08 settembre 2021

IL CINEMA DI QUENTIN TARANTINO

 



IL CINEMA DI QUENTIN TARANTINO

Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

“Stop! La scena era perfetta. Ma ne giriamo un’altra lo stesso.

Perché? Perché noi AMIAMO fare i film!”.

E’ il mantra da set di Quentin Tarantino, urlato all’intera troupe con felicità da invasato. Dilatandogli occhi spiritati alla Gloria Swanson, come chi crede fino in fondo alla finzione in cui ha scelto di abitare.

Girare una sequenza, per il regista di Knoxville, è come assolvere ad un rito, offrire il proprio tributo di celluloide alla macchina espansa del cinema. Un universo parallelo che Tarantino vive con devozione ossessiva, maturata nei drive in di Los Angeles, negli anni settanta. E’ lì, nella prima adolescenza, che Quentin comincia a scavare i suoi cunicoli teorici. Rintracciando, in una personalissima mappatura cinefila del globo, prossimità insospettabili tra i sobborghi della blaxploitation, le Milano calibro nove, e le Hong Kong più scatenate, passando per l’Almeria metafisica ridisegnata da Sergio Leone come una Monument Valley purgata dall’epica di frontiera e ridotta ad arido palcoscenico verghiano. Pieno di villains barocchi, quasi operistici, ripresi nella frontalità estrema dei primissimi piani. Give me a sergioleone è uno dei suoi comandi fissi, all’operatore.

“Figli di puttana, ma non banali” chioserà da adulto, Tarantino, rievocando la sua fascinazione per i bounty killer della Trilogia del dollaro. Antenati diretti dei personaggi tarantiniani, come le canaglie scerbanenchiane di Fernando Di Leo, bravo quasi come Don Siegel a raccontare delinquenti controversi, spesso logorroici e inclini a girare in coppia, come i comici. Con facce, look e battute indimenticabili, perfette per ravvivare, con piccoli lampi di teatralità, i tempi morti dell’attività criminale. Un pantheon di feticci e mitologie, in cui Tarantino non ha mai smesso di credere fino in fondo, risacralizzandone codici e linguaggi, rielaborandoli con l’intensità amorosa di un bambino eterno. Denunciando da subito la forza seducente del suo sogno: sprofondare al di là dello specchio, nell’universo cinema che gli preesiste, ma che lui ha assorbito nella sua interezza. Aggiornandolo quotidianamente come un palinsesto smisurato, da attraversare fluidamente, mescolando epoche, generi, latitudini, tra connessioni e analogie.

Tutto viene cannibalizzato nella sua macchina tritalinguaggio, ma digerito in uno stile così personale, da eludere il manierismo. Non c’è spazio per le strizzate d’occhio e i citazionismi compiaciuti, snobismi da studentato cinephile. Dal suo ingresso in scena, Quentin ha ridotto la ricerca dei suoi plagi, presunti, realio truccati da omaggio, a pratica onanistica per guardoni. Tutto si impasta, alla fine, diventando squisitamente tarantiniano. “Gli artisti bravi copiano, quelli grandi rubano”: nella sua parafrasi di Picasso, Tarantino ha enunciato da subito le sue intenzioni. Ruba per eccesso d’amore, strappando brandelli di cinema a morsi, come faceva Jean Genet con la letteratura. O Edward Bunker, lo scrittore rapinatore, uno dei totem viventi ingaggiati da Tarantino in Reservoir Dogs. Un esordio al cinema che ha quasi trent’anni: i tempi sono maturi, per ripercorrere i suoi primi passi, abbozzando un Ritratto dell’artista come giovane cane (da rapina). Parafrasando Dylan Thomas che, a sua volta, con piglio quasi tarantiniano, confessò di aver plagiato James Joyce, con quel titolo impertinente, “al fine di fare soldi”.  Partiamo dalle origini: come si traduce Reservoir Dogs? Il primo titolo della sua filmografia si presenta già enigmatico, come una oscura dichiarazione di metodo.  Non vuol dire nulla, in sé. Eppure evoca, attiva una reminiscenza nella mente degli spettatori. Cani da ricettacolo, letteralmente? Oppure va considerato slang, e sta per poliziotti infiltrati, sotto copertura? Secondo una teoria leggendaria, viene dal periodo in cui il giovane Tarantino lavorava da commesso nella Manhattan Beach Video Archives, storica videoteca di Los Angeles. Lo avevano assunto per la sua preparazione da Rischiatutto su titoli, date e generi. Reservoir dogs deriverebbe da una crasi di quel periodo, partorita di getto,  ricollocando le videocassette sugli scaffali. Fantasticando sui film da fare, fonde arbitrariamente due titoli che gli passano per le mani: Aurevoirles enfants e Straw Dogs

Mai del tutto confermata dal regista, questa forse è solo una storiella da dare in pasto ai giornalisti. Ma rende bene l’idea della bulimia anarcoide di schegge intere di storia del cinema, assimilata senza steccati né gerarchie.

Il titolo di Louis Malle, storia di ragazzini su cui incombe la deportazione nazista, torna buono per una pura assonanza musicale, di superficie. Da incollare sul film di Peckinpah, altro padre nobile di Quentin, cantore della vendetta brutale e della ferinità della natura umana. Ma i cani da rapina tarantiniani entrano in scena, e nella storia del cinema, seduti a tavola, in un bar. La prima Ouverture tarantiniana rimane anche una delle sue sequenze più pregnanti, distintive.

La macchina da presa li scopre ad uno ad uno, i suoi rapinatori in pausa pranzo, girando lenta attorno al tavolo, come uno squalo attorno alla preda. O meglio, come un regista, intorno ai suoi attori, durante una lettura del copione. Coglie i suoi gangster in piena quotidianità: incravattati di nero, in camicia bianca, un po’ Blues Brothers e un po’ sicari di John Woo, immersi in una rilassatezza greve, che trasuda dai loro dialoghi. Discorsi apparentemente futili, come l’esegesi fallocentrica di Like a virgin di Madonna, la discrezionalità della mancia alle cameriere, una vecchissima agendina piena di donne ormai perdute: temi intrecciati da prologo teatrale. Perfetti per tratteggiare le personalità, calcolatrici, cameratesche e psicotiche, di questo mazzo di pendagli da forca così ben assortito. C’è Tarantino in persona, con il volto già caricaturale, da nemico di Dick Tracy, anche se non ha nemmeno trent’anni. C’è Harvey Keitel, con ancora addosso la devianza suburbana del coevo cattivo tenente, qui vagamente umanizzata dall’empatia. Spalleggiato dall’apatia nervosa di Tim Roth, da spia che si finge amico, come il Guildenstern che è stato per Stoppard.

Spicca a centro tavola la giovialità psicotica di Michael Madsen, fan del Lee Marvin più estremo, come scopriremo. C’è anche la faccia segnata, da vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, di Eddie Bunker, comprensibilmente nauseato da Papa don’t preach. Chris Penn appare in una tuta lucida da pusher, che ne contiene a stento gli eccessi, mentre Steve Buscemi comincia a scoprire i denti, da iena avida e razionale qual è. Tutto ruota attorno al cranio gigantesco, da pianeta morto, o da Cosa dei Fantastic Four, di Lawrence Tierney: uno dei Dillinger rimasti più impressi, nella memoria degli americani.

E l’inizio di un film di hold up paradossale, che amputerà del tutto la rapina, ingigantendo i postumi del colpo fallito, con i rapinatori chiusi con lo spettatore in un magazzino claustrofobico, a rimeditare su chi li abbia traditi. Tarantino enuncia, da subito, il suo amore per gli attori. Da ragazzino, voleva essere uno di loro, più che un regista, “perché a quell’età si desidera sempre essere quello che si vede”.

