05 gennaio 2022

UN RAPIDO RICORDO DEL MIO INCONTRO GIOVANILE CON DANILO DOLCI

 







Ricordi del mio incontro con Danilo Dolci e con il Centro di Formazione di Trappeto.

Ho lavorato a tempo pieno nel Centro Studi di Danilo Dolci dall'estate del 1975 alla primavera del 1977. Questa esperienza ha segnato la mia vita. 

       Ho avuto sempre difficoltà a parlare e a scrivere di questa esperienza che mi ha coinvolto profondamente non solo dal punto di vista intellettuale. Nel Centro di Trappeto, che Danilo chiamava BORGO DI DIO, oltre alla figura carismatica del fondatore, ho incontrato persone straordinarie: Fifiddu Rubino, Antonino Uccello, Ernesto Treccani, Paolo Freire, Jacques Voneche, Bogdan Suchodolskij, Giacinto Spagnoletti, Gastone Canziani e tanti altri. Ma non meno straordinari sono stati i tanti giovani, provenienti da tutto il mondo, che frequentavano il Centro. 

       Ci ho provato tante volte a raccontare, nella sua interezza, questa esperienza, ma mi sono sempre bloccato e non so ancora se riuscirò a farlo un giorno. Evidentemente qualcosa mi blocca ancora.

      Stamattina, rovistando tra vecchie carte, ho trovato le foto che pubblico.  (fv) 

 



04 gennaio 2022

APPUNTI PER LA STORIA DEL COMMERCIO DEGLI SCHIAVI

 


Riprendiamo il tema già trattato del commercio degli schiavi nell'Atlantico, proponendo alcune pagine da “Marxismo negro. La formación de la tradición radical negra” di Cedric J. Robinson, in cui si dimostra come la tratta iniziò grazie agli ingenti investimenti di capitale da parte della borghesia genovese.*

La borghesia genovese e l'età della scoperta

Ancora più importanti di queste relazioni politiche, tuttavia, e più direttamente collegate al nostro interesse per i portoghesi come forza storica che pose le basi per la tratta degli schiavi dell'Atlantico, furono i mercanti e i banchieri di origine italiana stabiliti in Portogallo (e nei regni spagnoli) durante quel periodo. Anche se l'uso che Verlinden fa del termine "nazione" è figurativo piuttosto che politico, la sua valutazione del ruolo storico di quei capitalisti è utile:

l'Italia fu l'unica nazione veramente colonizzatrice durante il Medioevo. Dall'inizio delle crociate, Venezia, Pisa, Genova, poi Firenze e l'Italia meridionale sotto gli Angioini, così come sotto gli Aragonesi, erano interessati al Levante e alle possibilità economiche e coloniali che vi offriva il graduale declino dell'impero bizantino. Fu all'incirca nello stesso periodo che i mercanti italiani apparvero nella penisola iberica e ottennero un'influenza che doveva persistere fino al periodo moderno, sia nell'economia europea che in quella coloniale.10

Virginia Rau nota che "i primi riferimenti documentari disponibili sulle attività dei mercanti italiani in Portogallo risalgono al sexcolo XIII. Quando iniziamo a sentirne parlare, erano già entrati coraggiosamente nel mercato monetario portoghese.

Questi "commercianti italiani" erano in realtà (in ordine di importanza) genovesi, e figli di Piacenza, Milano, Firenze e Venezia. Rau spiega inoltre che nel XIV secolo, il cui inizio fu opportunamente segnato dalla nomina da parte del re Dinis [Dionisio "il Labrador"] di un genovese (Manuel Pessanha [Emanuele Pessagno]) all'ammiragliato portoghese nel 1317, Lisbona era diventata "il grande centro del commercio genovese".

Con Lisbona e Porto come basi operative, i capitalisti-traders genovesi [. ...] si integrarono in tutta la struttura del potere portoghese, servendo come prestatori di denaro alla monarchia, finanziatori delle ambizioni e delle avventure dello stato, monopolisti in base a carte di sicurezza reali, e infine nobili portoghesi attraverso una serie di eventi che includono decreti reali, matrimoni con la nobiltà nativa e la partecipazione a progetti militari organizzati dallo stato.

