28 gennaio 2023

ROBERTO ROVERSI, Mi fermo un momento a guardare

 

Roberto Roversi

Un vero poeta, amante dei libri e della vita, grande amico di Leonardo Sciascia. (fv)

"Mi fermo un momento a guardare".

Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell'occhio
la formica vicino alla ruota dell'auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.

Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.

Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.

Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

    ROBERTO ROVERSI

PIETRE D' INCIAMPO

 







C'ero anch'io ieri sera. Una serata davvero indimenticabile in una Palermo incredibile risorta a quattro passi dal vecchio Cortile Cascino. (fv)

26 gennaio 2023

MATTEO MESSINA DENARO NEI SOCIAL E NELLA STAMPA

 


Una risata “ci” seppellirà

Claudia Marchetti

In questi tempi Social, dove tutto è moda, trend topic e virale, anche la mafia fa tendenza. La cattura dell’ormai ex superlatitante Matteo Messina Denaro, a voler tirare una linea retta, ha generato più l’ilarità del web che non indignazione. I nostri cellulari sono stati inondati di meme, come se il capo di cosa nostra fosse appena uscito da un programma tv trash qualunque. Eppure è lui il mandante dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo sciolto nell’acido a 12 anni, lui il sostenitore delle stragi mafiose del ’92, sempre lui l’esecutore materiale di alcuni omicidi tra clan. Messina Denaro è diventato persino un incrocio tra Eros Ramazzotti e un concorrente de “I Soliti Ignoti”, uno che “si è fatto catturare” senza che nessuno abbia approfondito la storia della mafia siciliana e del boss castelvetranese, il percorso delle indagini negli anni sino ad oggi. Tutto viene trattato con pressappochismo, la media di lettura sul web è di 15 secondi, ci si ferma al titolo perchè cliccare col dito sul tablet o sul telefonino è uno sport che richiede, evidentemente, uno sforzo notevole. A risaltare, addirittura, più delle mancate manette all’atto della sua cattura, è il look di Matteo Messina Denaro: orologio Frank Muller da 30-35 mila euro, cappotto di montone di svariati migliaia di euro, berretto di qualche centinaio di euro, occhiali da sole tra i più costosi. Anche nei covi, di documenti importanti e rilevanti per le indagini, per i processi, per la trattativa Stato-mafia che ha portato alle stragi del ’92-’93, nulla. Piuttosto nelle varie case di Messina Denaro sono stati trovati gadget vari a tema mafia, il poster de il Padrino, bottiglie di liquori pregiati, testi filosofici, le biografie di Vladimir Putin e di Hitler, viagra, abiti femminili, i migliori profumi maschili in circolazione, camice e scarpe di lusso Prada e Louis Vuitton. Adesso sappiamo cosa ha fatto poche ore prima dell’arresto di fronte la clinica “La Maddalena” di Palermo: era andato con la sua Giulietta a fare la spesa in un supermercato di zona, aveva comprato carne e detersivi. Pensate un pò, mangiava e lavava pure, andava a far benzina, a prendere il caffè al bar sotto casa, a pranzare al ristorante a due passi. Una vita normale quella di Messina Denaro sotto il nome - almeno l’ultimo usato - di Andrea Bonafede. Un uomo qualunque, insomma. Più che divertente, è la parte più inquietante di tutta la storia del capomafia gravemente malato che si trova in carcere in regime di 41 bis. Molte verità moriranno con lui e la mafia continuerà il suo corso. “Una risata vi seppellirà” diceva Bakunin. Era anche il leit motiv del Joker di Batman. E il poster del Joker campeggiava nel covo di Messina Denaro. Qui a seppellirci, mi sa tanto, che sia stato lui. 

Claudia Marchetti (fonte itacanotizie.it - Marsala C'è)





DOMANI A BAGHERIA SI PARLA DI "TESTE di CIACA"

 


SIAMO IN GUERRA. COSTITUZIONE E CITTADINI CALPESTATI

 



Altro che precipizio,

siamo in guerra

Tonino Perna


Mandiamo al governo ucraino armi sempre più potenti e sofisticate, ne addestriamo le truppe, martelliamo i nostri concittadini con una propaganda bellica martellante.

Guidiamo gli attacchi all’esercito russo dai nostri satelliti che spiano il fronte, e tutta l’area interessata al conflitto, 24 ore su 24.
E stanno per chiederci di mandare le nostre truppe, secondo i generali in pensione Marco Bartolini, già a capo del Comando operativo interforze (Coi) e Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica.

Tra l’altro questi generali, che certamente non possono essere annoverati tra gli ingenui pacifisti, si sono pubblicamente espressi contro l’invio dei famosi carri armati Leopard perché rischiano di provocare una risposta dagli esiti imprevedibili che potrebbe portarci alla catastrofe.

