03 marzo 2016

Pigghiari u focu cu i manu di l' autri




L'insistenza con cui la principale potenza militare del mondo (gli USA) invita una sua colonia (l' Italia) a " PRENDERE LA GUIDA" dell'incerta missione in Libia mi ricorda tanto un' antica espressione popolare siciliana  Pigghiari u focu cu i manu di l' autri   (Prendere il fuoco con le mani degli altri).
Una cosa, comunque, mi sembra  certa in questa tragica commedia: in Libia sono già morti e moriranno tanti altri innocenti. E l'Italia, ancora una volta, sarà guidata da altri.

CARTEGGIO JUNG-PAULI


Pauli e Jung si scrivono

di Riccardo Ferrazzi


Non è inconsueto che uno scienziato coltivi e approfondisca interessi culturali al di fuori della sua disciplina, ma è singolare che un genio della fisica incontri un capostipite della psicanalisi e per anni e anni si dedichi a ricercare un terreno comune fra due discipline apparentemente agli antipodi. Questo è il caso che si verificò con Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung.
Le lettere che i due studiosi si scambiarono per quasi venticinque anni sono oggi disponibili in volume: “Jung e Pauli – Il carteggio originale: l’incontro tra Psiche e Materia”, edito da Moretti & Vitali. L’epistolario è stato curato da Antonio Sparzani con Anna Panepucci, analista junghiana, docente e autrice di pubblicazioni specialistiche.
Sparzani, a lungo docente di fisica all’Università di Milano, cultore di letteratura e da sempre fautore di un sapere integrato, al di là delle distinzioni fra discipline umanistiche e scientifiche, è autore, tra l’altro, di “Relatività, quante storie” (Bollati Boringhieri, 2003 e 2010), un’opera che mette in luce le molteplici interconnessioni fra scienza e letteratura in materia di relatività.  
Lo storico distacco fra Jung e Freud precedette di poco lo scoppio della prima guerra mondiale. Nei vent’anni che seguirono, la pratica terapeutica e l’interpretazione dei sogni (suoi e dei suoi pazienti) portò Jung a formulare la teoria degli archetipi e dell’inconscio collettivo, e ad approfondire lo studio della simbologia, dei miti e dell’alchimia.
Nel 1932 Jung fu consultato da Pauli, che doveva risolvere certi problemi comportamentali. Pauli, allora trentaduenne, era un brillante fisico teorico che aveva teorizzato lo spin delle particelle subatomiche e intuito l’esistenza dei neutrini. All’epoca, insegnava in un istituto universitario a Zurigo. Tredici anni più tardi avrebbe ottenuto il premio Nobel per la fisica.
Jung dirottò Pauli presso una terapeuta sua allieva (che fu di valido aiuto). Ma il paziente aveva una statura intellettuale che non poteva accontentarsi della terapia. Pauli volle impadronirsi della teoria psicanalitica, prese ad analizzare da sé i suoi sogni e giunse a ravvisare nell’analisi junghiana un terreno comune tra la psicologia e la fisica teorica.
Nel corso di incontri che avvenivano quasi ogni lunedì, fra Pauli e Jung prese avvio uno scambio di idee del quale rimane traccia nella corrispondenza, che continuò dal 1932 al 1957, con l’interruzione fra il 1940 e il 1946 dovuta alla seconda guerra mondiale. Le lettere documentano le incertezze, ma anche la sorprendente mescolanza di metodo e disinvoltura intellettuale con cui Jung e Pauli conducevano le loro ricerche.
Il saggio “Sincronicità come principio di nessi acausali” fu pubblicato da Jung nel 1952 (insieme a un saggio di Pauli su Keplero e l’archetipo), ma l’idea del “nesso acausale” era nata molti anni prima e dal carteggio risulta evidente che la genesi del concetto è connessa con il principio di indeterminazione. Nella formulazione di Heisenberg il principio per cui “l’osservazione interferisce con il fenomeno” si riferiva a ciò che avviene a livello subatomico, ma Jung ritenne legittimo trasporlo anche a livello psichico e (ciò che è davvero notevole) Pauli accolse il suo punto di vista.
Si dà il caso che in materia di coincidenze Pauli avesse una storia personale piuttosto curiosa. A quanto pare, la sua presenza faceva fallire gli esperimenti, tanto che ci fu un collega che gli proibì l’ingresso nel suo laboratorio. Questa sua particolarità era così spiccata da diventare nota come effetto Pauli.
Nelle ricche e importanti Appendici di questo libro è riportato en passant un caso davvero macroscopico di “sincronicità”: Pauli sedeva da solo alla finestra di un caffè rimuginando su un tema che simbolicamente associava al colore rosso. Davanti a lui, nella strada, era parcheggiata un’automobile dalla quale non riusciva a distogliere lo sguardo. Improvvisamente l’auto prese fuoco e fu distrutta dalle fiamme.
