Pubblicato il terzo
volume (conclusivo) delle opere complete di Primo Levi. Raccoglie
soprattutto lettere e interviste. Uno strumento prezioso per
conoscere dal di dentro il percorso umano e letterario dello
scrittore.
Niccolò Scaffai
Leggere la voce
ragionante del centauro
«A me non va di scrivere
in codice. Fin da La tregua mi sono proposto un linguaggio più
chiaro possibile, nella speranza che l’informazione non arrivi
degradata al lettore . Per questo m’impongo la massima chiarezza,
oltre che il minimo ingombro. Per questo ho accettato anche di
parlargli a voce. Incontrarlo, spiegarmi con lui, mi fa piacere».
Il brano è tratto da
un’intervista a Primo Levi del 1976 (a cura di Gabriella Poli), in
cui lo scrittore spiega l’equilibrio del proprio stile come il
risultato di un incontro – voluto, anzi autoimposto – con il
lettore. La misura espressiva e il ritegno formale, cioè, sono
paradossalmente legati alla necessaria esposizione di sé: non come
io privato, certo, ma come voce ragionante.
È anche per questo che
le numerose interviste concesse da Levi, tra l’inizio degli anni
sessanta e il 1987 (l’anno della sua morte), sono da considerare a
pieno titolo come parte della sua opera. In tale veste si presentano
infatti nel terzo volume che conclude l’edizione delle Opere
complete, a cura di Marco Belpoliti (Einaudi, pp. XXXVI-1348, euro
85,00).
Una raccolta
di Conversazioni e interviste 1963-1987 aveva già visto la
luce nel ’97, presso lo stesso editore e già a cura di Belpoliti;
si trattava, in quel caso, di 34 interviste su 270 censite all’epoca.
Il nuovo volume ne include ben 143 (quasi la metà delle 300 note
fino a oggi), divise in tre sezioni: le interviste pubblicate vivente
Levi, quelle uscite postume e una serie di Dichiarazioni e
deposizioni, rilasciate al ritorno dal campo di sterminio e in
occasione dei processi a Höss, Eichmann, Bosshammer, già presenti
nel volume di testimonianze Così fu Auschwitz (2015). Gli apparati,
a cura del Centro Internazionale di Studi Primo Levi, contengono la
bibliografia degli scritti, delle traduzioni e delle conversazioni
dell’autore, nonché gli indici – relativi all’intera edizione
delle Opere complete – dei nomi di persona e personaggio,
dei luoghi, delle opere a stampa e dei passi citati, che disegnano
una mappa utilissima per misurare l’ampiezza dei riferimenti
letterari di Levi.

Seguire l’evoluzione
della carriera
I testi sono disposti
in base al mese e all’anno di pubblicazione (o di messa in onda,
per quelli radiofonici e televisivi), diversamente da quanto accadeva
nel volume del ’97, organizzato secondo un criterio tematico. La
successione cronologica permette, da un lato, di seguire l’evoluzione
della carriera letteraria di Levi, perché al centro delle interviste
tendono a risaltare, di volta in volta, i suoi libri più recenti;
dall’altro, di seguire il consolidamento del ruolo di Levi come
intellettuale sempre più autorevole, consultato su questioni etiche,
civili e sociali più ancora che letterarie. I testi compongono così,
nel loro complesso, una sorta di commento continuato, su due piani:
quello della riflessione storica e metaletteraria sui temi dei libri
leviani; e quello delle vicende culturali, storiche e politiche
italiane e internazionali.
Nelle interviste più
antiche, gli interlocutori non mancano di sottolineare l’aspetto
discreto e a volte il fisico minuto di Levi, come se percepissero il
contrasto con la gravità dell’esperienza e l’altezza della
testimonianza resa nei suoi libri, e si sentissero in dovere di
garantire l’importanza dell’autore. È la metà degli anni
sessanta; Levi, che ha appena pubblicato La tregua, rivelerà di
lì a poco anche la sua vena fantastica con i racconti di Storie
naturali e poi di Vizio di forma. Molte interviste di quel
periodo chiamano lo scrittore a rispondere del rapporto tra
testimonianza e invenzione; nasce così l’immagine del ‘centauro’
(già personaggio di una celebre ‘storia naturale’), che Levi si
attribuisce come emblema di una doppia natura professionale (chimico
e narratore) e identitaria (ebreo e italiano).
