03 febbraio 2023

LA PIAZZA DEL MONDO DI TRIESTE

 


La piazza del Mondo di Trieste

Lorena Fornasir

03 Febbraio 2023


La “piazza del Mondo” di Trieste (“Piazza della Libertà”, ndr) è un luogo. Che cosa è un luogo? I luoghi non sono delle realtà fisiche come una strada, una piazza, una casa. I luoghi si formano, prendono vita, quando c’è un incontro tra persone: un luogo è lo spazio nel quale i corpi si incontrano. Quando ci sono sguardi, emozioni, contatti. Ma luoghi e incontri non sono molto diffusi perché bisogna crearli, con immaginazione e desiderio.

Ogni luogo ha una sua caratteristica. La piazza del Mondo di Trieste, ad esempio, è un luogo per incontrare i migranti che arrivano stremati dai Balcani. Tuttavia, chi non può, non riesce a venire fisicamente a Trieste, può essere presente pur essendo lontano. Per essere presente da lontano ci vuole prima di tutto fiducia in chi è tutti i giorni presente e incontra i migranti per aiutarli a continuare il loro cammino. In questo caso la fiducia si manifesta con l’invio di ciò che serve al luogo. Accade sempre più spesso a Trieste. Il luogo piazza del Mondo diventa allora anche una rete di persone che sono presenti con l’invio di quello di cui c’è bisogno, avendo fiducia in noi di Linea d’ombra che siamo fisicamente nel luogo.

Per questo la fiducia è un’emozione fondamentale per creare società: una società della cura.

Pezzo ripreso da:  https://comune-info.net/


"SI PARRU SGARRU E SI UN PARRU ANZERTU" (Domenico Passantino, Ciminna)

 

Renato Guttuso




Si parru sgarru e si un parru anzertu,

sugnu comu n'aranciu asciuttu asciuttu,

sugnu comu 'na tavula ri lettu:

un parru, un dicu nenti e sentu tuttu.

Affacciu fora si l'ariu è nettu,

nettu nun è, è annuvulatu tuttu,

ma scrivitilla 'sta parola 'nto pettu

ca cu cunsensu me cumprennu tuttu.


DOMENICO PASSANTINO (Ciminna, PA). Ottava siciliana (Roma in schema ABABABAB) tramandata dal mio antenato Ciro Guagliardo


Pigghiu la favucia e lu lavuri metu,

e lu metu cu li stizzi priparatu.

Si vo' sapiri quannu mi cuetu

quannu rormu cu tia ciatu cu ciatu.


DOMENICO  PASSANTINO. Quartina di endecasillabi a rima alternata tramandata oralmente dal mio antenato Ciro Guagliardo



UCCIDETE LA TRISTEZZA, POETI

 

Egon Schiele


Finché qualcuno patirà
la rosa non potrà essere bella;
finchè qualcuno guarderà con voglia il pane
il grano non potrà dormire;
finchè pioverà sul petto dei mendicanti,
...il mio cuore non sorriderà.

Uccidete la tristezza, poeti.
Uccidiamo la tristezza con un bastone.
Non raccontate la novella degli ireos.
Ci son cose più importanti
che piangere su amori perduti:
il rumore di un popolo che si sveglia
è più bello della rugiada!
Il metallo splendente della sua rabbia
è più bello della schiuma del mare!
Un uomo libero
è più puro del diamante!

Il poeta libererà il fuoco
dalla sua prigione di cenere.
Il poeta accenderà il fuoco della gioia
in cui brucerà questo tetro mondo.


Manuel Scorza 


IN MEMORIA DI NINO BUTTITTA

 





Sei anni fa, il 2 febbraio 2017, si spegneva Antonino Butttitta.


"Solo la memoria sconfigge la morte e salva le parole e gli atti di ognuno di noi dal consumo definitivo ed eterno".

