08 ottobre 2018

CASTA AL BALCONE



Di Maio blatera dal balcone, Salvini aspetta di buttarlo dal balcone, per starci da solo lui sul balcone.

Maria Silvia Caffari

NON PUOI PIACERE A TUTTI!

Gustav Klimt, Nuda Veritas (1889)

Non puoi piacere a tutti con la tua azione e la tua arte. 
Rendi giustizia a pochi. Piacere a molti è male. 

                                            F.C.S. Schiller


07 ottobre 2018

CARLA LONZI, Poesie di una femminista


Carla Lonzi. Scacchi ragionati ma non troppo

di Jamila Mascat

Compleanno […]

Eppure è duro accettare
che il tempo batta per secondi
che il cammino si faccia
un passo dietro l’altro,
che la gioventù sia solo
il ribollente serbatoio
della maturità ragionevole.
(Roma, 9 marzo 1958)

*****

Scacco ragionato, una raccolta di testi poetici scritti da Carla Lonzi tra il 1958 e il 1963 e pubblicati postumi, prende il titolo dall’omonima serie di poesie, sei in tutto, contenute nel volume in questione e ordinate dall’autrice secondo una progressione numerica. Ermetico, il titolo è perfino controintuitivo, dal momento che lo scacco è « matto » per antonomasia, mentre Lonzi lo vuole insolitamente « ragionato »:  non necessariamente razionale né ragionevole, ma quantomeno meditato e soprattuto veritativo. Scrive Lonzi: « La parte poetica era sì ragionata ma nel senso che voleva la verità della mia identità », identità mancante e strutturata precisamente intorno ad una lacuna, che le appare, per questo carattere irresolubile, il tratto più proprio della sua condizione.
Per Lonzi lo scacco non sta ad indicare l’evento fatale di una disfatta né la mossa vincente che determina la fine della partita. Piuttosto denota un accadimento seriale, individuato e appunto reiterato, o meglio un’andatura, prescelta – « l’andatura / innocente di chi si tiene /equidistante dal nulla » scrive Lonzi in Migrazione – e che a tratti culmina in una linea di condotta.


Dalla raccolta di poesie Scacco Ragionato 1958-1963, Rivolta femminile, 1985

Scacco ragionato
Così quando in allarme
sempre più in allarme
a un’occhiata scopri
quantità di situazioni
interrogative e non c’è
oggetto o immagine o suono
o niente di niente
che non sembri messo lì
un istante in atteggiamento
ermetico e provocatorio
come chi non lascerà
la posa se non hai sciolto
l’enigma della neutrale
familiarità di sempre
e l’asciugamano l’albero
la ringhiera con fissità
inamovibile sotto sguardi
pazienti e scetticamente
ragionevoli sbarrano
ogni centimetro in cui
distendere l’indiscussa
superiorità, scatta
lo sportello segreto,
l’antica impotenza
di chiocciola germogliante
nel buio, all’aggressione
che pretende spargere
oscuro disfattismo
nel corso dei tuoi pensieri
e anzi a uno a uno
metterli in scacco
con voce di pura cosa
dopo lunga attesa
staccata dal silenzio.
(Roma, 10 luglio 1958)

***
Ascolta: non può essere
perduta questa parola
come non può essere
perduta la mia anima
in un angolo del creato.
… Tu mi dici invece
che tutto può andar
perduto e dimenticato.
(Firenze, ottobre 1953)

***
La tartaruga
Di giornate interminabili ti chiedi
se siano trascorse e se a infiniti
passi nel vuoto siano corrisposti
infiniti secondi nel tempo e inquieta
senza pulsazioni aggiri te stessa
con occhi scorrenti su un mondo
di ostinate sciarade, occhi di tartaruga
bionda allibita senza suono e senza
la posizione verticale; che qualcuno
abbia dolcezza per il tuo esposto mistero
e cautamente lo cerchi accostando un dito
all’ingresso dell’infrangibile guscio.
(Milano, 28 ottobre 1959)

***
Anniversario

Anniversario
di anni versarii
di versamenti dall’inguine multiplo
nell’era consubstanziale
sostanziali benefici del versare
in vasi comunicanti
i liquidi della comunicazione
indotto dallo splendore
dell’atto genitale
genitori sconfitti nell’alveo
dei clan e le mense
del mangiare.
(Milano, dicembre 1963 / gennaio 1964)

