CESIM - Centro Studi e Iniziative di Marineo
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
02 aprile 2025
FRANCESCO CARBONE VISTO DA KETTY GIANNILIVIGNI
QUALE ALBA PER GODRANOPOLI?
Ketty Giannilivigni
Lo scorso febbraio sono stati dati alle stampe i contributi dell’incontro realizzato nel 2023 dal Centro Studi e Iniziative di Marineo e dal Museo delle Spartenze di Villafrati per celebra re i 100 anni dalla nascita di Francesco Carbone (Cirene, Libia, 1923 – Palermo, 1999); si tratta di un’iniziativa editoriale privata in memoria dell’opera di questo poliedrico artista e intellettuale vissuto nello scorso secolo.
Nel 2023, a 24 anni dalla morte, il caso riservava una bellissima sorpresa: dietro il dipinto Tramonto ai Tropici di Carbone vennero ritrovate altre quattro opere autografe, «il cui rinvenimento dal corniciaio fu davvero imprevedibile e commovente» – commenta Rosa Corrado, entrata in possesso di alcuni quadri dell’artista per via ereditaria. È alla sua interpretazione di quell’occultamento che è bene prestare attenzione: «L’espressione pittorica individuale e solitaria legata alla giovinezza in Africa – cui i quadri a me pervenuti rinviano […] – è presto abbandonata» perché «il percorso pittorico seguito fino ad allora» appare all’autore «come un darsi a se stesso in una dimensione autoreferenziale» non più concepibile data la sua innata «generosità».
Nascondere i primordi creativi nella melanconia di un tramonto appare di per sé un’operazione artistica; anzi, a una rilettura attenta della figura di Francesco Carbone mediante gli scritti presenti nel volume, questo occultamento può svelare i tratti di un modo di vivere ed operare nel mondo di qualità non comune.
«Era gentile Francesco, anche se apparentemente burbero e rude nel volto, era acuto osservatore, capace di capire a prima vista le varie personalità, che trattava subito diversamente, secondo le loro caratteristiche e, nel campo dell’arte, conosceva tutti, curioso esploratore di talenti, ma anche benevolo osservatore di minori» – dichiara Anna Maria Ruta nelle pagine introduttive del volume. Chi come me lo ha incontrato, anche se in poche occasioni, non può che fare proprie queste considerazioni: era il lontano 1995, ed eravamo impegnati nella primavera di Palermo per far fronte al rovente clima mafioso nella stagione delle stragi di Stato. In quel momento facevo parte della redazione del periodico Çiumilatu (un fiume che lambisce il territorio di Altofonte ) con sottotitolo “… dove finisce l’acqua del mare”. E dunque in questi attraversamenti di mari e fiumi, di localismi e di ambizioni a travalicare le singole realtà, non fu certo strano se nell’agosto di quell’anno noi della redazione incontrammo altre realtà culturali della provincia di Palermo per avviare un confronto sul tema Cultura e territorio – L’invenzione della tradizione a Godranopoli, che era agli inizi degli anni ’80 dello scorso secolo «il primo Museo interdisciplinare in Italia», realizzato da Francesco Carbone, « luogo della memoria collettiva» che metteva assieme «etnoreperti della cultura agropastorale, una pinacoteca d’arte contemporanea, una raccolta di archeologia industriale, una raccolta di fotografie, una emeroteca e una biblioteca di storia e cultura siciliana» (Calogero Barba). Ma con la scomparsa di Francesco Carbone nel 1999 anche il centro culturale di Godrano si spegneva improvvisamente.