Proprio come l'esempio di Rau sulla famiglia Lomellini suggerirebbe- a partire dalla comparsa del mercante Bartholomeu Lomellini in Portogallo nel 1424 fino all'integrazione dei suoi eredi e parenti nell'aristocrazia terriera di Madeira e nella nobiltà peninsulare verso la fine del secolo - e, i principi mercanti genovesi ebbero molto più successo nel loro adattamento rispetto ai loro concorrenti compatrioti (cioè italiani).

A differenza degli arroganti veneziani, i genovesi si resero disponibili finanziariamente, intellettualmente e fraternamente ai loro ospiti. Come ha osservato Wallerstein:

Nella misura in cui [la borghesia portoghese] mancava di capitale, lo trovava facilmente disponibile nei genovesi, che, per ragioni proprie legate alla loro rivalità con Venezia, erano disposti a finanziare i portoghesi. E il potenziale conflitto tra gli indigeni e la borghesia straniera fu smorzato dal desiderio dei genovesi di incorporarsi alla fine nella cultura portoghese.

Mentre i veneziani continuavano a concentrarsi sul dominio del Mediterraneo, e i fiorentini sul loro commercio continentale e nord-atlantico di banche e lana, i genovesi si posizionarono per trarre vantaggio dal commercio che alla fine sarebbe progredito dal Maghreb al medio Atlantico e infine al commercio transatlantico. A metà del XV secolo fu il loro capitale a determinare la direzione e il ritmo della "scoperta". Verlinden osserva:

Lagos [Portogallo] divenne, dal 1310 circa, un porto importante sulla rotta dei convogli italiani verso l'Europa nord-occidentale. Se si ricorda che Lagos, molto più di Sagres, fu il punto di partenza delle prime scoperte portoghesi, l'importanza dei legami stabiliti lì con marinai e imprenditori italiani diventa più evidente.

Inoltre, fu lo status privilegiato di questi italiani in Portogallo a facilitare l'elaborazione a Roma della rivendicazione portoghese che si tradusse in bolle papali a protezione del commercio portoghese e dell'imperialismo statale.

E furono i capitalisti genovesi a sostenere i legami tra le classi dirigenti inglesi e portoghesi, favorendo una relazione con il commercio inglese e lo stato inglese che era direttamente complementare alla loro presenza in Portogallo. In Inghilterra, come in Portogallo, i genovesi costituivano la maggioranza dei mercanti italiani, che a loro volta costituivano la maggioranza dei mercanti stranieri in quel regno durante il XV secolo.

Anche lì ottennero esenzioni reali dalle tasse e dalle restrizioni commerciali, e riuscirono a monopolizzare le merci importate, come le medicine straniere (come la melassa medica) e altre droghe in voga in quel secolo, così come il sughero e lo zucchero portoghesi, dopo essersi assicurati una posizione di monopsonio nei loro punti di origine. Infine, anche in Inghilterra, come prestatori di denaro per i loro re e come intermediari e commercianti per i monopoli reali, arrivarono ad occupare posizioni importanti nel commercio inglese:

Invano gli inglesi protestarono contro i lussuosi privilegi ottenuti da questi mercanti dai re bisognosi, di cui erano diventati i finanziatori, chiedendo che si limitassero a beni di loro fabbricazione; incapaci di competere in ricchezza con le potenti città italiane, le piccole città inglesi ricevettero poca attenzione.

In un'Inghilterra dilaniata dalla guerra civile, dagli intrighi di palazzo e da una classe aristocratica in ascesa, l'appoggio finanziario degli italiani insieme al loro commercio e alle concomitanti fonti di informazioni poteva essere decisivo. La monarchia inglese, con i suoi collaboratori commerciali e finanziari italiani e non, si assicurò per il momento una certa indipendenza dalle sue classi aristocratiche e borghesi autoctone. Così i capitalisti italiani erano in una posizione decisiva per determinare il ritmo, il carattere e la struttura del primo commercio transatlantico di schiavi per il secolo successivo. Senza di loro e senza la complicità di una parte dell'aristocrazia inglese e delle classi mercantili portoghesi e inglesi, e, naturalmente, della nobiltà clericale di Roma, è dubbio che ci sarebbe mai stato un impero portoghese, e senza quell'impero nulla sarebbe stato come è stato.

