25 ottobre 2016

TOULOUSE-LAUTREC E LE DONNE



Toulouse Lautrec e le donne





Lautrec’s poignant depiction of a prostitute in the painting Woman before a Mirror offers a counterpoint to the dazzling exuberance of Miss Loïe Fuller. Nude save for her black stockings, the woman stands straight-backed as she gazes into a looking glass, dispassionately analyzing her body’s attributes and faults. Meanwhile, the viewer is compelled to do the same, as we are presented with both her ample backside and her blurred reflection. Lautrec presents her neither as a moralizing symbol nor a romantic heroine, but rather as a flesh-and-blood woman (the dominant whites and reds in the composition reinforce this reading), as capable of joy or sadness as anyone. Indeed, the directness and honesty of the picture testify to Lautrec’s love of women, whether fabulous or fallen, and demonstrates his generosity and sympathy toward them.
Cora Michael
Department of Drawings and Prints, The Metropolitan Museum of Art

May 2010


Qualcuno ha poi scritto che il bravo Tolouse Lautrec frequentava i bordelli. Faceva di più, per la verità. Ha vissuto tra il 1892 e il 1894 in due bordelli, prima al numero 8 di rue d’Amboise, poi alla Fleur blanche, casa chiusa situata in rue des Moulins 6. (Giovanni Carpinelli)

La grosse Marie ou Vénus de Montmartre, 1884

 
Au lit: le baiser (1892)













Petit déjeuner (1896) Ancora  alla Fleur blanche:  Juliette Baron, porta via il vassoio della colazione dal letto della figlia Pauline (nota nell’ambiente con il suo diminutivo, mademoiselle Popo), che l’ha appena consumata prima di iniziare una nuova giornata di lavoro nel bordello gestito dalla madre.     IMMAGINI E TESTI RIPRESI DA          http://machiave.blogspot.it/2016/10/toulouse-lautrec-e-le-donne.html                                                                                                     

RANIERO LA VALLE, La sindrome di Stoccolma



LA SINDROME DI STOCCOLMA
 Raniero La Valle

         Michele Serra, citando un mio scritto su Micromega, riconosce che la Costituzione renziana è il punto d’arrivo di una restaurazione consistente in un trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati, ed anzi dice che questo concetto è “folgorante” per quanto è vero. Però ciò si sarebbe già realizzato da tempo, segnando una sconfitta della sinistra, nella quale lo stesso Serra si annovera, e i trenta-quarantenni di oggi non farebbero che prenderne atto. Secondo questa tesi la riforma Boschi-Renzi non farebbe che tradurre in norme questa nuova realtà, e questa sarebbe la ragione di votare “sì” a questa innocente proposta. Ne verrebbe dunque confermato che il popolo non è più sovrano, sovrani sono i mercati e la nuova Costituzione invece di permettere e promuovere la riconquista della sovranità al popolo, la consegnerebbe, irrevocabile, al Mercato. E poiché le Costituzioni sono destinate a durare, questa è la scelta che noi, sconfitti, lasceremmo a determinare la vita delle generazioni future. 

        È molto sorprendente che questa posizione (implicita ma negata nella propaganda ufficiale) sia ora resa esplicita e formalizzata sulla pagina più autorevole della “Repubblica”. Certo, non c’è niente di disonorevole in una sconfitta politica. Ma nel passaggio dello scettro dal popolo ai signori del Mercato non c’è solo la sconfitta della sinistra, c’è la sconfitta di tutto il costituzionalismo moderno e dello stesso Stato di diritto: il popolo sovrano infatti è il cardine stesso della democrazia e della Costituzione. Mettere super partes la nuova realtà per cui esso è tolto dal trono, sottrarre questo mutamento alla lotta politica, accettarlo come un fatto compiuto e finale, non è solo un efficientismo da quarantenni, è una scelta. E se a farlo è la sinistra, non è solo una sconfitta, è una caduta nella “sindrome di Stoccolma”, è un suicidio, ma col giubbotto esplosivo addosso, che distrugge insieme alla sinistra la politica, la democrazia e la libertà.


Raniero La Valle 

FRANCESCA AMATO, Lassa stu cori chi batti

Francesca Amato

        Oggi ho scoperto un'altra giovane poetessa della provincia di Palermo che canta i bei versi che scrive:

 
Lassa ca veni lu ventu,
lassa ca passa lu tempu,
lassa a me vucca parlari,
lassa li pisci 'nto mari,
lassa i manu agghiacciati,
lassa lu cori 'nte strati,
lassa i me minni di latti,
lassa stu cori chi batti,
lassa sta fimmina tinta,
lassa sta jaggia 'i cimentu,
lassami si nun sai chi fari,
amuri, lassami, ma nun mi lassari..