Nel 2013 tre giovani ricercatrici (Valeria Sara Lo Bue, Paola Bisulca e Irene Oliveri), prese dalla curiosità, si addentreranno in quel luogo abbandonato: «Il passaggio del tempo era evidente da ogni dettaglio, la ruggine, le ragnatele, gli squittii, e poi ogni cosa ferma alle pareti, sui mobili, per terra, la vecchia macchina da scrivere sulla scrivania, le penne, le matite da temperare, depliant e flyer, manifesti e ciclostile di ogni tipo, risalenti agli anni settanta, ottanta e novanta del ventesimo secolo. Tutto ciò non poteva che suscitare grande fascinazione in noi giovani, appassionati d’arte e discipline umanistiche e da poco laureate alla facoltà di lettere e filosofia […] In prima istanza non sapevamo se intervenire, pulendo e riordinando, o se invece non fosse il caso di lasciare tutto lì al suo posto, nel suo caotico ordine, un assetto che col tempo abbiamo scoperto essere caratteristico degli ambienti creati da Carbone» – ricorda Valeria Sara lo Bue.
Nella premessa al volume, Francesco Virga, curatore della pubblicazione, dichiara il desiderio comune alle estimatrici e agli estimatori dell’opera di Francesco Carbone di riaprire Godranopoli e ribadisce con vigore che se l’intento non si dovesse realizzare «tutto quello che è stato fatto» per ricordare Ciccino risulterebbe inutile.
E infatti ciascuno/a degli autori degli scritti compresi nella raccolta Francesco Carbone in memoria, nell’esprimere il proprio pensiero sull’operazione culturale realizzata dall’antropologo nella periferia di Godrano, non si esime dall’indicare la propria visione del futuro di Godranopoli. Illuminanti, a tal proposito, appaiono le parole di Nuccio Vara che invita a non ridurre la figura di Carbone all’esperienza, per quanto «esaltante», del museo e quindi a confinarla «entro ambiti riduttivamente territoriali e localistici»; al contrario, sarebbe opportuno interpretarla secondo «modalità più ampie e complesse, cioè istaurando dei nessi dialettici tra l’ultima, grande creazione di Carbone […] e il suo precedente nonché travagliato, percorso intellettuale, artistico e politico». Sarebbe quindi, prosegue Vara, troppo semplicistico «riassemblare gli oggetti scampati miracolosamente alla devastazione per renderli nuovamente fruibili in chiave turistica e/o di valorizzazione […] della cultura locale»; a suo giudizio, appare invece necessario riallestire il museo in modo da «favorire la riscoperta e la réactualisation del patrimonio ideale lasciatoci in eredità da Carbone, problematico nel suo insieme, imponente nella sua totalità».
Francesco Carbone era legato a Godrano, il paese d’origine dei genitori, anche se era nato in Libia nel 1923 e era arrivato per la prima volta in Sicilia allo scoppio della seconda guerra mondiale. Da qui si era trasferito in Svizzera per poi fare ritorno a Godrano e in ultimo, dopo essere emigrato in Argentina, negli anni Cinquanta era rientrato definitivamente in Sicilia a Palermo e nella sua Godrano, dove aveva incontrato l’amata moglie Elvira Franco, una maestra con cui condivise progetti culturali, artistici e politici. Per Godranopoli, ad esempio, impiegò le liquidazioni di entrambi (Santi Lombino).
Francesco non ebbe figli e alla sua morte – la moglie lo aveva preceduto – non aveva designato eredi. Forse pensava che fosse da arroganti decidere delle cose da dover lasciate su questa Terra? e che fosse più realistico rimetterle al fato? D’altra parte quando promuoveva un/a artista era consapevole che non sarebbe stato di certo lui a decretarne le sorti, il successo o l’oblio ma una serie di congiunture non del tutto imprescindibili dal caso.
Carbone durante l’occupazione delle terre
Forse l’eredità materiale, immateriale e spirituale di Carbone andrebbe riletta in quel gesto di affidamento al Tramonto ai Tropici delle opere sepolte al di sotto del quadro incorniciato. Un gesto da considerare alla stregua di un messaggio all’interno di una bottiglia dato in custodia alle acque da un naufrago. Ma ci sarà qualcuna/o che rinverrà la bottiglia e il messaggio al suo interno? E nel caso in cui ciò avvenisse questi sarebbe in grado di interpretare la missiva?
Per gli esordi artistici di Carbone ciò sembra essere avvenuto, ma si trattava di un messaggio intimo, personale che la fortuna ha voluto venisse raccolto da una donna che ha saputo coglierne il senso e restituirlo alla comunità senza sottovalutare il valore umano, artistico e politico dell’uomo, del ricercatore, dell’intellettuale.