La sincronicità, ovvero il concorrere di fenomeni privi di rapporto causale eppure chiaramente connessi, porta a supporre, analogamente al principio di indeterminazione, che l’osservazione finisca – in qualche modo – per provocare fenomeni che altrimenti potrebbero anche non verificarsi. Quando capita di pensare a qualcuno, e sentiamo suonare il telefono, e scopriamo che a chiamarci è proprio la persona alla quale stavamo pensando, si tratta di una pura coincidenza? Sono pure coincidenze i presentimenti, le vincite al gioco, le profezie?
Non è sempre chiaro se Jung consideri “sincronico” (e cioè legato da un nesso diverso da quello di causa-effetto) ogni genere di coincidenza. Per prendere posizione in merito sarebbe stato utile disporre di pezze d’appoggio sperimentali. Ecco perché Jung pensò di raccogliere statistiche sulle previsioni astrologiche e sulle tecniche di previsione del futuro in genere.
Da parte sua, Pauli era più che disponibile a collaborare alla definizione del concetto di sincronicità: oltre all’interesse scientifico, dare una spiegazione all’effetto Pauli gli avrebbe risolto un problema. Ma per l’astrologia Pauli aveva una particolare avversione e si impegnò a dimostrare che le statistiche raccolte non potevano servire di base per una teoria sensata. Ciò non convinse Jung a espellere l’astrologia dall’ambito della sincronicità, ma lo indusse a pensare che il “nesso acausale” avesse una natura qualitativa e, pertanto, avesse poco senso cercare conferme o smentite nelle statistiche, che sono necessariamente quantitative.
In conclusione, Jung arrivò a considerare la sincronicità sotto un duplice aspetto: da un lato l’osservazione focalizza la volontà dell’osservatore, cosa che già di per sé tende a favorire la realizzazione del fenomeno; dall’altro, siccome l’osservazione è condizionata dagli archetipi dell’inconscio collettivo, se il fenomeno è inserito in un ordine cosmico, in un sentiero preordinato (o, come oggi direbbero certuni, in un “disegno intelligente”), è probabile che si realizzi.
Ma la lettura del carteggio riserva anche sorprese di altro genere. Per esempio, può stupire che due persone di così vasta cultura non osservino mai, neppure di sfuggita, come la struttura dell’inconscio collettivo e degli archetipi ricalchi lo schema platonico del mondo delle idee.
Nelle lettere scambiate prima del 1940 gli accenni a Platone sono quasi inesistenti. Jung non lo nomina mai. Pauli preferisce far riferimento ai neoplatonici Plotino e Proclo. Solo a partire dalla lettera n°58 (siamo ormai nel 1952) Pauli tenta di abbordare temi propriamente filosofici e propone di introdurre nella sincronicità la distinzione aristotelica di essere “in potenza” o “in atto”. Ma Jung lo blocca subito: va escluso dalla psicanalisi qualunque concetto che sappia di metafisico. In una lettera successiva Pauli prova a tornare sull’argomento, ma Jung non gli dà corda.
Sembra legittimo sospettare, a questo punto, che anche gli spiriti magni abbiano le loro meschinità: Jung non intende condividere con nessuno la paternità della sua teoria (neppure con Platone!). Tantomeno permette a un paziente, per quanto celebre, colto e intelligente, di discutere con lui su un piano di parità. Pauli prospetta, propone, domanda; Jung dà responsi, approva o rettifica. Jung è il guru e Pauli è il discepolo.
Soltanto dopo il 1945 (c’è voluta una guerra mondiale e un premio Nobel!) il rapporto fra i due comincia a prendere quasi l’aspetto di una collaborazione, ma sempre a condizione di non uscire dall’ambito della psicanalisi, il campo in cui Jung si riserva l’ultima parola.
Tutto ciò e molto altro è contenuto in questo straordinario carteggio che, pur datando da sessanta e più anni fa, è modernissimo.
Ancora oggi è sconcertante osservare l’apertura mentale di due scienziati che non hanno scrupoli né incertezze nel cercare dovunque (negli I Ching, in un alchimista come Robert Fludd o in un cultore di magia come Proclo) materiale utile a indagare sia l’interpretazione dei sogni che la struttura dell’atomo.
In particolare, la spregiudicatezza di Pauli suona come un monito agli scienziati del ventunesimo secolo: per studiare le nuove frontiere della fisica (materia oscura, onde gravitazionali…) potrà essere necessario ricorrere a forme di pensiero che a partire dal Settecento erano state ritenute superstizioni e fantasie, tanto da escluderle dalla scienza ufficiale. Forse è giunto il momento di rivalutarle.
La dittatura illuministica della ragione (che, come mise in chiaro il circolo di Vienna, non sa andare oltre la tautologia) potrebbe essere prossima al tramonto.
 

