31 agosto 2022

IL MODO PEGGIORE DI RACCONTARE LA STORIA

 


La tirannide dell’io: la scrittura della storia nell’epoca del neoliberismo

di Giorgio Mascitelli

Con La tirannide dell’io ( trad. di Luca Falaschi, Bari-Roma, Laterza, 2022, euro19) Enzo Traverso affronta un tema, quello dell’emergere di un tipo di scrittura storiografica sempre più marcatamente soggettiva, che solo distrattamente può essere considerato specialistico, mentre in realtà tocca uno degli aspetti più tipici della cultura del nostro tempo. Questo processo sembra diffondersi a partire dagli anni ottanta, anche per l’influenza di opere e modelli di scrittura esterni agli strumenti di lavoro tradizionali degli storici: non a caso l’autore si sofferma sull’analisi della ricezione del film Shoah ( 1985) di Claude Lanzmann e di alcune opere narrative negli ambiti della ricerca storica. La scrittura del passato in prima persona, per citare il sottotitolo del libro, comporta infatti un marcato ricorso a procedimenti  tipicamente letterari, appunto dall’uso della prima persona alla messa in scena del lavoro di ricerca come indagine passando per l’espressione dei sentimenti che lo storico prova verso i protagonisti della sua ricerca e altri ancora. Questo fenomeno non tocca per così dire solo l’organizzazione formale dei libri di storia, ma le stesse motivazioni che hanno portato l’autore a scegliere un certo tema, spesso dovute a una sua identificazione emotiva o politica con il soggetto della ricerca o addirittura a legami familiari, che rischiano di pregiudicare quel distacco intellettuale con la propria materia che è necessario per rispondere alla domanda su come sono andate effettivamente le cose. I rischi di questa impostazione sono quelli, in taluni casi, di mescolanza di elementi di finzione con quelli di realtà, ma più in generale di una sorta di ipertrofia narcisistica dell’io dello storico, che spesso finisce con l’attribuire le proprie priorità emotive, politiche e culturali ai soggetti di cui si occupa con l’esito di riversare la sensibilità contemporanea su personaggi del passato. Forse però il rischio maggiore per questi storici è di sviluppare una sorta di movimento dalla ‘storia generale alla cronaca individuale’ ( p.145), quando uno dei principali obiettivi epistemologici della storiografia, compresa la migliore microstoria, è esattamente l’opposto.

