29 dicembre 2015

CARO, CARO SANCHO PANZA...



"Non muoia, signor padrone, non muoia.
Accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall'avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s'è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi."

Miguel De Cervantes, Don Chisciotte de la Mancha

TRADIZIONE TRA CENERE E FUOCO




La tradizione è la custodia del fuoco, non l'adorazione della cenere.

Gustav Mahler

AMOS OZ: L'occupazione violenta della Palestina fa male anche a Israele.



Lo scorso 12 novembre ho ricordato la coraggiosa presa di posizione di Pasolini, negli anni sessanta del secolo scorso, a favore dello Stato d ' Israele. Oggi ripropongo un breve articolo dello scrittore israeliano Amos Oz che esorta i governanti del suo Paese ad avere più rispetto del popolo palestinese  per convivere in pace  nello stesso territorio.
Un popolo che ne opprime un altro non sarà mai un popolo libero”. Lo ha scritto Marx a proposito dell'occupazione inglese dell'Irlanda. Da amico del popolo ebraico  penso che la stessa cosa valga per la Palestina di oggi.

Amos Oz

“L’occupazione fa male a Israele. Fermiamo la violenza per il nostro futuro”

L’occupazione quest’anno compie già 49 anni. Sono certo che debba finire al più presto per il futuro dello Stato di Israele, un futuro a cui dedico il mio impegno profondo. In considerazione delle politiche sempre più estreme del governo israeliano, chiaramente intenzionato a controllare i territori occupati espropriandoli alla popolazione locale palestinese, ho appena deciso di non partecipare più ad alcuna iniziativa in mio onore delle ambasciate israeliane del mondo. Non è stata una decisione facile bensì molto dolorosa. Ma l’attuale oppressione e le espropriazioni nei territori occupati, gli incitamenti contro gli oppositori delle politiche del governo, e la tensione legislativa per ridurre la libertà di espressione e minare il potere giudiziario — mi hanno spinto nel loro insieme verso questa decisione.

Da anni faccio parte del B’Tselem’s Public Council. Rinuncerei volentieri a questo onore se l’occupazione fosse un ricordo del passato. Ma finché non sarà tale — come sarà — sono fiero del lavoro coraggioso svolto da B’Tselem: dai ricercatori sul campo a Gaza e nella Sponda occidentale allo staff della sede di Gerusalemme e ai suoi volontari. B’Tselem non solo documenta in modo attendibile e meticoloso le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, ma offre anche uno specchio alla politica di Israele, rivelando la sua dubbia maschera di legalità con cui da 50 anni Israele prevale sui palestinesi, opprimendoli e confiscando la loro terra.

Il 2014 è stato uno degli anni più insanguinati per Israele e la Palestina dal 1967 a questa parte. Purtroppo anche il 2015 è stato segnato da numerose settimane di violenza. Io contesto ogni forma di violenza contro persone innocenti. Ma rifiuto anche il tentativo di far passare i recenti eventi esclusivamente come istigazioni o manifestazioni “anti-semitiche”, sottovalutando il regime di occupazione con le sue annose violenze quotidiane contro milioni di palestinesi privati dei loro diritti.

Queste sono alcune delle ragioni per cui scelgo di far parte del B’Tselem’s Public Council e di sostenere questa organizzazione. Ed è anche il motivo per cui vi scrivo, per chiedervi di unirvi a me nel rendere più forte B’Tselem dimostrando chiaramente il vostro sostegno a favore dei diritti umani e contro l’occupazione. Solo la sua fine può portare a un futuro gravido di giustizia, libertà e dignità per chi vive qui. B’Tselem — la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, che vede l’occupazione per quello che è, la documenta, ne spiega le implicazioni e vi si oppone fermamente.

(Testo scritto a sostegno dell’Ong israeliana B’Tselem, fondata nel 1989 come “ Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei Territori occupati”)

La Repubblica – 27 dicembre 2015

Anna Achmatova, Il miele selvatico

Pittura rupestre



Il miele selvatico sa di libertà
la polvere del raggio di sole,
la bocca verginale di viola,
e l’oro di nulla.