Cedric J, Robinson, Marxismo negro. La formación de la tradición radical negra, Madrid 2019, Editorial Traficantes de Sueños, pp. 200-203

* Per rendere più scorrevole il testo sono state omesse le numerose note

(Traduzione dallo spagnolo nostra)




03 gennaio 2022

Ricordi della nostra giovinezza a Marineo. L'educazione sessuale arriva in provincia.

 





GIANNI CELATI. Dialettica della solitudine

 


E’ scomparso questa notte Gianni Celati. Iniziamo a ricordare la figura del grande narratore ripubblicando un intervento di Andrea Cortellessa, comparso su Le parole e le cose il 26 gennaio 2020

GIANNI CELATI. Dialettica della solitudine

di Andrea Cortellessa

In una delle spesso irresistibili spigolature raccolte in Storie vere e verissime (da poco uscite per La nave di Teseo), il complice di sempre Ermanno Cavazzoni racconta – parodiandolo con affetto – le sue Avventure con Celati. Fra le altre il momento in cui, irritatissimo colle gerarchie accademiche, questi piuttosto avventurosamente dà le dimissioni dall’Università di Bologna, dove a lungo aveva insegnato Letteratura angloamericana. «Ma adesso cosa fai?» gli chiede l’amico, per tempo imboscato a sua volta in Via Zamboni e, senza darlo a vedere, un po’ sulle spine. Allora Gianni alza gli occhi, ancora un po’ incazzato ma – c’è da scommettere – con un sorriso: «Voglio guadagnarmi il pane onestamente». Era il 1992: Celati aveva 55 anni e alle spalle un grande libro di saggi, Finzioni occidentali, che nel ’75 aveva illustrato le due tradizioni di quello che (spesso a torto) chiamiamo «romanzo». Da un lato il novel “serio” e costruttivo, à la Defoe, che dell’essere umano illustra la vocazione sociale, economica, pratica; dall’altro una tradizione più carsica e zigzagante, “minore” e atrabiliare: che dello stesso essere umano incarna viceversa la sociopatia e l’inadattabilità, i comportamenti nocivi e i cattivi pensieri.

 

Dieci anni prima, nel ’66, aveva esordito nella saggistica traducendone un archetipo, la Favola della botte di Jonathan Swift. L’introduzione s’intitolava Swift l’antenato: e convocava i “discendenti” – da Joyce, Céline e Beckett a Gadda e Manganelli – di quella «macchina eversiva» che smembra la narrazione tarlandola di apologhi e dialoghi, divagazioni saggistiche e sfoghi isterici. Il testo come macchina, appunto: non però quella oliata ed efficiente del novel (che ancora oggi, orribilmente, si dice «funzionare»), bensì una paradossale macchina dissipativa che produce senso mediante il proprio attrito linguistico e strutturale. Tutto questo s’iscriveva per Celati sotto la categoria del «comico»; e infatti l’anno prima era apparso, su una rivista della neoavanguardia, il primo lacerto di quello che sarà il suo esordio di scrittore: e che nel ’71 – con la malleveria di Calvino, ma in una collana einaudiana diretta giusto da Manganelli insieme a Sanguineti e Davico Bonino – s’intitolerà, appunto, Comiche.

 

Da quel momento in poi discorso narrativo e saggistico s’intrecceranno sempre, dando vita alla più acuta autocoscienza letteraria che, da noi, abbia contrassegnato lo snodo cruciale che dal modernismo ci ha portato al tempo che gli ha tenuto dietro. Dopo lo scisma dai dispositivi di autogaranzia intellettuale della macchina accademica, «guadagnarsi il pane» ha significato per Celati, in concreto, mantenere un atteggiamento, più che da studioso, da studente: che gli oggetti d’affezione (come li chiama, alla maniera dei surrealisti) della propria genealogia cura con assiduità amorosa, di volta in volta e a più riprese traducendoli, commentandoli, antologizzandoli. Le introduzioni ai classici della “sua” disciplina (ma anche a quelli di una certa tradizione francese; e peccato manchi un’incursione importante in quella tedesca, le Poesie della torre di Hölderlin tradotte nel ’93) erano da tempo una piccola leggenda, che noi «intrampani universitari» (come ci ingiuria un racconto di Cinema naturale) coltivavamo passandoci sottobanco fotocopie impolverate e tutte sottolineate: la loro sospirata raccolta da parte di Jean Talon – che segue una parallela silloge sugli “antenati” italiani, Studi d’affezione – è una vera festa.