Non ha mai frequentato una scuola di cinema, ma ha avuto per sei anni ottimi insegnanti di arte drammatica. Gente come Allen Garfield, attore brillante, allievo del Lee Strasberg Theater Institute. Ed è proprio Stanislavskij ad essere evocato, nel lungo flashback de Le iene. Tim Roth, per mescolarsi ai criminali, deve creare un character, costruirgli un corpo immaginario, per poi scivolarci dentro, con naturalezza. Deve rendere credibile la sua fedina penale sporca, riempiendo la sua storia di dettagli attraenti, e verosimili, in un cadenzato impasto di ricordi personali, memoria collettiva e immaginazione pura. Dee saper affabulare, riempiendo un tempo morto della vita criminale, per distrarre i gangster da sospetti e pensieri, familiarizzando con loro, sospendendone la naturale incredulità. Proprio come fa Tarantino, con il suo cinema. L’universo tarantiniano ha sempre mostrato una sua compatta coerenza, una strana forma di iperrealismo, legata all’accumulo di oggetti d’uso e di culto popolare, affioranti nei dialoghi e nella scenografia.

Come un artista pop, sulle orme di Lichtenstein, Tarantino seziona le figure, scompone le forme, dilata all’eccesso particolari apparentemente insignificanti. Frammenta e ricompone, come nei fumetti: un’operazione analoga al suo smontare e rielaborare la cronologia narrativa. “Le risposte prima, le domande dopo” è la semplificazione teorica del suo metodo, che scardina e spiazza la linearità americana. “Non ci sono flashback, in Reservoir Dogs, ma solo capitoli, come in letteratura, necessari a rompere il tempo reale, e a cesellare, con la giusta gradualità, i personaggi incastrati nel tempo reale dell’angosciante dell’attesa nel deposito, colta nella sua vera durata. “Lo spettatore non si domanda mai perché i banditi non lascino il deposito: ogni qualvolta cercano di andarsene, succede sempre qualcosa. Non volevo che la finzione cinematografica intervenisse e rendesse le cose più semplici, ad esempio utilizzando delle ellissi. Tutti sono davvero prigionieri in questo deposito: ogni minuto che passa per loro è un minuto anche per chi guarda”.

Tarantino si assume la sfida creativa di dilatare l’attesa, il tempo morto del noir, solitamente lasciati fuori dai margini della sceneggiatura, o tagliato fuori dal montaggio.

Irrompe sulla scena mondiale di prepotenza, Tarantino, superando da subito, nel primo scorcio degli anni novanta, lo status di semplice regista e sceneggiatore. Si attesta immediatamente come sintomo epocale. Persino i suoi detrattori più accaniti, deploratori del presunto cinismo di superficie e della vacuità postmoderna, hanno intuito che il suo linguaggio sta mutando l’immaginario.

Molti anni prima, a Parigi, i ragazzi del dopoguerra potevano scrollarsi di dosso i postumi bellici, tuffandosi con entusiasmo nella penombra della Cinematheque, scoprendo il cinema mondiale e maneggiandolo, pionieristicamente, da teorici. Ridefinendo, anche nelle cinematografie più industriali, come quella americana, linee autoriali, poetiche, analogie, visioni del mondo, a cui nessuno aveva ancora mai pensato. Ma quei cinephiles, futuri protagonisti della Nouvelle Vague, erano ancora immersi nella vita, negli amori, nelle notti brave, nella politica attiva, nei conflitti più o meno simbolici con la figura paterna. Tarantino, invece, è il pioniere di un mondo diverso, quello dei ragazzi americani diventati maggiorenni negli anni ottanta. Ancora devoti al cinema come rito collettivo, ma già molto maniaci della visione domestica, del culto autoreferenziale del film, consumato in compulsiva solitudine. Cultori di una cinefilia sempre più lontana dai recuperi avventurosi di certe pellicole, dalle sale fumose e affollate, animate da dibattiti sanguinosi. La generazione tarantiniana vive della comoda fruibilità dei supporti leggeri, delle videocassette, degli scaffali delle videoteche in cui appare, compressa e maneggevole, la filmografia di intere nazioni. E’ in questo mondo, che Tarantino si forma e deforma, pur rimanendo un feticista della pellicola. La sua è una scopofilia che spinge la vita in sè un po’ più lontano, concentrandosi sulla sua ombra sullo schermo.

Molto prima di lui, Andy Warhol aveva imposto i suoi miti pop, mettendo in cartellone le sue superstar, le regine della Factory, protagoniste di una Hollywood parallela e rovesciata, orgogliosamente prostituita e strafatta. Una parodia acida, una scintillante fabbrica di incubi rivelatori, una sfilza di caricature struggenti delle dive dello Star System.  Tarantino invece, non sembra intenzionato a rovesciare nulla. Vuole conservare, piuttosto. Rovistando tra carriere morte o mai definitivamente decollate, recupera l’energia inesplosa di certi corpi e volti, accantonati dall’industria cinematografica, assumendone la patina d’invecchiamento come prezioso elemento espressivo.

Del resto, Tarantino è un insospettabile devoto di Pasternak, che scrive ”…la vecchiezza è una Roma, senza burle e senza ciance, che non prove esige dall’attore, ma una completa, autentica rovina”. John Travolta, protagonista di Pulp Fiction, il suo film più marcante e definitivo, è forse il suo recupero più esemplare, la sua intuizione più stupefacente.

Sfumata da tempo la febbre del sabato sera, era incappato in film sempre più umilianti e commercialmente ormai frusti, con neonati che parlavano come adulti cretini, doppiati in Italia da Villaggio, Banfi e Anna Mazzamauro.  “Ma che ti è successo, John, ti ricordi Blow Out? Ti ricordi cosa diceva di te Pauline Kael?” Deve avergli parlato così, Quentin, mentre gli proponeva la parte di Vincent Vega, dopo la fatale defezione di Micheal Madsen, già impegnato sul set di WyattEarp,.

Ed eccolo in pista, il Tony Manero imbolsito, capelli unti e lunghi, inebetito dalle dipendenze e invischiato nella malavita in un ruolo da comprimario. Capace però di ritrovare un lampo di grazia in un twist paradossale e in un’infatuazione ad alto rischio. Rientrando nel mito, sotto un’altra forma: nella struggente parodia di se stesso. A conferma del tocco magico di Tarantino, ereditato da Sergio Leone, suo maestro dichiarato. Il primo a riportare in auge l’attempato caratterista Lee Van Cleef, sottraendolo alla sua deriva.

Capace di reinventare con impudenza anche Henry Fonda, tirandolo giù dal piedistallo di eroe americano senza macchie né ombre, di tanto Ford e Lumet, per trasformarlo una sontuosa, credibilissima carogna, nel crepuscolo di C’era una volta il west. Con Leone, Tarantino condivide anche l’occhio lungo da casting. Quello che ti serve a bardare di cappellaccio, poncho e sigaro un semisconosciuto attore di telefilm, un certo Clint Eastwood, trasformandolo in icona eterna.

Anche Tarantino rivitalizza attori passati fuori moda, scopre potenzialità inespresse in semisconosciuti o generici sottoimpiegati, inglobando tutto nel suo immaginario. Come fa con certe musiche, sepolte nei lati b di vecchi vinili: le trasforma in pietre angolari dei suoi dispositivi, regalandogli una nuova, intensa vita. Assurgono allo status di dialoghi, connotano fortemente situazioni e personaggi. E’ il caso di Stuck in the Middle With You, degli Stealers Wheel, brano che evoca, nel suo testo, lo stallo messicano tanto caro a Tarantino. Lo spettatore è costretto ad ascoltarla nella sua durata, assistendo per intero alla danza macabra di Michael Madsen, conclusa dal taglio dell’orecchio, del poliziotto prigioniero. Con Mr Blonde Madsen che sussurra al padiglione auricolare reciso, introducendo elementi di commedia macabra. Un’altra vocazione tarantiniana: l’efferata commistione di generi. Complicare la lineare vita in noir dei suoi personaggi, costellando il loro cammino di piccoli ostacoli, capaci di creare enormi difficoltà. Nella narrazione classica del noir, i gangster arrivano puntuali ai loro appuntamenti. A volte in tragico ritardo. In Pulp fiction, i due sicari Samuel Jackson e John Travolta arrivano addirittura in anticipo. Incappano nella noia, nella necessità di far passare il tempo, confrontando le rispettive teorie sul massaggio di piedi femminili, prima di compiere il loro lavoro da killer. “Lo Humour viene fuori da queste situazioni realistiche. La maldestrezza di far esplodere la testa con un proiettile a uno che non c’entrava nulla, quando la missione da killer è ormai conclusa. Un disastro tragicomico, risolto da Mister Wolf, la stella del cinema che entra e risolve i problemi. Con il suo ingresso in scena, spargo un po’ di polvere magica cinematografica, gioco con il deus ex machina da film di 007. Mi concedo la rottura del realismo” .

