27 dicembre 2021

L' OCCHIO DI JOYCE

 




Dal sito  https://www.nazioneindiana.com/2021/12/28/locchio-di-joyce/  riprendo questo bel pezzo (fv)


L’occhio di Joyce

Testo (la postfazione alla raccolta) e illustrazioni di Vittorio Giacopini

 


Nelle foto più tarde sembra un pirata, o un cameriere. Una benda o la bandana di sbieco sugli occhi, nero pece, e il cravattino a farfalla, sbandierato come una beffa o un distintivo. E naturalmente gli occhiali, inevitabili, a pince-nez o con le stanghette normali d’ordinanza. Il cravattino, non so, ma la benda e gli occhiali non erano una posa, c’era obbligato. Dai tempi di Trieste, James Joyce aveva combattuto con mille problemi agli occhi – miope come una talpa, fu vittima di attacchi di irite, glaucoma, cataratta – e agli occhi l’avrebbero operato almeno una decina di volte, senza successo. Per essere un ‘maestro della sguardo’, è molto ironico: la sua scrittura è una metafisica della vista che gioca sul paradosso, sull’estinzione. Il suo sarà sempre un vedere velato, un vedere a rischio. Anche da ragazzo doveva averlo intuito, oscuramente: dato che tutto che ciò che è solido svanisce nell’aria sottile e fugge via, il segreto è bloccare il reale che sfuma, fermarlo in volo e fissarlo su una pagina di quaderno, o nel labirinto della mente, trasfigurato. Le sue ‘epifanie’ sono ostie di realtà, transustanziata. Frammenti di mondo catturati da uno sguardo che si spegne, diventa cieco.

Da lettore, e da scrittore, sono più di quarant’anni che l’occhio di Joyce è un’ossessione che mi fa compagnia. Nel laboratorio degli attrezzi di chiunque prenda in mano una penna, oggi, questo suo vedere velato è indispensabile. Un vedere oltre la vista, senza la vista, un vedere che scava dentro le apparenze e si perde nel chaosmos onirico e nelle immagini batuffollanti e ambigue e ingannevoli ma perfettamente vere e complete del sogno. Leggendo Joyce uno guarda il mondo coi suoi occhi e i suoi erano occhi malati, destinati a spegnarsi. Scrivendo, si cerca di scrivere tramite il suo sguardo. E torna anche quell’immagine, quella frase: la questione chiave è la modernità, il modernismo nel senso dello shakespeariano “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria sottile” che risuona anche nel Manifesto di Marx e Engels, in un passo chiave, e ancora una volta è questione di sguardi, visioni, occhi: “Tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi si dissolvono; e quelli che li sostituiscono diventano antiquati ancor prima di cristallizzarsi. Tutto ciò che era solido e stabile viene scosso, tutto ciò che era sacro viene profanato: costringendo, finalmente, gli uomini a considerare le loro condizioni di esistenza ed i loro rapporti reciproci con occhi disincantati”.



Il rapporto che molta letteratura ha avuto con Joyce è stato nel segno della ripresa sperimentalistica, come avanguardia, appunto, sperimentazione, gioco letterario oltre gli steccati e i confini della letteratura. Ma il tempo degli epigoni è finito. Non si è concluso però il bisogno di fare i conti con un autore dopo il cui passaggio sulla terra è cambiato tutto. La letteratura, dopo Joyce è diventata futile, perché ha scritto l’Ulisse. Non c’era più niente da fare. Restava – e il nodo è tutto qui – molto da dire.

Tendo a pensare che oggi scrivere significhi ripartire sempre da quel punto, rifare quel lavoro, in qualche modo (la verità è che dentro le mille turbolenti, divergenti correnti della letteratura novecentesca ci sono autori che hanno capito e seguito la lezione di Joyce senza imitarlo, dal Malcolm Lowry di sotto il vulcano al Guimares Rosa del grande sertao, dal Grass del Tamburo a Rushdie, a Pynchon, a Alasdair Gray). Ma entrare nel dibattito letterario su filiazioni, eredità, influenze in fondo è ozioso. Joyce ci ha lasciato un metodo o un compito (e un rebus da risolvere, quasi impossibile): potremmo definirlo il programma dell’ iper-realismo (ma è una formula come tante, irrilevante). Captare il reale e salvarlo dentro un contesto in cui la realtà si dissolve, altera, muta, essicca, e, forse… purifica. Astrarre, complicare, trasferirsi in una dimensione diversa, meno ovvia. Io continuo a usare lo sguardo (velato) di Joyce come un filtro, molto opaco, come una lente sporca. Non se ne scampa: è il mio orizzonte, è il nostro orizzonte. Le metafore legate alla vista – e alle ombre – sono decisive.