Secondo Traverso questa tendenza è dovuta al presentismo. Con questo termine, che l’autore riprende da François Hartog, si indica il peculiare rapporto con il tempo schiacciato sul presente tipico dell’individualismo neoliberista, che non percepisce più la profondità storica né verso il futuro né verso il passato. Non che gli autori in questione siano ideologicamente affini al neoliberismo, anzi talvolta ne sono dei critici, ma il presentismo è la forma della coscienza culturale contemporanea, dominata dal neoliberismo, che si esprime attraverso questo soggettivismo dello storico in un contesto che in definitiva è ancora quello postmoderno.
Forse il più significativo dei molti pregi di questo libro, tra i quali vale pena di citare anche la scrittura piacevole che introduce in maniera chiara il lettore non specialistico in un dibattito anche metodologico sulla storia,  è che Traverso non trasforma quella che è un’analisi storica e culturale in un rigido giudizio ideologico o metodologico, non solo perché l’autore ha presente esattamente le ambiguità e i limiti dell’impostazione moderna della scrittura storica tradizionale caratterizzata dall’impersonalità scientifica o, forse sarebbe meglio dire, dal suo mito, ma anche perché non esita a indicare  esempi di opere riuscite anche all’interno di questa tendenza come il libro Perdi la madre di Saidiya Hartman che, pur presentando tutti i caratteri della scrittura storica soggettivista, evita brillantemente i rischi di ripiegamento e arricchisce la conoscenza storica; per Traverso non si tratta di condannare una metodologia o una tendenza culturale in toto in nome di un diverso modello storiografico, ma di analizzare criticamente il presente senza però nasconderne gli aspetti positivi.
In questo libro, come si può immaginare da quanto esposto sopra, si parla molto di letteratura e vengono discussi gli esempi di romanzi storici di molti scrittori, anche se ovviamente la questione del soggettivismo nella narrativa è meno significativa perché un romanzo  non è un saggio storico ed è del tutto legittimo che mescoli elementi di finzione in quanto non ha come obbligo costitutivo quello di rispondere alla domanda ‘ come sono andate le cose, per quanto è possibile sapere’, che è invece vincolante per lo storico. Pure Traverso nota come anche la narrativa partecipi a questa tendenza soggettivante e le pagine che dedica alla discussione di Soldati di Salamina di Cercas, e ai rischi degli abusi della memoria, sono a mio avviso molto utili per ogni lettore di romanzo storico.
A me sembra infatti che questo libro ponga oggettivamente una questione interessante per la letteratura di questi anni ed è quella del presentismo. Se il presentismo è una forma della nostra coscienza contemporanea, allora anche la scrittura letteraria ne è influenzata o forse in alcuni casi addirittura determinata con tutti i rischi che ciò comporta. Naturalmente non è questo un problema risolubile per via teorica: saranno delle opere concrete di autori concreti che troveranno la via giusta per coniugare l’appartenenza al presente con quella necessaria dose di inattualità che le opere importanti hanno sempre.
Può valere la pena, però, ogni tanto tornare ai massimi sistemi per sottolineare nuclei decisivi: se Auerbach in quella fondamentale storia del realismo occidentale che è Mimesis indica come una delle maggiori differenze tra il realismo antico e quello moderno, il fatto che il primo guarda alla società in una prospettiva astorica, mentre il secondo è tutto calato nella storicità, allora sarà lecito chiedersi che tipo di realismo, che qui intendo nella sua accezione più ampia, sarà possibile nella letteratura di un’epoca dominata dal presentismo. Per esempio, visto che viviamo in un’epoca che considera il metaverso come un livello di realtà oggettiva e non come il prodotto di un’attività umana, questo sintomo, che a sua volta ha molto a che vedere con il presentismo, si rifletterà indirettamente nella produzione letteraria. Probabilmente il recupero, anche in termini epistemologici, di credibilità del romanzesco più scontato a cui si assiste oggi, come se il Novecento non fosse mai esistito e tutto sommato anche buona parte dell’Ottocento, è ugualmente un sintomo di questa situazione; altrettanto probabilmente ogni mutamento storico in una cultura presentista si può presentare facilmente nella forma dello choc e una via di fuga può essere il ritorno a un tempo fiabesco, magari opportunamente aggiornato con l’ultimo grido tecnologico; o ancora  quel racconto di ‘vite chiuse in sé stesse’ ( p.145), incapace cioè di rappresentare dietro il singolo caso una condizione generale o quanto meno diffusa, che Traverso riscontra in molte opere storiche, è tipico di molte opere narrative e non solo di genere storico .
Insomma mi sembra che Traverso parlando della scrittura della storia vada a cogliere un tratto più generale della cultura del nostro tempo, a tal punto che mi spingerei ad affermare che quel movimento dalla storia globale alla cronaca individuale, a cui mi riferivo sopra, sia la forma narrativa della coscienza ( infelice) della nostra epoca.

Pezzo ripreso da https://www.nazioneindiana.com/2022/08/31/la-tirannide-dellio-la-scrittura-della-storia-nellepoca-del-neoliberismo/




30 agosto 2022

LA LIBERTA' DI PASOLINI

 



"Io sono comunista, e nella vita sono insieme con gli operai che lottano per la loro libertà e i loro diritti. Però non posso per questo rinunciare alla mia libertà e al mio diritto di raccontare fiabe [...] E raccontando le mie libere fiabe, non voglio scandalizzare solo i piccolo-borghesi, ma anche i piccolo-borghesi comunisti! [...] I giovani che disapprovano da sinistra il sesso e la gioia di vivere sono figli dei vecchi che li disapprovano da destra [...] Bisogna avere la libertà di raccontare storie politiche, non l'obbligo di raccontare storie politiche!"