 

Bellissimo il titolo, Narrative in fuga. Si emancipa polemicamente dalla tradizione “seria”, s’è detto, la contro-tradizione dissepolta da Celati con lo scrupolo e l’emozione di un cercatore d’oro del Klondike (dall’«irruenza avventurosa» di Stendhal alla «furia dello sproloquio» di Céline; dal «mormorio della vita interna» di Michaux all’«atarassia già post-moderna» del Perec più sonnambulico; dalla «verità dell’incoscienza» di Gulliver al «viaggio senza meta» della Favola della botte – ri-tradotta nel ’90 –, sino alla «narrativa di visioni» di Flann O’ Brien e al «disordine delle parole» nell’Ulisse di Joyce: alfa e omega, oggetto della tesi di laurea nel climaterico ’63 e, mezzo secolo dopo, della traduzione integrale per Einaudi).

 

Ma lo stesso Celati mette a fuoco pure come proprio la «fuga» dei personaggi dalla «prigione» della «vita sociale», la «diserzione» dai «compromessi dell’uomo borghese», sia il pattern tematico e insieme l’ordine ritmico che collega tradizioni narrative, fra loro, anche così distanti. «La diversità è la mia legge!», bercia Céline; e sono tutti asociali terminali, vagabondi lunatici ossessionati dal «fuori», i «solitari» americani della bellissima antologia curata insieme a Daniele Benati nel 2006: dal Wakefield di Hawthorne all’Uomo della folla di Poe, dal Richiamo della foresta di Jack London all’ammutolirsi dei reduci di Hemingway. Il loro santo protettore è Bartleby, lo scrivano dell’omonimo racconto di Melville che a lungo ha ossessionato Celati: sino a una leggendaria edizione che nel ’91 allineava pure, in appendice, un’antologia di ben 88 diverse interpretazioni con puntiglio riassunte (e il più delle volte contestate). Nello stesso periodo ci si accaniva anche Giorgio Agamben, che vi vedeva la figura della vita «qualsiasi» (ossia quodlibet: «I’m not peculiar», dice lo scrivano, vero uomo senza qualità la cui stramberia si rivela segno, così, del suo «essere speciale»: perfetto rappresentante della nostra specie, ovvero – aveva detto qualche anno prima Gilles Deleuze – «il nuovo Cristo, o il fratello di noi tutti»).

 

Il silenzio è il destino di Bartleby, che s’incammina verso l’ultima tule della solitudine; ed è la sigla di quella che, percorrendo l’immaginario di Celati, ci appare una vera dialettica della solitudine. Vocazione del solitario – quello che campeggia nei paesaggi “alla Luigi Ghirri” della sua “seconda maniera” narrativa, in testi come Verso la foce o Quattro novelle delle apparenze – è quella di fuggire dall’in-differenza della «folla» (la «folla solitaria», come la chiamava già certa sociologia d’antan) isolandosi nel Fuori, ma solo per scoprire che il Fuori (come quello della Follia, «campo di enigmi che si estende dovunque intorno a noi»: che attrae lo Swift clinico osservatore di manicomi come il Celati che nelle more di Comiche trascriveva i deliri dei ricoverati; il Fuori che fagocita lo Hölderlin fattosi Scardanelli) è una forma ancora più radicale di in-differenziazione: disumano spazio neutro, grigio e spopolato, come quello delle isole Encantadas negli estremi racconti di Melville. «La solitudine si rivelava», conclude Celati la sua introduzione a Bartleby, «un’anticipazione decisiva della morte». Quel silenzio è figura della dissoluzione nell’indifferenziato fuori di noi: «un mondo dove tutto, essendo volatile come le parole», si legge sul finire dell’introduzione alla seconda Favola della botte, «è sempre sul punto di perdere significato e svanire all’orizzonte come le nubi in un giorno d’estate». Uno spazio vuoto e silenzioso dove restano solo il vento e l’erba che cresce: una natura leopardianamente indifferente, proprio come quella che campeggia alla fine di Bartleby. A quel silenzio oggi è condannato – per ironia di una sorte che raggela ogni sorriso – il maggior scrittore italiano vivente.

