03 dicembre 2018

E. MONTALE, Se l'aria mi raccontasse di te






“Se l’aria mi raccontasse di te vorrei perdermi per sempre nel vento, lì ascolterei le tue parole e i tuoi sospiri, lì sarei vicino alla tua anima e al calore del tuo cuore.”

Eugenio Montale

02 dicembre 2018

AMELIA ROSSELLI E LA POESIA AL FEMMINILE





LA NUOVA POESIA AL FEMMINILE.
INTERVISTA AD AMELIA ROSSELLI

di sergio falcone

Dal ’68 in poi, in poesia, sono accaduti molti fatti nuovi. Si parla di boom della poesia. Ma con quali fondamenti? Un bilancio, sia pure per sommi capi, va fatto. Negli anni ottanta, per esempio, lo scrivere al femminile è diventato l’obiettivo di molte donne che, abbandonato il femminismo ideologico e militante, ritengono di contrastare al maschio il predominio della scrittura. Sembra che si acquisiscano nuovi spazi alla poesia. Uscite da una concezione angusta e monotipica della comunicazione, dello scritto e del parlato, molte donne partecipano alle letture di poesie per una sorta di spontanea mimesi dei fenomeni del parlato.
Amelia Rosselli, una delle maggiori esponenti della poesia al femminile, già nelle antologie di Vincenzo Mengaldo e di Antonio Porta. La sua è poesia della tensione e della unità, insomma del “contrasto”, e anche del “suono”, se la poesia si pone il problema fondamentale della comunicazione. Una poesia dalla intenzione trasmissiva: l’individuazione del lettore e del suo rapporto col poeta attraverso la situazione del discorso. Una poesia non facile, fatta di pentimenti e “refusi” fonetici, sintomo della incertezza e dello sforzo di chi scrive confrontandosi con un altro e orientandosi sulle sue reazioni.

“Io sono molto prodiga di baci, tu scegli
in me una rosa scarnificata. Senza spine
ma i petali, urgono al chiudersi. Mio
motivo non sognare, dinnanzi alla realtà
ignara. Mio motivo non chiudersi, dinnanzi
alla resa dei conti.
Tu scegli in me un motivo non dischiuso
dinnanzi alla rosa impara”.

E’ una poesia della Rosselli da Serie Ospedaliera di cui è prevista una ristampa da Garzanti. La precedente edizione è del 1969, in pochi esemplari.
Nata a Parigi nel 1930, è figlia di Carlo Rosselli, perseguitato e ucciso nel ’37 dai fascisti. Vissuta a lungo all’estero (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti), risiede a Roma dal ’50. Il suo esordio in poesia risale al ’63, grazie a Pier Paolo Pasolini. L’anno seguente apparve da Garzanti il suo primo libro, Variazioni belliche; nel ’76, sempre da Garzanti, Documento. La sua è una poetica – come diceva Pasolini – fra surrealista e traumatica.

Si può parlare di nuova poesia al femminile?
“Per un elenco delle opere ‘che contano’, aspettiamo ancora. Per ora, alcuni nomi: Rossana Ombres, Armanda Guiducci, Maria Attanasio, che è tra le migliori. 32 anni, siciliana, pubblica da Guanda. Non mi interessano Maria Luisa Spaziani e neppure Margherita Guidacci. Di Patrizia Cavalli mi piace solo il primo libro. Concetta Petrolio, la moglie di Pagliarani, fa delle cose interessanti. Molto interessante Ingeborg Bachmann, più nota come scrittrice. Presto da Guanda una scelta delle sue poesie. E’ uscita postuma da Adelphi, una serie di racconti, Tre sentieri per il lago”.

Spesso con i poeti, in piazza. Perché?
“La presenza fisica dei poeti non è, nelle letture pubbliche, una circostanza, ma un fatto costitutivo; senza il quale, come senza il gruppo del pubblico, non c’è comunicazione. Quindi, il pubblico è il destinatario diretto e indiretto, necessariamente collettivo. Ho letto in cantine, in centri culturali. Ma le sensazioni più forti le ho riportate al teatro del Porcospino. Un pubblico molto attento. Leggevamo Porta, Pasolini, la Maraini, ed io. E si riusciva a toccare il pubblico. A Castel Porziano era molto faticoso, con un pubblico divertito, critico, strano;… così anche quest’anno, a piazza di Siena, ho aderito perché mi pagavano. Anche un poeta ha diritto a vivere. Ma non è poi aumentato il pubblico che acquista libri di poesia. C’è un aumento di giovani che scrivono, questo sì. Gli ultimi arrivati si sono buttati sulla poesia con una aggressività (o avidità) che la mia generazione non conosceva”.