*

A sessant’anni, dopo non so più quanti traslochi, appartamenti in affitto, casse di libri che fanno su e giù per Roma, e a volte si perdono, sarebbe un esperimento curioso, da palombaro: provare a ricostruire quel primo scaffaletto che tra i quindici e i vent’anni, ospitava i primi libri davvero tuoi, non cose di scuola, tascabili che magari avevi comprato al Remainders di San Silvestro, per poche lire, quando ancora c’erano i capolinea dei bus, con le pensiline verdi e i gabbiotti dei bigliettai grigio-cemento, peraltro a pochi metri dal palazzo dove Joyce lavorava a Roma, a inizi Novecento, e quando s’affacciava in piazza non c’erano i bus ma il palco per la banda e si suonavano marce e arie d’operetta, e si ballava. Da ragazzino, ovviamente, compravo ovviamente pochissimi libri (qualcuno, magari, l’avrò pure sgraffignato, spero che siano reati che cadono in prescrizione) e, come un fesso, ci scrivevo su nome e data. Qualcuno di quei libri ce l’ho ancora con me, piuttosto malmesso. Dedalus, i Dublinesi e una raccolta di saggi sul Finnegan’s con un testo di Beckett li ho comprati nel 1979. Avevo 18 anni e venivamo un po’ tutti fuori da anni di sogni andati a male, grandi passioni e illusioni, sconfitte, delusioni. L’aria attorno era abbastanza meschina, ricattatoria.  Altoparlanti invisibili ci intimavano di disoccupare le strade dai sogni e io pensavo ‘ma neanche per idea, neanche… per sogno’. Chiuso in casa, adesso che le piazze erano vuote, le strade abbandonate, i cortei muti, leggevo e vivevo dentro a sogni già sognati e raccontati da altri, e, in qualche modo, la letteratura per me era una continuazione della politica, con altri mezzi e altre voci, e per quanto fosse sbagliato quello era, non dico il mio metodo, ma certo il mio punto di vista, la mia ‘passione’.

Leggevo, rimuginavo, mi emozionavo, mi identificavo. Sicuramente i problemi formali a quel tempo non mi interessavano granché, non li capivo. Joyce mi entusiasmava – per usare una parola orribile – per il contenuto e non c’è da scandalizzarsi, è inevitabile. Tra i libri che mi hanno segnato di più, tra i libri che forse non mi hanno insegnato niente ma mi hanno cambiato la vita, oltre allo Straniero di Camus c’è senz’altro il Dedalus di Joyce, e davvero per motivi del tutto esistenziali, personalissimi. Non era un romanzo, e non era solo un libro: aprivo quella vecchia edizione Adelphi nella (dubbia) traduzione di Pavese e entravo in un’altra dimensione dell’esperienza e mi ci ritrovavo, disorientandomi. Leggevo e sapevo che leggere, in quel modo, mi serviva per crescere, ovvero per inventarmi e diventare quello che ero sempre stato, o quello che avrei dovuto essere, senza saperlo.

Me ne rendo conto: è abbastanza inadeguato esprimersi così a proposito dello scrittore in teoria più ‘formale’ che ci sia mai stato. Joyce – mi era chiaro già allora anche se allora non ci badavo – è fondamentalmente un acrobata del linguaggio. Beckett nel saggio su Vico e Bruno in quell’altro libretto talismano che ho ancora con me, lo dice perfettamente:

Qui la forma è il contenuto, il contenuto è la forma. Mi si opporrà che ‘sta roba non è scritta in inglese. Non è scritta affatto, non è fatta per essere letta – o meglio, non è fatta solo per essere letta. Bisogna guardarla, ascoltarla

Beckett in quel saggio definisce Joyce un “biologo della parola” e fa il paragone decisivo, quello con Dante. Scrivere per uno come Joyce significa mettersi all’origine del linguaggio, creare una lingua. Dante “adottò il volgare” ma non per una forma “di sciovinismo locale”. Dante, per Beckett, si trova in una situazione in cui “il decadimento, comune a tutti i dialetti, rende impossibile sceglierne uno piuttosto che un altro…per cui chi scriva in volgare dovrà raccogliere gli elementi più puri di ciascun dialetto, onde edificare un dialetto sintetico”. Insomma, osservava Beckett, Dante scrive in volgare ma crea l’italiano. Il suo “volgare in realtà non era parlato allora né mai lo era stato prima”. Joyce è Dante oltre Dante, aggiunge Beckett. Se alcuni elementi, se parti del volgare di Dante erano effettivamente parlate nelle strade d’Italia, “non c’è creatura, in cielo o in terra, che si sia mai espressa col linguaggio della work in progress”, cioè del Finnegans’. Insomma, il tema della lingua è tutto. Nello stesso libro di saggi, Eugene Jolas solleva il medesimo argomento, lucidamente:

Il vero problema metafisico, oggi, è quello della parola. L’epoca in cui lo scrittore fotografava la vita attorno a lui mediante un meccanismo verbale che sapeva di dagherrotipo è finita, per fortuna. Il nuovo artista della parola ha riconosciuto l’autonomia del linguaggio e prova a forgiare una visione verbale che superi la separazione di tempo e spazio.