 

È un tesoro il numero di «Riga» (40 della serie, a riprendere e arricchire i materiali di un precedente fascicolo del 2008) dedicato a Gianni Celati e curato da Marco Belpoliti (già curatore nel 2016, insieme a Nunzia Palmieri, del «Meridiano» dedicato a Romanzi, cronache e racconti) con Marco Sironi e Anna Stefi (Quodlibet, pagg. 509, € 28). Come da tradizione, a materiali inediti e rari dell’autore cui è dedicata la rivista (miracolose le dieci pagine di un inedito Taccuino siciliano risalente al 1984; otto folgoranti interviste e un importante corredo di immagini) si affiancano articoli storici a lui dedicati, e saggi composti per l’occasione.

 

Gianni Celati, Narrative in fuga, a cura di Jean Talon, «Compagnia Extra» Quodlibet, pagg. 342, € 18 

[Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «Sole 24 ore» il 5 gennaio]

ARTICOLO RIPRESO DA https://www.leparoleelecose.it/?p=43155




LA LOTTA DI CLASSE L' HANNO VINTA I RICCHI

 

Le guerre dei ricchi


Salvatore Palidda
03 Gennaio 2022

Dal 2008 i ricchi sono sempre più ricchi ma è da quarant’anni che sono in guerra contro i poveri. Nuovi dati dimostrano che la pandemia ha ulteriormente accentuato questo processo: anche in Italia il numero di individui con un patrimonio investibile di un milione di dollari è cresciuto rispetto al 2019. Stati e media sono gli strumenti privilegiati di questa feroce aggressione pianificata, alimentata anche razzismo, sessismo e discriminazioni. “La guerra contro i poveri fa parte di un’economia politica che di fatto è più che mai criminale – scrive Salvatore Palidda – perché produce effetti devastanti in tutti i campi e rischia di condurre alla guerra planetaria…”

In un articolo pubblicato su Le Monde del 2022/01/01 l’economista Jeffrey Sachs sostiene che gli Stati Uniti sono diventati un paese di ricchi, per ricchi e da quarant’anni in guerra contro i poveri. In realtà questo vale un po’ sia per i paesi cosiddetti ricchi in Europa, in Nord America, più il Giappone, l’Australia, gli Emirati, l’Arabia Saudita, Israele e Corea del Sud.

Le conseguenze della gestione della crisi del 2007-2008 hanno costantemente fatto aumentare la ricchezza dei più ricchi del mondo e la povertà di almeno 150 milioni le persone che, inoltre, nel 2021 vivono in condizioni di estrema indigenza (secondo le stime della Banca Mondiale).

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Come scrivono alcuni media sulla base delle statistiche apposite, la pandemia ha ulteriormente accentuato questo processo. La ricchezza delle prime 500 persone più ricche della Terra è aumentata di mille miliardi, superando 8.400 miliardi di dollari, più del PIL di tutti i paesi del mondo, tranne Stati Uniti e Cina. Elon Musk (Tesla) e Jeffe Bezos (Amazon) si piazzano in testa a questa lista, seguiti dal francese Bernard Arnault, poi Bill Gates, Larry Page (Alphabet-Google) e Mark Zuckerberg (Meta-Facebook). A livello mondiale già nel 2020 la popolazione globale deglihigh-net-worth individual (individui con un patrimonio investibile di un milione di dollari) è cresciuta del 6,3 per cento, superando la soglia dei 20 milioni. In Italia se ne contavano oltre 300 mila, 9,2 per cento in più rispetto al 2019. A livello mondiale il patrimonio di questi HNWI è cresciuto del 7,6 per cento nel 2020, quasi 80mila miliardi di dollari e in Italia 593 miliardi (+2,3 per cento; il Pil italiano ammonta a 1.886 miliardi di dollari Usa). Ma la tassazione di questi ultraricchi è sempre risibile e nessuno Stato sembra avere l’intenzione o la forza di imporla. Questo non toglie che questi signori pretendono di essere dei grandi mecenati di opere caritatevoli e/o umanitarie attraverso le loro apposite fondazioni che contribuiscono non poco a far pubblicità ai loro prodotti magari con immagini e frasi apparentemente antirazziste e umanitarie (si pensi alla faccia tosta dei signori Benetton che dalla Patagonia alle autostrade e ai loro diversi luoghi delle loro delocalizzazioni hanno provocato sempre danno).