Francesca Amato

24 ottobre 2016

Z. BAUMAN, Questa economia ci consuma


          Chiamatelo pure "vecchio"!  Secondo me, vede meglio e più lontano di tanti giovani d'oggi. (fv)

Questa economia ci consuma: la moralità ormai è merce

Zygmunt Bauman

Vogliamo godere di una vita ricca, abbiente, il che ci ha orientati ad assumere come principale indicatore l’acquisto, lo shopping. Pare che tutte le strade che portano alla felicità portino ai negozi. Ciò sottopone il sistema economico, e più in generale il nostro pianeta, ad una pressione enorme. Ciò è disastroso per le nuove generazioni; è evidente che stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi, sulle spalle dei nostri figli. Possiamo trovare delle alternative alla crescita della produzione e dei consumi per trovare soddisfazione, in definitiva per essere felici? Ciò è necessario se non vogliamo distruggere il nostro habitat e generare fenomeni catastrofici come le guerre. I livelli attuali di consumo sono già insostenibili dal punto di vista ambientale ed anche economico. L’idea della prosperità al di fuori delle trappole del consumo infinito viene considerata un’idea per pazzi o per rivoluzionari. Jackson dice che ci sono delle alternative: le relazioni, le famiglie, i quartieri, le comunità, il significato della vita.  Ci sono enormi risorse di felicità umana che non vengono sfruttate. La maggior parte delle politiche realizzate nel mondo dai governi va esattamente nella direzione opposta. Queste politiche raramente vanno al di là della prossima scadenza elettorale, raramente guardano a ciò che succederà fra 20 o 30 anni. Assistiamo ad un processo di mercificazione e commercializzazione della moralità. I mercati sono abituati ad orientare i bisogni umani, bisogni che in passato non erano soddisfatti dal mercato. Questo è ciò che io indico con l’espressione ‘commercializzazione della moralità’. Il nostro reale bisogno dovrebbe essere prenderci cura dei nostri cari. Credo che tutti noi qui in sala ci sentiamo in colpa perché non riusciamo a trascorrere abbastanza tempo con i nostri cari. 20 anni fa il 60% delle famiglie americane si ritrovava attorno allo stesso tavolo per cenare. 20 anni dopo solo il 20%. Le persone sono più occupate con il loro cellulare, il loro ipad e così via. La nostra vita quotidiana è profondamente cambiata, a causa anche delle tecnologie, che hanno sicuramente prodotto delle cose positive, ma hanno anche creato dei danni collaterali. Se oggi usciamo senza cellulari ci sentiamo nudi.  Il confine fra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla famiglia è sfumato. Siamo sempre al lavoro, abbiamo l’ufficio sempre in tasca, non abbiamo scuse. Dobbiamo lavorare a tempo pieno. E più si sale nella scala gerarchica meno tempo per sé si ha. Si è sempre in servizio. Ovviamente i mercati e il consumismo non possono riparare questa situazione; possono però aiutarci a mitigare la nostra cattiva coscienza, e lo fanno spingendoci verso l’acquisto, lo shopping, il mercato. Al tempo stesso disimpariamo altre abilità ‘primarie’. Ad esempio a riconoscere il dolore, il dolore morale, che è molto importante, perché esso è un sintomo, ci aiuta a riconoscere la fragilità dei legami umani. Improvvisamente abbiamo persone che hanno migliaia di amici in internet; ma in passato dicevamo che gli amici si vedono nel momento del bisogno, e questo non è esattamente il caso degli amici che abbiamo in internet. Fino a quando il nostro senso morale verrà mercificato, l’economia crescerà perché messa in moto dai bisogni umani e dai desideri che è chiamata a soddisfare, bisogni e desideri apparentemente ‘buoni’, come dimostrare l’amore per gli altri. I grandi economisti del passato sostenevano che i bisogni sono stabili, e che una volta soddisfatti tali bisogni possiamo fermarci e godere del lavoro fatto. C’era la convinzione che alla fine del percorso avviato con l’inizio della modernizzazione si avrebbe avuto un’economia stabile, in perfetto equilibrio. Successivamente si è presa una strada diversa. Si è inventato il cliente. Si è capito che i beni non hanno solo un valore d’uso, ma anche un valore simbolico, sono degli status symbol. Non si acquistava più un bene perché se ne ha bisogno, ma perché si ‘desidera’. L’obiettivo quindi diventava sviluppare sempre nuovi desideri negli esseri umani. Ma anche i desideri ad un certo punto si scontrano con dei limiti. Così, il limite è stato superato mercificando la moralità: non ci sono limiti all’amore, non ci sono limiti all’affetto che vogliamo dimostrare agli altri. Responsabilità incondizionata, condita da incertezze e ansie: questo è il motore del consumismo odierno, questo l’impulso che ci spinge a fare sempre di più, a produrre sempre di più. Ma ciò non è possibile, le risorse sono sempre limitate. Forse il momento della verità è vicino. Ma possiamo fare qualcosa per rallentarlo: intraprendendo un cammino autenticamente umano, un cammino fatto di reciproca comprensione.