 Ecco, io di tutto questo, a 18 anni, non avevo la minima idea. Certo, erano le parole a catturarmi ma la “quidditas” (per fare il verso a Joyce quando fa il verso ai tomisti) per me stava decisamente da un’altra parte. Dedalus, ovvero Joyce, come vittima delle convenzioni, della religione, del conformismo. Ed era una vittima che…  si ribellava. Con buona pace di Beckett e di Jolas per me il punto era quello, poco da fare.  A inizio Novecento nella letteratura ci sono state fondamentali figure di adolescenti che entrano nella vita e decidono, combattendo, qual è, anzi quale vogliono che sia, il loro posto nel mondo. Tra queste – il Tonio Kroeger di Thomas Mann col suo dissidio tra arte e vita, esistenza borghese e vita artistica, il K. di kafka, il Toerless di Musil – per me il più fraterno e vicino era proprio il Dedalus di Joyce (forse l’unico altro esempio di immedesimazione senza resti che posso fare è con il personaggio delle Opinioni di un Clown di Henrich Boll, un’altra storia cattolica, e non è un caso). Avevamo lo stesso problema: un paese cattolico, una mesta cappa di oppressione tutto attorno, il conformismo. Io Dedalus l’ho letto come un grande romanzo di formazione ma anche come una lettera scritta apposta per me da un giovane irlandese molto arrabbiato che a un certo punto sceglie l’esilio come unica strada possibile.Riuscire a scappare, evadere, emanciparsi. Joyce stesso misurava la sua vita e il suo lavoro con questo metro. Da Roma, nel 1906 scrive in una lettera al fratello:

Penso che il processo che ho intrapreso per sottrarre me stesso e alla mia progenie all’influenza della chiesa sia troppo lento.

È un tema che ritorna di continuo in tutta la fase che lo porta all’Ulisse. Combattere contro le convenzioni per diventare sé stessi.

Non ho intrapreso la lotta alle convenzioni che sto conducendo attualmente tanto come una protesta contro le convenzioni stesso quando con l’intenzione di vivere conformemente alla mia natura morale

 Lavoro e vita, vita e arte sono la stessa cosa per Joyce.   Sempre in una lettera da Roma racconta di essere andato a vedere la messa in una chiesa evangelica, con un prete inglese. E lui ascolta quella lingua, quelle parole, e le preghiere e le formule della religione, e si chiede: ma se nel pozzo del mio spirito calo un secchio che acqua trovo? E, ammette: temo di trovarci la religione: “e farò questo nel mio romanzo (inter alia): porrò il secchio davanti alle ombre e sostanze summenzionate e vedrò che effetto fa, e se è un cattivo effetto non so che farci. Sono nauseato dalle menzogne idiote sugli uomini puri e le donne pure e l’amore eterno: menzogne sfacciate in faccia alla verità”.

Ecco, a me colpiva questo doppio movimento. Voler denunciare menzogne, convenzioni, ipocrisia, e sapere di essere imbevuto di questa roba, di essere cattolico, e irlandese (o romano, per quanto mi riguarda) fino al collo. Nel Dedalus c’è un passo davvero esemplare in questo senso. Stephen e Cranly parlano della Pasqua, dell’eucaristia, dei preti, della religione e, a un certo punto, Cranly gela Stephan con una battuta tremenda, definitiva:

E’ curioso come la tua mente sia soprassatura  della religione in cui dici di non credere. Ci credevi quando eri a scuola? Scommetto che ci credevi

Per me questo è un passo capitale. Non si capisce la posizione di Joyce, il suo atteggiamento di fondo verso il mondo senza passare di qui. Di sé del resto diceva, “sono un gesuita”. Un gesuita con la mentalità di un bottegaio. Nella prima pagina dell’Ulisse d’altronde c’è quel fantastico “vieni su Kinch, vieni su spaurito gesuita”. E ancora nelle sue lettere da Roma, a un certo punto, parlando di cosa significa scrivere, Joyce si inventa un’espressione stupenda: “lo spirito santo nel calamaio”. Detta altrimenti, si può essere blasfemi solo se si ha creduto. Solo se si prende sul serio la religione.

 

NdR Questo testo di Vittorio Giacopini è la postfazione alla traduzione (di Carlo Avolio, che ha redatto anche l’introduzione) delle Epifanie di Joyce pubblicata recentemente da Racconti Edizioni. Le illustrazioni che accompagnano i testi sono dello stesso Giacopini.