La reseda sa d’acqua,
e l’amore di mela,
ma noi abbiamo appreso per sempre
che il sangue sa solo di sangue...

Invano il procuratore romano,
tra gridi sinistri della plebe,
lavò davanti al popolo le mani,
e invano la regina di Scozia
tergeva da rossi schizzi
le palme affusolate, nell’afosa
oscurità del palazzo reale...

Anna Achmatova

LA POESIA E' VIVA ANCHE A CIMINNA (PA)



Ciminna (PA)



 Domani 30 dicembre 2015, alle ore 20.30,  a Ciminna presentazione di un libro di poesie illustrato da bellissime foto.

28 dicembre 2015

L'AMORE DI PASOLINI PER MARX


Ti scrivo. Quell'amore per Marx

Caro Pier Paolo,
dopo quarant’anni posso dirti finalmente cosa mi indusse, circa dieci anni dopo la tua morte violenta (la violenza pura, sadica, ritualizzata del branco anonimo e sicuro della sua impunità, scatenata su chi dava solo “scandalo di mitezza”, e per questo ancora più assurda), ad incontrarti e a non staccarmi più da te. A divorare, in quell’estate di trent’anni fa, l’insuperabile biografia scritta da Enzo Siciliano, che ti rincorre con amorevole empatia in tutte le tue inquietudini e palpitazioni creative, a lasciarmi rapire dalle sonorità delle Ceneri di Gramsci, a passare ai tuoi film e al tuo teatro, aulico ed “estremo”, come poi sarà, inguardabilmente, anche Salò. Momenti scanditi nella mia memoria, perché ogni volta era come scoprire il genere stesso della poesia, del cinema, del teatro, di cui il tuo nome diventava inconsciamente per me una metonimia indelebile. Ora, lo posso dire. A causa di quelle asincronie proprie del tempo storico, di cui parla Ernst Bloch, a metà anni Ottanta, studente di liceo, mi trovavo giovane in una zona marginale di quella Basilicata che, col Vangelo secondo Matteo, facesti assurgere a Palestina del ventesimo secolo: un limbo ancora sospeso nell’attesa indefinita e indifferente del progresso o dello sviluppo, mentre tu, negli articoli “corsari”, avevi già denunciato la devastante assimilazione in corso del primo al secondo. In questa parte periferica dell’Italia, ancora per metà scampata al genocidio culturale che ti angosciava (forse una di quelle eccezioni e resistenze al fenomeno, di cui ammettevi l’esistenza nella replica a Calvino che ti accusava di rimpiangere l’Italietta), crescevo a fianco delle sopravvivenze più corpose del “mistero contadino”, come lo chiamasti nei versi de La religione del mio tempo del 1958, ripensando al Friuli della giovinezza. Qui, leggere di te e leggerti, ha significato letteralmente vivere un’identificazione proiettiva con la vicenda del passaggio da Cristo a Marx, che tu hai vissuto a Casarsa e che ha segnato la mia adolescenza. Avrei conosciuto, certo, poi, le mie revisioni, i miei dubbi, il cedimento alle sirene nichiliste, il mio disamore per l’utopia, forse, quella che, da fustigatore “luterano”del nuovo conformismo giovanile, avresti considerato la resa alle spinte omologatrici. Ma anche le volte che rinunciai a Marx, non rinunciai mai a te. In fondo, è stato il tuo amore intellettuale e poetico per Marx ad affascinarmi, o, come dicevi, il tuo scegliere gli amori poetici “sotto il segno primario di Marx” (Progetto di opere future). Amore intellettuale, perché amare qualcosa significa conoscerla, e conoscerla veramente significa imparare ad amarla. E solo l’amare, solo il conoscere conta, non è vero? Anche per me, come per te, furono prima Marx e, a seguire, Freud, a fornire la chiave di accesso alla realtà, ai suoi strati duri, necessari, vitali, corporei, a quella realtà, che, nel tuo apprendistato ermetico e simbolista giovanile, ti illudevi di risolvere tutta nella lingua. Amore intellettuale di Marx come era amore intellettuale di Dio (del Dio-Natura-Vita) quello di Spinoza, che, non a caso, in Porcile convochi ad abiurare da quel razionalismo che, se in un primo tempo prometteva di liberare dall’oscurantismo e dal fanatismo, non avrebbe fatto altro che rivelarsi in seguito l’arma fondamentale della borghesia per annegare ogni impulso ideale, eroico, nell’“acqua gelida del calcolo egoistico”, come si dice nel