03 marzo 2016

CARTEGGIO JUNG-PAULI


Pauli e Jung si scrivono

di Riccardo Ferrazzi


Non è inconsueto che uno scienziato coltivi e approfondisca interessi culturali al di fuori della sua disciplina, ma è singolare che un genio della fisica incontri un capostipite della psicanalisi e per anni e anni si dedichi a ricercare un terreno comune fra due discipline apparentemente agli antipodi. Questo è il caso che si verificò con Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung.
Le lettere che i due studiosi si scambiarono per quasi venticinque anni sono oggi disponibili in volume: “Jung e Pauli – Il carteggio originale: l’incontro tra Psiche e Materia”, edito da Moretti & Vitali. L’epistolario è stato curato da Antonio Sparzani con Anna Panepucci, analista junghiana, docente e autrice di pubblicazioni specialistiche.
Sparzani, a lungo docente di fisica all’Università di Milano, cultore di letteratura e da sempre fautore di un sapere integrato, al di là delle distinzioni fra discipline umanistiche e scientifiche, è autore, tra l’altro, di “Relatività, quante storie” (Bollati Boringhieri, 2003 e 2010), un’opera che mette in luce le molteplici interconnessioni fra scienza e letteratura in materia di relatività.  
Lo storico distacco fra Jung e Freud precedette di poco lo scoppio della prima guerra mondiale. Nei vent’anni che seguirono, la pratica terapeutica e l’interpretazione dei sogni (suoi e dei suoi pazienti) portò Jung a formulare la teoria degli archetipi e dell’inconscio collettivo, e ad approfondire lo studio della simbologia, dei miti e dell’alchimia.
Nel 1932 Jung fu consultato da Pauli, che doveva risolvere certi problemi comportamentali. Pauli, allora trentaduenne, era un brillante fisico teorico che aveva teorizzato lo spin delle particelle subatomiche e intuito l’esistenza dei neutrini. All’epoca, insegnava in un istituto universitario a Zurigo. Tredici anni più tardi avrebbe ottenuto il premio Nobel per la fisica.
Jung dirottò Pauli presso una terapeuta sua allieva (che fu di valido aiuto). Ma il paziente aveva una statura intellettuale che non poteva accontentarsi della terapia. Pauli volle impadronirsi della teoria psicanalitica, prese ad analizzare da sé i suoi sogni e giunse a ravvisare nell’analisi junghiana un terreno comune tra la psicologia e la fisica teorica.
Nel corso di incontri che avvenivano quasi ogni lunedì, fra Pauli e Jung prese avvio uno scambio di idee del quale rimane traccia nella corrispondenza, che continuò dal 1932 al 1957, con l’interruzione fra il 1940 e il 1946 dovuta alla seconda guerra mondiale. Le lettere documentano le incertezze, ma anche la sorprendente mescolanza di metodo e disinvoltura intellettuale con cui Jung e Pauli conducevano le loro ricerche.
Il saggio “Sincronicità come principio di nessi acausali” fu pubblicato da Jung nel 1952 (insieme a un saggio di Pauli su Keplero e l’archetipo), ma l’idea del “nesso acausale” era nata molti anni prima e dal carteggio risulta evidente che la genesi del concetto è connessa con il principio di indeterminazione. Nella formulazione di Heisenberg il principio per cui “l’osservazione interferisce con il fenomeno” si riferiva a ciò che avviene a livello subatomico, ma Jung ritenne legittimo trasporlo anche a livello psichico e (ciò che è davvero notevole) Pauli accolse il suo punto di vista.
Si dà il caso che in materia di coincidenze Pauli avesse una storia personale piuttosto curiosa. A quanto pare, la sua presenza faceva fallire gli esperimenti, tanto che ci fu un collega che gli proibì l’ingresso nel suo laboratorio. Questa sua particolarità era così spiccata da diventare nota come effetto Pauli.
Nelle ricche e importanti Appendici di questo libro è riportato en passant un caso davvero macroscopico di “sincronicità”: Pauli sedeva da solo alla finestra di un caffè rimuginando su un tema che simbolicamente associava al colore rosso. Davanti a lui, nella strada, era parcheggiata un’automobile dalla quale non riusciva a distogliere lo sguardo. Improvvisamente l’auto prese fuoco e fu distrutta dalle fiamme.
La sincronicità, ovvero il concorrere di fenomeni privi di rapporto causale eppure chiaramente connessi, porta a supporre, analogamente al principio di indeterminazione, che l’osservazione finisca – in qualche modo – per provocare fenomeni che altrimenti potrebbero anche non verificarsi. Quando capita di pensare a qualcuno, e sentiamo suonare il telefono, e scopriamo che a chiamarci è proprio la persona alla quale stavamo pensando, si tratta di una pura coincidenza? Sono pure coincidenze i presentimenti, le vincite al gioco, le profezie?
