? La controversia odierna su questo punto, per non essere un esercizio propagandistico, deve considerare, innanzitutto, che il fascismo è solo una tra le tante manifestazioni storiche di qualcosa di assai più profondo, costante e radicato nell’animo umano e nelle pulsioni sociali.
Questo ” qualcosa” può assumere forme storiche le più varie, pur avendo radici comuni. Noi e l’Europa occidentale ne abbiamo conosciute alcune, non identiche ma fondate su principi similmente antidemocratici: fascismo italiano, nazismo, falangismo spagnolo, estado novo portoghese, ecc., sicché si spiega che ancora oggi per indicare ciò che contrasta con la democrazia si dica: fascismo!
Ma i nemici della democrazia sono proteiformi, non necessariamente fascisti nel significato ch’esso ha assunto storicamente. Si può essere antidemocratici senza essere fascisti. Non tutto ciò che non ci piace è fascismo.
Questo giornale, il 2 luglio 1995, ospitò uno scritto di Umberto Eco che parla di ” fascismo eterno” o di Urfaschismus (il prefisso ur indica qualcosa di originario, primordiale). I suoi caratteri sono riassunti così: identità aggressiva e purismo etico; rifiuto della modernità e tradizionalismo reazionario; rigetto dei principi dell’89 e dei diritti individuali; irrazionalismo e primato dell’azione sulla riflessione e sulla discussione; decisionismo; culto della forza e “machismo”, anti- parlamentarismo; ostilità nei confronti della libertà di scienza arte e stampa, sospette portatrici di germi critici; esaltazione dell’uomo medio e del senso comune; concezione del popolo come un tutt’uno indifferenziato; corporativismo; intolleranza nei confronti dei “diversi” e dei “non integrabili”; xenofobia variamente motivata e razzismo; pensiero unico e unanimismo; fantasmi di complotti; nazionalismo ripiegato su se stesso contro internazionalismo e, a maggior ragione, cosmopolitismo; complesso di unicità e di superiorità, unito a vittimismo che sfocia in aggressività. Il linguaggio, a sua volta, è l’ingrediente comunicativo pieno di sottintesi: parole nuove, parole antiche in significati nuovi; parlar violento e plebeo di cose difficili ed elevate; accarezzare l’ ignoranza e la banalità di massa.
Non necessariamente tutti compresenti, questi sono aspetti delle “società chiuse” o “società organiche”, di cui il modello primordiale è, propriamente, la tribù. Sebbene talora si abbia l’impressione di cose relativamente moderne, comparse nel secolo dei totalitarismi, sono invece antichissime. L’archetipo è il tribalismo da sempre riemergente in particolari situazioni storiche, ogni volta con caratteri propri, per esempio con quelli del fascismo. Ciò significa che tutti i fascismi sono tribalisti, ma non tutti i tribalismi sono fascisti.
Donde la deduzione: per mettersi il cuore in pace non basta dire che, data l’incontestabile distanza della società odierna da quella del secolo scorso, ciò che bussa alle nostre porte non è fascismo; possono battere, uno dopo l’altro, gli ingredienti del tribalismo; ed è perfino peggio, perché è facile illudersi che ci si fermi lì. Invece, uno dopo l’ altro, possono diventare una valanga. A forza di subire adeguandosi, si finisce per diventare qualcosa che non si sarebbe voluto e, all’inizio, nemmeno si sarebbe immaginato. Resta la domanda: che fare?
Ritorniamo da capo. Si sarà notato che tutti gli elementi del tribalismo stanno anzitutto nel “substrato” delle azioni e dei convincimenti sociali. Da lì occorre procedere. A chi pretende di parlare a nome degli “italiani” e della loro “identità”, si opponga il dissenso; a chi esalta la forza, si oppongano il rispetto e la mitezza; a chi burocratizza la scuola e l’ università per trasformarle in avviamento professionale, si oppongano i diritti della cultura; alle illegalità, si reagisca senza timore con la denuncia; alla cultura della discriminazione e della violenza, si contrappongano iniziative di solidarietà. Agli ignoranti che usano la vuota e spesso oscena neo-lingua, si chieda: ma che cosa dici mai, come parli? eccetera, eccetera. Fino al limite della resistenza ai soprusi e della disobbedienza civile che, in casi estremi, come ha insegnato don Milani, sono virtù.