 

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LA SOCIETA' DELLO SPETTACOLO DI GUY DEBORD

 


IL DIVENIRE MONDO DELLA MERCE.
IL DEBORD DELLA SOCIETA' DELLO SPETTACOLO (1957)
“È stato così che ci siamo definitivamente arruolati nel partito del diavolo, vale a dire di quel male storico che porta alla distruzione delle condizioni esistenti, di quella «parte sbagliata» che fa la storia rovinando ogni soddisfazione prestabilita.” (Debord)

1 . I cattivi maestri ritornano sempre

Nella seconda metà del XX secolo una visione prese forma di narrazione e fu tutto più chiaro. Intuizione decisiva, a compimento di un pensiero snodatosi da lontano e polarizzatore sulla constatazione di un dato di fatto: l'intero sistema economico, sociale e politico del moderno capitalismo stava dando mano, fra altre strategie ad ampio raggio, a una trasformazione dell'individuo di epocale e devastante portata.
Oggi constatiamo che la trasformazione si è attuata, le profezie del situazionista Debord si sono realizzate e, dopo molte lotte, illusioni e speranze tradite, ci troviamo immersi in una spettacolarità generalizzata, da intendersi come elemento unificante e rappresentativo di un teatro di guerra permanente, frutto maturo della globalizzazione capitalista in cui centrale e predominante è l'epica delle merci e delle loro passioni. Come scrive Debord:
«Lo spettatore diffuso accompagna l'abbondanza delle merci, lo sviluppo non perturbato del capitalismo moderno… è questa cieca lotta che ogni merce, seguendo la sua passione, nell'incoscienza generalizzata realizza, in effetti, qualcosa di più elevato: il divenir mondo della merce, che è altrettanto il divenire merce del mondo».
(Guy Debord, "La società dello spettacolo, Massari ed., 2002 (senza copyright), pp. 7-8
introduzione e cura di Pasquale Stanziale
- Come e piu’ dei sociologi critici Marcuse e Bauman (l’uomo unidimensionale, la societa’ ”liquida”) il situazionista prima sentì con il cuore, poi comprese la tendenza, come quei poeti, vedi il nostro Pasolini, che, rintracciando l’effetto nella mutazione antropologica, la avvertivano come dominante nell’epoca nostra.

Ferdinando Dubla

IL CORPO ESPLOSO DI A. ARTUAD

 



È stato pubblicato in queste settimane il volume di Florinda Cambria, Il corpo esplosoJaca Book, Milano 2021, che ripercorre vent’anni di ricerca sulla figura e il pensiero di Antonin Artaud. Si propongono qui due estratti dalla seconda parte, Ruminatio. Accorpamenti e trasmutazioni.


IL CORPO ESPLOSO

di Florinda Cambria

 

PERCHÉ ARTAUD

 

Per parecchi anni, ogni volta che all’Università proponevo un lavoro seminariale dedicato ad Antonin Artaud, avvertivo l’esigenza di rendere conto agli studenti dei motivi per i quali presentassi loro un Autore così lontano da quelli che erano abituati a frequentare in un corso di Filosofia teoretica. Col tempo questa esigenza, e il vago disagio che invero sempre la accompagnava, andarono svanendo. Ma nel 2006, anno a cui risale questa breve nota, ciò non era ancora avvenuto. D’altra parte, spiegare Perché Artaud era anche un modo per ricordare a me stessa quali fossero le uniche ragioni che, ai miei occhi, mi legittimassero a prendere parola in un consesso di giovani aspiranti filosofi.       

 

Avvicinarsi ad Antonin Artaud vuol dire esporsi a una bruciatura: la sua, anzitutto, impudicamente e caparbiamente mostrata come segno di una battaglia per la sopravvivenza, contro ogni forma di addomesticamento intellettuale ed esistenziale. Battaglia che non si limita agli anni del suo ricovero in manicomio, ma che costituisce la cifra più profonda di tutto il suo lavoro di uomo in ricerca: una ricerca vissuta in modo così coerente e radicale da assumere l’aspetto di una assoluta istanza di rivolta. Artaud il rivoltoso, dunque.

Tuttavia, di fronte ai ripetuti fraintendimenti nei quali la critica è incorsa, in buona o in cattiva fede, bisogna essere precisi: non si tratta di un generico «ribellismo», espressione di personali idiosincrasie a sfondo caratteriale o di un borghesissimo bisogno di rispecchiarsi in modelli alternativi a quelli tradizionali (una specie di Edipo che, uccidendo il padre, il padre sempre invoca). Si tratta invece di quel senso di rivolta che è proprio di ogni vera ricerca filosofica, la quale, da Socrate in poi, si è sempre configurata come domanda sulla tradizione. Domanda di senso, che chiede conto delle provenienze e prefigura destinazioni, incarnando così l’efficacia di quella medesima tradizione su cui si interroga. Il luogo dell’efficacia di una tradizione è precisamente il luogo del suo rovesciamento, della sua catastrofe, della sua trasformazione in forme di vita e di sapere inedite: passaggio attraverso la domanda ironica che smaschera e devasta, e incarnazione di maschere ulteriori in cui quella tradizione muore metamorfosandosi e rivive disperdendosi. Esercizio della ricerca che è, per ciò stesso, incarnazione della rivolta, non in senso individuale, ma nel senso sovraindividuale di un necessario rivolgersi delle forme di vita e dei saperi ad esse afferenti, da un lato verso le loro insondabili origini, dall’altro verso i loro inafferrabili destini. A questo esercizio Artaud diede nome di crudeltà; al luogo del suo attuarsi diede nome di teatro: apertura antropocosmica della domanda, che si concreta in posture operative, assegnandosi al dramma necessario di un’azione la quale, compiendosi, si duplica e si perde nella rappresentazione dei suoi effetti di senso.