Nel 1994, dopo Reservoir Dogs e Pulp Fiction, Quentin Tarantino, è un regista di culto mondiale. Una vertigine da cui riemerge nel 1997, cimentandosi, da trentaquettrenne, in un film sul tempo perduto, dalla struttura molto più classica dei film che lo hanno reso una star. Jackie Brown è un hostess quarantenne dalla fedina penale non limpidissima, abile a divincolarsi dalle pressioni di polizia e criminali.

Tarantino, per il ruolo, sceglie Pam Grier, diva della blaxploitation, idolo delle sue serate adolescenti, trascorse nei cinema in compagnia di sua madre e i suoi corteggiatori coloured. Il regista le cuce addosso quello che forse è uno dei suoi personaggi più belli e compiuti, dal realismo sfaccettato. Una donna indipendente, che tira le somme con un’esistenza dura e di una mezz’età che incombe. Forse somiglia a sua madre Connie, che ha avuto Quentin a sedici anni e lo ha cresciuto da ragazza madre, mentre il signor Tony Tarantino, attorucolo di quarta fascia, si dileguava rapidamente. Salvo poi riapparire, quando suo figlio è diventato una star mondiale.

Pam Grier tiene in stallo messicano, con astuzia felpata, il laido trafficante Samuel Jackson e i poliziotti che vorrebbero incastrarlo. Tra i complici di Jackson, c’è un De Niro strepitoso, rallentato dall’erba, che sembra sbucato da una tavola dei Freak Brothers.

Ad aiutare Jackie, con il suo amore discreto, compare un addetto alle cauzioni, velato dalla malinconia meditativa di Robert Forster, altro notevole ripescaggio tarantiniano.

Tra un traffico e l’altro, lui e Pam parlano, nel tinello, di capelli trapiantati e di culo che non sta più su. E ci sorridono sopra, come una vecchia coppia innamorata.

Sembrano i protagonisti di un telefilm replicato troppe volte, sfiniti da troppe stagioni, ormai spinti dall’anagrafe fuori dal ruolo. Guardandosi allo specchio si interrogano sulle occasioni perdute, senza farne un dramma.

Tarantino li accarezza con la macchina da presa, indulgendo, per la prima volta, ad una sua personale forma di umanesimo, dilatando i tempi e le inquadrature, attenuando la violenza, lasciando alla musica un ruolo autenticamente romantico.

Il risultato lascia i suoi idolatri perplessi, spiazzati. Commercialmente, è quasi un passaggio a vuoto, colto con quello che forse è il film più maturo della sua cinematografia.

Riemergerà dal brutto colpo conferendosi la statura del regista di kolossal. Arrivando a infondere nel suo cinema il potere magico di riscrittura della Storia, la possibilità di riavvolgere il nastro del tempo, di incenerire i cattivi prima che nuocciano. Sbarazzandosi, indifferentemente, di Adolf Hitler e degli accoliti di Charlie Manson.

Ma questo, è un altro capitolo.

07 settembre 2021

FIGLI SENZA PADRI

 






FIGLI SENZA PADRI

Pubblichiamo un pezzo uscito su La Sicilia, che ringraziamo.

di Anna Giurickovic Dato

Dove sono finiti i nostri padri? Le arti contemporanee, prima tra tutte la letteratura, pongono, irriverenti, questa domanda. La domanda, però, arriva di traverso ai suoi destinatari e, d’improvviso, torna indietro come un’accusa.

Noi siamo i “bamboccioni”, così ci battezzò un ex ministro: pigri, sfaticati, attaccati alla gonnella di mammà. Esistiamo dal 2009 – o meglio, è dal 2009 che tale termine sprezzante ci etichetta – e, a quanto pare, così risulta da come ci descrivono, non ce ne andiamo di casa neanche sotto la spinta di un bel calcione, perché siamo incompetenti, deboli, poveri, precari, ma soprattutto pessimisti.

Siamo coloro che pagano il prezzo di un cambiamento epocale che noi stessi abbiamo sostenuto e sosteniamo, ma nel quale abbiamo bisogno di assestarci.

Siamo figli senza padri, né istituzioni, abbiamo continuato – non siamo noi ad aver cominciato quest’opera – a scardinare gli infissi di un sistema sociale vetusto e avariato, che tuttavia continua a resistere: non avevamo considerato la presenza di qualche serramento antieffrazione; non avevamo neanche considerato di poterci ritrovare a vivere in un sistema ibrido, di dover costruire dopo aver distrutto, di dover reinventare i padri che avevamo ucciso.

In casa nostra non c’è Dio – prendo in prestito un verso della canzone Zitti e buoni dei Måneskin e lo pluralizzo. D’altra parte, persino un personaggio molto illustre si ritrovò a invocare il padre proprio nel momento più angosciante della propria vita e, nonostante l’amore infinito e l’onnipotenza del genitore, si riscoprì solo: è notte fonda nell’orto degli ulivi e Cristo, in agonia, prega il padre, ma Dio non c’è. È un’esperienza di abbandono assoluto quella di Gesù che, poco prima di morire, è più che mai uomo e, in quanto uomo, è orfano e solo.

Noi, gli abbandonati, i bambini sperduti dell’Isola che non c’è, non rimpiangiamo i padri del passato. Chiediamo che la mano del padre simbolico (che è anche madre, garanzia, presenza) non sia pesante come quella dei padri letterari più temuti, ma sia in grado di offrirci i criteri e i valori attraverso cui sapremo orientarci, anche per mezzo della disobbedienza.

Era il 1919, quando Franz Kafka scrisse la sua Lettera al padre: aveva trentasei anni, due anni prima uno sbocco di sangue annunciò la sua tubercolosi, cinque anni dopo, nel 1924, morirà. Il padre gli sarebbe sopravvissuto sette anni. “Mi hai chiesto perché sostengo di avere paura di te” è l’incipit della lettera con cui Kafka tratteggia un padre autoritario, una figura gigantesca e temuta, estranea e per la quale non mostra alcun affetto. “Sei stato troppo forte per me” gli scrive; lo accusa di avere una fiducia illimitata nelle proprie opinioni, lo paragona addirittura a un tiranno perché, come tutti i tiranni, il suo diritto si fonda sulla persona, non sul pensiero: un padre legibus solutus che impone regole ma non le rispetta. Lui, il Franz-Edipo dell’epistola, si sente una nullità, continuamente disprezzato, diminuito, incapace di incontrare le aspettative che il padre ha per il suo futuro. Il padre, Hermann-Laio, è, invece, “la misura di ogni cosa”.

Così, mentre Franz Kafka lentamente moriva, Zeno Cosini riceveva un ultimo schiaffo umiliante dal proprio padre, anch’esso autoritario e sprezzante al punto che, ritenendo il figlio inadeguato alla vita, nel testamento previde che fosse seguito da un tutore per sempre. Era il 1923 quando uscì il romanzo di Italo Svevo, emblematico affresco di una società pienamente patriarcale, di padri “rivali” che non hanno stima dei figli e di figli prigionieri dell’odio verso i propri padri. Così come è Bepi, il Giuseppe Berto de Il male oscuro.