Pier Paolo #Pasolini


? Da “Trilogia della vita. Le sceneggiature originali di Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il Fiore delle Mille e una notte". Garzanti, 1995. pp. 672-673

? Pasolini durante le riprese in Inghilterra del film "I racconti di Canterbury" (1972) © Mimmo Cattarinich/Tutti i diritti riservati



UNA PROFEZIA di PASOLINI

 



Impressionante anticipazione dell’immigrazione degli ultimi trent’anni, attraverso il Mediterraneo, in una poesia intitolata per di più “Profezia”, probabilmente del 1962. Pasolini profetizza torme di “asiatici” che sbarcano a Crotone e Palmi, da “navi a vela e a remi”, “migliaia di uomini\ coi corpicini e gli occhi\ di poveri cani dei padri\ sulle barche varate nel Regno della Fame”. E “da Crotone e Palmi saliranno\ a Napoli, e da lì a Barcellona,\ a Salonicco e a Marsiglia,\ nelle città della Malavita”.

Ma tutto il poemetto è una veridica profezia, nei minuti particolari. “Profezia” è inclusa nella raccolta del 1964, “Poesia in forma di rosa”, e presto cambiata di titolo. Dedicata a Ninetto Davoli, all’incontro fulminante appena avvenuto col ragazzo che sarà l’unico “amato” di Pasolini, e ribattezzata col titolo attuale. In omaggio, dice la dedica, a Sartre, che gliene aveva raccontato la storia, la storia di Alì dagli occhi azzurri.


Pier Paolo Pasolini, Alì dagli occhi azzurri, free online



Ecco il video della prima presentazione di EREDITA' DISSIPATE


 

29 agosto 2022

PASSATO e PRESENTE: da PAJETTA a LETTA


Giancarlo Pajetta mise a tacere Almirante dicendo: Taccia, con voi abbiamo chiuso i conti il 25 aprile. Oggi, Letta confabula allegramente con la Meloni.

(Vittorio Riera)

Questo vivo ricordo di Vittorio, spiega meglio di mille parole l'abisso che separa il nostro glorioso passato da questo misero presente. (fv)


28 agosto 2022

SUL CARTEGGIO FORTINI-ENZENSBERGER






 Fortini-Enzensberger, il carteggio

di Andrea Inglese

 