 

La prima bruciatura di cui Artaud si fa testimone è dunque la bruciatura prodotta dall’esperienza della crudeltà: rigoroso accoglimento dell’impermanenza, del divenire vitale che attraversa e travolge ogni postura data. Vi è poi una seconda bruciatura, non solo testimoniata, ma di fatto prodotta da Artaud in chi si avventuri nei meandri della sua scrittura. A questo secondo livello, la crudeltà agisce, per usare un’immagine cara allo stesso Artaud, come la peste: non si può averci a che fare senza esserne contagiati. Leggere Artaud significa infatti disimparare a leggere, disimparare la postura del lettore distanziato, smettere di guardare e cominciare ad agire. I suoi scritti sono mappe: non ha alcun senso contemplarle, se non ci si vuole incamminare. Ma per camminare in Artaud bisognerà calpestarlo, ingaggiare a propria volta una battaglia per la sopravvivenza delle proprie posture di senso (lasciandole divenire): farsi a propria volta attori crudeli. La crudeltà non può avere spettatori, ma solo attori sdoppiati in un fare che fa e in un fare che sa. Insieme.

 

La possibilità di apprendere tale esercizio, di esservi indotti quasi contro la propria volontà è la ragione più profonda per la quale, al di là delle mode passeggere e delle facili suggestioni, il cammino in Artaud si impone oggi come una necessità. Tale necessità potrà certo continuare ad essere trascurata dal mondo dei saperi tradizionali, ma, nelle sue istanze fondamentali, è già all’opera, come una minaccia, come un vaticinio, come una fenditura tellurica, proprio nel mondo di quei saperi che fanno senza sapere e sanno senza fare.

Artaud non è che un’occasione, la sua doppia bruciatura non è che un memento; la domanda sulla nostra tradizione, sulle nostre origini e destinazioni, la battaglia per una sopravvivenza che non potrà essere se non catastrofica e metamorfica, già sfalda le nostre posture, spezza i confini, reinventa le geografie, smaschera le economie, penetra nei corpi, in un rivolgimento (o in un rivoltarsi) che non è più né pubblico né privato: è – Artaud lo aveva ben visto – politico. Parola abusata, che si vorrebbe qui far risuonare nel suo senso più originario: non ciò che riguarda la polis e i suoi abitanti (dimensione pubblica modellata su categorie circoscritte, indebitamente investite di validità universale), ma ciò che riguarda il molto (polú) o i molti, prima del delinearsi di qualsivoglia confine, di qualsivoglia appartenenza, di qualsivoglia individualità. «La massa di tutti i corpi», diceva Artaud, di cui ciascun corpo è fatto: i corpi delle cose e degli uomini, dei saperi e dei poteri; corpi come massa proteiforme plasmata dal fare e dal non fare, decisi e ogni volta rimodellati in posture parziali e in eredità immemori.

 

Frequentare questo senso del politico vuol dire disporsi al più vitale e rigoroso dei rivolgimenti, che forse attende al varco, oggi, proprio la nostra tradizione, le nostre posture, i nostri precari confini. Artaud non fu il solo a presagirlo. Ma il suo fu qualcosa di più che un presagio: fu l’inizio di un lavoro, condotto con rigore sulla massa dei propri pensieri, sulla carne dei propri progetti, sul nerbo delle proprie azioni. Un lavoro che egli, come individuo, portò a termine; ciò che ne resta, infatti, non ha più nulla di individuale. È solo un pezzo di mondo, un corpo del mondo, «baule a soffietto»[1] nel quale la massa di tutti i corpi respira, prende forma e trapassa. Esattamente come questo pezzo di mondo, che agisce il proprio dramma e chiede forse soltanto di essere finalmente rappresentato da attori crudeli, rigorosi, impudichi. Attori politici, che consegnino il falò di se stessi alle metamorfosi di quei molti di cui son fatti.

 

II

 

LA SCRITTURA DELLA CRUDELTÀ

 

Anche questo testo, risalente al 2007, nacque dal lavoro con gli studenti di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Alcuni di loro mi chiesero infatti di scrivere un contributo per una rivista studentesca che si chiamava «Chora» e che penso oggi non esista più. Fu l’occasione per ricordare loro ciò che ci aveva insegnato il nostro comune maestro, Carlo Sini, circa la natura auto-bio-grafica della scrittura filosofica, e per chiarire a me stessa quale fosse stato, anni prima, lo sfondo da cui per me emersero i problemi di «lettura» da cui aveva preso le mosse Corpi all’opera.