Poesia come antidoto, si dice, a che cosa?
“Per la interiorità. Insegna qualcosa sul piano della riflessione. Ma non risolve traumi o turbamenti personali. Antidoto al consumismo, sì. Perché la poesia non è ancora un fatto consumistico, fatta eccezione per alcune traduzioni veloci non sempre attendibili. La qualità è un po’ scesa a favore della quantità. Le letture di poesie incentivano la divulgazione delle edizioni economiche, anche se poi resta una diffusione limitata. Non mi dispiace leggere poesie. E’ un mestiere come un altro da imparare. Ma non si può scherzare su questo. La poesia è frutto di riflessione, di anni e anni di fatica, se vale qualcosa”.

Riguardo alle tue fonti,… e ai poeti italiani contemporanei…
“Joyce l’ho letto come se fosse la Bibbia. Ho letto molto gli inglesi, Eliot, Yeats, Frost. Ho letto Pound ma poi ho avuto una reazione di rigetto. Tra le fonti italiane, soprattutto Pavese, quindi Montale, Penna, Ungaretti… Mi sto interessando alla mia stessa generazione, Luzi, Zanzotto, Sereni, Lorenzo Calogero mi ha fatto molto effetto; Giudici, Fortini ogni tanto ci azzecca; bellissimo La ragazza Carla di Pagliarani. Sanguineti non mi interessa: troppo derivato da Pound. Bellezza aveva cominciato come il migliore della sua generazione; è diseguale, qua e là delle splendide poesie. Ma l’elenco continua con Cucchi, Giampiero Neri, Raboni, lo stesso Pasolini a cui spesso mi sono ispirata”.

Per chi si scrive? Qual è il fine della poesia?
“La poesia è una sorta di riassunto, più veritiero forse che la narrativa stessa. Rifiuta il fantasioso, il fuori dalla realtà. E’ il romanziere che si picca di interpretare la realtà come fosse la realtà stessa. Il poeta, invece, si attiene alla realtà, non solo propria, del proprio passato, degli amici, delle proprie ideologie o temi sociali; oppure al paesaggio o temi privati, se egli è un poeta di stampo intimistico. La motivazione a diventare poeta non so da dove mi viene. Molti poeti vengono dalla musica. Io vengo dalla musicologia e suonavo molti strumenti. Questo, forse, mi è servito nella ricerca di una nuova metrica”.

Che cosa comunica, secondo te, la poesia?
“Per quanto mi riguarda, voglio comunicare un ritmo metrico mio, senza trascurare il contenuto non necessariamente drammatizzato. Poi, mi accorgo che il pubblico percepisce il senso di una poesia, se accentuo il contenuto, e non tanto la forma o il ritmo metrico. Del resto, il mio problema formale metrico è privato. Non è detto che il pubblico debba sempre capirlo. In poesia, mi esprimo anche politicamente. Qualche critico intravede nella mia tematica un’ombra di umanesimo rivoluzionario. Sul piano sociale, la poesia può servire se si tocca il reale, non tanto l’esperienza personale. E’ poesia, secondo me, soprattutto riuscire a trasmettere questa esperienza del reale collettivo”.

Testo ripreso da   https://rebstein.wordpress.com/

I GRAFFITI DELLE CARCERI DELL'INQUISIZIONE PALERMITANA



Martedì 4 dicembre, h 16.30, allo STERI di PALERMO 

Giovanna Fiume e Mercedes García-Arenal

presentano il libro

   Parole prigioniere. I graffiti delle carceri del Santo Uffizio di Palermo 

 Istituto Poligrafico Europeo, 2018

AVOLA 1968: LA POLIZIA SPARA SUI BRACCIANTI 1 e 2




Il '68 sarà segnato dall'eccidio di Avola, l'ultimo di una lunga serie iniziata già nell'immediato dopoguerra e causata da una gestione dell'ordine pubblico basata sull'uso indiscriminato delle armi. Furono i primi segnali che, se, come diceva qualcuno, il '68 era una festa, ora la festa era finita. Poi nel '69, il nuovo eccidio di Battipaglia, la strage di Piazza Fontana e la morte in questura di Pinelli ci confermarono che lo Stato aveva dichiarato guerra a chi non accettava più lo stato di cose esistente. Iniziavano anni difficili.
Fabio Albanese

“Mio padre ammazzato ad Avola nella protesta dei braccianti. Dopo 50 anni nessun colpevole”



Il 2 dicembre del 1968, durante uno sciopero generale a sostegno della vertenza salariale dei braccianti agricoli di Avola, la polizia sparò sui manifestanti: due di loro morirono, altri 48 rimasero feriti, cinque in maniera grave. Per quelli che sono passati alla storia come “i fatti di Avola” non c’è mai stato un processo, non è mai stato individuato un colpevole.