Manifesto del Partito Comunista di Marx: un testo di riferimento centrale per i tuoi scritti corsari, ancor più dei libri di Marcuse. È dal Manifesto che hai dovuto riapprendere dolorosamente il carattere demoniaco della borghesia che, con le sue costanti innovazioni, travolge ogni tradizione, profana ogni cosa sacra, che sa essere più “rivoluzionaria” della Rivoluzione, perché dotata di un cinismo più sottile, quello di saper non essere cinica al momento opportuno, come dici, sempre con passione e ideologia, nella tua bella opera teatrale, allegorica e autobiografica, Bestia da stile, finita di scrivere un anno prima di morire.
Tu non sei stato un marxista eretico. Hai scelto il marxismo come la migliore eresia del cristianesimo, anzi, dell’escatologia cristiana. Ecco perché, per te, la religiosità non poteva ridursi all’anestetico della sofferenza reale che la generava, da “negare” politicamente e ideologicamente con la coscienza di classe, ma rinviava al fondo sacro della vita. Con sofferenza, a Casarsa, imparasti alla maniera hegeliana a distinguere tra la religione positiva, collusa col Potere, e la religione naturale del cuore, del corpo. Io imparai da te che ciò che vi è di più irreligioso è la viltà, il soffocare per viltà la passione. Ecco perché, inoltre, arrivato a Roma, amasti quel sottoproletariato di cui il Manifesto diffida. Sì lo eri “più moderno di ogni moderno”, perché già negli anni del boom economico, prima che l’apocalisse della società dei consumi ti si mostrasse chiaramente e inequivocabilmente, ti sentivi orfano di quella Storia, che l’interpretazione moderna, non solo marxista, ma soprattutto marxista, offriva alle coscienze come lo spazio secolarizzato della speranza e della redenzione umana e sociale, e, sempre nelle Poesie mondane (il diario poetico scritto mentre giravi il tuo secondo film nelle borgate romane, Mamma Roma), annunciavi l’inizio del tuo spaesamento, l’avvento della Dopostoria, che appunto la filosofia e le estetiche del postmodernismo avrebbero cominciato a salutare e incensare, negli anni immediatamente successivi alla tua morte, presumendo di smascherare finalmente gli inganni dei grands récits della Storia. E allora, caro Pier Paolo, non mi va di assecondare la frustrazione, il cipiglio e il cupio dissolvi dei tuoi ultimi scritti polemici, che pure tanto anticipano, in particolare, del degrado attuale del nostro Paese, o la deriva che alla fine ti rese prigioniero del fantasma dell’origine perduta, come osserva acutamente di te lo psicanalista Massimo Recalcati, ma voglio ereditare proprio il tuo desiderio di modernità. Voglio credere che sia questo il tuo insegnamento fondamentale, più prezioso: nello smarrire completamente il rapporto con la Storia e con la riflessione sul senso della Storia, o meglio con la Storia come progetto dell’uomo che aspira ad umanizzarsi (il vero “sogno” moderno), consiste il pericolo più grave, il pericolo di una società totalmente alienata. Ma voglio credere, come diceva un altro poeta, che dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva. E l’ampliamento degli orizzonti culturali che la globalizzazione e la comunicazione digitale (questi due fenomeni che non hai potuto commentare) consentono, possono agevolare una ricontestualizzazione di questa Storia sui tempi più lunghi dell’ominazione, della vita, della terra, capace di generare nuova coscienza, nuove volontà morali, nuove appartenenze. Quanto ci sarebbe utile ricordare, oggi, ad esempio, a dispetto dell’ideologia sviluppista, da te ereticamente stigmatizzata già quarant’anni fa, e come pure ammoniva Marx nel Capitale, che il valore della nostra ricchezza non dipende solo dal lavoro umano, ma anche dalla terra, dalla natura? Già voglio ricordarti così e salutarti con le parole, anzi i versi non tuoi, ma di Karl Marx, scritti nell’ultimo numero della Gazzetta renana, su cui si era abbattuta nel gennaio 1843 la mannaia della censura prussiana: “Ci rivedremo un giorno su una nuova riva:/ quando tutto cade, indomito il coraggio resta”. Grazie, Pier Paolo.