Più tardi, divenuto
ormai scrittore a tempo pieno, Levi lascerà da parte questo tema,
senza però rinunciarvi del tutto: nell’intervista a Giorgio
Martellini del 1984, potrà ancora affermare di sentirsi «doppio,
ibrido, bifido». Eppure, a quella data, Levi era già da alcuni anni
autore di libri non testimoniali e di veri e propri romanzi.
Nel ’78 era uscito La
chiave a stella, che gli aveva dato occasione di riflettere sia sul
rapporto tra cultura tecnica e cultura umanistica (in «sorda
polemica», dice l’autore, con i letterati «irresponsabili nei
confronti dei loro “prodotti”»), sia sugli aspetti qualificanti
del lavoro: una visione, questa, che aveva attirato sul libro
l’attenzione (e in certi casi le critiche) del mondo sindacale e
operaio.
Nel 1982, il grande
successo di Se non ora, quando?, che racconta le vicende di un
gruppo di partigiani ebrei polacchi e russi durante la guerra,
coincide con l’invasione del Libano da parte di Israele, atto
contro il quale Levi prende apertamente posizione. L’attualità
viene così inevitabilmente a incrociarsi con il tema del romanzo.
«Il libro è caduto male politicamente» dichiara lo scrittore in
un’intervista dell’83 a Paola Lucarini «perché ha preteso di
dimostrare che gli ebrei sanno difendersi in un momento in cui lo
dimostrano ad abundantiam coi fatti».
L’interesse di
queste conversazioni non risiede però solo nella funzione di
commento e riflessione sulle circostanze e le idee che hanno più o
meno direttamente influenzato la scrittura di Levi. Le interviste,
cioè, non valgono solo come conferma, a un livello diverso ma
parallelo, dei temi sperimentati dall’autore nei suoi libri.
In certi casi, la voce
del testimone-intervistato può assumere toni diversi da quella del
testimone-scrittore, arrivando a pronunciare frasi stranianti (e per
questo particolarmente notevoli): «ad Auschwitz» dichiara Levi in
un’intervista per la Repubblica del 1979 «venni a contatto con un
mondo che ignoravo, il mondo degli ebrei orientali . Può sembrare
presuntuoso dirlo, ma io mi sono divertito, a trovarmi intorno dei
personaggi così incredibili».
Qualche anno dopo, nel
1984, in un’intervista a Marco Vigevani dirà che, nel rievocare
l’esperienza del Lager, la «cosa più difficile da rendere era
appunto la “noia”, la noia totale, la monotonia». Divertimento e
noia: due stati d’animo che difficilmente assoceremmo ad Auschwitz,
e che possono stupire, forse perfino scandalizzare, proprio per
l’umanità che esprimono. Umanità dell’esperienza e umanità del
ricordo.
Porro, Cavaglion,
Valabrega
Ciò che i migliori
studi recenti su Levi stanno mostrando riguarda proprio la
complessità delle prospettive che s’incontrano nella sua opera, la
capacità, conservata ancora dai suoi scritti, di contraddire gli
stereotipi e smarginare le oleografie. Proprio contro gli stereotipi
è orientata l’ultima opera di Levi, I sommersi e i salvati,
motivata come queste interviste dalla necessità del dialogo, del
confronto e del chiarimento. Tra l’uscita dei primi due volumi
delle Opere complete (ne ho parlato in «Alias D» del 22
gennaio 2017) e il terzo, sono molti i lavori che hanno rinnovato
l’immagine di Levi (si veda «Alias D», 24 dicembre ’17).
Qui occorre accennare ad
altri due libri recenti, cioè il profilo dedicato all’autore da
Mario Porro, Primo Levi (il Mulino, pp. 192, euro 16,00) e
il nono volume della serie «Lezioni Primo Levi», scritto da Alberto
Cavaglion e Paola Valabrega, «Fioca e un po’ profana» La
voce del sacro in Primo Levi / “Feeble and a Bit Profane”. The
Voice of the Sacred in Primo Levi (Einaudi, pp. 212, euro
20,00).