Non è sempre chiaro se Jung consideri “sincronico” (e cioè legato da un nesso diverso da quello di causa-effetto) ogni genere di coincidenza. Per prendere posizione in merito sarebbe stato utile disporre di pezze d’appoggio sperimentali. Ecco perché Jung pensò di raccogliere statistiche sulle previsioni astrologiche e sulle tecniche di previsione del futuro in genere.
Da parte sua, Pauli era più che disponibile a collaborare alla definizione del concetto di sincronicità: oltre all’interesse scientifico, dare una spiegazione all’effetto Pauli gli avrebbe risolto un problema. Ma per l’astrologia Pauli aveva una particolare avversione e si impegnò a dimostrare che le statistiche raccolte non potevano servire di base per una teoria sensata. Ciò non convinse Jung a espellere l’astrologia dall’ambito della sincronicità, ma lo indusse a pensare che il “nesso acausale” avesse una natura qualitativa e, pertanto, avesse poco senso cercare conferme o smentite nelle statistiche, che sono necessariamente quantitative.
In conclusione, Jung arrivò a considerare la sincronicità sotto un duplice aspetto: da un lato l’osservazione focalizza la volontà dell’osservatore, cosa che già di per sé tende a favorire la realizzazione del fenomeno; dall’altro, siccome l’osservazione è condizionata dagli archetipi dell’inconscio collettivo, se il fenomeno è inserito in un ordine cosmico, in un sentiero preordinato (o, come oggi direbbero certuni, in un “disegno intelligente”), è probabile che si realizzi.
Ma la lettura del carteggio riserva anche sorprese di altro genere. Per esempio, può stupire che due persone di così vasta cultura non osservino mai, neppure di sfuggita, come la struttura dell’inconscio collettivo e degli archetipi ricalchi lo schema platonico del mondo delle idee.
Nelle lettere scambiate prima del 1940 gli accenni a Platone sono quasi inesistenti. Jung non lo nomina mai. Pauli preferisce far riferimento ai neoplatonici Plotino e Proclo. Solo a partire dalla lettera n°58 (siamo ormai nel 1952) Pauli tenta di abbordare temi propriamente filosofici e propone di introdurre nella sincronicità la distinzione aristotelica di essere “in potenza” o “in atto”. Ma Jung lo blocca subito: va escluso dalla psicanalisi qualunque concetto che sappia di metafisico. In una lettera successiva Pauli prova a tornare sull’argomento, ma Jung non gli dà corda.
Sembra legittimo sospettare, a questo punto, che anche gli spiriti magni abbiano le loro meschinità: Jung non intende condividere con nessuno la paternità della sua teoria (neppure con Platone!). Tantomeno permette a un paziente, per quanto celebre, colto e intelligente, di discutere con lui su un piano di parità. Pauli prospetta, propone, domanda; Jung dà responsi, approva o rettifica. Jung è il guru e Pauli è il discepolo.
Soltanto dopo il 1945 (c’è voluta una guerra mondiale e un premio Nobel!) il rapporto fra i due comincia a prendere quasi l’aspetto di una collaborazione, ma sempre a condizione di non uscire dall’ambito della psicanalisi, il campo in cui Jung si riserva l’ultima parola.
Tutto ciò e molto altro è contenuto in questo straordinario carteggio che, pur datando da sessanta e più anni fa, è modernissimo.
Ancora oggi è sconcertante osservare l’apertura mentale di due scienziati che non hanno scrupoli né incertezze nel cercare dovunque (negli I Ching, in un alchimista come Robert Fludd o in un cultore di magia come Proclo) materiale utile a indagare sia l’interpretazione dei sogni che la struttura dell’atomo.
In particolare, la spregiudicatezza di Pauli suona come un monito agli scienziati del ventunesimo secolo: per studiare le nuove frontiere della fisica (materia oscura, onde gravitazionali…) potrà essere necessario ricorrere a forme di pensiero che a partire dal Settecento erano state ritenute superstizioni e fantasie, tanto da escluderle dalla scienza ufficiale. Forse è giunto il momento di rivalutarle.
La dittatura illuministica della ragione (che, come mise in chiaro il circolo di Vienna, non sa andare oltre la tautologia) potrebbe essere prossima al tramonto.
 

Articolo tratto da  https://lapoesiaelospirito.wordpress.com

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