01 aprile 2025

PAPA FRANCESCO E JAVIER CERCAS

Lo spagnolo Javier Cercas, scrittore, giornalista, docente di filologia, ateo, è stato scelto da Bergoglio, non finirò mai di ammirare questo grande uomo, un papa sui generis, per accompagnarlo in un viaggio in Mongolia. Ne è nato un libro, Il folle di Dio. Repubblica intervista li scrittore, autore di un best seller Soldati di Salamina nel 2001. Javier Cercas: “Il mio viaggio con papa Francesco” di Simonetta Fiori Due anni fa, lo scrittore spagnolo, tuttora ateo dichiarato, è volato in Mongolia con il pontefice. Ne è nato un libro che sta per uscire. E un’esperienza che non dimenticherà “Un libro del genere non era stato mai scritto, non esisteva! Non riuscivo a crederci: il Papa, il Vaticano, la Chiesa universale che spalancano le loro porte a uno scrittore ateo e anticlericale come me. Ma siete matti?, ho domandato a Lorenzo Fazzini quando me l’ha proposto. Pazzi e coraggiosi”. La risata potente di Javier Cercas passa attraverso lo schermo del computer durante il collegamento via Team, punteggiando i passaggi più incredibili di una storia sorprendentemente bella e commovente. “L’avventura di un folle senza Dio alla ricerca del folle di Dio”, ripete lo scrittore dalla sua casa di Barcellona, un interno rigorosamente bianco, perfetto per una intervista che parla di vita spirituale, morte e resurrezione della carne. Tutto nasce dalla visita di Francesco in Mongolia, nell’agosto di due anni fa, quando Cercas viene invitato a unirsi al viaggio papale “alla fine del mondo” con i centurioni di Bergoglio e i missionari di Ulaanbataar, e quindi a scriverne in piena libertà, con la possibilità di soddisfare ogni curiosità, anche la più indiscreta. Ne è scaturito il libro che da tempo si desiderava leggere, imprevedibile e ironico come è Francesco, amabile come il papa rivoluzionario a cui non si finisce di voler bene, perfino scandaloso perché “un romanzo su Bergoglio che non sia scandaloso non è un romanzo su Bergoglio” (Il folle di Dio alla fine del mondo, tradotto per Guanda da Bruno Arpaia). Quattrocentosessanta pagine che corrono con la velocità della luce fino all’epilogo, sull’urto di una domanda la cui risposta arriva nelle ultime righe. Esiste davvero la resurrezione della carne ? “Ci tenevo a chiederlo a Francesco perché questa è la vera essenza del Cristianesimo. E perché volevo riferire la sua risposta a mia madre, donna di integra fede, la quale non aspettava altro che rivedere mio padre nell’aldilà”. La risposta era prevedibile, per un credente. Cosa l’ha sorpresa? “La reazione fulminante di Francesco. Non ha esitato neppure un millesimo di secondo, evitando di inoltrarsi in complessi passaggi biblici, come invece avevano fatto molti dei suoi cardinali da me interpellati. Quella di Bergoglio è una fede irrevocabile, priva di chiaroscuri, costruita con la pietra. E viene espressa con la semplicità di don Florián, il parroco di campagna da cui mia madre andava a confessarsi”. In fondo è questo “il segreto di Francesco”, raccontato alla fine del libro: la sua umanità. “E’ un uomo comune, certo. E come tutti gli esseri umani è provvisto di una duplicità, di uno sfasamento intimo, che equivale alla distanza che esiste tra l’io sociale e l’io personale. Non ha mai fatto niente per nascondere la sua insofferenza alla papalatria, al culto della personalità che fatalmente circonda la sua persona. Un’idealizzazione che lui vive come un’aggressione, un atto quasi offensivo, perché il papa non è superman, ma un uomo come tutti gli altri”. Quindi anche un peccatore. Lei insiste su un aspetto che sembra affascinarla molto. “Ha mai fatto caso che molto spesso papa Francesco si accomiata dalle persone invitandole a pregare per lui? Bergoglio è ancora un uomo in lotta con sé stesso: contro il proprio carattere, contro le proprie debolezze, contro i propri demoni. Per questo le prime parole pronunciate nella Cappella Sistina dopo la sua elezione sono state: “Anche se sono un grande peccatore”. Ma è questo a renderlo davvero un cristiano seduto sul trono di Pietro: perché la Chiesa è quella dei peccatori e non dei virtuosi, dei deboli e non dei forti. Non è stato il fondatore della Chiesa a tradire Cristo per ben tre volte?”