Per Godranopoli il discorso è più complesso trattandosi di un potenziale bene culturale comune al momento sottratto alla collettività. Secondo questo punto di vista il progetto del singolo o di pochi altri specialisti ne sminuirebbe la portata culturale e sociale, sarebbe dunque auspicabile, ancor prima di rintracciare una qualsiasi copertura economica, il coinvolgimento di una platea tanto ampia da generare un dibattito pubblico. In definitiva, è da evitare la riduzione di Godranopoli a museo della cultura agropastorale, nella logica della turistificazione imperante e del profitto delle imprese pseudo-culturali, perché equivarrebbe a un vero e proprio tradimento del pensiero e dell’opera di Francesco Carbone.
Pezzo ripreso da: https://www.pressenza.com/it/2025/04/quale-alba-per-godranopoli/
Categorie: contenuti originali, Cultura e Media, Educazione, Opinioni
Tag: Çiumilatu, etnoreperti della cultura agropastorale, Francesco Carbone, Godranopoli Museo interdisciplinare, invenzione della tradizione, recensioni
Ketty Giannilivigni
Scrittrice e saggista, femminista e sociologa della moda. Ha collaborato con varie riviste ("Salvare Palermo", "Ciumelato", "Mezzocielo", "Segno") e testate online come "NoteBlock" e "Mediterraneo di Pace". Inoltre è stata fra i fondatori del Comitato sui Beni comuni "Stefano Rodotà" di Palermo.
IL PROSSIMO 9 APRILE AL CENTRO CULTURALE BIOTOS di PALERMO
Mercoledì 9 aprile 2025, ore 17, al CENTRO CULTURALE BIOTOS di Palermo, via XII GENNAIO n.2, ALDO GERBINO, NUCCIO VARA e FRANCO VIRGA presentano un libro in memoria di FRANCESCO CARBONE.
01 aprile 2025
PAPA FRANCESCO E JAVIER CERCAS
Lo spagnolo Javier Cercas, scrittore, giornalista, docente di filologia, ateo, è stato scelto da Bergoglio, non finirò mai di ammirare questo grande uomo, un papa sui generis, per accompagnarlo in un viaggio in Mongolia.
Ne è nato un libro, Il folle di Dio. Repubblica intervista li scrittore, autore di un best seller Soldati di Salamina nel 2001.
Javier Cercas: “Il mio viaggio con papa Francesco”
di Simonetta Fiori
Due anni fa, lo scrittore spagnolo, tuttora ateo dichiarato, è volato in Mongolia con il pontefice. Ne è nato un libro che sta per uscire. E un’esperienza che non dimenticherà
“Un libro del genere non era stato mai scritto, non esisteva! Non riuscivo a crederci: il Papa, il Vaticano, la Chiesa universale che spalancano le loro porte a uno scrittore ateo e anticlericale come me. Ma siete matti?, ho domandato a Lorenzo Fazzini quando me l’ha proposto. Pazzi e coraggiosi”. La risata potente di Javier Cercas passa attraverso lo schermo del computer durante il collegamento via Team, punteggiando i passaggi più incredibili di una storia sorprendentemente bella e commovente. “L’avventura di un folle senza Dio alla ricerca del folle di Dio”, ripete lo scrittore dalla sua casa di Barcellona, un interno rigorosamente bianco, perfetto per una intervista che parla di vita spirituale, morte e resurrezione della carne. Tutto nasce dalla visita di Francesco in Mongolia, nell’agosto di due anni fa, quando Cercas viene invitato a unirsi al viaggio papale “alla fine del mondo” con i centurioni di Bergoglio e i missionari di Ulaanbataar, e quindi a scriverne in piena libertà, con la possibilità di soddisfare ogni curiosità, anche la più indiscreta. Ne è scaturito il libro che da tempo si desiderava leggere, imprevedibile e ironico come è Francesco, amabile come il papa rivoluzionario a cui non si finisce di voler bene, perfino scandaloso perché “un romanzo su Bergoglio che non sia scandaloso non è un romanzo su Bergoglio” (Il folle di Dio alla fine del mondo, tradotto per Guanda da Bruno Arpaia). Quattrocentosessanta pagine che corrono con la velocità della luce fino all’epilogo, sull’urto di una domanda la cui risposta arriva nelle ultime righe. Esiste davvero la resurrezione della carne ? “Ci tenevo a chiederlo a Francesco perché questa è la vera essenza del Cristianesimo. E perché volevo riferire la sua risposta a mia madre, donna di integra fede, la quale non aspettava altro che rivedere mio padre nell’aldilà”.