Testo ripreso da http://www.doppiozero.com/
Questo testo fa parte del contributo che doppiozero ha scelto di realizzare, articolato in tre parti - interviste, poesie, lettere - in occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato.

B. MALINOWSKI SUL CARATTERE RIVOLUZIONARIO DEL DONO


Cent’anni fa l’antropologo Malinowski scoprì una società aborigena fondata sulla generosità. Per noi una grande utopia: il dono, o se vogliamo l'atto gratuito privo di ogni motivazione utilitaristica, come scardinamento della società delle merci e del profitto. Non a a caso Debord e i giovani lettristi rivoluzionari chiamarono Potlatch il loro foglio di battaglia.
Marino Niola

Quando il dono diventò la base dell’economia


Chi fa regali alla fine ci guadagna sempre. E non solo in gratitudine. Perché il dono è un investimento sul futuro. Un contratto a lungo termine. E a insegnarcelo non è stato nessun guru dell’economia ma gli aborigeni delle isole Trobriand, che del dare a piene mani hanno fatto un’arte della convivenza, nonché la base della loro dottrina politica. Anticipando, e di fatto ispirando, le teorie contemporanee del convivialismo e dell’antiutilitarismo.
A scoprire i segreti di questa economia della generosità è stato, giusto un secolo fa, Bronislaw Malinowski, il celebre antropologo polacco, professore alla London School of Economics. Che, per uno scherzo del destino, si trovava in Australia per studiare gli aborigeni, quando scoppiò la prima guerra mondiale. Come suddito dell’impero austroungarico, e quindi cittadino di un paese nemico, gli sarebbe toccato l’internamento in un campo.
Ma il giovane Bronislaw riuscì a convincere le autorità australiane a confinarlo nell’arcipelago delle Trobriand, oggi isole Kiriwina, dal quale non c’era pericolo che fuggisse. Ma in compenso avrebbe potuto continuare le sue ricerche sugli usi e costumi delle tribù di questi atolli corallini che si trovano nel Pacifico occidentale, tra la Nuova Guinea e le isole Salomone.

Il 1915 fu un annus horribilis per l’Europa, ma per l’antropologia fu un anno fortunato. Perché appena mise piede su quelle spiagge, dove il vento mormora tra le palme, Malinowski fu subito colpito da un’usanza che ai suoi occhi di occidentale nutrito di economia politica, sembrava priva di qualsiasi logica. Gli indigeni affrontavano traversate oceaniche lunghissime e piene di pericoli a bordo delle loro piroghe per portare doni agli abitanti di isole lontane. Una generosità incomprensibile e un coraggio ai limiti dell’incoscienza, visto che a viaggiare su quelle acque tempestose e infestate di squali era una bigiotteria senza valore. Collane e braccialetti di conchiglia.
Cose futili e non beni necessari. E, come se non bastasse, questi monili da poveri venivano regolarmente rigirati da coloro che li avevano ricevuti agli abitanti dell’isola più vicina. Che a loro volta li indossavano un po’ di tempo per farsi belli e poi prendevano il mare per andare a farne omaggio agli abitanti di altre terre. Creando così un circuito di scambi che chiamavano kula.
Apparentemente un circolo vizioso per cui il cadeau, prima o poi, finiva per tornare nelle mani del primo proprietario. Un po’ come certi regali, riciclati di Natale in Natale, che alla fine tornano al mittente come un boomerang. Ma per i Trobriandesi questa sorta di sbolognamento sistematico era un valore aggiunto. Perché ogni passaggio di mano in mano caricava il dono di prestigio. Per dirla con parole nostre, ne impreziosiva il pedigree. Che stava in buona parte in un plusvalore relazionale. Come certi diamanti leggendari di cui si sciorina sistematicamente la cronologia di coloro che li hanno posseduti.