. Javier Cercas: “Il cuore così bianco di Marías” Javier Cercas 27 Novembre 2024 Ma quando dice che papa Bergoglio è in lotta con sé stesso a cosa si riferisce? “I gesuiti che l’hanno conosciuto tra gli anni Settanta e Ottanta in Argentina lo descrivono come un uomo dal temperamento forte, non estraneo alla pratica dell’autoritarismo, e non privo di superbia. Ora questa immagine è molto distante dal Bergoglio che abbiamo conosciuto noi, l’uomo mite, umile, il semplice seguace di Gesù di Nazaret. Nella sua biografia c’è una cesura – l’esilio a Cordova imposto dai gesuiti - che segna una trasformazione profonda. Il nuovo Bergoglio addomestica e depura il vecchio, però non smette di lottare con lui. Io credo che sia stata l’elezione a Papa a metterlo d’accordo con sé stesso. E’ Francesco a rappresentare la versione più compiuta di Bergoglio, un Bergoglio ideale”. Una personalità capace di smuovere nel profondo. Non le chiedo se, come temeva sua moglie, lei sia tornato dalla Mongolia “soldato di Francesco”. Fino alla fine del libro ribadisce il suo ateismo. Ma quanto l’ha cambiata questo viaggio? “Moltissimo. Ogni libro che scrivo è un’avventura, ma questa volta è stata un’avventura straordinaria. In fondo tutti i miei romanzi sono costruiti intorno a un enigma, come in un romanzo poliziesco. E c’è sempre qualcuno che lo vuole decifrare. Succede anche nella letteratura che più amo: Cervantes, Melville, Kafka. In questo nuovo romanzo l’enigma è quello centrale del Cristianesimo sulla nostra resurrezione!”. Cercas: “La piazza di Roma un’idea da esportare, ora manifestiamo in tutte le capitali europee” di Ilaria Zaffino 16 Marzo 2025 Lo definirebbe un romanzo? “Sì, senza dubbio. E’ un libro stravagante, un guazzabuglio di generi tra saggio, reportage, inchiesta, cronaca, biografia e autobiografia, sia personale che collettiva: i folli senza Dio siamo anche noi europei, da tempo scristianizzati. Ma, come succede negli altri miei libri, è il romanzo il genere narrativo che riesce ad assorbire e a fondere tutti gli altri”. Nei precedenti lavori si è misurato con la storia, qui con il soprannaturale. “E’ questa la ragione del mio cambiamento profondo, che riguarda sia la mia persona che la mia concezione del Cristianesimo. Sa cosa diceva Hannah Arendt? Quanto sono stupidi gli atei che pensano di sapere quello che non si può sapere. Dopo aver perso la fede nell’adolescenza, ho sempre creduto insieme a Nietzsche che quella cristiana fosse una visione sminuente della vita terrena, ridotta a una valle di lacrime in attesa del riscatto: i cristiani come schiavi in catene, nella prospettiva di un risarcimento che mai sarebbe arrivato. Alla fine di questo mio viaggio dentro la Chiesa, ho capito che il messaggio evangelico deve essere letto esattamente al contrario, come una celebrazione della vita e una formidabile ribellione contro la morte. In fondo, la promessa della vita eterna è la più grande rivoluzione immaginata! Noi non accettiamo la morte, dicono i cristiani”. Javier Cercas, tutto su mia madre di Javier Cercas 06 Gennaio 2025 Non è un atto di resa da schiavi. “Tutt’altro, è un gesto da ribelli metafisici. E’ questo il grande scandalo della religione cattolica: ha ragione Francesco a definirlo così”. Cercas, colpisce la passione con cui ne parla. Non ha avuto la spinta a cedere a quel che chiama il “superpotere”, cioè la fede? “A me piacerebbe moltissimo avere questo superpotere, ma come si fa? Io l’ho perduto molti anni fa. Per alcuni come padre Spadaro è paragonabile a un’intuizione poetica, per Francesco è un dono: o ce l’hai o non ce l’hai. Non è frutto della volontà. E’ un superpotere, ne sono convinto: come farebbero quei fuori di testa dei missionari in Mongolia a vivere gli inverni a quaranta gradi sotto zero e a patire la solitudine propria di una minoranza assoluta? Sono loro l’essenza del Cristianesimo, i veri folli di Dio”. Sono stati i missionari a provocare quel cambiamento personale a cui faceva riferimento prima? “Sì, l’incontro con loro è stata una esperienza molto seria. C’è in queste persone una vocazione radicale che è discreta, mai esibita, encomiabile. Ne ho ricevuto la conferma che la virtù o è segreta o non è virtù. Quando la virtù diventa pubblica si vanifica. L’energia miracolosa di padre Ernesto, la straordinaria furia di padre Giovanni contro la sua Chiesa, il talento esplosivo di suor Ana e di suor Francesca: la passione estrema con cui vivono la loro missione è quella che dovrebbe avere ogni scrittore. Io mi sono sentito molto prossimo a loro, a quel sentimento di fraternità assoluta che non avevo mai avvertito prima da nessun’altra parte ”. L’analogia tra la radicalità dei missionari e quella della letteratura fa venire in mente un’altra connessione: lei racconta di essere diventato scrittore perché aveva perso la fede. “Sì, come diceva Pavese la letteratura è una difesa dalle ferite della vita. Io vi ho trovato riparo da un doppio sradicamento, geografico e religioso. Il primo derivava dal trasferimento famigliare da un piccolo