 Così ha scritto l'antropologo.
Per ricordarlo le Edizioni del Museo Pasqualino hanno ristampato il volume Ideologie e folklore, edito più di cinquant’anni fa da Flaccovio e oggi riproposto come documento di un fecondo itinerario critico nell’ambito dell’antropologia italiana del secondo dopoguerra.

RITROVARE LA RAGIONE PERDUTA

 


Ritrovare la ragione perduta


Enzo Scandurra
02 Febbraio 2023

Che se ne fanno i morti, i corpi straziati, quelli avvolti impietosamente nella plastica come fossero rifiuti, smembrati, sfigurati, delle cosiddette ragioni della guerra? Non sono più corpi né persone, diventano scarti, oggetti, residuali bellici… Il male può invadere e devastare il mondo, diceva Hannah Arendt, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. E sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici. Quando cerca il male, il pensiero è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità

Foto tratta dal Fliker di Noticias Virtuales

La torretta col cannone che ruota velocemente mentre la base è ferma, la carlinga dell’aereo che sembra l’ultima versione di un’auto avveniristica. Queste sono le immagini che la Tv ci propina ogni sera: gioielli della dinamica e della meccanica che fanno acrobazie come animali addestrati sulla piattaforma di un circo equestreA vederle quelle immagini, isolate dal contesto bellico, appaiono affascinanti, dimostrano la creatività dell’uomo per superare qualsiasi ostacolo materiale e per vincere l’attrito. Una creatività impazzita.

Ma sono destinate a uccidere molti nemici, a distruggere manufatti (non importa se chiese o ospedali o scuole), a seminare terrore. Si nascondono tra la vegetazione o sibilano nell’aria velocissimi. Non si vedono ma se ne attendono i boati che arrivano puntuali sugli obiettivi e che distruggono beni, oltreché persone, edificati con tanti sforzi collettivi. L’immagine seguente è terribile: palazzi sventrati e sfigurati, auto ridotte a carcasse, alberi sradicati, persone disperate (almeno i sopravvissuti) che vagano inebetite per le strade o fissano attonite quel che rimane delle loro case.

È la guerra. Chi mai potrebbe essere d’accordo con simili scene apocalittiche fino a ieri viste soltanto nei film e ora inaspettatamente reali? Da una parte si invoca la causa dell’accerchiamento delle potenze occidentali della Nato, dall’altra la giusta causa della resistenza all’invasione. E di queste “ragioni” che se ne fanno i morti, i corpi straziati, quelli avvolti impietosamente nella plastica come fossero rifiuti, smembrati, sfigurati; non più corpi né persone, scarti, oggetti, residuali bellici?

Dietro quelle immagini ci sono i veri mandanti invisibili: i cinici costruttori di armi, i fabbricatori di morte che vedono lievitare i loro profitti: ogni morto una percentuale di Pil che cresce e così per ogni carro inviato. La guerra è un grande affare per loro (e la ricostruzione pure) e la tecnica con cui si costruiscono questi “gioielli”, quella tecnica che alcuni ancora ritengono essere neutra (“dipende”, dicono, “dall’uso che se ne fa”) schierata e appiattita per rendere più efficiente la potenza di fuoco, ovvero il numero di vittime che seguono ad ogni colpo.

Un modo per resistere alla guerra, diceva Leiss, è anche discuterne senza rinunciare al garbo e ascoltando della buona musica.

A qualche malpensante potrebbe sembrare un atteggiamento cinico, mentre invece, come è nelle intenzioni dell’autore, è l’ultima speranza di riacquistare la ragione perduta. Contrapporre la forza dell’utopia che in passato qualche volta ha cambiato il mondo (il Sessantotto, Cuba, Allende, la guerra del Vietnam), contro la brutalità dell’insensato, e di quell’irrazionale dei media che vuole un capo di stato in conflitto intervenire a Sanremo, il festival delle canzonette che, magari, inneggiano innocentemente alla pace.