Nella sintesi di Porro,
l’esigenza didascalica si concilia con lo scorcio originale su
testi e questioni cruciali, illustrati attraverso confronti inattesi.
Così, per esempio, il riferimento al Freud di Al di là del
principio di piacere serve a Porro per cogliere, nel «ricorrere
insistito del sogno nelle notti di tanti reduci», la pulsione di
morte della coazione a ripetere: un principio utile anche per
interpretare la struttura stessa di un libro come La tregua.
Cavaglion e Valabrega, dal canto loro, seguono le tracce del sacro
disseminate nella sua opera da un Levi reticente o appunto «profano»,
che tuttavia non può impedirsi di far emergere dubbi e domande che
oltrepassano la dimensione razionale, come l’«intuizione di un
attimo» che affiora nel capitolo «Il canto di Ulisse» di Se questo
è un uomo, «forse il perché del nostro destino, del nostro essere
oggi qui». Anche in questo senso Levi è un centauro: «chimico e
scrittore, razionalista e poeta», come si definiva nell’intervista
del 1984, ma anche laico e a suo modo ‘religioso’.
Il Manifesto/Alias – 8
luglio 2018
INTERVISTA AD AMELIA ROSSELLI
di sergio falcone
Dal ’68 in poi, in poesia, sono accaduti molti fatti nuovi. Si parla di boom della poesia. Ma con quali fondamenti? Un bilancio, sia pure per sommi capi, va fatto. Negli anni ottanta, per esempio, lo scrivere al femminile è diventato l’obiettivo di molte donne che, abbandonato il femminismo ideologico e militante, ritengono di contrastare al maschio il predominio della scrittura. Sembra che si acquisiscano nuovi spazi alla poesia. Uscite da una concezione angusta e monotipica della comunicazione, dello scritto e del parlato, molte donne partecipano alle letture di poesie per una sorta di spontanea mimesi dei fenomeni del parlato.
Amelia Rosselli, una delle maggiori esponenti della poesia al femminile, già nelle antologie di Vincenzo Mengaldo e di Antonio Porta. La sua è poesia della tensione e della unità, insomma del “contrasto”, e anche del “suono”, se la poesia si pone il problema fondamentale della comunicazione. Una poesia dalla intenzione trasmissiva: l’individuazione del lettore e del suo rapporto col poeta attraverso la situazione del discorso. Una poesia non facile, fatta di pentimenti e “refusi” fonetici, sintomo della incertezza e dello sforzo di chi scrive confrontandosi con un altro e orientandosi sulle sue reazioni.
“Io sono molto prodiga di baci, tu scegli
in me una rosa scarnificata. Senza spine
ma i petali, urgono al chiudersi. Mio
motivo non sognare, dinnanzi alla realtà
ignara. Mio motivo non chiudersi, dinnanzi
alla resa dei conti.
Tu scegli in me un motivo non dischiuso
dinnanzi alla rosa impara”.
E’ una poesia della Rosselli da Serie Ospedaliera di cui è prevista una ristampa da Garzanti. La precedente edizione è del 1969, in pochi esemplari.
Nata a Parigi nel 1930, è figlia di Carlo Rosselli, perseguitato e ucciso nel ’37 dai fascisti. Vissuta a lungo all’estero (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti), risiede a Roma dal ’50. Il suo esordio in poesia risale al ’63, grazie a Pier Paolo Pasolini. L’anno seguente apparve da Garzanti il suo primo libro, Variazioni belliche; nel ’76, sempre da Garzanti, Documento. La sua è una poetica – come diceva Pasolini – fra surrealista e traumatica.
Si può parlare di nuova poesia al femminile?
“Per un elenco delle opere ‘che contano’, aspettiamo ancora. Per ora, alcuni nomi: Rossana Ombres, Armanda Guiducci, Maria Attanasio, che è tra le migliori. 32 anni, siciliana, pubblica da Guanda. Non mi interessano Maria Luisa Spaziani e neppure Margherita Guidacci. Di Patrizia Cavalli mi piace solo il primo libro. Concetta Petrolio, la moglie di Pagliarani, fa delle cose interessanti. Molto interessante Ingeborg Bachmann, più nota come scrittrice. Presto da Guanda una scelta delle sue poesie. E’ uscita postuma da Adelphi, una serie di racconti, Tre sentieri per il lago”.