Articolo tratto da  https://lapoesiaelospirito.wordpress.com

GRAMSCI, WEBER E LA VITA RIDOTTA A MERCE



       Nei primi anni del 900 MAX WEBER, nel suo celebre saggio sull'etica protestante, coglie il filo che lega quest'ultima allo spirito del capitalismo. Il giovane ANTONIO GRAMSCI, più lungimirante del sociologo tedesco, in un articolo del giugno 1918 pubblicato su l' Avanti torinese nella rubrica Sotto la Mole,  riesce a prevedere quanto sta accadendo nei nostri tristi giorni.
        Riprendo di seguito  i passi centrali dell' articolo del  grande sardo intitolato MERCE. 

     " La scoperta scientifica segue la sorte comune di tutti i prodotti umani in regime capitalistico. Diventa merce, oggetto di scambio [...]. La vita diventerà anch'essa una merce, se il regime capitalistico non sarà stato sostituito, se la merce non sarà stata abolita. 
[...]. La vita, tutta la vita, non solo l'attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell'attività, si distacca dall'anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno".

Antonio Gramsci, Sotto la Mole, Einaudi 1960, pp. 406-407.

02 marzo 2016

LA TERZA GUERRA MONDIALE?


Come può scoppiare la terza guerra mondiale e cosa si può fare per scongiurarla.
Un’anticipazione dei temi al centro del Festival di Limes
 

Ci stiamo rassegnando a una nuova grande guerra? Forse inconsciamente l’agogniamo, quasi fosse la “sola igiene del mondo”? Meglio una fine orribile di un orrore senza fine?

La ripetuta provocazione di papa Francesco sulla “terza guerra mondiale a pezzi” nella quale saremmo immersi senza avere il coraggio di ammetterlo va letta sullo sfondo del clima apocalittico diffuso nelle opinioni pubbliche non solo occidentali. E come premessa di quella strategia della misericordia, recentemente illustrata dal gesuita Antonio Spadaro sulla Civiltà Cattolica, che il Pontefice sta disegnando nella traiettoria dei suoi viaggi apostolici e delle sue strategie diplomatiche.

Per combattere la rassegnazione alla guerra, il determinismo bellico, la rinuncia alla politica che minacciano di precipitarci nel terzo conflitto globale.

Intorno a questo tema, scandagliato nel volume domani in uscita, Limes ha convocato al Palazzo Ducale di Genova, in collaborazione con l’omonima Fondazione per la Cultura, tre giorni (4-6 marzo) di pubblico dibattito con esperti e protagonisti della scena geopolitica internazionale.

Il titolo del Festival di Limes – “La terza guerra mondiale?” – vira l’intuizione papale in interrogativo. Assumendola quale invito al discernimento. E come avvertimento: se non spegneremo almeno i principali fra gli incendi bellici – i “pezzi” di guerra mondiale – che infiammano il pianeta, questo rischia davvero di finire in pezzi.