(Zygmunt Bauman – intervento per il festival dell’economia di trento, 2015. Testo ripreso da https://doveridiritti.wordpress.com/2015/10/18/)

OBIEZIONE D' INCOSCIENZA


Una vergogna italiana: non che ci siano medici obiettori (che nel caso dell'aborto crediamo accettabile il caso di coscienza, anche se poi ci sono obiettori nel pubblico abortisti in privato), ma che lo Stato (laico e non confessionale) non garantisca comunque i diritti sanciti per legge di tutte le cittadine.

Massimo Gramellini

Obiezione di incoscienza

Non sappiamo ancora cosa sia veramente successo nel reparto di ginecologia dell’ospedale Cannizzaro di Catania, dove una donna incinta di due gemelli è morta dopo l’estrazione dei feti senza vita. I genitori e il marito giurano che il medico di turno, obiettore di coscienza, si sarebbe rifiutato di intervenire, nonostante la paziente si dibattesse tra sofferenze atroci. Avrebbe sostenuto di non potere fare nulla per lei «finché i cuori dei bambini non avessero smesso di battere». Ma ciò che sappiamo per certo è che in quel reparto lavorano dodici medici e tutti e dodici si dichiarano obiettori. Il dato nazionale non è molto inferiore: ottantacinque su cento. Se la società vantasse una simile percentuale di cattolici infervorati, le chiese sarebbero stracolme di fedeli e le messe domenicali si celebrerebbero negli stadi.

Invece la coscienza di molti di questi obiettori risulta essere ispirata a più prosaiche considerazioni economiche. Prova ne è che una primaria di ginecologia del San Camillo di Roma raccontò che quattro di loro, per prenderne il posto durante una sua malattia, si affrettarono a firmare un foglio in cui rinunciavano all’obiezione. Ma non solo la coscienza è elastica. Anche la memoria. Quando una donna viene ricoverata dopo una violenza si ricordano di sottoporla all’esame per l’Aids, ma si dimenticano quasi sempre di somministrarle la pillola del giorno dopo. Sarebbe piacevole vivere in un Paese dove una donna che entra in un ospedale pubblico non fosse costretta a preoccuparsi della fedina morale del medico che ha di fronte.


La Stampa – 22 ottobre 2016

L' AMORE DI SANDRO PENNA



Notte: sogno di sparse
Finestre illuminate.
Sentir la chiara voce
Dal mare. Da un amato
Libro veder parole
Sparire… -oh stelle in corsa
L’ amore della vita!


Sandro Penna

ANTONINO UCCELLO E' ANCORA VIVO!





L’ autobiografia di Antonino Uccello, pubblicata un anno dopo la sua morte, si chiude con queste parole:
“ Un giorno d’estate sopraggiunse da Priolo una comitiva di dirigenti della Montedison per visitare la Casa-museo. Prima di accomiatarsi uno della comitiva si staccò e mi disse: avevate questa ricchezza e avete chiamato noi per distruggerla. Mi riportò al lontano dopoguerra. Intorno al 1948 dovetti tornare da solo dalla Lombardia a Palazzolo per pochi giorni, in pieno aprile. Attraversata Augusta con le sue ancora intatte saline – i mucchi di sale, le sequenze di tegole per coprirli, i riquadri di mare che specchiavano scorci di cielo – nei pressi di una delle tante stazioncine, quando il treno sembra quasi sostare, m’apparve dal finestrino un campo di lino coi suoi fiori turchini, come fosse una proiezione dello Jonio. I contadini degli Iblei, che allora rare volte nella vita avevano la possibilità di vedere il mare, lo definivano u linu ciurutu, un campo di lino in fiore.
         Forse pensavo di rivivere per me e per gli altri questa antica, incontaminata bellezza, in un tempo giusto con amore, come contrassegnava Bach l’esecuzione di certa sua musica.
Abbiamo vissuto e viviamo la vicenda di questo museo in sincronia col nostro tempo, nel contesto di una società contraddittoria sospinta da mutamenti in profondo, che giorno dopo giorno si carica di sempre nuove tensioni e violenze. Per questo forse mi vengono in mente alcuni versi di una poesia di Brecht dedicata A coloro che verranno:
Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
Il poeta concludeva:
Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.
Antonino Uccello, La casa di Icaro