 

«Tutta la scrittura è porcheria»[2]. Interrogare sul tema della scrittura l’autore di tale lapidaria affermazione può apparire un non senso teso solo a far ricadere la questione su se stessa. Tuttavia l’accanimento con il quale Antonin Artaud frequentò la scrittura in ogni sua forma, da quella poetica a quella epistolare, dal saggio al diario, dall’invettiva alla drammaturgia, dagli aforismi agli oroscopi, dal romanzo al disegno, al graffio (come documenta il corpo monumentale delle sue Œuvres Complètes e dei suoi quaderni e fogli affollati di tracce intrecciate), impone una valutazione non affrettata del rapporto intrattenuto da questo autore con il proprio gesto grafico.

 

Un aspetto della scrittura di Artaud colpisce in particolare il lettore: sin dalla sua produzione giovanile, egli sembra condurre un esercizio ambiguo di esposizione e sottrazione della propria intimità, della propria vita profonda in un gioco destabilizzante che, mentre toglie validità ai contenuti espressi spingendoli all’autocontraddizione, suggerisce l’esigenza di attraversare quegli stessi contenuti, di perdersi nella loro contraddittorietà per attingere qualcosa che, travalicandoli, ne determina e la consistenza e la vacuità. La manifestazione più eclatante di tale ambiguità è forse il fatto che Artaud stesso, poco prima di morire, abbia concordato con Gallimard i termini per la pubblicazione delle sue «Opere complete», proprio lui che, nel 1925, aveva scritto: «Cari amici, quel che avete preso per la mia opera era solo lo scarto di me stesso, raschiature dell’anima non accolte dall’uomo normale»[3].

 

Artaud sembra dunque fare un doppio gioco teso a spingere il lettore alla impasse, costringendolo a farsi carico di una ponderosa inconsistenza: quella di un’opera che, nel darsi, si annulla come tale. Ma che significa «come tale»? Anzitutto come prodotto ultimativo, risultato concluso di una operatività finalizzata a risolversi nella stabilità di un significato espresso, fatto tra fatti il cui senso è garantito da una estrinseca referenzialità.

Tra coloro che per primi sottolinearono questa caratteristica della scrittura artaudiana, particolare interesse rivestono le riflessioni svolte da Jacques Derrida in La parole soufflée (1965), dove viene avanzata una ipotesi assai efficace ai fini di un approccio non più solo letterario al lavoro di Artaud. L’ipotesi derridiana, in sintesi, è che il testo di Artaud si neghi ad ogni forma di commento, sia esso critico o clinico, dando così luogo ad un corto circuito che non interrompe semplicemente il flusso della trasmissione comunicativa, ma boicotta la struttura bipolare sulla quale si fonda la possibilità stessa del commento, ossia dell’intera tradizione dei saperi occidentali.

 

Se Artaud resiste in modo assoluto – e, pensiamo, come non era mai successo prima di lui – alle esegesi cliniche o critiche, è per quello che nella sua avventura (e con tale parola designiamo una totalità anteriore alla separazione della vita e dell’opera) è la protesta stessa contro l’esemplificazione stessa. […] Artaud ha voluto distruggere una storia, quella della metafisica dualista […]: metafisica del commento, che autorizzava i commenti perché dominava già le opere commentate[4].

Così Derrida. In tale prospettiva si spiegherebbe però solo un lato del doppio gioco di Artaud: quello occlusivo, per il quale, nel fare, si nega al fatto di sussistere nella propria validità separata – negazione pregna di effetti se, come suggerisce Derrida, essa pone in questione in ultima analisi la possibilità di sussistenza della polarità opera/commento, accidente/necessità, segno/significato, fatto/interpretazione. Resta però da comprendere il lato complementare di tale occlusione di commento, il secondo lato del gioco, ossia la provocazione esercitata dalla scrittura di Artaud nel darsi tuttavia in forma di opera, esponendosi a quel medesimo commento cui si nega. Solo cogliendo la duplicità del gesto di Artaud sarà possibile comprenderne il portato complessivo e l’intento propositivo. Potremmo cominciare dalla domanda più scontata: che cosa si sottrae nell’opera di Artaud, proprio mentre essa si dà in forma di «opera completa»?

 

Ciò che oppone resistenza, dice Derrida, nella scrittura di Artaud è il suo prodursi come «avventura» complessiva, «totalità anteriore alla separazione della vita e dell’opera»: rifiuto del principio di separazione soggiacente all’istanza dell’opera come fatto, della scrittura come testo e della comprensione come commento. L’intera esperienza di Antonin Artaud si pone quindi come immane vicenda grafica, là dove vita e opera si diano in un intreccio non dipanabile e dove scrittura si dia come esercizio vivo di segni dotati di efficacia produttiva e performativa. E se fare vita e fare opera coincidono nel senso grafico dell’avventura artaudiana, ciò spiega infine perché quella scrittura non potesse essere opera se non in quanto operatività, incisione di senso irriducibile alle tracce del suo operare. Scrisse Artaud nella Prefazione al Teatro e il suo doppio:

Quando pronunciamo la parola vita, dobbiamo renderci conto che non si tratta della vita quale la conosciamo attraverso l’aspetto esteriore dei fatti, ma del suo nucleo fragile e irrequieto, inafferrabile dalle forme[5].