Spesso con i poeti, in piazza. Perché?
“La presenza fisica dei poeti non è, nelle letture pubbliche, una circostanza, ma un fatto costitutivo; senza il quale, come senza il gruppo del pubblico, non c’è comunicazione. Quindi, il pubblico è il destinatario diretto e indiretto, necessariamente collettivo. Ho letto in cantine, in centri culturali. Ma le sensazioni più forti le ho riportate al teatro del Porcospino. Un pubblico molto attento. Leggevamo Porta, Pasolini, la Maraini, ed io. E si riusciva a toccare il pubblico. A Castel Porziano era molto faticoso, con un pubblico divertito, critico, strano;… così anche quest’anno, a piazza di Siena, ho aderito perché mi pagavano. Anche un poeta ha diritto a vivere. Ma non è poi aumentato il pubblico che acquista libri di poesia. C’è un aumento di giovani che scrivono, questo sì. Gli ultimi arrivati si sono buttati sulla poesia con una aggressività (o avidità) che la mia generazione non conosceva”.
Poesia come antidoto, si dice, a che cosa?
“Per la interiorità. Insegna qualcosa sul piano della riflessione. Ma non risolve traumi o turbamenti personali. Antidoto al consumismo, sì. Perché la poesia non è ancora un fatto consumistico, fatta eccezione per alcune traduzioni veloci non sempre attendibili. La qualità è un po’ scesa a favore della quantità. Le letture di poesie incentivano la divulgazione delle edizioni economiche, anche se poi resta una diffusione limitata. Non mi dispiace leggere poesie. E’ un mestiere come un altro da imparare. Ma non si può scherzare su questo. La poesia è frutto di riflessione, di anni e anni di fatica, se vale qualcosa”.
Riguardo alle tue fonti,… e ai poeti italiani contemporanei…
“Joyce l’ho letto come se fosse la Bibbia. Ho letto molto gli inglesi, Eliot, Yeats, Frost. Ho letto Pound ma poi ho avuto una reazione di rigetto. Tra le fonti italiane, soprattutto Pavese, quindi Montale, Penna, Ungaretti… Mi sto interessando alla mia stessa generazione, Luzi, Zanzotto, Sereni, Lorenzo Calogero mi ha fatto molto effetto; Giudici, Fortini ogni tanto ci azzecca; bellissimo La ragazza Carla di Pagliarani. Sanguineti non mi interessa: troppo derivato da Pound. Bellezza aveva cominciato come il migliore della sua generazione; è diseguale, qua e là delle splendide poesie. Ma l’elenco continua con Cucchi, Giampiero Neri, Raboni, lo stesso Pasolini a cui spesso mi sono ispirata”.
Per chi si scrive? Qual è il fine della poesia?
“La poesia è una sorta di riassunto, più veritiero forse che la narrativa stessa. Rifiuta il fantasioso, il fuori dalla realtà. E’ il romanziere che si picca di interpretare la realtà come fosse la realtà stessa. Il poeta, invece, si attiene alla realtà, non solo propria, del proprio passato, degli amici, delle proprie ideologie o temi sociali; oppure al paesaggio o temi privati, se egli è un poeta di stampo intimistico. La motivazione a diventare poeta non so da dove mi viene. Molti poeti vengono dalla musica. Io vengo dalla musicologia e suonavo molti strumenti. Questo, forse, mi è servito nella ricerca di una nuova metrica”.
Che cosa comunica, secondo te, la poesia?
“Per quanto mi riguarda, voglio comunicare un ritmo metrico mio, senza trascurare il contenuto non necessariamente drammatizzato. Poi, mi accorgo che il pubblico percepisce il senso di una poesia, se accentuo il contenuto, e non tanto la forma o il ritmo metrico. Del resto, il mio problema formale metrico è privato. Non è detto che il pubblico debba sempre capirlo. In poesia, mi esprimo anche politicamente. Qualche critico intravede nella mia tematica un’ombra di umanesimo rivoluzionario. Sul piano sociale, la poesia può servire se si tocca il reale, non tanto l’esperienza personale. E’ poesia, secondo me, soprattutto riuscire a trasmettere questa esperienza del reale collettivo”.
Testo ripreso da https://rebstein.wordpress.com/