Studiando la carta geopolitica del pianeta, osserviamo che oggi questo è spartito in due macroregioni.

Una relativamente pacifica, ordinata, benestante, imperniata su un Occidente sempre meno coeso. Chiamiamola Ordolandia.

L’altra, in via di espansione, si dipana dall’America centrale all’Africa, dal Medio Oriente ai Mari Cinesi: è la macroarea dove si concentrano disintegrazione degli Stati, miseria, guerre, terrorismo, migrazioni forzate, rivendicazioni territoriali apparentemente incomponibili. Fenomeni accentuati dalle devastazioni ambientali indotte dai mutamenti climatici nelle sensibili aree tropicali. Questo è lo spazio dei “pezzi di guerra mondiale” evocati da Francesco. Chiamiamolo Caoslandia.

L’alternativa fra guerra e pace si gioca nell’espansione o nella contrazione di Caoslandia. Difendere e allargare Ordolandia è la priorità di chi non cede al millenarismo apocalittico. E sa che la pace non è dato di natura, ma conquista di ogni giorno.

Come si potrebbe configurare la terza mondiale che il Papa giudica già in atto? A differenza delle due precedenti, che vertevano sulla redistribuzione della potenza fra i principali soggetti mondiali, questa deriverebbe dalla loro impotenza.

È la decomposizione degli Stati – insieme all’incapacità delle grandi potenze di arginare il caos, quando non lo incentivano – la cifra della deriva bellica in corso nel cuore di Caoslandia. In alcune aree del mondo, specie in Nordafrica (Libia) e fra Levante e Mesopotamia (ciò che resta di Siria e Iraq), il crollo dei poteri formali è degradato in guerra civile. Nelle quali intervengono potenze esterne, regionali (Iran, Turchia, Arabia Saudita) o extraregionali (Stati Uniti, Russia, Francia, Gran Bretagna, forse domani anche Italia). Direttamente o per procura. Senza peraltro definire un nuovo ordine, semmai accentuando il caos.

La guerra mondiale, o qualcosa di simile, sarebbe quindi il prodotto ultimo del processo di disintegrazione di alcuni Stati. Al momento, forse il conflitto più minaccioso, in questa prospettiva, è la guerra in Ucraina, dove Nato e Russia si fronteggiano lungo la labile linea di faglia che li divide.

L’Italia si trova alla frontiera di Caoslandia. Sia sul fronte meridionale che su quello orientale. E ben dentro la crisi esistenziale che sta scuotendo l’Europa. Siamo dunque i primi interessati a impedire che il mondo del caos valichi i nostri confini e dilaghi nel Vecchio Continente.

Deriva perfettamente evitabile. A patto anzitutto di rovesciare il clima apocalittico, alimentato secondo Francesco non solo dai jihadisti ma anche dai neocrociati occidentali, per cui il nostro destino sarebbe la guerra definitiva. I credenti vorranno ricorrere al balsamo evangelico della misericordia. Dunque ameranno il nemico. Per i laici, si tratta di recuperare il senso inclusivo della politica.

Non per evitare di combattere, quando necessario. Ma per impedire che le armi diventino fini a se stesse. E tornino invece al servizio di obiettivi politici. Di nuovi, per quanto provvisori, ordinamenti di pace.

Se ciò non accadrà, l’intuizione di Francesco rischierà di svelarsi profezia.
 
Testo ripreso da http://150anniinsieme.blogspot.it/2016/03/dal-festival-di-limes.html 
curato dall'amica Grazia Messina. 
 