*****

Le poesie, scrive Lonzi nel diario « erano la mia immagine » – nonché « l’unico aggancio a cui tener fede ». Aggiunge: « Nella parte poetica riconoscevo me stessa, nella parte concettuale mi affermavo verso l’esterno ». La poesia è quindi l’inizio di una ricerca, il cominciamento di un percorso, ma anche e soprattutto un’anticipazione, che precorre l’itinerario destinato a sbocciare con la scoperta del femminismo. Lonzi esplicita questo pensiero in un’intervista a Michèle Causse del giugno 1976 dove ricorda: « Anch’io ho scritto delle poesie quindici anni fa, che sono il diretto antecedente di quello che poi mi ha orientato nel femminismo, ma non ho mai cercato di pubblicarle, perché non vedevo una, una sola persona che avrebbe potuto ‘leggerle’ ». Alle sue poesie Lonzi riconosce il portato quasi profetico di un presagio d’esperienza: « le ho rivissute nel presente e erano giuste, tutte giuste e autentiche », annota il 23 ottobre 1972. L’autenticità affiora dunque nei versi ben prima che cominci l’avventura di Rivolta femminile e che la pratica dell’autocoscienza diventi un esercizio collettivo. « Il mio bisogno era autentico » – nota Lonzi, sempre nel diario – a proposito di quel suo primo germoglio di scrittura, e altrove confida in una lettera a Gabriella Kristeller: « Mi sono salvata scrivendo poesie, una pratica di autenticità allucinante in cui tentavo di salvare tutti i fallimenti sul piano personale in chiave di autocoscienza ».

Da Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Rivolta femminile, 1978

Mi si presenta
la sensazione di qualcosa
irreparabile – la vita stessa.
Mai mi sono sentita
con le spalle al muro
come adesso – mai più calma
Capire – far parte
capire di far parte
non c’è altro
io – la mia porzione di cecità
io – la mia porzione di luce.
Quando ti accorgi
di avere “sbagliato”
pur essendo nel “giusto”
(che era prevedibile
ma proprio quello
ti eri distratta
dall’aver previsto)
capisci tutto – anzi
ricordi che lo capivi
prima – poi l’ipotesi
comune ti aveva tentata.

***
Io correvo
le nuvole correvano
non raggiungevo mai
le nuvole
Adesso cammino
col mio passo
e guardo
le nuvole che corrono

***

La mia vita vacilla
vedo in lui un altro uomo
i suoi occhi sono ottusi
si rifiuta di capire.
Siamo alla fase in cui non si dà
ma si tiene stretto
quello che siamo.
Tutto ciò che era ovvio
ritorna enigmatico sospetto
si ricomincia tutto da principio
lui mostra di non aver capito
né accettato.
Allora cos’era prima?
Perché non ci succede
di scioglierci
come prima?
Perché ci guardiamo
negli occhi per cercare
nell’altro il proprio dubbio?

***

Sto mettendo i cavalli
al mio carro
sto facendo i preparativi
per partire –
no, non è ancora
avvenuto –
il mio carro
la mia strada.
Lascio tutti
ma non sono triste
più strano ancora
non ho paura
non ho altra scelta
e dipende solo da me.
Il cavallo grigio
ha nome Noncuranza
quello rosso Follia.

Testi ripresi da https://www.nazioneindiana.com/2018/10/07/carla-lonzi-scacchi-ragionati-ma-non-troppo/

 

SCIAMANI DI IERI E D'OGGI



"Tutto ciò che esiste vive, il piccolo uccello grigio dal piccolo petto azzurro canta nella cavità di un ramo canta la Danza dei suoi spiriti canta i suoi Canti Sciamanici, il picchio sull’albero batte il tamburo con il suo becco aguzzo e l’albero trema geme come un tamburo quando la scure colpisce il suo fianco, tutte queste cose rispondono al mio richiamo. Tutto ciò che esiste vive.” 
(Canto sciamanico).

Antonio Gnoli

La donna che rubò i segreti agli sciamani

Ci fu un tempo in cui la vita sociale – nel suo aspetto religioso e protettivo – era regolata da una sorta di patto sciamanico. La figura che ne garantiva l’esercizio, cioè lo sciamano, conteneva in sé qualcosa di bizzarro. Poteva comportarsi in modo strano: urlare, danzare o rivolgersi al cielo e alla terra con una lingua incomprensibile o magari segreta e prossima a quella degli animali.
A volte percuoteva uno strumento – in molti casi un tamburo – il cui suono non aveva nulla di frivolo, ma favoriva l’estasi, consentendogli perfino di volare.