Avola si prepara a commemorare i cinquant’anni da quel drammatico episodio che fece poi da apripista all’approvazione dello Statuto dei lavoratori e alla legge sul disarmo delle forze dell’ordine durante scioperi e manifestazioni. Paola Scibilia, figlia di Giuseppe, una delle due persone rimaste sul terreno quel giorno, invoca giustizia per il padre che, quando morì, aveva 47 anni e tre figli da crescere, e per l’altra persona uccisa, Angelo Sigona, 29 anni: «Non ce l’ho certo con lo Stato - dice la donna, 59 anni - noi abbiamo sempre avuto fiducia nello Stato, mio figlio è un poliziotto, ma vorremmo sapere chi è stato, chi ha ucciso mio padre e perchè».

Quel lunedì 2 dicembre di 50 anni fa Avola si era fermata. Da una decina di giorni i braccianti agricoli della zona sud della provincia di Siracusa, dove si coltivavano e si coltivano mandorle e olive, chiedevano agli agrari di equiparare la loro paga giornaliera di 3110 lire e l’orario di lavoro a quelli dei lavoratori della parte nord del Siracusano, dove si producono agrumi. Inutilmente, nonostante la mediazione della prefettura e nonostante la differenza fosse di 300 lire in più e di mezz’ora di lavoro in meno (da 8 ore a 7 ore e mezza). Un gruppo di manifestanti bloccava il transito sulla statale 115 alla periferia del paese, in contrada Chiusa di Carlo, lì dove ora sorge l’ospedale di Avola e dove un cippo e una lapide ricordano cosa accadde.
C’era l’ordine di sgomberare e, come scrive lo storico locale Sebastiano Burgaretta che ai Fatti di Avola ha dedicato un libro e la vita, nonostante il tentativo di mediazione del sindaco dell’epoca, Giuseppe Denaro, che fu tra i testimoni, «intorno alle 14 il vicequestore di Siracusa dott. Samperisi dà ordine, e il reparto Celere fatto venire da Catania compie l’opera; dopo venticinque minuti di fuoco restano sul terreno due morti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, e 48 feriti, tra cui i più gravi sono cinque: Salvatore Agostino, detto Sebastiano, Giuseppe Buscemi, Giorgio Garofalo, Paolo Caldarella, Antonino Gianò». Sul terreno, disseminato di pietre lanciate dai manifestanti per difendersi, verranno raccolti oltre due chili di bossoli.
L’accordo

La procura di Siracusa aprì un’inchiesta, lo stesso fece il ministero dell’Interno che dopo poche ore destituì il questore di Siracusa. Il prefetto convocò subito i sindacati e gli agrari e la notte stessa fu siglato quell’accordo sul salario e l’orario di lavoro che fino a due giorni prima era stato negato. Ma poi non è accaduto più nulla. «Tutto insabbiato - dice Paola Scibilia - e noi non abbiamo mai avuto un sostegno, se si eccettua un piccolo vitalizio che la Regione Siciliana aveva accordato a mia madre, Itria Garfì, morta lo scorso agosto a cent anni sena vedere un po’ di giustizia».

Le denunce

Dall’inchiesta, infatti, non è mai scaturito un processo e le carte dell’indagine amministrativa del Viminale non sono mai state rese pubbliche. Piuttosto, vennero denunciati i braccianti che avevano manifestato: «Ci consigliavano di fare una causa - ricorda la signora Paola - mia madre non li ascoltava ma stava male. Noi siamo gente modesta. Temevamo, se le cose fossero andate male, di perdere la casa frutto dei sacrifici di una vita di mio padre e dove mia madre da sola doveva crescere tre figli». «Mio padre non era un rivoluzionario, era un lavoratore e un marito esemplare - racconta, ancora, la figlia di Giuseppe Scibilia - che amava i suoi figli e lavorava sacrificandosi. Lo hanno ammazzato come fosse un delinquente e ancora oggi c’è qualcuno che se lo porta sulla coscienza. Quel giorno io, che avevo 9 anni, lo aspettavo per pranzo sull’uscio della porta; l’ho visto agonizzante alla sera in un letto d’ospedale, con una grossa ferita di pallottola sul fianco destro. Sembrava già un cadavere, se ne andò durante la notte».