La risposta era prevedibile, per un credente. Cosa l’ha sorpresa?
“La reazione fulminante di Francesco. Non ha esitato neppure un millesimo di secondo, evitando di inoltrarsi in complessi passaggi biblici, come invece avevano fatto molti dei suoi cardinali da me interpellati. Quella di Bergoglio è una fede irrevocabile, priva di chiaroscuri, costruita con la pietra. E viene espressa con la semplicità di don Florián, il parroco di campagna da cui mia madre andava a confessarsi”.
In fondo è questo “il segreto di Francesco”, raccontato alla fine del libro: la sua umanità.
“E’ un uomo comune, certo. E come tutti gli esseri umani è provvisto di una duplicità, di uno sfasamento intimo, che equivale alla distanza che esiste tra l’io sociale e l’io personale. Non ha mai fatto niente per nascondere la sua insofferenza alla papalatria, al culto della personalità che fatalmente circonda la sua persona. Un’idealizzazione che lui vive come un’aggressione, un atto quasi offensivo, perché il papa non è superman, ma un uomo come tutti gli altri”.
Quindi anche un peccatore. Lei insiste su un aspetto che sembra affascinarla molto.
“Ha mai fatto caso che molto spesso papa Francesco si accomiata dalle persone invitandole a pregare per lui? Bergoglio è ancora un uomo in lotta con sé stesso: contro il proprio carattere, contro le proprie debolezze, contro i propri demoni. Per questo le prime parole pronunciate nella Cappella Sistina dopo la sua elezione sono state: “Anche se sono un grande peccatore”. Ma è questo a renderlo davvero un cristiano seduto sul trono di Pietro: perché la Chiesa è quella dei peccatori e non dei virtuosi, dei deboli e non dei forti. Non è stato il fondatore della Chiesa a tradire Cristo per ben tre volte?”.
Javier Cercas: “Il cuore così bianco di Marías”
Javier Cercas
27 Novembre 2024
Ma quando dice che papa Bergoglio è in lotta con sé stesso a cosa si riferisce?
“I gesuiti che l’hanno conosciuto tra gli anni Settanta e Ottanta in Argentina lo descrivono come un uomo dal temperamento forte, non estraneo alla pratica dell’autoritarismo, e non privo di superbia. Ora questa immagine è molto distante dal Bergoglio che abbiamo conosciuto noi, l’uomo mite, umile, il semplice seguace di Gesù di Nazaret. Nella sua biografia c’è una cesura – l’esilio a Cordova imposto dai gesuiti - che segna una trasformazione profonda. Il nuovo Bergoglio addomestica e depura il vecchio, però non smette di lottare con lui. Io credo che sia stata l’elezione a Papa a metterlo d’accordo con sé stesso. E’ Francesco a rappresentare la versione più compiuta di Bergoglio, un Bergoglio ideale”.
Una personalità capace di smuovere nel profondo. Non le chiedo se, come temeva sua moglie, lei sia tornato dalla Mongolia “soldato di Francesco”. Fino alla fine del libro ribadisce il suo ateismo. Ma quanto l’ha cambiata questo viaggio?
“Moltissimo. Ogni libro che scrivo è un’avventura, ma questa volta è stata un’avventura straordinaria. In fondo tutti i miei romanzi sono costruiti intorno a un enigma, come in un romanzo poliziesco. E c’è sempre qualcuno che lo vuole decifrare. Succede anche nella letteratura che più amo: Cervantes, Melville, Kafka. In questo nuovo romanzo l’enigma è quello centrale del Cristianesimo sulla nostra resurrezione!”.