Esistono, esisteranno ancora, carteggi nel XXI secolo, carteggi elettronici a cui ci si rivolgerà curiosi ed esigenti, convinti che qualcosa di un autore importante sia scivolato fuori dai margini dell’opera edita, e che possa perciò aiutarci ad ampliare la visione che abbiamo del suo lavoro letterario e intellettuale? È quanto in ogni caso continuiamo a fare per il Novecento, dove anche scambi occasionali, circoscritti nel tempo, ci promettono se non scoperte, almeno conferme e comunque chiavi di lettura ulteriori. In quest’ottica possiamo ora leggere Così anche noi in un’eco, ossia il carteggio tra i due poeti e intellettuali Franco Fortini e Hans Magnus Enzensberger, svoltosi tra il 1961 e il 1968. Il libro esce per Quodlibet, nella collana dedicata all’Archivio Franco Fortini, a cura della giovane e brillante studiosa Matilde Manara. Il materiale non è corposo; si tratta di quattordici lettere di Enzensberger e cinque sole di Fortini, ma l’apparato documentario nel suo insieme è rigoroso e ricco. Oltre allo scambio epistolare occasionato da un lavoro di reciproca traduzione, il volume comprende anche due testi apparsi in rivista, in cui ognuno dei due poeti commenta la poesia dell’altro, un articolo di uno studioso tedesco di Brecht, che critica un precedente articolo di Fortini apparso in Germania, la replica epistolare di quest’ultimo, e infine alcune poesie di Enzensberger nella versione di Fortini. Fondamentale è poi il saggio introduttivo di Matilde Manara, che si concentra sul ruolo della traduzione nell’opera di Fortini e in una più generale strategia di politica culturale condivisa, all’epoca, con Enzensberger e altri scrittori europei. Quando i due poeti iniziano il lavoro di traduzione, sostenuto da un duplice progetto editoriale – Suhrkamp per la Germania e Feltrinelli per l’Italia –, sono entrambi coinvolti nella creazione di “Gulliver”, una rivista con una vera redazione europea, in grado di esplorare la letteratura contemporanea al di là dei confini nazionali, dando anche spazio a interventi di Kulturkritik. Alla fine, nonostante l’impegno di Maurice Blanchot (primo ideatore), di Vittorini, Calvino e Leonetti, degli esponenti del tedesco Gruppo 47, “Gulliver” non vedrà mai la luce, ma l’esigenza di abbracciare una visuale internazionale continuerà ad accompagnare Fortini e Enzensberger sia sul terreno della poesia che della saggistica. Si trovano tutt’e due di fronte a un crinale – per utilizzare un’immagine cara al critico Luca Lenzini – situato tra il 1956 (l’esito dell’insurrezione ungherese) e l’inizio degli anni Sessanta, con l’insorgenza dell’industria culturale di massa. Nonostante la differenza di età (Fortini è più vecchio di dodici anni) e di scelte poetiche (Enzensberger è più vicino alle avanguardie europee), li accomuna la pratica del saggio non specialistico, con intenti di decifrazione critica della contemporaneità. Nel 1962, esce in Germania la raccolta di saggi di Enzensberger, poi tradotti per Feltrinelli nel 1965 col titolo Questioni di dettaglio. Poesia, politica e industria della coscienza (ripubblicati nel 1998 da e/o); nel 1965, Fortini pubblica per il Saggiatore Verifica dei poteri. In questo contesto di riconsiderazione radicale del ruolo dell’intellettuale e del poeta, si svolge il carteggio, in gran parte incentrato sulle difficoltà specifiche o più generali della traduzione. Il nodo maggiore è Fortini a individuarlo con la sua solita perspicacia: nei testi che comporranno il volume Poesie per chi non legge poesia, scorge in Enzensberger un gioco sui “contrasti fra i diversi piani linguistici (linguaggio colloquiale, tecnico, giornalistico)”, gioco che sfrutta l’eterogeneità sincronica della lingua. Delle proprie poesie, per l’edizione tedesca di Poesia e errore, egli sottolinea invece il carattere diacronico, “la mia poesia (…) passeggia, insomma, su e giù per i secoli della lingua italiana”. Queste peculiarità si riflettono poi sulle scelte metriche dei rispettivi autori (in Enzensberger il verso libero e in Fortini la centralità dell’endecasillabo). Come si vede, nel carteggio si misura un’ampiezza di questioni, che scendono nel dettaglio della pratica traduttiva, avendo sempre alle spalle, però, un discorso ben più ampio; un discorso non solo sulla poesia, ma anche sulla capacità di quest’ultima di funzionare come voce critica insieme ad altre, in un contesto di nuovi conflitti che l’emergente cultura di massa e la sua correlativa gestione capitalistica stavano rivelando.

Pezzo ripreso da: https://www.nazioneindiana.com/2022/08/29/fortini-enzensberger-il-carteggio/

POESIE PER PASOLINI

 



«Giorgio Caproni non voleva "fregiarsi" della morte di PPP ma altre figure hanno scritto per lui: Roberto Galaverni le ha riunite, avversari inclusi. Fanno impressione la varietà e l’importanza degli interlocutori. Il fatto evidente è che Pasolini non è stato "solo" un poeta e con la sua esorbitanza si spiega l’eccezionalità del tributo pro e contro.» – Paolo Di Stefano, La Lettura - Il Corriere della Sera