Ad Avola - dove nel bel teatro Garibaldi nei giorni scorsi si è tenuto un convegno sulla strage, il contesto in cui avvenne e il clima del ‘68 e nel municipio è in corso una mostra con i giornali dell’epoca - domenica prossima da Roma arriveranno i segretari generali di settore di Cgil, Cisl e Uil e da Palermo il presidente della Regione Nello Musumeci, per ricordare quel giorno terribile e dimenticato, una ferita aperta per gli avolesi, un semplice episodio della storia delle lotte sindacali del Dopoguerra per gli altri.
Verranno portate, come ogni anno, corone d’alloro in contrada Chiusa di Carlo, poi verranno premiati i ragazzi delle scuole del paese che hanno partecipato a un concorso di scritti, disegni, lavori sui «Fatti», infine il sindaco Luca Cannata aprirà un convegno-commemorazione, per ricordare che è passato mezzo secolo da quel giorno senza giustizia: «Dal sacrificio di mio padre hanno avuto beneficio tutti i lavoratori italiani grazie allo Statuto dei lavoratori che il ministro del lavoro Brodolini preparò dopo essersi precipitato ad Avola - osserva Paola Scibilia, la cui figlia Ivana vorrebbe ora dedicare ai Fatti di Avola la sua tesi di laurea - solo noi non abbiamo avuto nulla. Senza l’accertamento dei fatti noi non siamo riconosciuti come familiari di vittime di una strage. A noi neanche un risarcimento, un vitalizio o un lavoro è mai arrivato dallo Stato».
La Stampa – 1 dicembre 2018


***** 


Ed ecco l'editoriale che Emanuele Macaluso scrisse, l'indomani dei fatti, su L'UNITA':


LA TRAGEDIA di Avola, dove ancora una volta si è sparso sangue dei lavoratori, non è solo un fatto siciliano. Con questo attacco, proditorio e meditato, le forze reazionarie nazionali hanno voluto montare una grossa provocazione poliziesca e politica nel tentativo di bloccare il grande movimento di lavoratori, di studenti, di popolo in corso da diverse settimane in tutto il Paese. Questo movimento non si fermerà. Respingerà ogni provocazione e andrà avanti, unitariamente e combattivamente. È chiaro d'altra parte che lotte come queste per la loro grande combattività, per la loro forte impronta unitaria, per la loro estensione, per la qualità delle rivendicazioni che pongono sul tappeto richiedono anche un profondo mutamento dell'indirizzo politico del paese.
Non a caso l'eco di queste lotte era stata avvertita anche nelle assemblee congressuali socialiste ed era arrivata sinanco nel recente Consiglio nazionale della Democrazia cristiana. Da più settimane la grande stampa padronale conduce una campagna contro le rivendicazioni dei lavoratori, contro la richiesta di un reale ampliamento della vita democratica nelle fabbriche. nelle campagne, nelle scuole, invita perentoriamente i dirigenti del centrosinistra a stringere i tempi della crisi, a «mettere ordine nel paese». E noi sappiamo cos’è per certe forze l’ordine.
Emanuele Macaluso
Lo abbiamo visto in altre occasioni, anche in momenti di crisi politica, nel 1960 per esempio, e lo vediamo oggi, ad Avola. Non è certo difficile quindi individuare le forze che hanno spinto e hanno dato gli ordini per arrivare alla strage, perchè di una vera strage si tratta. Contro chi si ò sparato? Da sei giorni i braccianti siracusani unitariamente, con i loro sindacati — CGIL, CISL, UIL - scioperavano per avere un nuovo contratto di lavoro. Scioperavano e manifestavano nelle piazze, nelle strade, come la Costituzione prevede e come è diritto dei lavoratori che hanno solo quest’arma per far valere le loro legittime rivendicazioni. Gli agrari hanno rifiutato ogni trattativa e la prefettura di Siracusa è stata con gli agrari ritenendo esagerata la richiesta di modesti miglioramenti salariali e normativi.
È bene, ricordare che ci troviamo in una zona dove sono avvenute ampie trasformazioni agrarie e colturali pagate tutte dallo stato e dalla regione, pagate dal lavoro mal retribuito di migliaia di braccianti. Sul lavoro del bracciante in queste zone pesa e resiste una rendita fondiaria fra le più alte d'Italia — sei, settecento, ottocentomila lire per ettaro di rendita fondiaria — sul lavoro di questi braccianti è cresciuto il profitto capitalistico, la speculazione dei grossi commercianti di agrumi e di primaticci, il profitto degli industriali che conservano e trasformano questi prodotti nelle loro fabbriche del Nord.
Ponendo dunque con forza il problema del salario i braccianti siracusani hanno posto e pongono il problema della riforma agraria nelle zone trasformate, hanno chiesto e chiedono la fine delle rendite parassitarle e speculative, l'uso del danaro dello stato per trasformare e migliorare l'agricoltura, per sviluppare l’industria di trasformazione nelle loro stesse zone. È questo, del resto, il solo modo di uscire da una crisi che ha portato lo scorgo anno a distruggere — per obbedire al Mercato comune — cinquanta milioni di chili di arance.
Sono questi problemi che scottano, i problemi che arrivano sul tavolo delle trattative politiche fra i partiti deh centrosinistra a Roma e che non sfiorano neppure .1 governanti siciliani impegnati in una disputa vergognosa di sottogoverno che paralizza la regione. E noi affermiamo che non saranno certo lo mitraglie o le bombe a fermare la volontà dei forti braccianti siracusani e di tutti i lavoratori italiani, non saranno questi metodi a risolvere i gravi problemi sociali che le lotte propongono. Chiediamo intanto giustizia per i braccianti uccisi o feriti, per le loro famiglie, per le popolazioni aggredite e colpite, chiediamo in nome loro la condanna dei responsabili e, sul piano politico, non aggiustamenti a una vecchia, fallimentare politica che porta a questi sbocchi ma una nuova politica che affronti alla radice i problemi della Sicilia, del Mezzogiorno, del Paese.