Siamo in guerra contro la Russia senza che sia stata ufficialmente dichiarata. Malgrado il famoso articolo 11 della nostra Costituzione ci vieta di partecipare ad una guerra offensiva e ci invita a contribuire a risolvere con mezzi pacifici le controversie internazionali, non abbiamo fatto neanche un timido tentativo di mediazione.

Abbiamo lasciato questo ruolo di mediazione tra Zelensky e Putin ad un governo liberticida come quello turco del Sultano di Erdogan, che ha imprigionato migliaia di dissidenti e continua a bombardare impunemente il popolo curdo in Siria, lo stesso popolo che ha lottato, con noi, coraggiosamente contro la barbarie dell’Isis, liberando le città che questi criminali avevano occupato e distrutto.

Siamo in guerra malgrado tutti i sondaggi ci dicono che la maggioranza degli italiani sia contraria a continuare a mandare armi all’Ucraina, a proseguire nel sostenere questa escalation bellica che sta diventando irreversibile.
Siamo in guerra contro la Natura, la Madre Terra, perché questo conflitto tra la Nato e la Russia ha prodotto un’impennata nella corsa agli armamenti che è una delle cause principali dell’inquinamento del pianeta e dell’effetto serra. Siamo in guerra, malgrado gli appelli addolorati di papa Francesco, voce di colui che grida nel deserto. Siamo in guerra senza se e senza ma.

Siamo in guerra e ci sentiamo impotenti. Possiamo ritornare a scendere in piazza, ma abbiamo visto che questa iniziativa non ha scosso di un millimetro l’appoggio alla guerra, all’invio di armi. Ma, se non facciamo niente siamo complici di questo massacro annunciato.

In questo momento nessuno ha la chiave magica che serve a bloccare questa corsa verso il baratro, ma tutti coloro che credono che non ci sia alternativa alla trattativa, al cessate il fuoco, al fermare la bestialità che è in noi e fare parlare la ragione, devono sforzarsi di trovare una risposta, a immaginare una iniziativa per uscire da questo silenzio complice. Personalmente credo che bisogna riprendere la battaglia contro le armi degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, attraverso l’obiezione fiscale. Semplicemente facendo sapere al governo in carica che si rimanda per quest’anno il pagamento di tasse e tributi finché saremo in guerra.

Non penso che così fermeremo questa guerra, ma almeno prenderemo le distanze e potremo dire “NON CON I MIEI SOLDI”. Ma, credo soprattutto in uno sforzo collettivo per trovare tutti i modi possibili per opporci a questa assurda deriva dell’umanità. Perché di questo si tratta, non solo della nostra pelle. La guerra nucleare non è lo spauracchio usato dal governo russo come ci vogliono far credere, ma una possibilità concreta che nasce dalla convinzione che Putin sia proprio un dittatore spietato che pur di non essere cacciato dal potere è disposto a tutto.

Così come Zelensky pur di vincere questa guerra è disposto a vedere rase al suolo le città dell’Ucraina e ridotto alla fame e alla miseria l’intero popolo ucraino.

da “il Manifesto” del 26 gennaio 2023


Di Bundeswehr-Fotos – originally posted to Flickr as Leopard 2 A5, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11586260



FERDINANDO IL CATTOLICO ESPELLE GLI EBREI DAL REGNO

 




Nell'archivio storico del Comune di Palermo si conserva un documento eccezionale: la copia originale dell' Editto emanato il 31 marzo 1492 dal Re Ferdinando il Cattolico con il quale si espellevano gli ebrei dal Regno.

Il Senato palermitano, qualche mese dopo, faceva proprio l' Editto Reale e traducendolo dal castigliano al siciliano volgare, per renderlo comprensibile a tutti, cacciava

" tutti li iudei masculi et fimmini, granni e pichuli" , vietando il loro rientro

"sub pena di la morte...".

CONTRO TUTTI GLI STEREOTIPI E LUOGHI COMUNI

 


Gli stereotipi sulle donne arabe


Claudia Mende
25 Gennaio 2023

“Le donne subiscono discriminazioni ovunque, a Gaza, in Germania o in Francia. Le stiamo tutte combattendo. Non voglio propagare questo stereotipo della donna araba repressa e velata. Questo è ciò che l’Occidente vuole vedere in noi, ma non siamo noi. Questa forma di orientalismo è una fantasia occidentale che non corrisponde alla realtà. Le donne sono represse in tutto il mondo, non solo nella nostra cultura araba e musulmana. Per favore, non incasellateci”. Sono parole importanti di Asmaa al-Atawna, intervistata da Claudia Mende per Qantara (Ponte) e tradotta da Grazia Parolari per Invicta Palestina, in occasione dell’uscita del suo romanzo d’esordio, Missing Picture, in cui racconta la vita di una ragazza ribelle, lei stessa, che a Gaza lotta a scuola e a casa. Dopo essere fuggita in Europa,  dovrà anche lì lottare per la sua autodeterminazione. C’è una tendenza nella letteratura palestinese a nascondere dietro l’occupazione fallimenti e difetti della nostra società, aggiunge Asmaa, ma il vivere sotto occupazione non mi dà il diritto di discriminare il mio vicino perché è nero o perché è donna. Mentre lottiamo contro l’occupazione, possiamo anche combattere contro la società conservatrice. Solo perché viviamo sotto l’occupazione, non siamo sempre solo vittime, no