Cercas: “La piazza di Roma un’idea da esportare, ora manifestiamo in tutte le capitali europee”
di Ilaria Zaffino
16 Marzo 2025
Lo definirebbe un romanzo?
“Sì, senza dubbio. E’ un libro stravagante, un guazzabuglio di generi tra saggio, reportage, inchiesta, cronaca, biografia e autobiografia, sia personale che collettiva: i folli senza Dio siamo anche noi europei, da tempo scristianizzati. Ma, come succede negli altri miei libri, è il romanzo il genere narrativo che riesce ad assorbire e a fondere tutti gli altri”.
Nei precedenti lavori si è misurato con la storia, qui con il soprannaturale.
“E’ questa la ragione del mio cambiamento profondo, che riguarda sia la mia persona che la mia concezione del Cristianesimo. Sa cosa diceva Hannah Arendt? Quanto sono stupidi gli atei che pensano di sapere quello che non si può sapere. Dopo aver perso la fede nell’adolescenza, ho sempre creduto insieme a Nietzsche che quella cristiana fosse una visione sminuente della vita terrena, ridotta a una valle di lacrime in attesa del riscatto: i cristiani come schiavi in catene, nella prospettiva di un risarcimento che mai sarebbe arrivato. Alla fine di questo mio viaggio dentro la Chiesa, ho capito che il messaggio evangelico deve essere letto esattamente al contrario, come una celebrazione della vita e una formidabile ribellione contro la morte. In fondo, la promessa della vita eterna è la più grande rivoluzione immaginata! Noi non accettiamo la morte, dicono i cristiani”.
Javier Cercas, tutto su mia madre
di Javier Cercas
06 Gennaio 2025
Non è un atto di resa da schiavi.
“Tutt’altro, è un gesto da ribelli metafisici. E’ questo il grande scandalo della religione cattolica: ha ragione Francesco a definirlo così”.
Cercas, colpisce la passione con cui ne parla. Non ha avuto la spinta a cedere a quel che chiama il “superpotere”, cioè la fede?
“A me piacerebbe moltissimo avere questo superpotere, ma come si fa? Io l’ho perduto molti anni fa. Per alcuni come padre Spadaro è paragonabile a un’intuizione poetica, per Francesco è un dono: o ce l’hai o non ce l’hai. Non è frutto della volontà. E’ un superpotere, ne sono convinto: come farebbero quei fuori di testa dei missionari in Mongolia a vivere gli inverni a quaranta gradi sotto zero e a patire la solitudine propria di una minoranza assoluta? Sono loro l’essenza del Cristianesimo, i veri folli di Dio”.
Sono stati i missionari a provocare quel cambiamento personale a cui faceva riferimento prima?
“Sì, l’incontro con loro è stata una esperienza molto seria. C’è in queste persone una vocazione radicale che è discreta, mai esibita, encomiabile. Ne ho ricevuto la conferma che la virtù o è segreta o non è virtù. Quando la virtù diventa pubblica si vanifica. L’energia miracolosa di padre Ernesto, la straordinaria furia di padre Giovanni contro la sua Chiesa, il talento esplosivo di suor Ana e di suor Francesca: la passione estrema con cui vivono la loro missione è quella che dovrebbe avere ogni scrittore. Io mi sono sentito molto prossimo a loro, a quel sentimento di fraternità assoluta che non avevo mai avvertito prima da nessun’altra parte ”.
L’analogia tra la radicalità dei missionari e quella della letteratura fa venire in mente un’altra connessione: lei racconta di essere diventato scrittore perché aveva perso la fede.