“l'Unità”, 3 dicembre 1968


 

J. SEIFERT, Accecato d'amore










Accecato dall'amore 
nella vita ho brancolato 
inciampando in un fiore perduto 
 o gradino d'antica Cattedrale.

 (J. Seifert)

ATTUALITA' DEL MACHIAVELLI






MACHIAVELLI è ancora attuale. 
Peccato che non si vedono più in giro altri GRAMSCI...

" Il duca Valentino prese la Romagna e trovò che era stata governata da signori impotenti: più che correggere, avevano spogliato i loro sudditi, avevano procurato materia di contesa invece che d’intesa, tanto che quella provincia era tutta piena di ladrocini, risse e ogni genere di prepotenze. Per renderla pacifica e obbediente al braccio regale, il duca giudicò necessario darle un buon governo. Perciò vi mise a capo messer Remirro de Orco, uomo crudele e sbrigativo, al quale diede pieni poteri. Costui in poco tempo la rese pacifica e unita, riscuotendo moltissima considerazione. Dopodiché il duca ritenne che un’autorità così esagerata non fosse più necessaria, perché temeva che diventasse odiosa. Allora istituì un tribunale civile al centro della provincia, con un presidente molto in gamba, presso il quale ogni città aveva un suo rappresentante. E siccome sapeva bene che l’inflessibilità recente gli aveva procurato qualche odio, per svelenire gli animi di quelle popolazioni e accattivarsele completamente, volle far vedere che, se qualche crudeltà c’era stata, non era scaturita da lui, ma dall’aspro carattere del ministro. E non appena gli si presentò l’occasione giusta, lo fece mettere una mattina, a Cesena, tagliato in due sulla piazza, accanto a un pezzo di legno e un coltello insanguinato. La ferocia di questo spettacolo fece restare quelle genti al tempo stesso soddisfatte e attonite."
  Niccolò Machiavelli, Principe, capitolo VII.

01 dicembre 2018

PRIMO LEVI, un grande scrittore testimone del 900





Pubblicato il terzo volume (conclusivo) delle opere complete di Primo Levi. Raccoglie soprattutto lettere e interviste. Uno strumento prezioso per conoscere dal di dentro il percorso umano e letterario dello scrittore.