Il mondo è fuori squadra, diceva Amleto come quei quadri appesi che provocano fastidio per essere sghembi sulla parete. Il mondo è fuori di ragione, ha abbracciato l’istinto di morte che è altrettanto, anzi, più forte di quello dell’amore e della vita.
La stampa macina queste immagini, illustra i “vantaggi” degli ultimi carri confrontandoli con i vecchi: tutti ormai conosciamo i famosi “Leopard”; come da bambini eravamo affascinati da quei giocattoli innocenti.

Ne arriveranno dieci, cento e forse mille e, insieme a loro, “giocattoli” ancora più sofisticati per distruggere il mondo: non giocavamo così all’età di sette o otto anni?

Perché anche la guerra è ancora un gioco, una perversione maschile, non più innocente, ma sempre un gioco di morte tra potenze. Per anni abbiamo assistito, nei film, all’arrivo dei “nostri” contro quei barbari indiani che pretendevano di scorazzare per le praterie a caccia di bisonti. Ora il gioco si ripete mille volte più potente con l’umanità schierata da una parte o dall’altra, con tanto di generale Custer eroe ma, in realtà, crudele massacratore.

Fermiamola questa guerra, dimostriamo di essere ancora umani o perderemo per sempre la nostra innocenza schierandoci a favore di un martirio che per alcuni può essere anche affascinate, almeno finché a massacrarsi sono altri e lontani da noi. I sondaggi ci dicono che la maggior parte degli italiani (ma direi di tutti gli europei) sono contrari alla guerra e allora chi ha dato l’”ordine” ai nostri governati di farla e persino di continuarla?

Attenzione, diceva Hannah Arendt, il male può invadere e devastare il mondo perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”.


02 febbraio 2023

L' ITALIA IN FRANTUMI

 






L'Italia in frantumi

Piero Bevilacqua


Chi di solito osserva le condizioni presenti dell’Italia e le confronta con quelle degli altri Paesi avanzati osserva ormai da anni che esse sono di gran lunga peggiori in molti ambiti della vita nazionale: arretramento del livello medio delle retribuzioni, disuguaglianze sociali e territoriali, disoccupazione, precarietà del lavoro, condizioni della scuola, numero dei laureati, risorse per la ricerca, perfino regresso demografico, il segnale meno controvertibile – per lo meno nella società della crescita – della decadenza di un Paese. Tale evidente disparità dello stato della nostra vita sociale ci impone uno sforzo di analisi che vada oltre le cause generali che da 30 anni fanno arretrare le condizioni dei ceti popolari in gran parte dei Paesi europei e del mondo.

Le pratiche neoliberiste, vale a dire i programmi del capitalismo scatenato, messi in atto da un servizievole ceto politico, sono stati applicati in Germania come in Francia, in Spagna o nel Regno Unito, ma è in Italia che esse sembrano avere effetti così marcatamente disgregatori. Perfino sul piano politico e di governo: due esecutivi tecnici, adesso uno di destra destra, con a capo un’erede del neofascismo del dopoguerra. Io credo che se non si vuole restare sulla superficie della questioni bisogna cercare spiegazioni all’ anomalia italiana nelle strutture profonde della nostra storia nazionale. Occorre gettare uno sguardo ai caratteri originali della nostra vicenda civile, alla cultura antropologica degli italiani. Può apparire azzardato nel 2023 tentare di spiegare la grave involuzione dell’economia e della società di oggi interrogando contesti troppo lontani nel tempo. Ma occorre considerare innanzitutto che alcuni caratteri di un popolo durano nei secoli anche se si trasformano con il mutare complessivo della società.

«La mentalità – scriveva Fernand Braudel – è la più tenace delle strutture», uno strato di roccia culturale che il trascorrere dei processi e degli eventi intaccano solo in parte. D’altronde, in tutte le epoche di involuzione e regresso i fondi più oscuri del passato sembrano riemergere e farsi vivi, sia pure in nuove forme. E oggi viviamo non un rinculo, ma un clamoroso collasso di civiltà.