foto tratta dalla pagina facebook Gazafreestyle

Signora Al-Atawna, nel suo romanzo racconta come è fuggita da una vita violenta e fortemente limitata a Gaza, arrivando prima in Spagna e poi in Francia, dove vive oggi. Quali parti del suo romanzo sono di fantasia?

Quando ho scritto il mio romanzo ho dovuto fare i conti con un torrente di emozioni e ricordi. Ogni volta che cominciavo ad avere difficoltà nello scriverne, ho cercato di presentare le cose in modo più leggero. Questo perché gran parte di ciò che ho vissuto è stato davvero duro.

Quindi, ho arricchito le parti immaginarie e ho incorporato elementi ironici. Gli avvenimenti del romanzo sono realmente accaduti, ma ho cambiato i nomi per rendere la storia più drammatica. Ad esempio, ho scelto nomi di fantasia per le figure maschili. Nel libro mio nonno si chiama Abu Shanab, “il padre dei baffi”; un altro uomo si chiama Abu Harb, “padre della guerra”. I nomi hanno lo scopo di sottolineare il carattere patriarcale degli eventi.

Ho utilizzato i miei ricordi, ma quando non riuscivo a ricordare una scena, vi aggiungevo qualcosa. La chiamo “fiction documentaria”. Volevo che il lettore potesse sentire ciò che ho vissuto.

foto CharlesFred

Questo le ha permesso di creare una sorta di distanza tra lei e il testo?

Sì e no. C’è una distanza perché ho aspettato 20 anni per scrivere questo libro e raccontare la mia storia. Tuttavia, mentre scrivevo, il dolore era ancora lì.

D’altra parte, non c’è distanza, perché riguarda la mia vita. Il modo migliore in cui posso descriverlo, è che ho scritto questo romanzo con il mio sangue, sudore e lacrime.

I travagli dell’occupazione israeliana sono molto presenti nella letteratura palestinese. Ma scrive anche di come lei, in quanto ragazza ribelle in una famiglia conservatrice, sia stata limitata, o della discriminazione verso i palestinesi neri.

C’è una tendenza nella letteratura palestinese a dire: “Viviamo sotto l’occupazione israeliana, faresti meglio a non scrivere di questo o quello” – come per nascondere dietro l’occupazione i nostri fallimenti e difetti. Ovviamente uno influenza l’altro.

Ma mentre lottiamo contro l’occupazione, possiamo anche combattere contro la società conservatrice. Possiamo lavorare su entrambe contemporaneamente. Solo perché viviamo sotto l’occupazione, non siamo sempre solo vittime, no.

Nella nostra società, dobbiamo anche affrontare la discriminazione delle donne. Il vivere sotto occupazione non mi dà il diritto di discriminare il mio vicino perché è nero o perché è una donna.

Le due cose non sono correlate? La pressione dall’esterno intensifica la violenza all’interno delle famiglie.

Precisamente, ecco perché nel mio romanzo non giudico. Questa è forse la distanza tra me e il testo. Scrivo del quartiere di Gaza dove sono cresciuta.

Gaza è una delle regioni più povere del mondo, accerchiata dall’esercito israeliano. La gente non ha lavoro, non ha soldi e non può andarsene. Che cosa si può fare? Ci sono un sacco di pettegolezzi e si guarda a quello che fanno i vicini. Le esperienze violente e traumatiche vengono trasmesse da una generazione all’altra.

Mia nonna ha perso la testa quando gli israeliani l’hanno cacciata da casa sua nel Negev e lei e mio nonno sono dovuti scappare a Gaza per sopravvivere. Anch’io ho vissuto il suo trauma.

“La donna araba si libera dalla sua cultura repressiva” è uno stereotipo comune in Occidente. Come è possibile scrivere di discriminazione, evitando allo stesso tempo questo cliché?

Non ho intenzione di promuovere questo cliché. Nelle mie letture scopro regolarmente che le donne – anche qui in Germania – si riconoscono nelle mie esperienze. Le donne subiscono discriminazioni ovunque, a Gaza, in Germania o in Francia. Le stiamo tutte combattendo.