Ma ecco che a un certo punto – sarà merito degli anni Settanta? –l’aura autoritaria del padre si disgrega, si deforma, assume contorni sbiaditi e questo, ai figli, continua a far male, seppure in maniera diversa. Edipo è cancellato dall’Anti-Edipo che, diversamente da come sembrerebbe suggerire il suo nome, non rappresenta il suo opposto, ma la sua evoluzione: non più un figlio che medita vendetta in silenzio e che, nell’inerzia, soccombe, bensì un figlio che ha saputo passare all’atto e che, impugnato il coltello, quel padre, finalmente, lo uccide. Anche il padre appare diverso: autoritario, sì, ma soltanto in alcuni momenti; in altri, invece, è uomo privo di limiti, preso dalle passioni più che da un sentimento paterno, padre incestuoso o violento, assente, alcolizzato o dedito al gioco d’azzardo.

Lucas e Klaus, i gemelli della Trilogia della città di K. (il capolavoro di ÁgotaKristóf) il padre lo fanno saltare su una mina: lui aveva chiesto aiuto per attraversare la frontiera, ma viene sacrificato ed è sulle orme del padre morto che i figli potranno attraversarla indenni.

Il padre deve morire perché il figlio possa vivere. Nella morte del padre risiede, però, una profezia avversa che si ritorcerà contro i figli: nulla è stato ereditato, ogni valore che sia simbolicamente contenuto nel padre non soltanto evapora, ma non è stato mai trasmesso.

Non sono neanche questi i nostri padri: quelli che invochiamo oggi noi trentenni e quarantenni, né quelli che tratteggiamo oggi noi scrittori. Sono, invece, padri molto umani e, per questo, vulnerabili. Per Recalcati il presente offre un’altra possibilità, quella di essere dei figli Telemaco e dei padri Ulisse: l’uno aspetta che l’altro torni; nel frattempo sopporta ogni violenza e sopruso, resistendo, seppure con difficoltà, perché è certo che la promessa del padre non sarà una promessa vana. Il padre, tuttavia, non promette nessuna autorità, alcuna certezza, ma soltanto di desiderare fortemente la vita: quel desiderio è già un valore e un’eredità.

Così, nel citatissimo romanzo di McCarthy, La strada, padre e figlio, entrambi senza nome, attraversano un mondo apocalittico e senza salvezza: il padre guida, ma non rappresenta una sicurezza, lui stesso ha paura, lui stesso procede cieco nel percorso – il percorso di un’epoca – sino a che in un lapsus significativo si sbaglia e si rivolge al proprio figlio chiamandolo “papà”. Questa è forse la stessa sensazione di impotenza che prova un padre davanti a un figlio che gli insegna ad allegare un file nell’e-mail o lo aiuta a recuperare la password del profilo di Facebook o lo consola perché non ha ottenuto l’affidamento: chi accudisce e chi è l’accudito? Chi è il padre e chi è il figlio? Si nasconde nei piccoli ribaltamenti quotidiani la chiave dell’inversione generazionale.

Basta guardare ad alcuni dei romanzi pubblicati più di recente, senza sforzarsi di andare troppo indietro: il padre di Addio Fantasmi (Nadia Terranova) è scomparso, quello di Sembrava bellezza (Teresa Ciabatti) è assente, quello di Nessuna parola dice di noi (Gaia Manzini) è sconosciuto, il padre di L’acqua del lago non è mai dolce (Giulia Caminito) è paralitico e depresso, quello di Febbre (Jonathan Bazzi) è inaffidabile, quello de Gli affamati (Mattia Insolia) è un padre morto.

Non siamo gli “sdraiati” (dal famoso libro di Michele Serra) ma gli “spatriati”, come nell’ultimo, bellissimo, romanzo di Mario Desiati, destinato a segnare una frattura epocale: quella dei figli senza terra e senza padri, figli che scelgono di nominarsi da soli e di non essere più nominati.

Articolo ripreso da  https://www.minimaetmoralia.it/

LA CRISI ODIERNA DEL CAPITALISMO

 


Il marxismo nasce come tentativo di dare una spiegazione dei meccanismi fondamentali (l'accumulazione, lo viluppo, le crisi) della società capitalistica, alternativa a quella fornita dagli economisti liberali. Per questo nella tradizione politica del movimento operaio, prima socialista e poi comunisti, la costante analisi dell'andamento dell'economia capitalistica era considerato fondamentale. Oggi non è più così. Basta scorrere anche velocemente la stampa o i siti della sinistra che ancora si richiama al marxismo e al comunismo, per accorgersi di come questo aspetto fondamentale dell'agire politico sia largamente se non totalmente trascurato a favore di  una politique politicienne condotta sui media. Insomma, anche in campo rivoluzionario, la politica spettacolo la fa da padrona. Per questo sono da segnalare libri come quello di cui oggi presentiamo un estratto dell'introduzione. Un libro importante per comprendere le dinamiche profonde di ciò che vediamo ogni giorno accadere e che tocca la vita di tutti, ma di cui sfuggono le cause autentiche.

G.A.


FABIO DAMEN

Il capitalismo è crisi. Considerazioni e verifiche sulla caduta del saggio medio del profitto


Il libro che pubblichiamo è una raccolta di scritti apparsi nel corso degli anni sulla nostra rivista teorica “Prometeo”. Alcuni di essi sono stati rivisti qui e là, al fine di precisare e meglio definire qualche passo che, nella radazione originaria, poteva dare adito – agli occhi di critici più o meno prevenuti – a interpretazioni non del tutto coerenti con la critica marxiana dell'economia politica. Ma gli interventi in tal senso sono stati davvero minimi, anche per i saggi più in là nel tempo, che hanno conservato il loro interesse e la loro efficacia teorico-politica nel mettere a nudo i meccanismi del modo di produzione capitalistico e lo sbocco inevitabile a cui conducono, ossia la crisi, con gli effetti per niente collaterali che essa produce. Effetti sulla classe proletaria, sui rapporti interimperialistici, sull'ambiente, cioè sull'accelerazione impressa alla rapina delle risorse naturali e alle devastazioni che ne conseguono. Effetti drammatici e che promettono di aggravarsi mano a mano che la crisi, al contrario di quanto affermano economisti “di regime” e governanti di ogni colore, non si risolve e detta l'agenda dei governi, di miliardi di esseri umani e del Pianeta in generale.

Il fatto che la crisi imponga alla borghesia le proprie spietate necessità, non significa scadere in un ottuso determinismo, in cui la dialettica delle altre forze materiali – prodotti e agenti dalla e nella società – sia cancellata da un economicismo di matrice secondinternazionalista: al contrario, e gli scritti qui raccolti lo dimostrano. Significa “solo” guardare la realtà così com'è, individuare, auspicabilmente con meno errori possibile, il terreno che esprime il mondo in cui viviamo, determinato – questo sì – dai suoi rapporti di sfruttamento, di dominio e di oppressione. Si tratta di una determinazione storica, cioè prodotta dagli esseri umani collocati appunto in precisi rapporti di classe, che quindi può essere cambiata, fatta saltare per aria con tanta più efficacia quanto più si hanno chiari gli elementi che costituiscono la base materiale della determinazione stessa ossia le leggi del capitale. Leggi sociali, certo, ma pur sempre leggi, che indicano la direzione, dal punto di vista economico, a cui questo sistema di produzione – e conseguentemente di distribuzione – va incontro. Tra queste leggi, il ruolo di protagonista è interpretato da quella che Marx, oltre un secolo e mezzo fa, aveva già individuato chiaramente, benché allora solo in Gran Bretagna e parzialmente in pochi altri paesi, il capitalismo avesse spiegato le ali: la caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Nel suo “laboratorio” rivoluzionario infatti scriveva:

«Questa è, sotto ogni rispetto, la legge più importante della moderna economia politica e la più essenziale per comprendere i rapporti più difficili. Dal punto di vista storico è la legge più importante. È una legge, che ad onta della sua semplicità, non è stata finora mai compresa e tanto meno espressa consapevolmente».