Nel suo costume pittoresco, lo sciamano era considerato il solo autentico contatto tra il visibile e l’invisibile; tra il rito e il sacrificio; tra la vita e la morte; tra l’animale e l’uomo. Non c’è civiltà ai suoi albori che non abbia goduto dei suoi poteri. Lo sciamano era un eletto. La sua iniziazione poteva essere un dono del cielo o trasmessa da un altro sciamano.

Perfino certe patologie – il grande viaggiatore Karl Rasmussen parlò, a proposito della labilità nervosa degli eschimesi, di «isteria artica» – contribuivano ad accrescerne la forza. Ma nel concreto quale era la sua funzione? Un libro di sorprendente bellezza, precisione e sapere, ora ne narra l’avventura.

Éveline Lot-Falck ha dedicato larga parte della sua vita di etnologa e studiosa di religioni euroasiatiche al mondo degli sciamani. La storia di questa donna straordinaria è tratteggiata da Claudio Rugafiori nella postfazione a I riti di caccia dei popoli siberiani (ed. Adelphi). Figlia di padre francese e di madre russa, vissuta a Parigi, dove a lungo ha insegnato alla École pratique des hautes études, scomparsa nel 1974, Lot-Falck ha ricostruito e svelato la fittissima trama sciamanica che, come una seconda pelle, ha rivestito il mondo siberiano.

Un paio d’anni fa Roberto Calasso ne Il Cacciatore celeste esplorò con grande suggestione quel pantheon antropologico dove uomini e déi potevano combattersi ma altresì fondersi. Nel raccontare il Paese del freddo, la Terra dell’oscurità, dove la Tundra e la Taiga offrivano allo sguardo del cacciatore la medesima monotonia di paesaggio, Lot-Falck aprì la sua mente a quei mondi estremi e inospitali nei quali era arduo ma altresì fondamentale poter decifrare il rapporto dell’uomo con gli animali.

Quel nesso si rafforzava sotto il segno dell’imitazione e della metamorfosi. Sicché qualunque cosa, perfino una pietra, era animata. Questo pensava Lot-Falk convinta che orsi, trichechi, pesci, cervi, balene prima ancora di essere animali erano spiriti in grado di proteggere o tormentare, a seconda del modo in cui il cacciatore si disponeva davanti alla "preda". Per ucciderlo l’animale doveva dare il suo assenso, rendersi complice della sua uccisione. Sicché l’orso andava dal cacciatore quando era giunta la sua ora. Un detto siberiano recita che se la renna non ama il cacciatore, costui non sarà in grado di ucciderla.
Una tale partecipazione alla propria morte è inconcepibile solo per chi, come noi, è del tutto estraneo alla struttura segreta del cosmo, alla sua ineffabile e fluida armonia in cui gli spiriti-signori (quelli animali) sono per così dire i guardiani. Qual era dunque il ruolo che vi svolgeva lo sciamano? All’inizio delle stagioni di caccia o in caso di carestia toccava a lui visitare i signori, i guardiani, gli spiriti sotterranei per ottenere la promessa di una selvaggina abbondante. La sua intermediazione tra il mondo terrestre e quello degli spiriti garantiva la difesa del benessere del suo popolo.

Non sempre, tuttavia, lo sciamano contrastava le forze ostili. Nel suo potere si nascondeva il limite di una arroganza capricciosa, di una competizione violenta che lo spingeva a duellare con altri sciamani. Il violento antagonismo trasformava i signori della foresta, dell’acqua e del focolare in avversari che non avrebbero mai deposto le armi. Un mondo tutt’altro che pacificato sembrò dunque camminare con quelle popolazioni di cacciatori pescatori e pastori nomadi che dai ghiacci artici, dalle foreste siberiane, dalle steppe euroasiatiche si spostarono lentamente verso Occidente.

Si è molto discusso dell’influenza che la mitologia caucasica ed euroasiatica ha avuto sulla Grecia antica; è un fatto che alcune divinità e certe fisionomie sciamaniche si rincorrano nel tempo e nello spazio.

Ci ricorda Carlo Ginzburg nel suo bellissimo Storia notturna che nel santuario di Brauron Artemide, signora degli animali, era venerata da fanciulle vestite da orse. Il culto estatico di tipo sciamanico che ritroviamo in molti luoghi della Grecia antica deriva dalle divinità euroasiatiche protettrici della caccia e della foresta. Ma la caccia nella mente divina di Artemide non ebbe più nessuna vitale utilità. Si ridusse soltanto a un gioco. Fu così che per la prima volta venne scoperta la gratuità della violenza.