Umanità a perdere

Secondo Jeffrey Sachs da ben quattro decenni negli Stati Uniti s’è imposta la guerra contro i poveri. E come ben sappiamo questa guerra s’è di fatto generalizzata a tutti i paesi ricchi come guerra sicuritaria in nome della difesa della morale, del decoro e dei cittadini abbienti (vedi qui Polizie, sicurezza e insicurezze). In altre parole, l’aumento delle pratiche brutali delle polizie (nazionali e locali) è di fatto stata al cuore dell’economia politica per imporre supersfruttamento, aumento dei profitti e sempre più riduzione se non smantellamento delle politiche sociali e quindi anche della cosiddetta carità per i poveri oggi ridotta a ben poca cosa e subappaltata alle associazioni private (in Italia Sant’Egidio, Caritas, Pane Quotidiano ecc.).

Come scrive anche Sachs le incessanti «guerre culturali» (sicuritarie) hanno istigato razzismo, sessismo e ogni sorta di discriminazione e persecuzione della popolazione classificata come «umanità a perdere», indesiderabile. E secondo Sachs le guerre, cioè l’opzione voluta dalla lobby militare-poliziesca ha peggiorato il benessere generale anche nei paesi dominanti come gli Stati Uniti. In realtà Sachs trascura il fatto che il liberismo globalizzato non ha più le ambizioni del capitalismo industriale del XIX e XX secolo (di tipo keynesiano) che miravano all’alta produttività, alti profitti e pace sociale connessi al benessere generale. Il liberismo di oggi punta alla massimizzazione del profitto a tutti i costi e in particolare attraverso lo smantellamento dei costi sociali e del costo del lavoro, avvalendosi dell’asimmetria di forza e di potere a suo favore. I poveri di oggi sono non solo i miserabili dei secoli scorsi ma anche una parte ingente di lavoratori che hanno perso o non hanno mai avuto potere contrattuale. Si tratta dei milioni di supersfruttati che finiscono per scivolare nella totale povertà, indigenza e marginalità. E come segnala Sachs, è emblematico che uno dei primi ultra miliardari statunitensi, Warren Buffett, affermi già nel 2006 (sul The New York Times): “È la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che fa la guerre e noi siamo i vincitori”.

E per smantellare le politiche sociali e fare la guerra ai poveri, l’altro obiettivo fondamentale del dominio liberista è la sottomissione dello Stato e quindi delle amministrazioni internazionali, nazionali e locali ai padroni privati. Per far ciò i grandi gruppi economici si sono dotati di una molteplicità sempre più aggressiva e potente di lobbisti (si veda fra altri libro di Sylvan Laurens). È ormai riconosciuto che i lobbisti dei grandi gruppi economici siano in grado di condizionare se non fortemente assoggettare governi e Stati nazionali. Basta vedere anche la scelta della Commissione europea di classificare il nucleare come energia verde e salvare anche il carbone quantomeno sino al 2050. E basta constatare che dopo la COP 2015 di Parigi nessuna promessa di effettiva ed efficace transizione ecologica è stata rispettata e anzi il degrado dell’ecosistema s’è aggravato. Questo non già a causa dell’aumento della popolazione mondiale che secondo i ricchi sarebbe incontrollabile e costituirebbe la minaccia (lo spettro) del XXI secolo sovrapponendosi al cambiamento climatico e quindi scatenando migrazioni devastanti. Da qui la giustificazione della guerra alle migrazioni come scelta di tanatopolitica/far morire o lasciar morire e il mito di Musk di scappare nello spazio o su Marte, mentre tanti ricchi si costruiscono le loro sempre più sofisticate fortificazioni sulla Terra (per una critica di queste varie derive vedi Negazionismo, scetticismo o resistenze: dove va l’ecologia politica).