“Sì, come diceva Pavese la letteratura è una difesa dalle ferite della vita. Io vi ho trovato riparo da un doppio sradicamento, geografico e religioso. Il primo derivava dal trasferimento famigliare da un piccolo borgo meridionale della Spagna a una più grande città del Nord, più anonima e spaesante. Il secondo era di natura spirituale, essendomi innamorato a 14 anni con tutto l’impeto dell’adolescente, quindi con uno strascico di dolore e tormenti dai quali sarei guarito divorando i libri di Miguel de Unamuno. Ma fu proprio leggendo il suo San Manuel Bueno, martire che mi imbattei nella storia di Emanuele che perde la fede ma continua a ingannare i suoi parrocchiani per renderli felici, così finii per perderla pure io, scivolando in quel gran caos morale da cui non sono mai uscito. La perdita di fede significa perdita della sicurezza più grande e cioè che la vita abbia un senso. E io sono andato a cercare il senso nella letteratura, ma è stato un errore”.
Perché?
“La letteratura non dà certezze, al contrario ti offre domande più che risposte. Ma quando l’ho scoperto era troppo tardi: ero già diventato uno scrittore”.
Ha capito perché il Vaticano ha scelto lei, Cercas?
“E’ l’unica domanda che non ho mai fatto. Li ho interrogati su tutto – sul sesso, sul peccato, sulla robustezza della loro fede - ma non su questo”.
Forse lei aveva già la risposta.
“No, posso fare solo ipotesi. Forse pensano che sia un tipo serio, sottovalutando che posso essere anche molto pericoloso. Ma nella scelta dello scrittore ateo vedo soprattutto la visione di questo Papa. Andare a cercare gli altri, gli scettici, i non credenti o i credenti in altre fedi. Non una Chiesa chiusa in sé stessa, ma ad gentes, proiettata sulle periferie, parola chiave della sua concezione missionaria”.
Le hanno chiesto di leggere il libro prima che lei lo pubblicasse in Italia, in Spagna e in America Latina?
“No. Ho potuto lavorare nella libertà più totale, senza omettere le ombre e gli aspetti più controversi. Sono stato io ad aver sollecitato un fact-checking da parte di Andrea Tornielli, il direttore editoriale dei media del Vaticano: lo faccio sempre con i miei libri, avendo il terrore delle imprecisioni”.
Ora che il libro è in stampa il Papa l’ha letto?
“Ma no, non me l’aspetto. E’ vecchio, malato, con un gran lavoro da fare. Figurati se ha tempo ed energie per leggere il mio libro”.
Teme che la rivoluzione di Francesco possa essere rovesciata da una restaurazione?
“Non credo. C’è un’ampia resistenza alle sue innovazioni, soprattutto nella Chiesa americana e in quella spagnola. Ma la sua è stata una rivoluzione solida, condotta sulla base di un disegno nitido: una chiesa più sinodale che gerarchica, internazionale più che romana, con al centro Cristo e il suo scandaloso rovesciamento: tutti gli uomini sono eguali e tutti degni di essere amati! Forse Francesco avrebbe voluto fare di più, ma ha capito che per costruire la rivoluzione su fondamenta robuste, doveva tenere conto di sensibilità molto diverse. E ha realizzato il suo progetto con costanza e lucidità, da grande politico. La gran parte dei cardinali a cui toccherà eleggere il nuovo Papa è stata scelta da Francesco alla periferia del mondo. Forse sono troppo ottimista, ma non credo nella possibilità di una controrivoluzione”.
Qual è stata la difficoltà maggiore nello scrivere questo libro?
“Liberarmi da tutti i pregiudizi. Da anticlericale di ferro, confesso di averne coltivati parecchi. Ma, per riuscire a capire, uno scrittore deve avere uno sguardo limpido. Capire ovviamente non significa giustificare, ma dotarsi degli strumenti per conoscere. E alla fine ho conosciuto un Papa essenzialmente anticlericale, nel senso più alto del termine: non crede nella superiorità degli uomini della Chiesa sugli altri esseri umani e quindi ne condanna gli abusi di potere, abusi di qualsiasi natura”.
Ora possiamo rivelare la risposta di Francesco sulla resurrezione della carne?
“Eh no, è il finale del libro. Limitiamoci a dire che è stata scandalosa. Che cosa c’è di più stupefacente della promessa che Dio resterà sempre con noi?”.