Questo, la sua scarsa o nulla comprensione, era vero non solo ai tempi in cui Marx affilava le armi della critica rivoluzionaria stendendo i suoi appunti, ma lo è per tutta la storia del movimento operaio e comunista, fino ai nostri giorni, come si vede, per esempio, da uno dei saggi qui radunati. Persino una grande rivoluzionaria come Rosa Luxemburg aveva frainteso aspetti fondamentali della critica marxiana, ritenendo erroneamente che “la legge più importante” cominciasse a operare “catastroficamente” solo in presenza della saturazione dei mercati costituiti da “terze persone” (né capitalisti né operai), cioè mercati extracapitalistici. In pratica, contro l'impostazione di Marx aveva spostato l'origine della crisi dalla produzione alla distribuzione, cioè al consumo. Errore non nuovo e destinato, come vedremo, a lunga vita; ma almeno la Luxemburg partiva da un obiettivo corretto, più che mai condivisibile, vale a dire mostrare come il capitale vada verso il crollo non per fattori esterni, ma per le contraddizioni impresse nel suo codice genetico.

Si potrebbe qui aprire una parentesi sulla discussione, un tempo molto accesa, se in Marx sia presente una visione “crollista” del processo di accumulazione capitalistico, discussione che non ha risvolti accademici – anche se molti intellettuali a questo hanno voluto ridurla – ma direttamente politici, rivoluzionari, purché il “crollo” non venga inteso in termini meccanicisti. Ancora una volta, i fattori economici sono uno dei due aspetti della questione: fondamentali, certo, ma senza l'altro elemento non meno importante, la lotta di classe, il crollo del capitalismo, il superamento della società borghese possono essere sempre rimandati a data da destinarsi. Lenin metteva in guarda sul fatto che, in sé, il capitalismo può sempre avere una via d'uscita, sia essa la guerra imperialista, l'aumento dello sfruttamento operaio o tutte e due le cose insieme. In breve, che senza l'intervento cosciente del proletariato rivoluzionario e della sua avanguardia politica (il partito), la società borghese può tirarsi fuori anche dalle crisi economiche più devastanti a spese del proletariato, dei diseredati e, oggi, dell'ambiente, cioè dei prerequisiti biologici della vita.. Nella nostra epoca, si sta concretamente profilando il rischio che l'incapacità finora dimostrata dalla nostra classe di essere all'altezza dello scontro con una borghesia sempre più aggressiva, porti all'ipotesi quanto mai drammatica della “comune rovina delle classi in lotta”, adombrata da Marx e da Engels nel “Manifesto del Partito Comunista”: la guerra generalizzata e la catastrofe ambientale sono possibilità tutt'altro che campate per aria.

Possibilità, non un destino già segnato, ma che non lo sia dipende appunto dallo svolgimento della lotta di classe, fortemente influenzato, per non dire condizionato, dal modo e dall'intensità con cui si esprimono quelle contraddizioni di cui si è parlato più indietro. In quest'ottica si deve dunque collocare la questione del crollo del capitalismo, sulla scorta di Marx stesso:

«Queste contraddizioni conducono, naturalmente, a esplosioni, cataclismi, crisi, in cui una momentanea sospensione di ogni lavoro e la distruzione di una gran parte del capitale, lo riportano violentemente al punto in cui esso può continuare ad andare avanti impiegando pienamente le sue capacità produttive senza suicidarsi. Inoltre, queste catastrofi regolarmente ricorrenti conducono alla loro ripetizione su più larga scala, e infine al crollo violento del capitale».

Crollo violento, non automatico: da nessuna parte Marx lascia intendere che ci sia un automatismo, anzi, indica con precisione le misure (cioè le controtendenze) messe in atto dalla borghesia per rallentare il più a lungo possibile il cammino obbligato verso l'inceppamento del processo economico-produttivo. Nella sostanza, in più di centocinquant'anni sono le stesse e i saggi di questa raccolta lo documentano, seguendo sistematicamente l'andamento della crisi, apertasi nei primi anni '70 con la fine del più intenso ciclo di “prosperità” economica della storia del capitalismo, incominciato dopo la seconda guerra mondiale. Non una di quelle misure individuate da Marx (3) è stata trascurata dai rappresentanti del capitale e dai loro “commessi”, vale a dire dai governi che, a dispetto del nome impresso alla fase attuale, cioè “neoliberismo”, hanno continuato come prima a “intromettersi” nella gestione dell'economia, seppure con modalità diverse rispetto alla fase “statalista”.


PUBBLICATO DA VENTO LARGO 



06 settembre 2021

SULLA CRESCITA DEL P.I.L.

 




Ieri il Ministro del Tesoro - banchiere, naturalmente, come il Presidente Draghi - ha comunicato in modo trionfale che il PIL (Prodotto Interno Lordo) cresce più del previsto. 
A chi si chiede come mai tanti italiani non se ne siano ancora accorti, ricordiamo che in Italia le classi sociali (se non le caste!) esistono ancora. Così mentre il PIL dei ricchi cresce. Quello dei poveri cala. Nihil sub sole novum! (fv)

In memoria di DANIELE DEL GIUDICE

 


L' ASCESA NELL'ABISSO DI DANIELE DEL GIUDICE

di Gabriele Pedullà

 

Nell’opera di Daniele Del Giudice convivono due impulsi contrapposti, due strategie conoscitive che per comodità potrebbero riassumersi nella formula, inevitabilmente arbitraria ma forse non del tutto abusiva, di cartografia verbale e di epifania sentimentale. Al lento accerchiamento delle “cose” per mezzo di una minuziosa tecnica di scomposizione e ricomposizione della “realtà” si affianca l’ipotesi di una rivelazione improvvisa, che senza alcun preavviso laceri gli arabeschi intellettuali intessuti con tanta pazienza dai personaggi dei suoi libri e giunga direttamente al nocciolo; all’assedio e alla guerra di posizione risponde il sogno di un Blitzkrieg folgorante.

 

Ogni racconto di Del Giudice può essere letto come una meditazione sul narrare, cioè sul potere e sull’impotenza della parola, dove all’esattezza del vocabolario e alla cura meticolosa delle descrizioni viene chiesto di garantire il successo di una ricerca dall’esito comunque deludente. La sconfitta è inevitabile sin dall’inizio: il senso eccederà sempre il linguaggio. Ripensata in questa chiave, l’alternativa tra narrare/capire e sentire che attraversa un romanzo come Atlante occidentale e un racconto come Dillon Bay (due testi dove è tematizzata in forma persino didascalica) potrebbe anzi addirittura emergere retrospettivamente come il vero motore dell’intera produzione narrativa di Del Giudice. È bene tuttavia essere chiari. Nonostante il sogno di strappare il velo delle apparenze (poco importa se con una lenta manovra di logoramento o con un deciso colpo a sorpresa), Del Giudice rimane uno scrittore intimamente a-epifanico o addirittura anti-epifanico. La rivelazione, quando arriva, può essere considerata tale solo a metà. Soprattutto, però, la lunga preparazione alla caccia risulta alla fine assai più soddisfacente del momento in cui la selvaggina viene infine catturata. L’inchiesta biografica non offrirà una risposta chiara all’unica domanda che assilla il protagonista (Lo stadio di Wimbledon), la mutua menzogna sarà la sola verità comunicabile (Nel museo di Reims), l’aspirazione a disfarsi della propria ombra, come in un Peter Schlemihl tecnologico, è destinata a rimanere comunque un breve intermezzo per l’aviatore (Staccando l’ombra da terra)… O meglio: alla fine giungeranno delle risposte (perché, a leggere bene, le risposte ci sono sempre), ma a domande diverse da quelle che originariamente avevano dato avvio all’indagine.

