DANILO DOLCI HA INDICATO LA STRADA PER USCIRE DAL "TEMPO PRIMITIVO"
Nicola Lo Bianco
La vita e l’opera di Danilo Dolci sono un
esempio di come è possibile cambiare “costringendo” alla saggezza gli
increduli, i sottomessi ridotti al silenzio, le autorità irresponsabili.
Probabilmente fu l’impressione dell’estrema miseria che ne ebbe da
bambino, seguendo gli spostamenti del padre capostazione, a farlo
tornare a Trappeto, vicino Partinico, un piccolo borgo marinaro tra le
province di Palermo e Trapani.
Seguiva, si capisce, una sua spinta interiore:la volontà di rendere la
vita coerente coi princìpi, il desiderio di conoscere non astrattamente,
ma nel vivo della realtà, l’innata sensibilità alla sofferenza,
soprattutto a quella degli inermi che scontano le ingiustizie del mondo.
La prima esperienza, abbandonati gli studi di architettura, è quella di
Nomadelfia con don Zeno Saltini, a Fossoli, un ex campo di
concentramento nazifascista, dove orfani, ragazzi sbandati, ex
ladruncoli, potevano ritrovare una casa-famiglia.
Dopo quasi due anni <di una prima profonda esperienza-conoscenza
diretta>, confermato nei suoi propositi e sulla scorta della domanda
che sempre più lo assilla -<e il resto del mondo?>-, abbandona,
lui triestino, il Nord, e si trasferisce definitivamente in
Sicilia<per capire un mondo che nessuno si sforzava di ascoltare>.
Credo che il rovello spirituale di Danilo Dolci sia stato quello di
“pretendere” un compiuto rispetto dell’essere umano, ricercando i
fondamenti di una possibile liberazione morale, oltre che
materiale:<Aspiravo –dice in “Ciò che ho imparato” – a “nuovo cielo e
nuova terra”…volevo scoprire l’anima della vita>.
A pochi mesi dal suo arrivo a Trappeto,
nell’ottobre del ’52, <l’anima della vita> assume la forma assurda
e tragica della morte del piccolo Benedetto Barretta per denutrizione.
E’ il primo digiuno di protesta, l’inizio di un infaticabile impegno per
far risorgere consapevolezza e speranza <in una delle zone più
misere e più insaguinate del mondo>.
Sono gli anni del banditismo, delle stragi dei contadini, della mafia
latifondista e politica, della negazioni di bisogni primari:lavoro,
istruzione, cibo, salute, violazioni di diritti umani che
corrispondevano all’asservimento padronale e mafioso.
L’acqua, ad es., l’acqua, che di nuovo oggi c’è chi manovra per farne
proprietà privata, era in potere della mafia, che la gestiva secondo
suoi torbidi interessi, secondo amicizie ed alleanze, o costringendo
“gli altri”, la massa dei contadini, alla subordinazione e all’ossequio.
Il giovane Dolci comincia a capire il “sistema”, e si rende conto che
l’acqua, in un’economia estesamente agricola, è il nodo da sciogliere
per creare una breccia nel dominio semifeudale.
E’ la grande sfida della diga sul fiume Jato, l’opera alla quale i
siciliani legano immediatamente il nome di Danilo:un decennio di
proteste clamorose, di scioperi alla rovescia, di studi sapienti e
mirati, di conferenze che chiamano in causa l’inerzia dei governi.
Ma sono anche intimidazioni, denunce, processi, galera.
I lavori di costruzione iniziano nel febbraio del 1963.
Frattanto la figura di Danilo Dolci prende rilievo nazionale ed europeo.
Attorno alle sue iniziative si raccolgono numerosi giovani volontari,
intellettuali e studiosi di prestigio che credono nella necessità di
<passare da un mondo autoritario e frammentato ad un mondo
pluricentrico e coordinato>.
Nel mentre che continua la partecipazione
attiva alla denuncia di ogni forma di violenza, di degrado, di
umiliazione dell’uomo, sorgono l’Asilo-casa per i bambini più bisognosi,
il Centro studi e iniziative, Radio Libera Partinico, “la radio dei
poveri cristi”, la prima radio libera in Sicilia(libera, non privata),
immediatamente chiusa dalle autorità.