Il caso trobriandese, raccontato da Malinowski nel suo capolavoro Gli argonauti del Pacifico occidentale, divenne subito un rompicapo per gli economisti che non riuscivano a trovare senso in un comportamento tanto irrazionale. Così alla fine molti esponenti di questa scienza che noi moderni ci ostiniamo a ritenere esatta – e che i Greci, con maggior prudenza, definivano semplicemente “governo della casa” (da oikos abitazione e nomia regola) – conclusero che si trattava di un’assurdità. 
Un comportamento da tribù primitiva, economicamente immatura che, incapace di calcolare costi e benefici, sprecava il tempo a fare regali, per di più senza guadagnarci nulla. Ma l’imperturbabile polacco non fece una piega e restituì colpo su colpo, sbattendo in faccia agli scettici la soluzione del rebus, l’algoritmo segreto che governava quella strana giostra di regali e regalini. In realtà la ragione di quella fatica, apparentemente inutile, non stava nel valore d’uso degli oggetti, bensì nel loro valore di scambio. Che si fondava soprattutto sulle alleanze e partnership prodotte da quel circuito di reciprocità.
Il dono insomma funzionava come un contratto sociale, facendo di tante popolazioni straniere, lontane e potenzialmente nemiche, un vero e proprio sistema. Ordinato e coordinato. Una federazione che metteva in moto una rete di relazioni sovralocale. Dalla quale non si usciva mai. Infatti i Trobriandesi dicevano con orgoglio che «l’appartenenza al kula è per sempre».

Questa sorta di mercato globale primitivo era insomma capace di connettere genti e paesi separati da migliaia chilometri di mare, a dispetto dei loro fragili mezzi. Basti pensare che nelle capanne dei cacciatori di teste della Nuova Guinea indonesiana e delle isole Molucche sono state trovate preziose porcellane cinesi d’epoca Ming. Insomma lo scambio di doni era una pensata geniale per fare uscire quelle isole dal loro isolamento e farne un solo grande arcipelago.

Il che in fondo vale anche per noi, utilitaristi disincantati, quelli che “nessuno ti regala niente per niente”. E si vede chiaramente in momenti come il Natale. Con la sua girandola di doni e controdoni, che non a caso gli americani chiamano big swap, il grande scambio. Un circuito cerimoniale che tiene in equilibrio reciprocità e gratuità, generosità e socialità, obbligo e piacere.Col risultato di riaffermare il principio dell’utile, ma proiettandolo su un piano più generale, e soprattutto meno egocentrico.
Perché quel che regaliamo oggi ci verrà restituito in qualche modo con gli interessi. E non necessariamente da chi ha ricevuto. Come dire che il dono è la forma più sottilmente disinteressata del profitto, perché è l’origine stessa del legame sociale, il gesto primario, incondizionato e gratuito che fa uscire l’individuo da se stesso e lo lega agli altri in una rete che assicura scambio protezione, solidarietà. E di conseguenza anche guadagno.
Non è un caso che le religioni nascano tutte da un dono fatto al dio. E che il dio ricambia. Ecco perché, perfino il nostro Natale consumistico, continua ad essere animato da quell’energia collettiva messa in moto dallo spirito del dono. Che anche se per pochi giorni all’anno, fa di quelle isole che noi siamo un solo arcipelago.
La Repubblica – 17 dicembre 2015