"Sciamanico" è oggi diventato un aggettivo di pronto impiego. Qualunque reazione quella parola susciti sembra prevalere la destituzione del senso, ha perso la sua pregnanza sociale e religiosa. Somiglia al rombo di una metropolitana che si allontana. C’è il mondo sotterraneo, c’è il rumore inquietante e c’è il buio della galleria. Ma è un viaggio senza iniziazione, senza enigmi da sciogliere o demoni da affrontare. Solo stazioni da cui scendere o salire.

La Repubblica – 27 settembre 2018

E. SPATARO E I CONSULENTI DEL COMUNE DI MARINEO


          Se io fossi al posto di Franco Ribaudo nominerei immediatamente "consulente straordinario" del Comune di Marineo il cuntastorie Ezio Spataro; se non altro per assicurarmi a vita contro il rischio della perdita del senso del ridicolo.
            In effetti Ezio non ha tutti i torti ad aver preso di mira i Consulenti  che, per la verità, almeno finora, per fortuna dei contribuenti marinesi, sono, per così dire,  privi di portafoglio e, appunto per questo, definiti  "anàrgiri" come il Santo Patrono del paese, perchè svolgono la loro attività gratuitamente. In particolare uno di questi Consulenti, particolarmente ispirato, sembra che abbia avuto l'idea folle di spostare il Monumento ai Caduti per risolvere, una volta per tutte, l'annoso problema del traffico automobilistico a Marineo.
            Da questa idea geniale prende le mosse il nostro cuntastorie oggi:

Sansone a Marineo


Giunsero alle porte del paese
i consulenti anargiri
che si gonfiavano i muscoli
ammazzando Filistei sotto le macerie


Potevano andare a caccia
di fiere e animali cornuti
potevano spostare a braccia
i basamenti del mausoleo ai caduti


Non sarebbero bastati i primi coglioni
che si presentavano a Marineo
serviva un esercito di Sansoni
un curriculum da ammazza-Filisteo


Nell'andirivieni di Piazza Inglima, la catarsi
traffici iniziarono a fluidificarsi
un eroe straniero si era erudito
per ridare ossigeno all'agorà di Vintugnito


Superata l'urbana impasse
apparvero le antiche carcasse
i ganci sanguinolenti
di chi aveva le dita per contare fino a venti


Si poteva andare al cimitero
come celebrazione di un nuovo mistero
immergersi in un full duplex di esistenze
in veicoli che andavano a oltranza


Per approntare il nuovo progetto
si attendeva il beneplacito di Rigoletto
non si sa se fu sconfitta la polvere sottile
qui servirebbe la consulenza di Sparafucile


Non si sa se costò poco o se fu caro
ma Sparafucile intanto disse "fermo o sparo"
che non si dubiti delle nostre esigenze
in questi tempi di anargire consulenze


Ezio Spataro, 7 ottobre 2018.