 

Nei romanzi di Del Giudice il sentire, l’epifania si declina al passato, cioè nella forma dell’assenza, perché il sentimento riesce a prendere consapevolezza di sé stesso soltanto quando è ormai tempo di prendere congedo. Per così dire, annuncia la fine: della vita, della coscienza, del racconto. Niente di strano in questo: tanto più se si considera che l’universo di Del Giudice è interamente popolato di presenze spettrali – siano essi intellettuali famosi (Bobi Bazlen), non meno celebri aviatori scomparsi in volo (Antoine de Saint-Exupéry), eminenti personaggi storici (Jean-Paul Marat) o anonime vittime incolpevoli (i passeggeri dell’Itavia 870 abbattuto a Ustica) – e che persino il deuteragonista di Atlante occidentale viene presentato sin dall’inizio in una luce un poco livida e già sepolcrale («Ma Epstein non è morto?»). In romanzi e racconti tutti così pervasi dal confronto tra le generazioni non sarà difficile scorgere, dietro a tante maschere cangianti, le molteplici incarnazioni di un’unica figura paterna: un padre, beninteso, che non induce più a nessun parricidio novecentesco e nei confronti del quale si sono ormai placate tutte le pulsioni edipiche, anche perché sin dall’inizio è dato per morto o moribondo.

 

Nel cosmo di Del Giudice l’origine si è persa, o è sul punto di andare definitivamente smarrita; se non si fa qualcosa subito, non sarà più possibile raggiungerla. Questo preciso sentimento è nel suo caso anche l’effetto di una precisa condizione storica e forse un giorno i suoi libri saranno letti anzitutto come la testimonianza, sicuramente involontaria, della fine di una stagione. Exit Novecento. La sfida, ovvero la «mania», dei protagonisti dei romanzi di Del Giudice sarà allora quella di preservare ciò che rimane di un’eredità insostituibile attraverso un faticoso processo di perpetuazione della memoria. Il carattere cerimoniale delle minuziose descrizioni di Del Giudice può ricordare così addirittura un rito apotropaico per scongiurare la scomparsa degli spiriti degli antenati. Dimenticare, permettere che i ponti col passato vengano definitivamente tagliati (o, ancora peggio, che l’oggi possa saccheggiare liberamente quanto è stato e non è più senza alcun rispetto per gli uomini di ieri) viene anzi a configurarsi nelle sue pagine come il peccato più grande.

 

Solo una lettura superficialmente contenutistica degli scritti di Del Giudice ha potuto indurre i critici a scambiare uno scrittore ossessionato dal passato per un testimonial del nuovo, euforicamente proiettato verso il domani (verso la tecnologia, verso la scienza: addirittura verso la fantascienza). Nel corso della propria vita ogni individuo lascia dietro di sé innumerevoli tracce – fotografie, registrazioni audio, parole scritte, un corpo destinato a corrompersi – ed è su questo insieme di segni già in parte semicancellati che si deve esercitare la pazienza dello scrittore: la pietas di Enea nei confronti del vecchio Anchise. Tassello dopo tassello. Esattamente quello che gli scienziati fanno quando indagano le leggi dell’universo risalendo all’indietro nel tempo, al momento iniziale in cui ha avuto origine il Big Bang. E che Del Giudice prova a fare a sua volta nei propri romanzi e racconti, come fossero altrettante profezie al passato.

 

Quando si parla di uomini, l’imperativo conoscitivo si carica naturalmente anche di scottanti implicazioni morali. Lo stesso Del Giudice non ha peraltro ignorato la questione. Se, anzi, si dovesse scegliere un singolo testo per illustrare gli enormi interrogativi che pone il suo invito a serbare memoria di quanti ci hanno preceduti, ci sarebbe più di un motivo per puntare su «Com’è adesso!». In questo racconto troppo trascurato dalla critica Del Giudice mette infatti in scena un autore e un uomo «che compra storie» (un produttore televisivo?) intenti a discutere della possibilità di realizzare uno spettacolo di successo attorno alla riesumazione dei cadaveri di uomini e donne che ai loro tempi furono famosi. Il lettore rabbrividisce. Cosa potrebbe esserci di più aberrante di questo grottesco pervertimento della vis intelligendi che caratterizza i sapiens sapiens? Una lugubre caricatura delle loro aspirazioni più alte, ma anche della letteratura di Del Giudice. Per preservare le voci che vengono dal passato (in quella lotta contro il Nulla che è probabilmente il grande tema della sua narrativa) non basta infatti mettersi in ascolto, ma è necessario che i viventi imparino a mostrarsi rispettosi verso quanti li hanno preceduti. Qui ci sono regole da seguire in maniera scrupolosa. E, almeno in questo, i protocolli di ricerca della scienza non appaiono troppo diversi dai precetti della liturgia.

 

La minaccia della profanazione e della violenza rimane tuttavia insita in ogni sfida conoscitiva: non a caso, per uno dei suoi primi apologeti, Francis Bacon, l’immagine più perfetta della scienza moderna sarebbe la tortura, in quanto lo sperimentatore obbliga la Natura a rivelare controvoglia i propri segreti più riposti esattamente come fanno gli inquirenti con l’interrogato a forza di frustate e giri di corda. Diversamente dalla scienza, però, in Del Giudice il primo a essere in pericolo è spesso proprio colui che conduce l’indagine: fisico delle particelle, esploratore antartico o biografo mancato che sia. Le tre figure dello scienziato, del viaggiatore e del narratore sono infatti quasi sempre intercambiabili nelle detection di Del Giudice, che invece, un poco snobisticamente, non sembra essere mai stato tentato dall’altra grande allegoria novecentesca dell’umanissimo desiderio di sapere (da Carlo Emilio Gadda a Jorge Luis Borges, da Alain Robbe-Grillet a Witold Gombrowicz, da Vladimir Nabokov ad Adolfo Bioy Casares, da Leonardo Sciascia a Georges Perec, da Friedrich Dürrenmatt a Luigi Malerba, da Peter Handke a Emilio Tadini): il romanzo giallo. Si può però immaginare anche un’altra ragione per lo scarso interesse di Del Giudice a una forma narrativa che in astratto avrebbe dovuto invece apparirgli così congeniale. Nei detective novel classici l’investigatore arriva sempre alla fine, a delitto commesso, e non corre alcun rischio (al contrario di quanto avviene nei romanzi hard boiled); raramente, o quasi mai, si trova minacciato nella sua quête per la verità; tutto si risolve in un gioco d’intelligenza al tavolino. Anche se questo è vero pure per l’attività degli scienziati, si direbbe che a Del Giudice della ricerca (in tutte le sue molteplici accezioni) interessassero invece proprio l’inquietudine e il vago, irragionevole senso di minaccia che accompagnano sempre le grandi sfide intellettuali. Un ultimo residuo di superstizione nel cuore dell’illuminismo tardonovecentesco di cui in tanti lo hanno considerato in vita un portabandiera?

 

Gli scrittori grossolani comunicano ai lettori un senso di pericolo attraverso una serie di banali stratagemmi romanzeschi; nei suoi libri un autore come Del Giudice riesce invece a conseguire lo stesso effetto unicamente per via di stile, perché nulla davvero minaccia i suoi personaggi – almeno fino a quando non succede qualcosa che improvvisamente viene a dimostrare quanto invece fossero fondate quelle apprensioni (come nell’esemplare Dillon Bay). Anche l’amore per il volo, che tanto ha contato nella vita e nell’opera di Del Giudice, va collocato d’altra parte a questo crocevia tra ansia conoscitiva e sfida alla morte, se non altro perché i suoi aviatori, ogni volta che i loro velivoli prendono quota, sanno di iniziare una consapevole ascesa nell’abisso da cui, almeno in teoria, potrebbero non tornare. Sarà per questa necessità di tematizzare il rischio che è sempre associato alla lotta per conoscenza che in nessun altro scrittore italiano del tempo di pace si incontrano così tanti militari ed ex militari come nelle sue pagine, quasi che nella società contemporanea solo i professionisti della guerra serbassero memoria del pericolo, mentre gli uomini occidentali del benestante secondo Novecento sembrano averne dimenticato l’esistenza (almeno in Europa)? Vale la pena di porsi la domanda.