LA TENEREZZA DI E. BORGNA E DI S. WEIL




L’esperienza delle cose che declina la condizione umana 

Riccardo Mazzeo


Nel suo ultimo libro Eugenio Borgna (L’indicibile tenerezza. In cammino con Simone Weil, Feltrinelli) , che da anni prova a fare i conti con la «sragione», che è soltanto l’altra faccia della ragione e spesso depositaria ancor più attendibile della sua verità profonda, ricorda Karl Jaspers, psichiatra e filosofo che raccomandava agli psichiatri, ancor più dei testi specifici della disciplina, la lettura dei grandi romanzi per aumentare le proprie capacità di comprensione del mistero di ogni malato e di rivestire per lui un ruolo benefico.
Eugenio Borgna è uno dei grandi esperti di salute mentale ma non è l’unico a considerare la letteratura una risorsa per chi si occupi di sofferenza psichica: in un libro che ha venduto più di 300mila copie senza essere stato scritto da Stephen King, Counseling centrato sulla persona (Erickson), i due psicoterapeuti Dave Mearns e Brian Thorne mostrano con assoluta evidenza quanto la facoltà di psicologia sia più incline a disabilitare che ad abilitare i futuri psicologi rispetto ai compiti che li attendono: i test, le diagnosi sulla base del Dsm-5 (il manuale diagnostico dei disturbi mentali), le «competenze» scientifiche acquisite possono essere utili a patto di non annullarsi in una serie di operazioni che annegano nell’acquitrino del «fare» le istanze fragili e vitali del «sentire» e del «con-sentire». L’autore lancia un monito rispetto a «quelle psichiatrie descrittive e astratte che non farebbero se non classificare, catalogare e fare confluire in una delle loro straripanti e infinite formulazioni diagnostiche modi di vivere e modi di essere di creature eccezionali, come lo è stata Simone Weil, ignorando gli sconfinamenti continui, che ci sono in noi, dalla normalità alla sofferenza psichica, e da questa a quella».
Simone Weil giovanissima insegna filosofia nei licei ma d’un tratto sente di dover toccare con mano la condizione di chi lavora nelle fabbriche e per molti mesi decide di lasciare l’insegnamento per consegnarsi proprio a quel lavoro, che non solo la sfibra anche a causa dei suoi ricorrenti mal di testa, ma le fa comprendere come la trasformazione delle persone in bestie da soma finisca per inibire finanche la capacità di pensare. Lei vuole agostinianamente capire. Come Borgna. E lo fa calandosi in declinazioni della condizione umana che la fanno «con-sonare» con i suoi simili. Per questo diventerà una rappresentante sindacale, e per la stessa ragione parteciperà alla Guerra di Spagna e in seguito cercherà di farsi paracadutare nella Francia occupata dai nazisti per combattere.
Certo, la vita di Simone Weil è attraversata atrocemente da un malheur che non verrà mai meno e che induce Borgna ad apparentarla ad altri grandi geniali sofferenti come il Leopardi dello Zibaldone, il Nietzsche de La gaia scienza, la Emily Dickinson dei versi: «C’è un dolore – talmente assoluto – che ti risucchia l’essere», l’eternamente amato Rainer Maria Rilke secondo cui il dolore «riconduce nell’interiorità l’esteriorità della nostra esperienza delle cose». Ma il dolore, anche quando come per Simone Weil spinge sulla soglia del suicidio e imprigiona nel corsetto cosparso di aculei dell’anoressia, è parte integrante del nostro essere persone e per lei, che secondo Ingeborg Bachmann era cresciuta in una famiglia simile a quella di Proust, con un fratello ingombrante da amare e invidiare, fu il fomite delle sue contraddizioni e della sua bruciante creatività che la fecero morire a trentaquattro anni e che le permisero di lasciarci una testimonianza della molteplicità incandescente e della caotica lirica bellezza della sua vita e potenzialmente di ogni vita.

Da  IL MANIFESTO  del 1 marzo 2016

01 marzo 2016

LUCIO PICCOLO, Mobile universo di folate.

Manoscritto di Lucio Piccolo



Mobile universo di folate
di raggi, d’ore senza colore, di perenni
transiti, di sfarzo
di nubi: un attimo ed ecco mutate
splendon le forme, ondeggian millenni.
E l’arco della porta bassa e il gradino liso
di troppi inverni, favola sono nell’improvviso
raggiare del sole di marzo.

Lucio Piccolo

IL VIAGGIO DI C. BAUDELAIRE




Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l’universo è pari al suo smisurato appetito.
Com’è grande il mondo al lume delle lampade!
Com’è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull’infinito dei mari:

c’è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l’orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologhi annegati negli occhi d’una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.