Naturalmente, non è certo il caso di rammentare che la teorizzazione del “particulare” di Francesco Guicciardini della realtà umana, vista come un aggregato incomponibile di egoismi, sia fiorita sintomatologicamente in Italia, per giunta nel cuore del Rinascimento, la fase più alta della nostra storia. Nè tanto meno rammentare che tre secoli più tardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani Giacomo Leopardi poteva osservare «che l’Italia è, in ordine alla morale, più sprovveduta di fondamenti che forse alcun’altra nazione europea». Basti considerare che la sua secolare frantumazione civile, la lacerazione politica dei suoi ceti, anche all’interno delle città, vanto e splendore della nostra storia, ma agenti permanenti di disunione, hanno imposto all’Italia quasi quattro secoli di servaggio a potenze straniere. Il Paese che nel tardo medioevo aveva conseguito il primato economico e finanziario in Europa e nel Mediterraneo era rimasto un nano politico e aveva dovuto attendere il 1860 per avviare il processo di unificazione delle sue sparsa membra e conseguire l’indipendenza nazionale. Uno Stato-Nazione, tuttavia, che non riuscirà mai a conseguire un assetto egemonico.

Ma occorre cogliere l’essenziale della tragica originalità della nostra storia lunga: genio individuale delle élites, creatività e inventiva, spirito di intraprendenza dei ceti popolari, vivissimo senso artistico, intrecciati inestricabilmente a individualismo anarcoide, indisciplina civile, inclinazione a costituire fazioni e logge, assenza di classi dirigenti dotate di visione unitaria. E il filo rosso che giunge oggi fino a noi è rintracciabile in due aspetti che carsicamente riaffiorano nella vita nazionale. Uno è il carattere elitario e separato dei gruppi di potere, l’altro è la frantumazione dei ceti popolari, divisi dai dialetti, dalle forme della vita religiosa, dalle culture gastronomiche, dalle tradizioni politiche, ecc. Vale a dire da quella straordinaria varietà e diversità di caratteri che sono anche una straordinaria risorsa, la ricchezza della nostra storia.

Fino a metà Novecento il carattere separato delle élite si è manifestato plasticamente nel mezzo della comunicazione collettiva: la lingua nazionale. Finché non è arrivata la Tv, come ricordava Tullio De Mauro, l’italiano era appannaggio dei ceti borghesi colti, mentre gran parte delle masse popolari comunicava con la ricca costellazione dei nostri dialetti. Evidentemente non era bastato quasi un secolo di unità perché tra il nostro popolo si realizzasse una piena comunità linguistica.

Ma il distacco elitario delle forze dominanti, della nostra borghesia, per lo meno di sezioni più o meno ampie di essa, si è manifestato in maniera molto più grave e cruenta sotto il profilo politico. Esso ha preso le forma della infedeltà al “contratto” della Stato-nazione, tramite una serie di varianti di rottura delle regole, di eversione, di secessione, di violenza anche terroristica. Se ne può fare un rapidissimo elenco. Un riepilogo anche sommario di fatti salienti del nostro passato consente infatti di comprendere in quale storia siamo immersi. Chi ricorda più oggi la parola d’ordine, a fine ‘800, del “ritorno allo Statuto” lanciata da alti esponenti del mondo politico nazionale? Vale a dire la richiesta di un assoggettamento del governo ai poteri del re, che svuotasse la funzione del Parlamento? E l’imposizione, in quegli stessi anni, dello stato d’assedio contro i lavoratori di Milano che tumultavano per il pane? E le sparatorie contro la folla dei manifestanti ordinate dal generale Bava Beccaris che lasciò 80 morti in strada? E chi ricorda che il nostro ingresso nel macello della Prima guerra mondiale fu deciso da un colpo di mano del re e di pochi politici, che siglarono il Patto di Londra a insaputa del Parlamento e contro la volontà della maggioranza del popolo italiano?