borgo meridionale della Spagna a una più grande città del Nord, più anonima e spaesante. Il secondo era di natura spirituale, essendomi innamorato a 14 anni con tutto l’impeto dell’adolescente, quindi con uno strascico di dolore e tormenti dai quali sarei guarito divorando i libri di Miguel de Unamuno. Ma fu proprio leggendo il suo San Manuel Bueno, martire che mi imbattei nella storia di Emanuele che perde la fede ma continua a ingannare i suoi parrocchiani per renderli felici, così finii per perderla pure io, scivolando in quel gran caos morale da cui non sono mai uscito. La perdita di fede significa perdita della sicurezza più grande e cioè che la vita abbia un senso. E io sono andato a cercare il senso nella letteratura, ma è stato un errore”. Perché? “La letteratura non dà certezze, al contrario ti offre domande più che risposte. Ma quando l’ho scoperto era troppo tardi: ero già diventato uno scrittore”. Ha capito perché il Vaticano ha scelto lei, Cercas? “E’ l’unica domanda che non ho mai fatto. Li ho interrogati su tutto – sul sesso, sul peccato, sulla robustezza della loro fede - ma non su questo”. Forse lei aveva già la risposta. “No, posso fare solo ipotesi. Forse pensano che sia un tipo serio, sottovalutando che posso essere anche molto pericoloso. Ma nella scelta dello scrittore ateo vedo soprattutto la visione di questo Papa. Andare a cercare gli altri, gli scettici, i non credenti o i credenti in altre fedi. Non una Chiesa chiusa in sé stessa, ma ad gentes, proiettata sulle periferie, parola chiave della sua concezione missionaria”. Le hanno chiesto di leggere il libro prima che lei lo pubblicasse in Italia, in Spagna e in America Latina? “No. Ho potuto lavorare nella libertà più totale, senza omettere le ombre e gli aspetti più controversi. Sono stato io ad aver sollecitato un fact-checking da parte di Andrea Tornielli, il direttore editoriale dei media del Vaticano: lo faccio sempre con i miei libri, avendo il terrore delle imprecisioni”. Ora che il libro è in stampa il Papa l’ha letto? “Ma no, non me l’aspetto. E’ vecchio, malato, con un gran lavoro da fare. Figurati se ha tempo ed energie per leggere il mio libro”. Teme che la rivoluzione di Francesco possa essere rovesciata da una restaurazione? “Non credo. C’è un’ampia resistenza alle sue innovazioni, soprattutto nella Chiesa americana e in quella spagnola. Ma la sua è stata una rivoluzione solida, condotta sulla base di un disegno nitido: una chiesa più sinodale che gerarchica, internazionale più che romana, con al centro Cristo e il suo scandaloso rovesciamento: tutti gli uomini sono eguali e tutti degni di essere amati! Forse Francesco avrebbe voluto fare di più, ma ha capito che per costruire la rivoluzione su fondamenta robuste, doveva tenere conto di sensibilità molto diverse. E ha realizzato il suo progetto con costanza e lucidità, da grande politico. La gran parte dei cardinali a cui toccherà eleggere il nuovo Papa è stata scelta da Francesco alla periferia del mondo. Forse sono troppo ottimista, ma non credo nella possibilità di una controrivoluzione”. Qual è stata la difficoltà maggiore nello scrivere questo libro? “Liberarmi da tutti i pregiudizi. Da anticlericale di ferro, confesso di averne coltivati parecchi. Ma, per riuscire a capire, uno scrittore deve avere uno sguardo limpido. Capire ovviamente non significa giustificare, ma dotarsi degli strumenti per conoscere. E alla fine ho conosciuto un Papa essenzialmente anticlericale, nel senso più alto del termine: non crede nella superiorità degli uomini della Chiesa sugli altri esseri umani e quindi ne condanna gli abusi di potere, abusi di qualsiasi natura”. Ora possiamo rivelare la risposta di Francesco sulla resurrezione della carne? “Eh no, è il finale del libro. Limitiamoci a dire che è stata scandalosa. Che cosa c’è di più stupefacente della promessa che Dio resterà sempre con noi?”. Con una delle sue formidabili risate, Cercas scompare dal video. E non facciamo a tempo a chiedergli della madre, una figura molto presente in questo come in altri suoi libri. Lo scrittore è riuscito a tornare da lei, a Barcellona, con la risposta del papa filmata dal suo cellulare. Ormai non c’erano dubbi, avrebbe rincontrato il marito tanto amato. Quando poi è mancata, nel dicembre dello scorso anno, a Cercas è squillato il cellulare. “Pronto, sono Bergoglio, si ricorda di me? Siamo stati insieme in Mongolia. Ho saputo di sua madre…”. Si ricorda di me?, ha detto il Papa. Ed è qui che il folle senza di Dio per la prima volta è rimasto senza parole, forse trovando il senso che cercava.

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