27 novembre 2019

R. K. SALINARI, ALIAS: ALEPH





Giorgio Amico
Vivere in un mondo e sognarne un altro
La modernità capitalistica in cui abbiamo la ventura di vivere si connota, per usare il titolo di una fortunata opera di René Guénon, come il regno della quantità a partire da una onnipervasiva presenza delle merci. È il mondo del molteplice, della progressiva frammentazione di tutto ciò che prima rappresentava comunque un'unità, della separazione dell'uomo da se stesso e dunque dagli altri uomini e dalla natura.
Si vive in un eterno presente, connotato da un consumo ipertrofico e compulsivo, in una eterna illusoria primavera che rifiuta l'idea stessa della malattia, dell'invecchiamento e della morte. L'avvento del mondo moderno con il suo razionalismo esasperato e il suo culto della tecnica e della scienza segna una perdita profonda di significato:
“Quanto più si è sviluppata la coscienza scientifica – annota Jung in uno dei suoi ultimi scritti – tanto più il mondo si è disumanizzato. L'uomo si sente isolato nel cosmo, perché non è più inserito nella natura e ha perduto la sua «identità inconscia» emotiva con i fenomeni naturali (…) Nessuna voce giunge più all'uomo da pietre, piante o animali, né l'uomo si rivolge ad essi sicuro di venire ascoltato. Il suo contatto con la natura è perduto, e con esso è venuta meno quella profonda energia emotiva che questo contatto simbolico sprigionava. Questa perdita enorme è compensata solo dai simboli dei sogni. Essi ci ripropongono la nostra natura originaria, con i suoi istinti e il suo particolare pensiero”.
Concetto ripreso e sviluppato da Raffaele Salinari che evidenzia il carattere di vera e propria sofferenza psichica causata da questa radicale trasformazione del vivere e del sentire:
"La ricerca di livelli sempre più nevrotici di sicurezza fisica individuale è degenerata in una insicurezza generalizzata, e questo ha prodotto una tecnologia sempre più energivora ed aggressiva; la dipendenza da ciò che di fatto non controlliamo - le reti globali sfuggono alla gestione del singolo - sono la fonte maggiore di instabilità profonda, sia per le singole persone, sia per l'umanità intera.
In definitiva, il decadimento del sacro dal nostro orizzonte immaginale, e il conseguente svuotamento simbolico dei suoi gesti, genera a sua volta una visionarietà «perturbata» delle relazioni natura/cultura che mette a repentaglio il nostro stesso equilibrio psichico, ammorbato dalla volontà di affermazione prometeica e di sottrazione all'ordine superiore delle cose".
È un passo di Alias:Aleph , volume in cui l'autore (medico, docente universitario, scrittore, attivista nel campo della tutela dei diritti umani) raccoglie una corposa serie di scritti apparsi negli anni scorsi sul supplemento culturale de il manifesto e ispirati dal famoso racconto di Borges, preso a simbolo della condizione umana e di possibili percorsi di liberazione da questo stato di estrema alienazione simbolizzati dalla ricerca dei luoghi dove si manifesta l'Aleph, prima lettera dell'alfabeto ebraico e dunque simbolo di quell'unità primordiale di tutto ciò che esiste che, come la tradizione ci insegna, è compito di ogni uomo tentare di ricomporre.
Tema di tutti gli scritti, che riuniti in volume manifestano a pieno la loro organicità quasi a ricomporre un ideale percorso di ricerca, è il ritorno a questa unità primordiale, la ricerca instancabile della "parola perduta" del mito hiramico che, tradotta nel nostro linguaggio moderno, significa superamento della frammentazione del mondo fenomenico e dunque attribuzione di senso e significato alla nostra stessa esistenza individuale.
Leggere questo libro è compiere un viaggio simile al volo mistico dello sciamano alla ricerca dell'anima perduta, fondamento della guarigione della malattia del vivere in tutte le sue manifestazioni comprese quelle fisiologiche. Un percorso verso il centro del labirinto degli stati molteplici dell'essere che, come ci ricorda Dante nella Commedia, che di questo tratta, non porta fuori dal mondo, ma rendendoci pienamente umani ci avvicina all'altro, ci rende veramente capaci di compassione, cioè di sentire la sofferenza degli altri come nostra.
E allora, ai tanti luoghi alefici raccontati con estrema maestria dall'autore noi ci permettiamo di aggiungere Lampedusa, oggi la porta cardine della ri/scoperta dell'altro come parte essenziale della nostra stessa esistenza di uomini capaci di "virtute e canoscenza" o, come dice una tradizione di cui ci sentiamo profondamente parte, "liberi e di buoni costumi".
Articolo ripreso da: http://cedocsv.blogspot.com/2019/11/

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