Certo, la ferita più grave è il fascismo, il “colpo di Stato” che liquidò gli ordinamenti liberali, la risposta di quasi tutta la borghesia italiana all’irrompere delle masse popolari nella vita politica nazionale, dopo l’esperienza della guerra. Ma la volontà di sottrarsi al patto degli ordinamenti nazionali si è manifestata anche in forme localizzate. Ad esempio, sul finire della Seconda guerra. Pochi giovani oggi ricordano i moti del separatismo siciliano, il tentativo di gruppi di borghesia isolana, favorito dai servizi segreti americani e inglesi, di costruirsi un potere separato, uno Stato siciliano autonomo. E forse che i 75 anni dell’Italia repubblicana sono meno ricchi di tentativi e di pratiche di eversione? Chi ha dimenticato i tentativi di colpi di Stato nel 1964 e nel 1970?

Chi non ricorda la risposta sanguinaria con cui oscuri settori degli apparati statali hanno cercato di intaccare i rapporti di forza e le conquiste sociali guadagnati dalla classe operaia con le lotte del biennio 68-69? Un pagina infame della nostra storia che ha sparso il sangue di centinaia di vittime innocenti, a partire dalla bomba alla Banca dell’agricoltura a Milano, nel 1969, sino all’attentato alla Stazione di Bologna nel 1980, con in mezzo la strage di Piazza della Loggia a Brescia, l’attentato al treno Italicus e tanti altri oscuri episodi di violenza terroristica. E chissà quale ruolo hanno giocato i servizi segreti di Paesi di cui siamo fedeli e servizievoli alleati.

Ma l’infedeltà, la fellonia di parti estese di borghesia nazionale si manifestano ancora oggi in forme diversissime, normalmente senza il ricorso alla violenza. Come dimenticare, tanto per restare al lungo periodo, la longevità secolare di almeno due criminalità organizzate, la mafia siciliana e la camorra? E potevano durare e prosperare così tanto queste organizzazioni senza legami segreti con pezzi dello Stato e della borghesia imprenditoriale e dei colletti bianchi? Basti dire che il più potente uomo di Stato della cosiddetta prima Repubblica, Giulio Andreotti, è risultato legato alla mafia da una sentenza della Cassazione.

Oggi, inoltre, lo spirito di diserzione e di rottura dell’unità del Paese si manifesta in maniera incruenta ma gravissima attraverso l’iniziativa della Lega, seguita da altri presidenti di regione, mirata a realizzare la cosiddetta autonomia differenziata. E non si creda che si tratti di una mera trovata elettoralistica di alcuni dirigenti politici. Dietro di essa c’è la profonda pulsione separatista di vaste aree della borghesia imprenditoriale del Centro-Nord, che guarda al Mezzogiorno come a un intralcio alla sua espansione in Europa. È la stessa pulsione che da decenni spinge vasti settori della nostra borghesia a evadere le tasse, a trasferire ingenti fortune nei paradisi fiscali, a rompere il patto di mutua cooperazione tra le classi, che è il fondamento stesso dello Stato moderno: la contribuzione fiscale.

Voglio terminare questa rapida rassegna ricordando che il tradimento degli interessi nazionali si viene realizzando anche nel pieno rispetto delle forme istituzionali. Non mi riferisco qui al presidente della Repubblica, che accetta di buon grado la violazione della nostra Costituzione approvando la continuazione dell’invio di armi in Ucraina, ma all’ex presidente del Consiglio. Ricordo che Mario Draghi si è insediato a capo del governo in un momento grave della vita nazionale. L’opinione pubblica era tramortita dalla pandemia del Covid-19, sotto lo shock collettivo più grave della storia repubblicana. Allora l’ex presidente della Bce godeva di un prestigio indiscusso, di un’autorevolezza che forse così totalitaria non era mai arrisa ad alcun altro presidente del Consiglio.