La concentrazione dei media

uno degli strumenti della guerra di classe dei dominanti sono ovviamente i media concentrati nelle mani di pochissimi fra i quali il multimiliardario Rupert Murdoch e in Italia la GEDI degli Agnelli.

La guerra di classe contro i poveri non è una novità negli Stati Uniti come in Europa (si pensi fra l’altro a diversi libri di Jack London). Ma quella scatenata sin dagli anni Settanta non ha paragoni nei due secoli precedenti. Sachs ricorda che nel 1971, un avvocato specialista di diritto delle imprese, Lewis Powell, elaborò una strategia (Confidential Memorandum – Attack on American Free Enterprise System, 23 agosto 1971) per rovesciare il progresso della democrazia sociale (su questi temi Joe Soss, Richard C. Fording e Sanford F. Schram hanno scritto Disciplinare i poveri. Paternalismo neoliberale e dimensione razziale nel governo della povertà, prossimamente edito da Mimesis, a cura di S. Busso e E. Graziano nella collana Cartografie sociali). Si ricordi anche che la letteratura sul governo della povertà è assai vasta ma quella che riguarda la sua transizione liberista è relativamente recente (fra altri vedi Wacquant, 2010; Rapport 2022 sur les inégalités mondiales, a cura di L. Chancel, T. Piketty, E. Saez, G. Zucman) e ha ignorato il passaggio alla tanatopolitica come opzione che oggi sembra tendere a primeggiare (vedi Umanità a perdere. Sindemia e resistenze).

Fu Richard Nixon a nominare Powell alla Corte suprema degli Stati Uniti nel 1971. Così tale Corte aprì al privato la possibilità di invadere l’amministrazione pubblica e in particolare le libertà di ingerenza e la privatizzazione della sanità e della previdenza sociale (si pensi alla potenza finanziaria delle assicurazioni delle pensioni). Successivamente Reagan diminuì le tasse dei ricchi, attaccò i sindacati e smantellò la protezione dell’ambiente. Un processo che da allora è diventato inarrestabile.

E come ben sappiamo il trionfo del liberismo nel nord America ha finito poi per penetrare anche in Europa. Tuttavia secondo le statistiche ancora oggi gli Stati dell’Unione Europea raccolgono come tasse circa 45 per cento del loro PIL, mentre il governo degli Stati-Uniti arriva a circa il 31 per cento del loro PIL. Ma questo non ha impedito anche in Europa i continui tagli alle spese sociali e in particolare alla sanità, alla pubblica istruzione, all’università e alla ricerca, tagli alle risorse per la prevenzione dei rischi sanitari, ambientali ed economici, mentre è aumentata a dismisura la privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, trasporti, poste e telecomunicazioni ecc.).

Guerra permanente

La differenza fra la speranza di vita nell’Unione Europea e quella negli Usa è solo di due, tre anni (negli anni Ottanta in Europa era più bassa). Nel 2019, le fortune dei più ricchi rispetto al PIL era di circa 11 per cento in Europa occidentale contro 18,8 per cento negli Usa, che emettevano 16,1 tonnellate di diossido di carbone per abitante, contro 8,3 tonnellate nell’UE.

Ben prima della pandemia da Covid-19 negli Stati Uniti s’è innescata una «epidemia» di “morti per disperazione” (sovradosi di medicinali e suicidi), un aumento dei casi di depressione, in particolare fra i giovani. E a livello politico è emerso il fenomeno Donald Trump, col suo pseudo-populismo e una potente capacità di distrazione di massa che è riuscita a istigare alla guerra contro i poveri col razzismo e il sessismo.

Biden si sta rivelando una alternativa fallimentare; l’aumento delle tasse federali non riesce a passare e i ricchi sono più che mai arroccati ai loro privilegi. Due terzi degli american citizens sono favorevoli a un aumento delle tasse sui ricchi e sulle imprese e banche. Ma è possibile che Biden perda le elezioni di metà mandato nel 2022 e ciò potrebbe far presagire il ritorno di Trump al potere nel 2024, fra disordini sociali, violenze, nuova distrazione di massa e restrizioni del diritto di voto negli Stati dominati dai Repubblicani.