Niccolò Scaffai
Leggere la voce ragionante del centauro

«A me non va di scrivere in codice. Fin da La tregua mi sono proposto un linguaggio più chiaro possibile, nella speranza che l’informazione non arrivi degradata al lettore . Per questo m’impongo la massima chiarezza, oltre che il minimo ingombro. Per questo ho accettato anche di parlargli a voce. Incontrarlo, spiegarmi con lui, mi fa piacere».

Il brano è tratto da un’intervista a Primo Levi del 1976 (a cura di Gabriella Poli), in cui lo scrittore spiega l’equilibrio del proprio stile come il risultato di un incontro – voluto, anzi autoimposto – con il lettore. La misura espressiva e il ritegno formale, cioè, sono paradossalmente legati alla necessaria esposizione di sé: non come io privato, certo, ma come voce ragionante.

È anche per questo che le numerose interviste concesse da Levi, tra l’inizio degli anni sessanta e il 1987 (l’anno della sua morte), sono da considerare a pieno titolo come parte della sua opera. In tale veste si presentano infatti nel terzo volume che conclude l’edizione delle Opere complete, a cura di Marco Belpoliti (Einaudi, pp. XXXVI-1348, euro 85,00).

Una raccolta di Conversazioni e interviste 1963-1987 aveva già visto la luce nel ’97, presso lo stesso editore e già a cura di Belpoliti; si trattava, in quel caso, di 34 interviste su 270 censite all’epoca. Il nuovo volume ne include ben 143 (quasi la metà delle 300 note fino a oggi), divise in tre sezioni: le interviste pubblicate vivente Levi, quelle uscite postume e una serie di Dichiarazioni e deposizioni, rilasciate al ritorno dal campo di sterminio e in occasione dei processi a Höss, Eichmann, Bosshammer, già presenti nel volume di testimonianze Così fu Auschwitz (2015). Gli apparati, a cura del Centro Internazionale di Studi Primo Levi, contengono la bibliografia degli scritti, delle traduzioni e delle conversazioni dell’autore, nonché gli indici – relativi all’intera edizione delle Opere complete – dei nomi di persona e personaggio, dei luoghi, delle opere a stampa e dei passi citati, che disegnano una mappa utilissima per misurare l’ampiezza dei riferimenti letterari di Levi.
Seguire l’evoluzione della carriera

I testi sono disposti in base al mese e all’anno di pubblicazione (o di messa in onda, per quelli radiofonici e televisivi), diversamente da quanto accadeva nel volume del ’97, organizzato secondo un criterio tematico. La successione cronologica permette, da un lato, di seguire l’evoluzione della carriera letteraria di Levi, perché al centro delle interviste tendono a risaltare, di volta in volta, i suoi libri più recenti; dall’altro, di seguire il consolidamento del ruolo di Levi come intellettuale sempre più autorevole, consultato su questioni etiche, civili e sociali più ancora che letterarie. I testi compongono così, nel loro complesso, una sorta di commento continuato, su due piani: quello della riflessione storica e metaletteraria sui temi dei libri leviani; e quello delle vicende culturali, storiche e politiche italiane e internazionali.

Nelle interviste più antiche, gli interlocutori non mancano di sottolineare l’aspetto discreto e a volte il fisico minuto di Levi, come se percepissero il contrasto con la gravità dell’esperienza e l’altezza della testimonianza resa nei suoi libri, e si sentissero in dovere di garantire l’importanza dell’autore. È la metà degli anni sessanta; Levi, che ha appena pubblicato La tregua, rivelerà di lì a poco anche la sua vena fantastica con i racconti di Storie naturali e poi di Vizio di forma. Molte interviste di quel periodo chiamano lo scrittore a rispondere del rapporto tra testimonianza e invenzione; nasce così l’immagine del ‘centauro’ (già personaggio di una celebre ‘storia naturale’), che Levi si attribuisce come emblema di una doppia natura professionale (chimico e narratore) e identitaria (ebreo e italiano).

Più tardi, divenuto ormai scrittore a tempo pieno, Levi lascerà da parte questo tema, senza però rinunciarvi del tutto: nell’intervista a Giorgio Martellini del 1984, potrà ancora affermare di sentirsi «doppio, ibrido, bifido». Eppure, a quella data, Levi era già da alcuni anni autore di libri non testimoniali e di veri e propri romanzi.