Ebbene, Mario Draghi aveva il potere di porre mano alla più importante riforma legislativa possibile per arrestare il declino dell’Italia, la riforma fiscale. Nessuna patrimoniale, solo un fisco progressivo che nel giro di qualche anno avrebbe in parte riequilibrato le laceranti disuguaglianze dei redditi in Italia, ridare slancio e fiducia alla nostra vita e collettiva. Com’è noto, la sua riforma ha tolto uno scaglione e favorito i ceti medio-alti. Nessuna iniziativa di contrasto all’evasione fiscale. Il filo rosso della sedizione non si è spezzato: un rappresentante della finanza internazionale ha giocato a favore della sua classe di appartenenza, contro gli interessi del suo Paese.

Questa storia di secessioni, com’è noto, ha subito un arresto e una controffensiva popolare con la nascita della Repubblica, la Costituzione, l’avvento dei partiti di massa, la costituzione di solide strutture sindacali. Senza questa nuova pagina di storia, nata dalla Resistenza antifascista, il nostro Paese difficilmente avrebbe retto a tutti i tentativi di abbattere lo Stato democratico, alle trame della P2, ai vari terrorismi, compreso quello delle Brigate rosse.

Ma c’è una parte di questa nuova storia che inizia col dopoguerra che ci interessa per riafferare il nodo della seconda originalità negativa del carattere degli italiani, a cui abbiamo fatto cenno: la disunione anarcoide dei ceti popolari. Tra la fine degli anni 40 e gli anni 70 i partiti di massa sono stati il collante che ha sottratto i lavoratori e le masse proletarie alla loro dispersione e irrilevanza politica e li ha trasformati in società civile consapevole. Non si apprezzerà mai abbastanza l’opera gigantesca del Partito comunista italiano che in tre decenni ha trasformato la massa disgregata di braccianti, operai, impiegati, piccoli imprenditori, intellettuali, in una comunità politica, culturale, spirituale. In tre decenni questo partito ha realizzato un’opera di nation building, di costruzione della nazione, di plasmazione e disciplinamento civile di una parte estesa di società, sconosciuta in tutta la nostra storia precedente. Quasi un “Paese parallelo” a quello reale.

È per tale ragione che oggi la dissoluzione dei partiti di massa fa regredire e disgrega più gravemente che in altri Paesi il tessuto della società civile in Italia. È in questo carattere originario anarcoide di ritorno che occorre cercare la speciale debolezza della sinistra italiana. Da noi l’egocentrismo individualistico dell’antropologia neoliberista ha riportato indietro, in un certo senso, le lancette della storia, che certo rielabora il passato in forme sempre nuove, ma pur lo conserva e ripropone. La sinistra in frantumi andrebbe inquadrata in questo drammatico percorso. Per tale ragione l’opera più rivoluzionaria che le forze politiche possono intraprendere in Italia non consiste tanto nell’elaborare un programma di riforme radicali.

Questa è la premessa. Il compito gigantesco cui metter mano è lo sforzo costante, tenace e irriducibile, questo si altamente politico e dotato di respiro strategico, di ricucire con tutti i mezzi la soggettività polverizzata delle forze in campo, lasciate sul terreno da una lunga serie di errori, settarismi, sconfitte, egolatrie narcisistiche dei capi. La creazione di un nuovo tipo di partito politico, una nuova aggregazione collettiva in grado di governare il pluralismo pur creativo delle menti disseminate e attive sui territori, è la grande sfida da affrontare. È qui la chiave di volta.