Per non esser mutati in bestie, s’inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!

I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

[...]   Dai Fiori del male di Charles Baudelaire





Ecco il testo integrale della poesia nella  lingua  in cui è stato scritto:




Le Voyage

À Maxime du Camp

I
Pour l'enfant, amoureux de cartes et d'estampes,
L'univers est égal à son vaste appétit.
Ah! que le monde est grand à la clarté des lampes!
Aux yeux du souvenir que le monde est petit!

Un matin nous partons, le cerveau plein de flamme,
Le coeur gros de rancune et de désirs amers,
Et nous allons, suivant le rythme de la lame,
Berçant notre infini sur le fini des mers:

Les uns, joyeux de fuir une patrie infâme;
D'autres, l'horreur de leurs berceaux, et quelques-uns,
Astrologues noyés dans les yeux d'une femme,
La Circé tyrannique aux dangereux parfums.

Pour n'être pas changés en bêtes, ils s'enivrent
D'espace et de lumière et de cieux embrasés;
La glace qui les mord, les soleils qui les cuivrent,
Effacent lentement la marque des baisers.

Mais les vrais voyageurs sont ceux-là seuls qui partent
Pour partir; coeurs légers, semblables aux ballons,
De leur fatalité jamais ils ne s'écartent,
Et, sans savoir pourquoi, disent toujours: Allons!

Ceux-là dont les désirs ont la forme des nues,
Et qui rêvent, ainsi qu'un conscrit le canon,
De vastes voluptés, changeantes, inconnues,
Et dont l'esprit humain n'a jamais su le nom!

II
Nous imitons, horreur! la toupie et la boule
Dans leur valse et leurs bonds; même dans nos sommeils
La Curiosité nous tourmente et nous roule
Comme un Ange cruel qui fouette des soleils.

Singulière fortune où le but se déplace,
Et, n'étant nulle part, peut être n'importe où!
Où l'Homme, dont jamais l'espérance n'est lasse,
Pour trouver le repos court toujours comme un fou!

Notre âme est un trois-mâts cherchant son Icarie;
Une voix retentit sur le pont: «Ouvre l'oeil!»
Une voix de la hune, ardente et folle, crie:
«Amour... gloire... bonheur!» Enfer! c'est un écueil!

Chaque îlot signalé par l'homme de vigie
Est un Eldorado promis par le Destin;
L'Imagination qui dresse son orgie
Ne trouve qu'un récif aux clartés du matin.

Ô le pauvre amoureux des pays chimériques!
Faut-il le mettre aux fers, le jeter à la mer,
Ce matelot ivrogne, inventeur d'Amériques
Dont le mirage rend le gouffre plus amer?

Tel le vieux vagabond, piétinant dans la boue,
Rêve, le nez en l'air, de brillants paradis;
Son oeil ensorcelé découvre une Capoue
Partout où la chandelle illumine un taudis.

III
Etonnants voyageurs! quelles nobles histoires
Nous lisons dans vos yeux profonds comme les mers!
Montrez-nous les écrins de vos riches mémoires,
Ces bijoux merveilleux, faits d'astres et d'éthers.

Nous voulons voyager sans vapeur et sans voile!
Faites, pour égayer l'ennui de nos prisons,
Passer sur nos esprits, tendus comme une toile,
Vos souvenirs avec leurs cadres d'horizons.

Dites, qu'avez-vous vu?

IV
«Nous avons vu des astres
Et des flots, nous avons vu des sables aussi;
Et, malgré bien des chocs et d'imprévus désastres,
Nous nous sommes souvent ennuyés, comme ici.

La gloire du soleil sur la mer violette,
La gloire des cités dans le soleil couchant,
Allumaient dans nos coeurs une ardeur inquiète
De plonger dans un ciel au reflet alléchant.

Les plus riches cités, les plus grands paysages,
Jamais ne contenaient l'attrait mystérieux
De ceux que le hasard fait avec les nuages.
Et toujours le désir nous rendait soucieux!