Nel ’78 era uscito La chiave a stella, che gli aveva dato occasione di riflettere sia sul rapporto tra cultura tecnica e cultura umanistica (in «sorda polemica», dice l’autore, con i letterati «irresponsabili nei confronti dei loro “prodotti”»), sia sugli aspetti qualificanti del lavoro: una visione, questa, che aveva attirato sul libro l’attenzione (e in certi casi le critiche) del mondo sindacale e operaio.

Nel 1982, il grande successo di Se non ora, quando?, che racconta le vicende di un gruppo di partigiani ebrei polacchi e russi durante la guerra, coincide con l’invasione del Libano da parte di Israele, atto contro il quale Levi prende apertamente posizione. L’attualità viene così inevitabilmente a incrociarsi con il tema del romanzo. «Il libro è caduto male politicamente» dichiara lo scrittore in un’intervista dell’83 a Paola Lucarini «perché ha preteso di dimostrare che gli ebrei sanno difendersi in un momento in cui lo dimostrano ad abundantiam coi fatti».

L’interesse di queste conversazioni non risiede però solo nella funzione di commento e riflessione sulle circostanze e le idee che hanno più o meno direttamente influenzato la scrittura di Levi. Le interviste, cioè, non valgono solo come conferma, a un livello diverso ma parallelo, dei temi sperimentati dall’autore nei suoi libri.

In certi casi, la voce del testimone-intervistato può assumere toni diversi da quella del testimone-scrittore, arrivando a pronunciare frasi stranianti (e per questo particolarmente notevoli): «ad Auschwitz» dichiara Levi in un’intervista per la Repubblica del 1979 «venni a contatto con un mondo che ignoravo, il mondo degli ebrei orientali . Può sembrare presuntuoso dirlo, ma io mi sono divertito, a trovarmi intorno dei personaggi così incredibili».

Qualche anno dopo, nel 1984, in un’intervista a Marco Vigevani dirà che, nel rievocare l’esperienza del Lager, la «cosa più difficile da rendere era appunto la “noia”, la noia totale, la monotonia». Divertimento e noia: due stati d’animo che difficilmente assoceremmo ad Auschwitz, e che possono stupire, forse perfino scandalizzare, proprio per l’umanità che esprimono. Umanità dell’esperienza e umanità del ricordo.


Porro, Cavaglion, Valabrega

Ciò che i migliori studi recenti su Levi stanno mostrando riguarda proprio la complessità delle prospettive che s’incontrano nella sua opera, la capacità, conservata ancora dai suoi scritti, di contraddire gli stereotipi e smarginare le oleografie. Proprio contro gli stereotipi è orientata l’ultima opera di Levi, I sommersi e i salvati, motivata come queste interviste dalla necessità del dialogo, del confronto e del chiarimento. Tra l’uscita dei primi due volumi delle Opere complete (ne ho parlato in «Alias D» del 22 gennaio 2017) e il terzo, sono molti i lavori che hanno rinnovato l’immagine di Levi (si veda «Alias D», 24 dicembre ’17).

Qui occorre accennare ad altri due libri recenti, cioè il profilo dedicato all’autore da Mario Porro, Primo Levi (il Mulino, pp. 192, euro 16,00) e il nono volume della serie «Lezioni Primo Levi», scritto da Alberto Cavaglion e Paola Valabrega, «Fioca e un po’ profana» La voce del sacro in Primo Levi / “Feeble and a Bit Profane”. The Voice of the Sacred in Primo Levi (Einaudi, pp. 212, euro 20,00).

Nella sintesi di Porro, l’esigenza didascalica si concilia con lo scorcio originale su testi e questioni cruciali, illustrati attraverso confronti inattesi. Così, per esempio, il riferimento al Freud di Al di là del principio di piacere serve a Porro per cogliere, nel «ricorrere insistito del sogno nelle notti di tanti reduci», la pulsione di morte della coazione a ripetere: un principio utile anche per interpretare la struttura stessa di un libro come La tregua. Cavaglion e Valabrega, dal canto loro, seguono le tracce del sacro disseminate nella sua opera da un Levi reticente o appunto «profano», che tuttavia non può impedirsi di far emergere dubbi e domande che oltrepassano la dimensione razionale, come l’«intuizione di un attimo» che affiora nel capitolo «Il canto di Ulisse» di Se questo è un uomo, «forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui». Anche in questo senso Levi è un centauro: «chimico e scrittore, razionalista e poeta», come si definiva nell’intervista del 1984, ma anche laico e a suo modo ‘religioso’.

Il Manifesto/Alias – 8 luglio 2018