«E' stato un grande scrittore», Salvatore Nigro, amico di
Camilleri, ricorda l'inventore di Montalbano
di Andrea Velardi
Salvatore Silvano Nigro è
l’autorevole letterato, docente presso prestigiose università americane, che è
stato per anni amico di Andrea Camilleri e ha scritto dal 2001 tutti i risvolti
di copertina dei suoi libri. Abbiamo sollecitato i suoi ricordi a due giorni
dalla scomparsa del grande affabulatore.
Lei ha conosciuto Andrea Camilleri in tempi non sospetti, apprezzandolo ancor
prima che diventasse famoso.
Certamente fu la grande Elvira Sellerio a farci conoscere, la prima a
comprendere che Camilleri poteva avere successo non nonostante, ma grazie al
suo siciliano. Dobbiamo ricordare che il problema era cruciale per Leonardo
Sciascia, che apprezzava le ricerche storiche ma si poneva il problema di come
un non siciliano potesse accostarsi ai libri di Camilleri. Il primo
incontro ideale avvenne nel 1984 complice “La strage dimenticata” un
libro fortemente voluto dal lungimirante Sciascia che ne riscrisse
completamente il risvolto di copertina. Sciascia conosceva i miei studi
su Manzoni e voleva che apprezzassi quel libro così ispirato alla “Storia
della Colonna Infame”.
Ma, come dicevo fu Elvira Sellerio a creare le condizioni per la nascita della
nostra amicizia. Nel 1996 mi cercò molto preoccupata perché nessuno a Palermo
voleva presentare il romanzo “Ladro di merendine”, il terzo romanzo della
serie di Montalbano pubblicato dopo “La forma dell’acqua” e “Il cane di
terracotta” Era una situazione penosa e scandalosa in effetti perché su
Camilleri aleggiava lo stigma di essere considerato uno scrittore pop e non letterario.
Elvira mi pregò di presentarlo perché io insegnavo alla Yale University e
dovevo rientrare in Italia, per qualche giorno, perché il mio libro La
tabacchiera di don Lisander, pubblicato da Einaudi, era in finale al Premio
Viareggio e io diedi volentieri il mio fregio di professore all’opera di
Camilleri rispondendo all’invito della Sellerio. Da allora è nata una
affettuosa amicizia tra noi e così dal 2011 ho firmato le bandelle, i risvolti
di copertina di tutte le sue uscite”.
Pochi anni dopo lei cura la raccolta dei Romanzi storici e civili del
secondo dei due Meridiani Mondadori dedicato al famoso “cuntastorie” e
inventore di Montalbano. Il primo nel 2002, dedicato tutto alla serie del
commissario, fece storcere il muso a molti intellettuali. Ricordiamo ancora
Maria Luisa Spaziani, che pure regalava compiaciuta a tutti (anche al
sottoscritto) il primo romanzo di Camilleri “Un filo di fumo”, come libro dalla
straordinaria comicità, incredula e scandalizzata per quella
consacrazione considerata come indebita, mentre lei era ancora in attesa del
suo Meridiano che sarebbe uscito solo nel 2012.
Io in verità sono più scandalizzato di un Meridiano dedicato alla Spaziani!
Quello che ho curato aveva un’appendice fantasmagorica. Quando Camilleri
scriveva i romanzi storici, produceva dei veri falsi letterari in italiano
secentesco e in latino che Sellerio non aveva pubblicato, come l’atto di
nascita e la biografia del protagonista del Re di Girgenti. Per questo nel
Meridiano ricordo che l’aiutante dell’abate Giuseppe Vella nel Consiglio
d’Egitto di Sciascia porta il nome di Camilleri e ha origini maltesi come la
sua famiglia. Come Vella si era inventato un finto arabo, che era in realtà un
dialetto maltese travestito, così Camilleri ha inventato una nuova lingua
travestendo letterariamente il dialetto siciliano. Una lingua che ha un ruolo
fondamentale nei suoi libri, perché crea quel divertissment di cui è impregnato
il suo giallo, in cui al plot classico dell’inchiesta viene aggiunta una
comicità strategica, affatto fine a se stessa. Infatti le burle di Montalbano
servono per risolvere il caso, sono delle trappole tese dal commissario a chi
non vuole confessare. Camilleri aveva appresso quest’arte da una novella del
quattrocento, “Il grasso legnaiuolo” a cui Brunelleschi fa uno scherzo con la
complicità di Leon Battista Alberti e Donatello facendogli credere di essere
un’altra persona. Sono le beffe tipiche del “tragediaturi”, il burlone
fondamentale nell’opera di Camilleri.