Con una delle sue formidabili risate, Cercas scompare dal video. E non facciamo a tempo a chiedergli della madre, una figura molto presente in questo come in altri suoi libri. Lo scrittore è riuscito a tornare da lei, a Barcellona, con la risposta del papa filmata dal suo cellulare. Ormai non c’erano dubbi, avrebbe rincontrato il marito tanto amato. Quando poi è mancata, nel dicembre dello scorso anno, a Cercas è squillato il cellulare. “Pronto, sono Bergoglio, si ricorda di me? Siamo stati insieme in Mongolia. Ho saputo di sua madre…”. Si ricorda di me?, ha detto il Papa. Ed è qui che il folle senza di Dio per la prima volta è rimasto senza parole, forse trovando il senso che cercava.
UNA VITA DA CANI
“Ho scritto LA SCOMPARSA DI MAJORANA per rabbia e per paura …la rabbia e la paura - come diceva Camus - dí vivere contro un muro, di vedere la vita diventare sempre più vita da cani.” (L. Sciascia)
LUNGA VITA AL PAPA CHE LAVORA PER LA PACE NEL MONDO
Marco Marzano
Oltre la secolarizzazione: papa Francesco è uno strumento per rafforzare la Chiesa
Domani, 1 aprile 2025
Nella società contemporanea l’importanza di avere un capo in grado di disporre di un’immensa reputazione, capace di divenire un simbolo e un mito è una risorsa preziosa e forse insostituibile. La chiesa cattolica ha la fortuna di disporre di questo immenso tesoro e di potere, attraverso di esso, diffondere il suo messaggio e i suoi valori (compresi quelli non negoziabili, ancora al centro della predicazione di Francesco).
L’enorme apprensione popolare per la salute di papa Francesco durante tutti i giorni del suo ricovero, unitamente al giubilo incontenibile che ha accompagnato la sua ricomparsa in pubblico e il ritorno a Santa Marta dopo le dimissioni dall’ospedale, mi suggeriscono alcune considerazioni sul rapporto tra la chiesa cattolica e la società italiana.
Il concetto dominante nell’analizzare tale rapporto è, da alcuni anni a questo parte, quello di secolarizzazione. Per misurarne il livello gli studiosi sono andati sinora sempre a pesare gli indicatori relativi ai comportamenti religiosi: andare a messa la domenica, far battezzare, comunicare e cresimare i figli, frequentare l’ora di religione a scuola, avviarsi verso la carriera clericale o in direzione dei conventi e dei seminari, eccetera.
Osservando i dati relativi a queste condotte, stagione dopo stagione negli ultimi decenni, si è costatata la presenza di una costante tendenza verso il basso, di una diminuzione dell’attaccamento della popolazione italiana alla religione cattolica. Ogni generazione, si è concluso, è meno cattolica di quella che l’ha preceduta.
Misurare la secolarizzazione
Tutto vero, ma la secolarizzazione non si può misurare solo così. Tutti quelli che ho citato sono infatti comportamenti “partecipativi”, relativi cioè alla decisione delle persone di prendere parte alle attività di un’organizzazione. La partecipazione è però in declino ovunque, in ogni sfera della vita sociale, in politica, ma anche nell’attività sindacale e in tutti i luoghi dove dilagava sino agli anni Settanta.
Allo stesso modo (forse addirittura in una dimensione minore) è in crisi nella sfera religiosa. Ma questo non vuol dire che il cattolicesimo sia morto o stia morendo così come non è morta la politica solo perché sono esangui i partiti. Sul primo versante basta osservare quanto viene seguita l’attività di alcuni giovani preti-influencer sui social per rendersi conto che la chiesa è viva e vegeta.
Il culto del papa
In questo scenario, il culto del papa, la venerazione per il successore di Pietro, occupa uno spazio centrale e fondamentale. Il papa è, per riconoscimento quasi unanime e in una misura non declinante ma crescente, una figura paterna e sacrale, alla quale vengono riconosciuti diritti eccezionali e unici.