Il Centro di Borgo di Dio (gloria delle parole) a Trappeto, diviene un
laboratorio di elaborazione teorica e pratica dove prendono la parola
non solo gli studiosi più qualificati, ma anche i diretti interessati:la
gente del luogo, i contadini, i disoccupati, gli analfabeti, le tante
famiglie abbandonate a se stesse, taluni ex banditi.
<La mia vita è la tua, la mia vita non può non essere anche la
tua>, è un principio fondamentale nell’operare di Danilo Dolci,
morale, di metodo, di conoscenza:dar voce agli ultimi, partecipare dal
di dentro alla loro vita, valorizzare le loro competenze e apprendere
dalla loro saggezza, portare le cose più alte a confrontarsi con la loro
cultura, ascoltare e costruire insieme.
Si trattava davvero, in quel tempo e in quei luoghi, di “portare i
disperati alla luce”, perché, oltretutto, bisognava infrangere l’atavica
diffidenza e lo scetticismo dei siciliani.
Ma <ciascuno cresce solo se sognato>, e il “sogno”, oltre a
condizioni di vita più degne, era quello di far crescere <un uomo
nuovo>, lo scopo vero al fondo del pensiero e dell’opera di Danilo
Dolci.
Non è solo la persistente attenzione alle problematiche pedagogiche, è
la trama stessa dell’attività, il modo stesso di interagire, a
sollecitare la riflessione e la coscienza personale, a rivedere punti di
vista e abitudini mentali, a riconoscere veridicità a quel principio
basilare dettato da Gandhi: <Sii tu per primo quel cambiamento del
mondo che vorresti>.
Il possibile “cambiamento” sta per Danilo Dolci nel rapporto intrinseco
tra individuale e collettivo, nel conoscere meglio se stessi e
l’ambiente in cui si vive, nello scoprire che <c’è la possibilità di
vivere per tutti>, nel <rifiutarsi ad ogni professione ed
occasione che ci impegni in sfruttamenti ed assassinii di ogni
genere>.
La violenza, sia fisica che verbale, è bandita senza compromessi,
perché<quando dici no alla violenza e alla menzogna, la lotta di
liberazione è già cominciata>:c’è la ferma condanna dell’errore, ma
respinge l’annientamento e l’umiliazione di chi lo compie, fosse anche
l’uomo più bieco, perché <non ci sono nemici>, ma uomini che
devono essere indotti al buon senso e al senso di responsabilità.
E’ un’eco della “Pacem in terris” di Giovanni XXIII: “non si dovrà mai
confondere l’errore con l’errante”, un insegnamento che oggi si tende
gravemente a trascurare.
E’ l’acume di Pierpaolo Pasolini a scoprire, già in alcune poesie
giovanili (’51) di Danilo, un fermento religioso che identifica “Dio con
il prossimo come immediata collettività…ha riscoperto L’Altro nei più
poveri, soli, diseredati…”.
Invero, Danilo Dolci è uno spirito religioso che opera laicamente, è
l’uomo che vorrebbe coniugare un senso mistico-missionario della vita
con la ricerca tutta terrena della verità.
La morale, ad es., non può essere imposta dall’esterno, perché
risulterebbe una sovrapposizione ben presto vanificata dall’incontro con
la realtà; è, invece, un impegno quotidiano, deve scaturire dal
dialogo, dal confronto con l’altrui esperienza, dal lavoro proiettato
sul sociale, dalla ricerca di un mondo più sano, insomma, dal mettere
l’uomo nelle condizioni di poter scegliere liberamente il bene e non il
male.
D’altro canto, il principio evangelico dell’amore per il prossimo è
indispensabile perché<senza la carità, il sapere tende a divenire
inumano>.
Che nell’animo di quest’altro maestro del Novecento ci fosse, al di
sopra dello scopo umano, un senso divino dell’operare, ce lo dice
indirettamente lo storico Giuseppe Casarrubea, che in quegli anni
conobbe Danilo e collaborò con lui:-Tra i suoi grandi maestri citava:
Cristo e Lenin, Gandhi e Capitini, San Francesco e don Zeno Saltini-.
E, del resto, è testimonianza comune che “Danilo fu sempre povero, e non disdegnò mai di esserlo”.
Nicola Lo Bianco
Articolo per la rivista “Famiglia in dialogo” -16 maggio 2007-