L’egemonia del neoliberismo è in frantumi e il capitalismo non sta tanto bene, ma sopravvivono e ci trascinano nella loro rovina, perché non riusciamo ad offrire alla grandi masse, che chiedono di essere protette e rappresentate, se non la nostra impotente frantumazione.

da “Left” del 31 gennaio 2023



LIBERIAMOCI DA TUTTE LE GUERRE

 


Pensieri femministi sulla guerra

Floriana Lipparini
02 Febbraio 2023

L’eroismo tornato di moda con la guerra in Europa è profondamente connesso all’impostazione patriarcale e nazionalista che vuole sempre disegnare muri utili agli interessi del potere di pochi. “Non sarà il tragico gioco delle guerre a cambiare le cose, ma una rivoluzione culturale che faccia finalmente uscire l’umanità dall’ideologia patriarcale intrisa di sfruttamento e violenza – scrive Floriana Lipparini – Diciamolo forte ancora una volta, riempiamo di nuovo le strade e le piazze, almeno per costruire quella memoria che un giorno sarà preziosa. Ecco perché occorre parlare anche quando sembra inutile…”

In un silenzio assordante, governo, politici e commentatori sembra ci vogliano trascinare in un’adesione alla guerra, che l’articolo 11 proibisce, violando la nostra Costituzione. Noi vecchie femministe potremmo? dovremmo? chiamare le femministe più giovani e tutte le donne che condividono il nostro rifiuto di guerre e violenze a unirsi in un momento pubblico comune per denunciare, a chiare lettere e con forza, il baratro verso il quale stiamo rischiando di precipitare grazie a un’arcaica, primitiva e rovinosa concezione geopolitica che il patriarcato ha da millenni imposto all’umanità: si vis pacem para bellum, dicevano i latini, per avere la pace fai la guerra. Il tempo è passato invano.

L’Europa ha tradito se stessa e i propri ipotetici valori esaltando il ricorso alle armi come unica soluzione, invece di impegnare la propria forza per costruire intelligente mediazione e accettabili accordi. Al contrario ha soffiato sul fuoco, normalizzando tacitamente l’idea che di fronte all’ingiusta violenza si possa rispondere solo con la guerra. Quante vite umane questo possa costare non è un elemento preso in considerazione dai “grandi” strateghi di cui il mondo oggi dispone.

Ci fa orrore l’aggressione armata di un popolo contro un altro popolo e contro i civili, ma all’orrore non si può rispondere con un sacrificio senza limiti di vite umane. Questo concetto di eroismo è profondamente connesso alla bellicosa impostazione patriarcale e nazionalista che vuole sempre disegnare muri e confini utili agli interessi del potere di pochi. Uno stretto accordo fra i Paesi non direttamente coinvolti per promuovere da subito interposizione e trattative era l’unica speranza per porre fine al massacro.

Chi vuole che la guerra finisca? E chi invece vuole proseguirla all’infinito? Se davvero fosse la sacra difesa dei diritti e delle libertà a giustificare la guerra, ci chiediamo come mai esistano situazioni in cui questo non vale, dalla Palestina all’Afghanistan e a tanti altri luoghi in cui il più forte opprime con la violenza il più debole.

L’aggressione all’Ucraina e l’incapacità o la non volontà di fermarla in modo non violento provano una volta di più quanto chi “sta in basso”, le popolazioni e i civili, siano massa sacrificabile per il potere capitalista che da sempre si nutre di guerre per affermare il proprio dominio. Sono i padri che mandano i figli a morire, come tanti studi antropologici ci hanno spiegato.

Padri che usurpano il futuro di intere generazioni progettando un mondo di guerre e recinti, le famose enclosure che si stanno ormai metaforicamente diffondendo a tutti gli ambiti dell’esistenza individuale e sociale: privatizzano l’aria, l’acqua, i semi, il suolo, estraggono profitti dai nostri pensieri, dai nostri desideri, dalle nostre necessità vitali.

Non sarà il tragico gioco delle guerre a cambiare le cose, ma una rivoluzione culturale che faccia finalmente uscire l’umanità dall’ideologia patriarcale intrisa di sfruttamento e violenza. Diciamolo forte ancora una volta, riempiamo di nuovo le strade e le piazze, almeno per costruire quella memoria che un giorno sarà preziosa. Ecco perché occorre parlare anche quando sembra inutile.


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