Da http://cavadeipoeti.blogspot.com/

IL SOCIALISMO DI ALDO CAPITINI

Aldo Capitini con Franco Alasia e Danilo Dolci nel "Borgo di Dio" a Trappeto


Per il cinquantenario della morte di Aldo Capitini su “micropolis” di settembre ho curato la pubblicazione di due lettere inedite del filosofo e uomo politico perugino dirette a Raniero Panzieri, a quel tempo responsabile della Sezione Stampa e Propaganda del Psi, che al tempo comprendeva anche la Cultura. Le minute delle due lettere autografe sono conservate nel Fondo Capitini dell'Archivio di Stato e mi sono state procurate dalla dottoressa Anna Alberti, che torno a ringraziare e che ha per suo pubblicato altri inediti capitiniani sul numero speciale de "Il Ponte" appena uscito.
Nel giorno di una Marcia della Pace Perugia-Assisi che vuole ispirarsi a quella che Capitini organizzò nel 1961, “posto” qui la prima delle due lettere, risposta negativa a un invito di Panzieri a partecipare, a Bologna, a un convegno sulla libertà della cultura.
In verità Capitini non aveva ancora compreso che l'iniziativa sviluppata da Panzieri tra il 1954 e il 1955 mirava a un progressivo sganciamento del PSI dal “frontismo” quarantottesco e comportava, per il solo fatto di essere organizzata, una presa di distanze rispetto all'appiattimento (del resto mai totale) sulle posizioni moderatamente zdanoviste del Pci. In verità nel Pci non piacquero affatto le campagne sviluppate da Panzieri nel mondo della cultura tra l'autunno del 1954 e la primavera del 1955 e che si concretarono in tre convegni di un certo successo: il primo sul cinema italiano il 4 e il 5 settembre 1954 a Venezia durante la Mostra, il secondo – quello cui aveva invitato Capitini – sulla libertà della cultura a Bologna fra il 10 e il 13 dicembre, il terzo a Matera nel febbraio del 1955 su Rocco Scotellaro e la questione meridionale. In nessuno dei tre convegni vi fu una forte partecipazione comunista e la stampa comunista diede ad essi poco risalto, mentre vi parteciparono e aderirono esponenti dell'area azionista e liberalsocialista che nelle elezioni del 1953 avevano combattuto con successo la nuova legge elettorale voluta da De Gasperi e Scelba e ribattezzata legge-truffa. 
Quella di Panzieri era una articolazione sui temi della cultura della linea dell'alternativa socialista, proclamata al Congresso di Milano del 1953 e su di essa provvisoriamente convergevano intellettuali di impianto culturale assai diverso, taluni come Roberto Guiducci e Alessandro Pizzorno tentati da un riformismo dall'alto di tipo tecnocratico, altri come Gianni Bosio e Franco Fortini  alla ricerca di un socialismo basista e libertario. Panzieri era di certo più vicino ai secondi, ma lasciava spazio a tutti, anche all'esterno del partito, e nel 1955, nelle elezioni regionali della Sicilia, che coordinò in quanto segretario regionale, aprì le liste socialiste al movimento Unità Popolare di Ferruccio Parri e Piero Calamandrei. Dopo il buon risultato favorì la precaria apertura a sinistra della Giunta regionale guidata da Giuseppe Alessi, dopo una trattativa con l'esponente della sinistra democristiana.
Nella sua lettera Capitini non può tener conto di questo travaglioto percorso che era appena agli inizi e rievoca soprattutto i rapporti difficili con il Partito Socialista, esprimendo un grande rammarico. In particolare rammenta l'appoggio esplicito che egli aveva dato in più occasioni al partito e ne denuncia la cecità nel non aver sostenuto e alimentato esperienze dal basso come i COS (Centri di Orientamento Sociale), che in Umbria e in Toscana avevano costituito l'impegno politico prevalente suo e dei suoi amici più cari. Insieme lamenta l'economicismo che prevale tra i socialisti, la sottovalutazione della cultura e dell'educazione come strumenti di emancipazione e di liberazione. Prende infine con nettezza le distanze dall'URSS e dai paesi cosiddetti socialisti e chiedendo ai socialisti una scelta immediata e senza incertezze a favore della libertà di espressione e di critica. Insieme egli rifiuta una qualsiasi assimilazione agli occidentalisti filocapitalisti. La parte più interessante della lettera a me pare quella finale, in cui chiarisce i caratteri del suo liberalsocialismo, concepito non come mediazione ma come sinergia, come potenziamento ed arricchimento reciproco tra socialismo e liberalismo. 
Un documento importante. (S.L.L.)

Aldo Capitini sulla torre campanaria di Perugia
Perugia, 17 settembre 1954
Caro Panzieri,
Siccome la mia lettera a Lei, in risposta al cortese invito a Bologna, non è rimasta cosa privata, ma ha servito, come mi è stato riferito, per un annuncio di “non adesione di Capitini” (e questo non è niente di male), vorrei chiarir meglio quello che ho buttato giù alla svelta per non lasciare il Suo invito senza essermi fatto vivo. Mi dispiacerebbe molto che ci fosse un equivoco.

1) Lei probabilmente sa che dopo la liberazione, pur restando “indipendente di sinistra” per le ragioni che ho esposto anche in un libro di Einaudi e che si riassumono in un programma di specifico lavoro per un rinnovamento religioso, per la nonviolenza, per un rinnovamento radicale delle strutture movendo dal basso e non attraverso il potere, ho più volte contribuito all’opera politica del P.S.I. sia nella campagna elettorale (scrissi anche il programma amministrativo!), sia nella costituzione della sezione socialista perugina immediatamente dopo la liberazione, sia nella risposta data a molti amici della lotta clandestina che se volessero fare del lavoro politico, si iscrivessero al P.S.I.