 

Plus ultra, bisogna andare oltre: anche quando il movimento al quale ci si riferisce è rivolto all’indietro (e potrebbe rivelarsi fatale per chi si spinge troppo lontano), il motto araldico di Del Giudice rimane questo. L’esito finale è comunque già scritto; la coscienza non è che un breve intervallo nella vita della materia, e Del Giudice non perde occasione di ricordarcelo rilanciando gli interrogativi dell’ultimo Calvino-Palomar sull’identità e sulla natura del Self. Che cosa rappresenta infatti l’alternanza di prima e terza persona che troviamo in un lungo racconto come Nel museo di Reims (forse il capolavoro di Del Giudice) se non il tentativo di collocarsi ai confini dell’io, erodendo le certezze simmetriche della narrazione oggettiva e soggettiva? Si potrebbe dire persino che, allo stesso modo in cui il protagonista di Atlante occidentale persegue l’unificazione delle teorie fisiche, facendo dialogare i quanti con le profondità stellari, Del Giudice punta nei suoi scritti più ambiziosi a una sorta di unificazione delle tecniche narrative adottando prospettive sempre più impossibili, sino a spingersi al di là dell’umano. Ecco, allora, che nei suoi libri della maturità le pagine si popolano improvvisamente di uomini-aereo (Staccando l’ombra da terra) e di corpi celesti parlanti (Come cometa), o alternano la fuga di uno scugnizzo napoletano dal camorrista al quale ha fatto uno sgarbo (raccontata alla seconda persona) con la descrizione raggelata del cimitero dove si svolge l’inseguimento (Fuga).

 

Far parlare il radicalmente non-umano era stato negli anni Sessanta il grande esperimento de Le cosmicomiche, seppure in chiave completamente diversa, giocosa e umoristica. Il Del Giudice finale muove anche da qui, ma su una nota assai più cupa. Non è tempo di fiabe, sembra dire lo scrittore romano. Ritorna però la stessa scommessa conoscitiva sull’orlo dell’abisso: che, assieme ai tentativi di offrire una credibile trasfigurazione verbale dei cinque sensi (soprattutto la vista e l’udito) e alla costante ricerca di un rinnovato dialogo tra le «due culture» – scientifica ed umanistica – rappresenta probabilmente l’eredità più forte di quel Calvino che tenne a battesimo gli esordi narrativi di Del Giudice e che, in forme diverse, sembra rivivere almeno un poco nei numerosi padri, veri o putativi, che qua e là non smettono di fare capolino nella sua opera.

L' AMORE AL TEMPO DELLE CHAT

 


L’AMORE AL TEMPO DELLE CHAT IN VIVIANA VIVIANI

Non sono un ingegnere, ma lavoro in campo informatico da una vita, e quindi vivo continuamente contornato da ingegneri. In tutti questi anni, non ho mai nemmeno provato a condividere con loro la mia passione per la poesia, perché percepivo a pelle la loro indifferenza, anzi l’ostilità per quanto non rientrava nel rigido paradigma della logica binaria.

Quando però, qualche mese fa, uscirono i miei sonetti indie, fui sorpreso di constatare che alcuni di loro comprarono il libro, alcuni lo elogiarono, uno in particolare lo apprezzò enormemente, e mi mandò un messaggio Whatsapp che conservo ancora con molto orgoglio e riconoscenza.

Non era vero che gli ingegneri (come molti altri che vivono al di fuori del campo della letteratura) fossero allergici alla poesia. Erano allergici a quella poesia inintelligibile scritta solo per gli addetti ai lavori, che occupa lo spazio più ingombrante sugli scaffali delle librerie nei nostri centri commerciali.

Fortunatamente, tuttavia, esiste anche una poesia diversa, che sebbene non si arrampichi sulle vette rarefatte delle metafore e dell’astrazione, ha conquistato una porzione di lettori sorprendentemente vasta.

Io stesso, in passato, non ho potuto non notare il grande successo di pubblico – per fare un paio di nomi di quelli che più mi stanno a cuore – di certa poesia di Wisława Szymborska o delle poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari.Poesie comprensibili, ironiche, divertenti, anche nella loro drammaticità, con un ritmo poetico efficace.

Questa premessa – forse troppo lunga –mi serve per introdurre un singolare libro di poesia di cui vorrei parlare. Un libro diverso da quelli che solitamente siamo abituati a leggere, molto riflessivo ma per nulla astruso, profondo ma leggero, serio ma divertente. Si tratta del libro di Viviana Viviani Se mi ami sopravvalutami (ed. Controluna, 2019).

Viviani – appunto – è un ingegnere. Siamo amici su Facebook, ma non ci conosciamo davvero, e sul social network abbiamo interagito pochissimo. Siamo amici da tanto tempo,e non ricordo come e perché lo siamo diventati. Quando Viviana pubblica delle poesie (che siano tratte dal libro oppure inediti), le leggo sempre con interesse, ma soprattutto con divertimento.

Anche quando sembrano poesie leggere, hanno sempre una profondità che non è difficile riconoscere nella propria esperienza di essere umano che vive nel ventunesimo secolo. La tecnologia è uno dei protagonisti più presenti nella raccolta. I personaggi sono esperti di social network, usano google, frequentano le chat, il loro umore dipende dal comparire delle spunte blu su Whatsapp. Ma i loro sentimenti non sono contraffatti dalla rigida mediazione tecnologica. Restano autentici e dolenti, non perdono nulla della propria umanità: la tecnologia è solamente lo strumento attraverso il quale il sentimento comunica e si confronta con l’altro da sé. Ma il sentimento rimane umano, appartiene alla natura e all’universo che lo ha generato.

Come in “Oggi il mio schermo piange”, in cui il cuore ferito della poetessa viene trasposto dallo schermo piatto e banale di un PC alla profonda remotezza delle stelle morte da molti anni, creando un efficace effetto di straniamento:

Oggi il mio schermo piange
sui tuoi “mi piace” alle altre
con commenti e complimenti
e cuoricini come ciliegie
su foto di puttane in vetrina.
Nella finestra della chat
il tuo saluto di cinque giorni fa.
Rimango appesa alla corda del mouse,
la luce verde brilla
ma dentro me si è spenta
come certe stelle già morte
che vediamo splendere ancora
cento anni dopo
per quanto siamo lontani.

La dicotomia tra la luce dello schermo e quella delle stelle morte allarga repentinamente la prospettiva dal particolare verso la vastità, trascendendo le minuzie della tecnologia e indirizzando lo sguardo del lettore verso i confini incommensurabili dell’universo o verso il groviglio inestricabile e segreto dell’animo umano.

È questo un meccanismo che ricorre spesso nella raccolta, soprattutto nella prima parte, “Amore”, quella a mio giudizio meglio riuscita. Come nella poesia probabilmente più nota del libro e maggiormente diffusa nella rete, “Non mandarmi il tuo c@zzo in chat”:

Non mandarmi il tuo cazzo in chat
che ancora non ho navigato
le lunghe vene delle tue braccia
né attraversato fiumi
camminando sulle tue vertebre.

Non ho sovrapposto le impronte digitali
per vedere se si assomigliano
e nemmeno disegnato ghirigori
tra le nocche delle tue mani.

Non ho contato una ad una
le tue ciglia nel sonno
o soffiato parole audaci
nel labirinto delle tue orecchie.

Non ho ancora cercato l’orsa maggiore
tra le costellazioni dei tuoi nei
né dato un nome a quelle senza nome
sulla volta della tua schiena.