 

Quel che della vita resta inafferrabile e inafferrato dalle forme è però anche ciò che solo nel prodursi di quelle forme si manifesta, disfacendosi nelle proprie tracce. Col che, finalmente, si può iniziare a intendere quale sia l’efficacia, la riserva di fertilità che il doppio gioco artaudiano rivela.

Potremmo dire: ciò che in quella scrittura va inevitabilmente perso è il medesimo che ogni scrittura perde fissandosi nelle proprie forme significative; ma solo il palesarsi, l’esibirsi paradossale di quella perdita consente di reiterare ciò che è inafferrabile dalle forme, di esporvisi, di assumerlo consapevolmente e di abitarlo. Ciò che va perduto è, in altri termini, l’accadere dell’incisione, il movimento del dare forma, l’orientamento del far segno, ciò che precede ogni segno e ogni significato perché ne è la tensione evenemenziale: in-tensione di senso che vige solo come anacronistica assenza in presenze venture.

 

La scrittura satura praticata da Artaud, refrattaria alla linearità del rinvio semantico, non testimonia dunque di una «esistenza che rifiuta di significare», di «un’arte che si è voluta senza opera», di «un linguaggio che si è voluto senza traccia, cioè senza differenza» (come avrà tuttavia a concludere Derrida), se non nella misura in cui si assuma la «differenza» in una prospettiva ancora stanziale, binaria e mono-orientata – prospettiva questa, che pertiene eminentemente alla metafisica dualistica del commento. È piuttosto tale idea di differenza che Artaud vuole far saltare. Egli boicotta infatti quell’ingranaggio fondamentale che, stabiliti oggetti e significati come reciprocamente trascendenti, si interroga poi sui modi della loro connessione sensata istituendo, appunto, la pratica del commento.

Più che una scrittura «senza traccia», quella di Artaud si rivela così una scrittura tesa a mostrare il precipizio di se stessa nelle sue stesse tracce, a suo modo esercitandosi come auto-bio-grafia. Come intendere però tale espressione senza incorrere nelle medesime banalità psicologistiche che hanno alimentato tutti i commenti di tipo clinico ai quali l’opera di Artaud il folle è stata così spesso sottoposta? Scrive Carlo Sini:

 

Ogni filosofia è una autobiografia, non in un senso meramente psicologistico, ma nel senso per cui si può dire che in ogni sapere (saper fare, dire, scrivere) è compresa una genealogia, che è la autobiografia di quel sapere[6].

 

Ogni sapere è sempre una auto-bio-grafia in quanto, esercitandosi, testimonia di sé e della vicenda del suo prodursi in segni che rinviano al proprio stesso tracciarsi – senza mai poterlo significare, ma sempre mostrandolo nella sua congrua operatività. Ogni pratica (cioè ogni sapere in quanto «intreccio di pratiche», come Sini direbbe) è dunque scrittura che produce se stessa come eredità, una eredità che si riscuote dissipandola. Potremmo forse chiamare «filosofica» quella pratica che, scrivendosi, interroga la dissipazione e si nutre della perdita, esponendosi al proprio stesso «scarto» (nel triplice senso di «scoria», «brusco scostamento», «distanza»).

«Cari amici, quel che avete preso per la mia opera era solo lo scarto di me stesso»: il doppio gioco di Artaud rivela così una consapevolezza filosofica insospettata e la sua opera, esponendosi come scarto e allo scarto di se stessa, non fa che reiterare il movimento produttivo di ogni scrittura, che circoscrive un mondo in-tagliandolo di senso.

 

Visto sotto questa luce, il gesto grafico di Artaud fa tutt’uno con l’ampiezza del suo gesto teatrale, sussunto e contratto nella nota espressione teatro della crudeltà. Nella ricerca di Artaud tale espressione costituisce un momento di svolta all’interno di un percorso che, a partire dalla sua concreta esperienza di attore e di regista, lo condurrà ad una fatale resa di conti con i fondamenti dei saperi occidentali. Il teatro della crudeltà, infatti, non è propriamente teatro sulle scene, ma è l’istanza di una inedita acrobazia che chiede di sostare operativamente proprio nel luogo inafferrabile, nel «nucleo fragile e irrequieto» che era stato indicato come il dissipato di ogni scrittura. E se ogni scrittura non può che essere autobiografica iscrizione di quel luogo, taratura del senso come esposizione di una acronica e anacronistica provenienza, allora quel sostare operativo si determina come rappresentazione della vita come pluriorientata e gratuita produzione di altro da sé. Ciò che Artaud chiama «teatro della crudeltà» è un esercizio autogenerativo; attore crudele è colui che, agendo, espone la realtà alle sue metamorfosi e il soggetto alla sua costitutiva soggezione soggettivante.