Non voglio propagare questo stereotipo della donna araba repressa e velata. Questo è ciò che l’Occidente vuole vedere in noi, ma non siamo noi. Questa forma di orientalismo è una fantasia occidentale che non corrisponde alla realtà. Mia madre, per esempio, non sa né leggere né scrivere, è andata a scuola solo per poco tempo e ha dovuto lasciarla per aiutare in casa, ma è molto forte.

In Europa, ci sono donne arabe che promuovono deliberatamente questo stereotipo nelle arti e nella cultura come un modo per costruirsi una carriera. Alimentano questa fantasia e non credo sia un bene. Le donne sono represse in tutto il mondo, non solo nella nostra cultura araba e musulmana. Per favore, non incasellateci. Date un’occhiata più da vicino. Voglio aprire il dibattito invece di chiuderlo.

Nella sua ambivalenza, sua madre è il personaggio più coinvolgente del libro. Da un lato picchia i suoi figli e non ce la fa, dall’altro sa esattamente cosa vuole.

Oh sì, mia madre è una donna forte. Quando avevo circa 11 anni, l’ho vista correre dietro a un uomo e mordergli l’orecchio (ride) perché molestava mio padre al lavoro. Mio padre non voleva fare nulla, ma mia madre sì. Mentre eravamo seduti fuori l’uomo passò, lei lo inseguì, lo morse e gli gridò che avrebbe dovuto lasciare in pace suo marito. Lo ricordo ancora oggi.

Cover of the German edition of Asmaa al-Atawna's debut novel "Missing Picture/Keine Luft zum Atmen – Mein Weg in die Freiheit" (source: Lenos Verlag)
La copertina dell’edizione tedesca del romanzo di Asmaa al Atawna

Tuttavia, c’è un’enorme differenza tra la generazione più anziana e quella più giovane di donne arabe. Le donne più giovani sono molto più radicali. Questo è evidente anche in letteratura.

Sì, oggi la giovane generazione sta facendo sentire la sua voce nella letteratura, nella musica e nel cinema in un modo totalmente diverso rispetto alla vecchia generazione. Da dove veniamo, c’è molto in gioco. Ci sono donne che rischiano la vita per poter frequentare la scuola.

In Europa, le femministe discutono se dovremmo o meno raderci i capelli. Non mi interessa questo tipo di femminismo, dobbiamo affrontare le questioni cruciali, qui e nel mondo arabo, dove molte donne hanno paura di cosa accadrà se denunciano gli abusi. Dobbiamo essere più forti delle nostre madri, altrimenti non abbiamo alcuna possibilità.

Il suo libro è apparso per la prima volta in arabo attraverso l’Arab Fund for Arts and Culture (AFAC) a Beirut. Come è stato accolto nel mondo arabo?

Ho partecipato a un concorso e ho vinto una borsa di studio dell’AFAC, che prevedeva l’editing e la pubblicazione del libro. Dopo l’uscita il romanzo, un libro che delinea ciò che non va nelle nostre società, è stato largamente ignorato dai media arabi.

L’unico giornale a pubblicare una recensione è stato il libanese L’Orient-Le Jour. Ero molto rattristata da questo, ma poi ho pensato che il libro avrebbe trovato la sua strada. Ed è esattamente quello che è successo.

Ho ricevuto molti feedback positivi su Facebook dalle donne arabe, e questo è molto importante per me. Vorrei incoraggiare altre donne, specialmente nel settore culturale arabo. Lì ci si aspetta che le donne tengano la bocca chiusa, soprattutto se criticano le nostre società. Quando pubblicano qualcosa che sconvolge la società, vengono respinte e tutti puntano il dito contro di loro. Ma questo è qualcosa che dobbiamo affrontare, altrimenti non cambierà mai nulla e continueremo ad avere paura di essere noi stesse.

Nel libro descrive la violenza brutale nella sua famiglia. Ma il suo romanzo è anche una lettura leggera. Fa un uso consapevole dell’ironia per ammorbidire le cose difficili per il lettore?

Basta guardare Charlie Chaplin o Buster Keaton, anche loro hanno utilizzato risate ironiche. Volevo mostrare come la tragedia possa essere trasformata in commedia, esprimendone così l’assurdità. E questo è molto palestinese. Ridiamo molto a Gaza, è in parte così che resistiamo alla situazione. Ci prendiamo gioco di tutto, degli israeliani, di Hamas e di noi stessi. A volte è tutto troppo, ma poi torniamo a raccontare barzellette. Possiamo connetterci meglio attraverso le risate che con le lacrime. Vogliamo solo vivere la nostra vita.


Asmaa al-Atawna è nata a Gaza nel 1978. All’età di 18 anni è fuggita dal paese, stabilendosi infine in Francia. Ha studiato scienze politiche e cinema sperimentale e ha lavorato come giornalista e scrittrice. Vive a Tolosa

Fonte: Qantara.de English version

Traduzione di Grazia Parolari per Invicta Palestina “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”