Ad esempio, quello di stare al suo posto fino all’ultimo giorno della vita, anche sulla soglia dei novant’anni, invalido, malatissimo, afono e non in grado di viaggiare o ricevere visitatori. Quello che, nel caso recente di Joe Biden, è sembrato un incomprensibile attaccamento alla poltrona, nel caso di Francesco è un sacrificio sovrumano compiuto per la salvezza dell’umanità e il bene della comunità ecclesiale.
Il papa resta in cattedra anche ora, resta il padre severo ma affettuoso a cui guardare con devozione, anche se completamente debilitato e chiaramente impossibilitato a lavorare e ad assumere decisioni.
In questo stato, papa Francesco diventa, come ha ricordato un vescovo in questi giorni pensando anche a Giovanni Paolo II, il protagonista della più nobile “catechesi della sofferenza”, il catechista dei catechisti a cui indirizzare una devozione cieca e un’ammirazione incondizionata.
Una risorsa preziosa
Nel suo caso (e oggi parliamo di Francesco, ma un discorso analogo vale per i suoi ultimi predecessori), la realtà razionale, cioè il fatto che si tratti di un monarca a capo di una delle più grandi, globali, ricche e potenti organizzazione del mondo perde completamente rilevanza dinanzi all’aspetto simbolico, al fatto che egli rappresenti l’umanità intera esprimendo di essa, in una forma pura inaccessibile ai comuni mortali, gli aspetti più nobili e grandiosi, la volontà di pace, ma anche la sincerità, l’amicizia, la dolcezza, l’onestà e persino la simpatia. Anche i suoi nemici, li si trova soprattutto dentro la chiesa, gli riconoscono uno status sopraelevato anche se chiaramente negativo e ai limiti dell’infernale e del demoniaco.
Nella forma che sempre più nettamente sta assumendo, la figura del pontefice rappresenta il più formidabile strumento per rafforzare il cattolicesimo e la chiesa e per proiettarle nel futuro. Perché accomuna tanta parte del popolo, perché convince in profondità anche coloro che le chiese le disertano o che addirittura sostengono di non credere in Dio. Non crederanno in Dio, ma credono nel papa, casomai raccontando a sé stessi che la loro ammirazione è solo per l’uomo o che è legata alle cose che il papa dice (o non dice).
Nella società contemporanea l’importanza di avere un capo in grado di disporre di questa immensa reputazione, capace di divenire un simbolo e un mito è una risorsa preziosa e forse insostituibile. La chiesa cattolica ha la fortuna di disporre di questo immenso tesoro e di potere, attraverso di esso, diffondere il suo messaggio e i suoi valori (compresi quelli non negoziabili, ancora al centro della predicazione di Francesco).
È un vantaggio immenso a cui nessuno, tra i maggiorenti cattolici, può e vuole rinunciare. Ed è ragionevole che sia così.
28 marzo 2025
LEONARDO SCIASCIA SULLA COSTITUZIONE
«Capisco che ci sia, da parte dei fanatici, la esigenza di etichettarmi una volta per tutte o come rivoluzionario o come reazionario. I fanatici hanno bisogno di star comodi. Per mia parte, dico di essere semplicemente, in questo momento, un conservatore. Voglio conservare, di fronte allo Stato che se ne è svuotato, la Costituzione. Voglio conservare la libertà e la dignità che la Costituzione mi assicura come cittadino; e la libertà di cui ho goduto come scrittore, e la dignità che come scrittore mi sono guadagnata. Questa libertà e dignità sento oggi che sono in pericolo. In quanto cittadino capisco - ma non approvo - che molti siano disposti a barattare libertà e dignità per un po' di ordine pubblico, di sicurezza: in quanto scrittore mi batterò affinché questo baratto non si compia. Metto in conto la sconfitta, e anzi la prevedo: ma non posso che battermi, finché avrò un margine, sia pur piccolo, sia pure insicuro. Il ripristino dell'ordine pubblico, da noi è sempre stato pagato caro: a prezzo di un più vero e profondo disordine, che corrode anche le menti più lucide e le coscienze più nette. Ed è già cominciato, a guardar bene».
Leonardo Sciascia, La palma va a nord, Gammalibri, Milano 1982 (brano tratto da un articolo su Panorama, Aprile 1978).
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