Il caso di “tragediaturi” è assai significativo rispetto alla invenzione del
vigatese sul calco del dialetto siciliano perché la parola ha due significati
diversi a seconda delle zone dell’isola. Proprio Sciascia distingueva in
“Kermesse” l’accezione palermitana e quella di Racalmuto. Nella provincia del
capoluogo “tragediaturi” è chi tiene i familiari e gli amici
in “tribulo” (bell’esempio parola di seconda importazione e ritorno del
siciliano trapiantato a Little Italy derivata da “trouble”), chi reagisce
in maniera spropositata a questioni da poco (fa un macellu pì nà cosa di
nenti), con fare che risulta anche tragicomico, o molto snervante, mettendo
zizzania, enfatizzando gli errori altrui, calunniando, “dicennu
cosi chi un su veri pi aggravari nà situazioni”. Nell’agrigentino è diffusa
invece un’accezione molto peculiare che è quella che entra nel vigatese di
Camilleri. “Tragediaturi” è un pirandelliano ragionatore e un sofista, che
diffida anche delle cose buone e belle, “mugugna aspettandosene il
rovesciamento, l’inevitabile avvento del contrario”, un «ingegnoso nemico di se
stesso», esperto nella scienza del peggio, che ha una versione più popolare e
comica appunta nel burlone, che si fa continua beffa del genere umano. Questo
caso conferma la versatilità e creatività del vigatese che non è una semplice
replicazione del siciliano letterario o parlato. A questo proposito ricordiamo
che lei professore è sempre stato uno strenuo difensore del vigatese, di quel
siciliano letterario che non sarebbe un semplice prodotto nazional-popolare di
consumo. Come ha fatto questo miscuglio a imporsi a milioni di lettori?
Perché è una lingua inventata e quindi funziona più attraverso il suono che il
significato. Anche se un milanese non capisce che taliari vuol dire guardare,
lo intende da come è costruito il contesto. Dopo le prime perplessità,
nate dal riferimento di Sciascia ad una lettera di Verga a Luigi Capuana in cui
si dice che uno scrittore siciliano deve avere 'i polmoni larghi', l’autore de
“Il giorno della civetta” aveva capito che Camilleri andava oltre la Sicilia,
aveva inventato un mondo - Vigàta – con la sua lingua: il vigatese. Che oggi è
parlata da milioni di lettori nel mondo.
Quale episodio significativo ricorda, soprattutto dell’ultimo periodo, quello
della vecchiaia, la stagione “nivura” diremmo in siculo-vigatese, quella in cui
Camilleri si sarebbe potuto definire un po’ “accutufatu”, pieno d'acciacchi, ma
in cui non sembrava mai “arraggiato” o “cardascioso”, ma anzi era perfino
incurante della morte?
Siamo diventati amici sul lavoro, l’ho conosciuto tardi con una differenza di
età di venti anni. Parlava in vigatese anche con me, ma, al contrario di quanto
si può pensare, non sono mai riuscito a sentirlo come un fratello, ma più come
uno zio, ed ero molto intimorito da lui. Confesso che sono rimasto stupito
dalla sua imperturbabilità nel periodo della vecchiaia piena di serie
“camurrie” come quella della cecità. Ma lui dava sfoggio di quell’autoironia
spontanea in un uomo dall’estro comico straordinario, maestro della burla e
della “babbiata” anche su se stesso.
Aveva ancora qualche frustrazione rispetto al dibattito creatosi attorno alla
sua opera?
Al contrario aveva una grande consapevolezza del suo valore, ha proceduto per
la sua strada senza timore avendo ragione alla fine su tutti. Con grande
umiltà. Io ho scritto tutti i suoi risvolti di copertina, ma nella mia attività
editoriale ne ho scritti a centinaia, l’autore voleva intervenire, proporre una
correzione, invece Camilleri non è mai intervenuto ha sempre accettato la parte
e il ruolo di chi fa la bandella. Nessuno ha avuto un successo simile al suo.
Ci sono autori che hanno avuto successo con un romanzo come Eco con “Il nome
della rosa”, ma Camilleri lo ha avuto con tutti i suoi libri. Ricordo che un
anno ci furono ben quattro suoi libri in classifica, cosa che non è mai
accaduta in nessuna parte del mondo.
Da IL MESSAGGERO, Domenica 21 Luglio 2019