 

Crudeltà è dunque esercizio di insistenza nel luogo utopico nel quale si compie la sottrazione produttiva, nonché l’esibizione riproduttiva di quella sottrazione medesima: luogo che è propriamente un primum movens e un primus motus in quanto transito già sempre accaduto nella emergenza grafica di pratiche di vita. Quel che in ogni scrittura si sottrae è l’accadere dell’incisione, avevamo detto; tuttavia solo sottraendosi l’incisione accade, e accade in forma di spoglia inerte che, (ac)cadendo appunto, cede il passo a nuove scritture del medesimo in-scrivibile.

Il teatro della crudeltà è perciò la frequentazione rigorosa del transito in-scrivibile, verticalmente attivo all’interno delle sue iscrizioni, solo in esse e per esse riattivabile (questo era il secondo lato del doppio gioco artaudiano). Ed è ovvio che tale frequentazione sfugga al principio della differenza binaria saturando il rinvio semantico. Non perché «rifiuti di significare» (il che coinciderebbe con il paradossale rifiuto di accadere nell’unico modo in cui può farlo), ma perché abita la macula di quel differire: punto osmotico vivente-vissuto nel quale non vi è differenza né rinvio, in quanto ogni differenza vi si inaugura e ogni rinvio vi si articola.

 

Solo la comprensione di tale indifferenza consente di intendere la scrittura della crudeltà come teatro autobiografico e, ad un tempo, di accogliere la provocazione artaudiana a interrogare i suoi scarti reiterandone il gesto costitutivo. Solo tale comprensione, forse, potrebbe consentire di transitare dall’intreccio di inconsapevoli autobiografie alla scrittura di una consapevole ma imprevedibile autogenerazione.

 

Note

 

[1] «Il corpo è una moltitudine affollata, una specie di baule a soffietto che non può mai aver finito di rivelare ciò che racchiude» (A. Artaud, Histoire vécue d’Artaud-Mômo, in OC XXVI, p. 187).

[2] Id., Il Pesa-Nervi, trad. it. in Al paese dei Tarahumara e altri scritti, a cura di H. J. Maxwell e C. Rugafiori, Adelphi, Milano 1966, p. 43.

[3] Ivi, p. 39.

[4] J. Derrida, Artaud: la parole soufflée, trad. it. in La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1971, p. 226.

[5] A. Artaud, Il teatro e la cultura, in Il teatro e il suo doppio con altri scritti teatrali, trad. it. a cura di G. R. Morteo e G. Neri, Einaudi, Torino 1968, p. 133.

[6] C. Sini, Idoli della conoscenza, Cortina, Milano 2000, p. 127 (ora in Id., Opere, vol. IV, tomo II: La solidarietà delle pratiche e l’origine dell’autocoscienza, a cura di F. Cambria, Jaca Book, Milano 2014).



Articolo ripreso da https://www.leparoleelecose.it/?p=43107



IN MEMORIA DI PIPPO FAVA

 


DA UN’IDEA DI ATTILIO BOLZONI, CON L’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

Pippo Fava, il giornalista ucciso nella città dove “la mafia non esiste”


Gli scivolano alle spalle, nel buio. E lo uccidono, alle 21.30 del 5 gennaio 1984, a Catania.

Lo uccidono i mafiosi. Ma le indagini partono male, malissimo. Indagini confuse, gli investigatori seguono anche una fantomatica e calunniosa pista “passionale”. Un classico nei delitti firmati da Cosa Nostra. Perché l'omicidio di Giuseppe “Pippo” Fava, è un omicidio di Cosa Nostra. 

Ma a Catania “la non mafia non esiste” e Pippo è un visionario, un raccontatore di favole, un corpo estraneo nella città dove il prefetto inaugura le attività commerciali del boss Nitto Santapaola, dove il comandante dei carabinieri ha rapporti con quei “galantuomini”, dove i più grandi imprenditori sono al servizio del crimine o dal crimine traggono enormi vantaggi. Pippo Fava li chiama “I Cavalieri dell'Apocalisse”.

Pippo Fava lascia “La Sicilia”, giornale paludato e organo ufficiale del potere, per fondare “Il Giornale del Sud” e poi “I Siciliani”, laboratorio di giornalismo in una Sicilia sonnacchiosa e promiscua dove i cronisti erano i suoi “carusi”, i suoi ragazzi, una generazione di giornalisti che segnerà la storia dell' "altra Catania” dopo la sua morte.
Ci vorrà molto tempo per scoprire (e provare) chi ha davvero ucciso Pippo - giornalista, ma anche drammaturgo, scrittore, sceneggiatore, uomo di teatro, pittore - che era una voce nel silenzio cupo di una Sicilia che ingoiava ogni nefandezza e ogni mistero. La sua condanna a morte Pippo Fava l'ha firmata quando ha iniziato a scrivere di quella Sicilia e di quella Catania.

Da oggi e per venti giorni, sul Blog Mafie pubblichiamo la sentenza d'appello che ha condannato all'ergastolo il capomafia Nitto Santapaola e il suo parente Aldo Ercolano come mandanti, mentre ha assolto Marcello D'Agata, Francesco Giammuso e Vincenzo Santapaola, condannati in primo grado come esecutori. La sentenza è stata confermata in Cassazione nel 2003.

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