Anche qui, la tecnologia tenta di appropriarsi – senza riuscirci – di una dimensione umana tenerissima, e la poetessa è brava a ricondurre la brutalità dell’immagine oscena all’universo amoroso che essa tenta di offendere e disinnescare. Questa poesia ha conquistato in rete una grande notorietà, ma probabilmente per il motivo sbagliato. Non è la violenza della foto di nudo la protagonista di questo testo, ma la dolcezza delle strofe che seguono, che ristabiliscono con potenza ed efficacia il sentimento delicato dell’amore con immagini di enorme leggiadria.

La tecnologia non è il male assoluto; essa può rivelare a volte un aspetto tenero, come quando si sceglie come password il nome della persona amata:

Crederanno gli ingenui
che ti abbia scordato
mentre io tutti i giorni
entro in tutte le stanze
digitando il tuo nome.
Son due sillabe nude
che arricchisco di orpelli
che sia anno o città
e mai ti è mancato
un carattere speciale.
Il tuo nome è la chiave
con cui scrivo, lavoro,
compro, pago, rispondo,
mi collego col mondo.

Il ritmo cantato del settenario (movimentato da un paio di ipometri o ipermetri che non inficiano la riuscita metrica della composizione) è sugellato dalla rima dell’ultimo distico, che suggerisce la perfezione della password in cui si nasconde il nome dell’amato. In realtà una password di questo tipo non è affatto perfetta, anzi è pericolosamente vulnerabile (secondo le policy di sicurezza di qualsiasi azienda nessuna password dovrebbe contenere il nome di una persona cara), ma proprio questo la rende tenera, umanissima, connotata dal carattere speciale che la arricchisce e ne attesta il suo essere peculiare, irripetibile.

Alcune delle poesie più belle della raccolta, tuttavia, vivono completamente al di fuori del mondo tecnologico, ed esprimono un bisogno di tenerezza puramente umano, non mediato da alcunché. Come nella poesia che dà il titolo al libro, “Se mi ami sopravvalutami”:

Se mi ami sopravvalutami
non cadere nell’inganno
di amarmi per quello che sono
sono stanca di faticare
di dovermi sempre impegnare
tu indossami senza provarmi
comprami senza garanzia
se mi ami sopravvalutami
sii bello e condannato
un premio estratto a sorte
un dono immeritato.

Viviani ha un poetare semplice, una sintassi piacevolmente lineare, ma non le fanno difetto gli strumenti tecnici e retorici più smaliziati, a partire dal ritmo, a volte incasellato nello schema metrico (si legga per esempio il poemetto “La giovane stampante e il vecchio calamaio”), a volte atto a irretire con una musicalità divagante la libertà del verso libero.

Ogni tanto fa uso della rima, talvolta in un modo che appare quasi casuale, a volte a sottolineare passaggi essenziali nella lirica. Ma soprattutto ha una versificazione fresca, comprensibile a tutti e con molti componimenti di ottimo livello.

È una poesia che ha avuto un buon successo soprattutto nella rete, il che non significa che si tratti di poesia meramente popolare, quanto piuttosto di una poesia che è riuscita a far breccia nel gusto di molti lettori; non necessariamente dei soli addetti ai lavori, ma anche di quelli che forse non hanno mai letto un libro di poesia in vita loro.

Di questi tempi, con la poesia che vende pochissimo, e che spesso viene letta solamente dagli altri poeti e da un manipolo di critici, mi sembra un risultato incoraggiante.

NUOVA ONDATA DI PRIVATIZZAZIONI

 

La nuova ondata di privatizzazioni

Marco Bersani
06 Settembre 2021

Nel prossimo ottobre andranno al voto 1347 Comuni, pari al 17% del totale. Fra questi, la capitale (Roma), 5 capoluoghi di regione (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste) e 15 capoluoghi di provincia. In che modo la politica si occuperà di questioni cruciali come il debito degli enti locali e le nuove privatizzazioni?

Torino 2013 Contro la privatizzazione dell’acqua” by Ithmus is licensed under CC BY 2.0

La scadenza su cui il governo Draghi si era impegnato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza consegnato all’Unione Europea era il 31 luglio e non è stata rispettata, ma sicuramente il mese di settembre vedrà approdare in Parlamento la legge annuale sul mercato e la concorrenza.

Nonostante la pandemia abbia reso più che evidenti le insuperabili contraddizioni di un modello basato sulle politiche liberiste, il governo Draghi – e relativa unità nazionalparlamentare – perseverano nel fanatismo del mercato, della competitività e della concorrenza.

E ne annunciano le magnifiche sorti e progressive, quasi il Paese fosse stato immerso per decenni in un sistema socialista e non esattamente dentro un modello divinatorio del mercato, di cui tutt* abbiamo abbondantemente sperimentato i drammatici risultati, in termini di diritti, salute, giustizia climatica e sociale.

Agli alfieri della concorrenza basterebbe ricordare i dati della penetrazione dei profitti privati nelle gestioni pubbliche, e magari chiedere conto dei risultati conseguiti attraverso il cavallo di battaglia del cosiddetto Partenariato Pubblico-Privato (PPP)

Secondo il rapporto IFEL 2020[1], nel nostro Paese, siamo passati da 330 bandi di PPP e un importo di 1,3 miliardi del 2002 a 3.794 bandi e un importo di 17 miliardi nel 2019. In tale mercato l’81,1% dei bandi è in capo ai Comuni, a cui corrisponde un valore pari al 38,3% degli importi complessivi. Nel periodo considerato, il 73% dei Comuni italiani ha avviato progetti di PPP, cifra che raggiunge quasi il 100% se consideriamo i Comuni con più di 10mila abitanti.

Sono migliorati i servizi grazie alla cosiddetta efficienza del privato? Sembra evidente di no. Ma per i sacerdoti del profitto la soluzione rimane la stessa.

Ed ecco allora i provvedimenti che saranno inseriti nel nuovo dispositivo di legge. Si parte, ovviamente, dai servizi pubblici locali, per i quali, dieci anni dopo il referendum che ne aveva sancito la gestione pubblica e partecipativa, a partire dall’acqua, il governo si appresta a mettere norme che penalizzano, fino a bloccarla, la gestione diretta, oltre a incentivi che favoriscano l’accorpamento e la fusione dentro grandi multiutility collocate in Borsa (da segnalare in questa direzione l’obiettivo della privatizzazione dell’acquedotto pugliese e di tutta la gestione idrica del mezzogiorno).

Per quanto riguarda le reti, via libera ad ulteriore concorrenza nelle concessioni per la generazione di energia idroelettrica, per la distribuzione del gas naturale, per le concessioni autostradali (!!) e liberalizzazione totale delle vendita di energia elettrica.

Poteva mancare la sanità? Certo che no. Ed ecco allora l’inserimento nei contratti sul welfare aziendale stipulati tra imprese e assicurazioni della clausola per queste ultime di non discriminare la sanità privata non convenzionata (sarà la volta buona per i sindacati di smettere di collaborare alla distruzione del servizio sanitario nazionale?).

Una legge che vuole definitivamente chiudere la partita sul ruolo del pubblico, mettendolo a disposizione della penetrazione degli interessi finanziari dentro la società, in una logica predatoria che estrae valore dai beni comuni e scarica le conseguenze sulle collettività.

Nel prossimo ottobre andranno al voto 1347 Comuni, pari al 17% del totale. Fra questi, la capitale (Roma), 5 capoluoghi di regione (Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste) e 15 capoluoghi di provincia. C’è qualcun* di coloro che si candida che ha consapevolezza di tutto questo o anche questa volta dovremo assistere al doppio spettacolo della promessa di ricchi premi e cotillon da una parte e del tristissimo voto “utile” dall’altra?

[1] Fondazione ANCI – IFEL (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale), I Comuni e il Partenariato Pubblico Privato, 2020

Attac Italia e CADTM Italia*

Articolo ripreso da https://comune-info.net/una-nuova-ondata-di-privatizzazioni/