Nessun poeta contemporaneo ha mosso le parole dei nostri poeti, nessuno è stato cantato in versi quanto Pier Paolo Pasolini. Omaggi, critiche, dialoghi, liti, derisioni, riconoscimenti, fedeltà, invettive, celebrazioni, anatemi: il "poeta delle Ceneri" ha costituito una fonte straordinariamente feconda d'ispirazione poetica. Ma dire la propria su Pasolini - e non fa differenza se per incensarlo o metterlo al muro - per molti ha significato e tuttora significa dire la propria anche sulla poesia in quanto tale, esplorare la tensione tra parole e cose, tra forma e vita, tra discorso e azione, tra il poeta (o il Poeta) e la poesia (o la Poesia). Poco meno di tutta la poesia italiana dal secondo dopoguerra a oggi - da Arbasino a Zanzotto - viene chiamata in causa da queste poesie e, tanto più, dal rapporto dei loro autori col poeta che è l'oggetto o il destinatario dei versi. Il che è un segno dell'assoluta centralità di Pasolini nelle vicende della nostra letteratura contemporanea, e una prova ulteriore, caso mai ce ne fosse bisogno, della sua dismisura. La maggior parte di queste poesie implica infatti un quadro di rapporti, diramazioni e intrecci - letterari, intellettuali, personali - non solo complesso ma vastissimo. Un po' come accade per Laura nel Canzoniere petrarchesco, anche le poesie che a Pasolini sono state dedicate si potrebbero dividere tra quelle in vita e quelle in morte del poeta. Si vedrebbe allora che le seconde sono più numerose delle prime, che queste ultime sono per lo più critiche (e in genere più rilevanti dal punto di vista degli argomenti poetici) e le altre il più delle volte partecipi, elogiative, e in qualche caso anche agiografiche. Eppure la questione non è così lineare, perché se il tema-Pasolini costituisce, in tutta l'estensione del termine, un tema-poesia, allora si vedrà anche che il discrimine segnato dalla morte, se in certi casi ha offuscato la vista e confuso le parole dei suoi mittenti poetici, in altri li ha aiutati a comprendere cosa fosse davvero in gioco nella sua ininterrotta belligeranza artistica ed esistenziale. Per questo gli omaggi in versi che gli sono stati tributati consistono in genere in una presa d'atto ch'è insieme un rendere atto, a Pasolini ovviamente, del suo tentativo di sovvertire le regole del gioco, d'impiegare la letteratura non come uno scudo ma come una spada, di aprire la porta per spingere la poesia al di là di se stessa, anche a costo di perderla. La maggioranza delle poesie di questa antologia testimonia anzitutto la gratitudine per questo suo impegno. E se nella sua vicenda si può riconoscere un significato anche sacrificale, questo sta tutto nel suo aver sacrificato la poesia e la letteratura (paradossalmente attraverso la poesia e letteratura stessa) in nome di qualcosa di diverso, la si chiami pure vita, o realtà, o magari poesia della vita, poesia della realtà. Non è un caso che chi gli ha dedicato i propri versi sia stato toccato, prima ancora che dalle sue idee particolari o dai singoli risultati espressivi, dal su

o intendimento e dalla sua direzione, poetica o impoetica la si sia poi giudicata, ovvero dal suo nucleo estetico-poetico. Quello che i poeti hanno compreso e sentito più vicino è insomma ciò che Pasolini ha voluto 'fare'. Con tutte le sue buone riuscite e i suoi passi a vuoto, il Pasolini che esce da queste poesie è allora qualcuno che ha portato all'ordine del giorno quel che in fondo i poeti da sempre sanno, ma che, evidentemente, hanno bisogno di ripetersi sempre di nuovo: che al cospetto della realtà uno scrittore non può vivere col cuore in pace, dare per acquisiti il senso e l'efficacia dei suoi strumenti espressivi, trovare nella compiutezza estetica e formale la propria assoluzione. Questa tensione al fuori, questa spinta a disperdersi per ritrovarsi, è qualcosa di consustanziale alla poesia stessa, un elemento primario, basico, dell'arte poetica. ( Roberto Galaverni )