La Repubblica, 24 novembre 2018
BIAGIO CONTE CONTRO IL DECRETO "SICUREZZA"
l missionario laico, impegnato in
un pellegrinaggio, per quattro giorni si è rifugiato all'ombra della cattedrale
di Santiago de Compostela. E da lì ha avuto modo di pensare a poveri e forestieri:
"Preoccupato per le posizioni assunte sino ad ora dal nostro Paese"
Qui il testo integrale della
lettera:
"Sono molto preoccupato per
l'Italia e per le decisioni che ultimamente sta decretando nel prendere una
posizione più dura con leggi e decreti che rischiano di penalizzare
tantissimo i cittadini stranieri. Ricordiamo che l'Italia è stata sempre
attenta e sensibile ai tanti problemi sociali sia per quelli locali e anche per
quelli che vengono da lontano cioè da altre nazioni soprattutto quelle più
povere. Ricordiamoci che l'Italia è una nazione che nella storia ha suoi
cittadini presenti in tutto il mondo a causa dei momenti difficili che abbiamo
attraversato. Ricordiamoci che siamo migranti in tantissime nazioni del mondo e
non possiamo dimenticare che, nei millenni, dalla nostra terra sono passati
tantissimi popoli, chi nel bene chi nel male, ma hanno costruito e in ogni modo
rafforzato la nostra Italia rendendola bella e sempre più accogliente.
Anche oggi viviamo l'arrivo dei
popoli, soprattutto quelli più bisognosi, e in tutto questo non deve essere
visto un disegno negativo ma positivo e di grande arricchimento culturale,
storico e sociale. L'incontro e la comunione dei popoli è un profondo disegno
del buon Dio. Anche i non credenti sentono e sanno che la storia si ripete e
che la comunione con i popoli è una preziosa risorsa. E sappiate che questi non
sono invasori ma invasi e chiedono un aiuto, un soccorso per una vita più
dignitosa e umana. Carissima Italia e responsabili tutti: non possiamo
permetterci di indurirci, di alzare muri che fomentano l'egoismo e
l'indifferenza.
Abbattiamo tutto ciò che ci divide e ci allontana dalla verità e dal
nostro simile. Italia! Non indurire le leggi ma ammorbidiamole aprendo il
nostro cuore e realizzando delle nuove leggi che vengano al più presto incontro
ai tantissimi locali e non, ai tanti che sono bisognosi di una vita più
dignitosa e giusta, soprattutto per chi non ha una casa e per chi rischia di
perderla, per chi non ha un lavoro e per chi cade in disgrazia o perde la
speranza. È nostro dovere costruire un mondo più giusto e veritiero non
possiamo demolire e cancellare la storia ma ricostruirla è migliorarla tutti
insieme: istituzioni, chiesa, le diverse culture, anche i non credenti,
abbattendo così insieme quei muri che ci separano e progredendo nella pace,
nella giustizia e nella speranza. Grazie Italia. Pace e speranza. Fratel
Biagio, piccolo servo inutile".
Da http://www.palermotoday.it/cronaca/biagio-conte-messaggio-poverta-forestieri-santiago-de-compostela
DALLA PARTE DEI DIRITTI E DELLE PERSONE
Anche PALERMO aderisce a #dirittiatestaalta, l’iniziativa promossa il 10 dicembre da ActionAid Italia Amnesty International - Italia Caritas Italiana EMERGENCY e Oxfam Italia per celebrare insieme il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e ricordare il suo valore.
Dalle 18.30 saremo in Piazza Verdi e anche in altre 80 città italiane per ribadire, tutti insieme, i contenuti e i valori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che mai come in questo momento sono necessari per riuscire a costruire forme di convivenza più umane e contrastare le nuove forme di razzismo, criminalizzazione della solidarietà e odio per il diverso che vediamo anche nel nostro paese.
ActionAid, Amnesty International Italia, Caritas, EMERGENCY, Oxfam invitano ad aderire alla manifestazione tutte le persone, le associazioni, le istituzioni e le scuole che condividono questo appello:
“Il 10 dicembre di 70 anni fa veniva approvata la Dichiarazione universale dei diritti umani, che indica nel rispetto degli uguali diritti di ogni essere umano il fondamento di un mondo libero, giusto e in pace. La Dichiarazione stabilisce eguaglianza e dignità di ogni essere umano e pone in capo a ogni stato il dovere centrale di garantire a tutti di godere dei propri inalienabili diritti e libertà.
A oggi, non uno degli stati firmatari ha riconosciuto ai cittadini i diritti che si era impegnato a promuovere. Nel nostro paese, la negazione nella pratica di questi diritti sta facilitando la diffusione di nuove forme di razzismo, la solidarietà è considerata reato, l’odio per il diverso prevale sullo spirito di fratellanza, l’aiuto viene tacciato di buonismo. Oggi più che mai è urgente recuperare quei principi di umanità e di convivenza civile che sono alla base della Dichiarazione e che la retorica della paura sta cercando di smantellare. Il 10 dicembre scendiamo in piazza per dire al mondo che stiamo dalla parte dei diritti e delle persone”.
Iscriviti a:
Post (Atom)