2) Subito dopo la liberazione ho più volte insistito che il P.S.I. e i simpatizzanti facessero un lavoro culturale, mirando anche al Ministero dell’Istruzione pubblica, sebbene da amici del P.S.I. e del P.d’A. mi fosse risposto che quello non era un Ministero chiave!

3) I C.O.S. a cui ho atteso per due anni dopo la Liberazione sono stati strumento di socialismo, tanto è vero che alle prime elezioni amministrative di Perugia i socialisti riuscirono primi, poi venivano i comunisti, e ultimi i democristiani. È stato errore della sezione e del Partito stesso di non avermi aiutato nei C.O.S. (che erano periodiche riunioni bisettimanali aperte a tutti i problemi, dagli amministrativi ai politici e culturali), che moltiplicati per ognuna delle 22.000 parrocchie potevano essere l’unica rivoluzione possibile attualmente in Italia.

4) Ora avete convocato il convegno di Bologna. Bene. Però parlate di libertà. Ed io (che non ho aderito all’Associazione per la libertà della cultura che già esiste) ho dovuto riflettere sul da fare. Questa volta non si trattava di una campagna politica o sindacale, ma di “libertà”. E ho pensato a quei poveri diavoli che in tanti Stati che si dicono socialisti, e i cui metodi il P.S.I. esalta senza riserve, non hanno la libertà di informazione e di critica. Ho pensato prima a loro che alla libertà dei professori e degli scrittori. Anche questa è fondamentale, ma mi è parso che il caso dei proletari o del popolo fosse anche più bruciante. Non posso ammettere, e per ragioni religiose (sono un libero religioso della realtà di tutti, e per me contano i tutti), che i lavoratori, il popolo, tutte le persone, siano private della libertà di sapere come vanno le cose, di esaminare i fatti e le idee nel mondo, di eseguire una libera ricerca con gli strumenti che vogliano. Questo non c’è in certi Stati che pur vogliono liberare il popolo, c’è un gruppo o classe o casta che lo impedisce. Non accetto che si sospenda tale libertà di informazione e di critica nemmeno per un giorno; tanto peggio se ciò avviene per anni e decenni. Quella pedagogia propagandistica che non ammette libera informazione, non crea che soldati o sacrestani.

5) Per questo (e le mie idee non sono di ora, ma sono da moltissimo tempo così) io parlavo durante il lavoro clandestino di liberalsocialismo, che non era per me moderatismo e annacquamento reciproco dei due principi, ma sollecitazione e potenziamento reciproco per spingersi al massimo: massimo socialismo e massima libertà. Per questo non entrai nel Partito d’Azione, pur essendo stato uno dei promotori del Movimento che lo generò, perché mi parve che il Partito fosse di un tipo di riformismo radicale, e non di liberalsocialismo rivoluzionario nel senso migliore.

6) Naturalmente il mio discorso non autorizza nessuno a pensare che io sia convertito all’occidentalismo, contro cui lotto, o al “minor male” che sarebbe la civiltà capitalistica, che anche essa toglie la libertà o possibilità di informazione e di critica a tanti. Sono avversissimo ad essa, e spero sempre che si formi, particolarmente nei socialisti (gli amici a me più vicini tra quanti operano per il potere) una coscienza precisa del rifiuto della sospensione della libertà di tutti per qualsiasi ragione, mettendo pure da parte le vecchie massime del fine e dei mezzi. Il socialismo per cui lavoro è quello che porta avanti, egualmente, una riforma religiosa, la socializzazione economica e la libertà di informazione e di critica.

Non sto a dir altro in proposito, perché la lettera è già lunga e non vorrei aver l’aria di suggerire, so-spingere o raccontare il proprio lavoro. L’ho fatto per un chiarimento.

Con cordiali saluti,
Aldo Capitini

Testo ropreso da  "micropolis", settembre 2018

F. SHEDIR DI PAOLA, Forse siamo il ricordo di un frammento



Opere di Piero Guccione



Forse siamo il ricordo
di un frammento?


E della vita
l’ombra oscura della vita?


Abbiamo anni come venti
e radici negli abissi.


Ti guardo e ti riconosco
anima mia


―occhio integro e perfetto―

libera di dire quel che vuole,
quel che pensa, sostanza


―mai vano accessorio―

Filomena Shedir Di Paola