— La jouissance ajoute au désir de la force.
Désir, vieil arbre à qui le plaisir sert d'engrais,
Cependant que grossit et durcit ton écorce,
Tes branches veulent voir le soleil de plus près!

Grandiras-tu toujours, grand arbre plus vivace
Que le cyprès? — Pourtant nous avons, avec soin,
Cueilli quelques croquis pour votre album vorace
Frères qui trouvez beau tout ce qui vient de loin!

Nous avons salué des idoles à trompe;
Des trônes constellés de joyaux lumineux;
Des palais ouvragés dont la féerique pompe
Serait pour vos banquiers un rêve ruineux;

Des costumes qui sont pour les yeux une ivresse;
Des femmes dont les dents et les ongles sont teints,
Et des jongleurs savants que le serpent caresse.»

V
Et puis, et puis encore?

VI
«Ô cerveaux enfantins!

Pour ne pas oublier la chose capitale,
Nous avons vu partout, et sans l'avoir cherché,
Du haut jusques en bas de l'échelle fatale,
Le spectacle ennuyeux de l'immortel péché:

La femme, esclave vile, orgueilleuse et stupide,
Sans rire s'adorant et s'aimant sans dégoût;
L'homme, tyran goulu, paillard, dur et cupide,
Esclave de l'esclave et ruisseau dans l'égout;

Le bourreau qui jouit, le martyr qui sanglote;
La fête qu'assaisonne et parfume le sang;
Le poison du pouvoir énervant le despote,
Et le peuple amoureux du fouet abrutissant;

Plusieurs religions semblables à la nôtre,
Toutes escaladant le ciel; la Sainteté,
Comme en un lit de plume un délicat se vautre,
Dans les clous et le crin cherchant la volupté;

L'Humanité bavarde, ivre de son génie,
Et, folle maintenant comme elle était jadis,
Criant à Dieu, dans sa furibonde agonie:
»Ô mon semblable, mon maître, je te maudis!«

Et les moins sots, hardis amants de la Démence,
Fuyant le grand troupeau parqué par le Destin,
Et se réfugiant dans l'opium immense!
— Tel est du globe entier l'éternel bulletin.»

VII
Amer savoir, celui qu'on tire du voyage!
Le monde, monotone et petit, aujourd'hui,
Hier, demain, toujours, nous fait voir notre image:
Une oasis d'horreur dans un désert d'ennui!

Faut-il partir? rester? Si tu peux rester, reste;
Pars, s'il le faut. L'un court, et l'autre se tapit
Pour tromper l'ennemi vigilant et funeste,
Le Temps! Il est, hélas! des coureurs sans répit,

Comme le Juif errant et comme les apôtres,
À qui rien ne suffit, ni wagon ni vaisseau,
Pour fuir ce rétiaire infâme; il en est d'autres
Qui savent le tuer sans quitter leur berceau.

Lorsque enfin il mettra le pied sur notre échine,
Nous pourrons espérer et crier: En avant!
De même qu'autrefois nous partions pour la Chine,
Les yeux fixés au large et les cheveux au vent,

Nous nous embarquerons sur la mer des Ténèbres
Avec le coeur joyeux d'un jeune passager.
Entendez-vous ces voix charmantes et funèbres,
Qui chantent: «Par ici vous qui voulez manger

Le Lotus parfumé! c'est ici qu'on vendange
Les fruits miraculeux dont votre coeur a faim;
Venez vous enivrer de la douceur étrange
De cette après-midi qui n'a jamais de fin!»

À l'accent familier nous devinons le spectre;
Nos Pylades là-bas tendent leurs bras vers nous.
«Pour rafraîchir ton coeur nage vers ton Electre!»
Dit celle dont jadis nous baisions les genoux.

VIII
Ô Mort, vieux capitaine, il est temps! levons l'ancre!
Ce pays nous ennuie, ô Mort! Appareillons!
Si le ciel et la mer sont noirs comme de l'encre,
Nos coeurs que tu connais sont remplis de rayons!

Verse-nous ton poison pour qu'il nous réconforte!
Nous voulons, tant ce feu nous brûle le cerveau,
Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu'importe?
Au fond de l'Inconnu pour trouver du nouveau!


— Charles Baudelaire