E intanto gli american citizens sono sempre più aizzati contro la Cina sia da parte dei democratici che da parte dei repubblicani. La retorica anticinese come in una nuova guerra fredda si alimenta delle angosce o incertezze generate dallo stesso assetto economico e sociale statunitense. C’è proprio il rischio che siano proprio gli Stati Uniti a fomentare un’escalation verso una nuova fase di guerre permanenti e persino di guerra mondiale.

In altre parole la guerra contro i poveri fa parte di un’economia politica che di fatto è più che mai criminale perché produce effetti devastanti in tutti i campi e rischia di condurre alla guerra planetaria (si veda anche: Joseph Stiglitz, “Mes pronostics pour l’économie mondiale en 2022”).

Articolo ripreso da https://comune-info.net/le-guerre-dei-ricchi/


02 gennaio 2022

FRANCESCA TUSCANO, Ballata della polvere amara

 


ballata della polvere amara


c’è stato il tempo dei poeti ubriachi,

che vendevano gli angoli del giudizio,

e si compravano l’amore,

ogni sera diverso


ognuno aveva il suo antidoto,

anche se i più ne morivano,

e non cercavano spazi alfabetici

per l’apparenza di procedimenti in subordine


a quei tempi io non sapevo del corvo,

del suo piccolo occhio cattivo,

e credevo a parole vere per assonanza;

scrivevo “viole” e “rondine”


come fossero segni reali;

ero viva, della vita che non deve sapersi,

e persino il giorno del ragno

non mi disse che stavo sbagliando


del paradosso di chi osserva

conservavo stupore e vergogna;

pensavo di essere viva, sì, come tutti

nel tempo dilatato delle certezze;


pensavo di essere viva -

ma, per buona fortuna,

anche i brutti pensieri

sono destinati a passare.


FRANCESCA TUSCANO da Il tempo del corvo e del ragno



LEA MELANDRI, PRENDERSI CURA

 


La cura, una responsabilità politica

Lea Melandri
02 Gennaio 2022

Confinata nel privato e lasciata alla responsabilità della donna, la cura ha finito per fare tutt’uno col lavoro domestico, la mole di attività richieste dalla quotidianità di una casa, di una famiglia, ed è andata a confondersi con i legami affettivi, sessuali, amorosi, più intimi. Quando richiamiamo il concetto di cura per riparare il mondo dobbiamo partire da qui. «La “normalità” a cui non possiamo più tornare – scrive Lea Melandri – è la divisione sessuale del lavoro, la cura come “naturale” destino femminile, anziché responsabilità collettiva…»

La “normalità” a cui non possiamo più tornare è la divisione sessuale del lavoro, la cura come “naturale” destino femminile, anziché responsabilità collettiva. La cura è una necessità degli esseri umani, sia come risposta a bisogni essenziali quando non si è in condizione di autosufficienza – il bambino, l’anziano, il malato -, sia come attenzione, affetto, riconoscimento da parte dei propri simili, di cui ogni individuo ha bisogno per vivere. “Non si vive di solo pane”. Si può morire di dolore, di solitudine, di indifferenza. Che cosa ha impedito allora di essere riconosciuta come tale e affrontata con l’impegno collettivo che merita?

Ora, la prima e la più duratura delle pregiudiziali che hanno impedito finora di vedere la cura come necessità, responsabilità collettiva e scelta, è il fatto che nella storia che conosciamo e che è arrivata fino a noi la cura è diventata il destino “naturale” della donna, considerata come genere e non come individuo. È dalla capacità biologica di fare figli, dalla maternità, che vengono fatte discendere, deterministicamente, le doti tradizionali femminili: riproduzione della vita, dedizione all’altro, capacità di ascolto e di mediazione dei conflitti, responsabilità della casa e della famiglia. Nel Disagio della civiltà, Freud indica come fondamenti della vita in comune la “coercizione al lavoro” e la “potenza dell’amore”, riconoscendo in questo binomio anche la differenziazione tra i ruoli del maschio e della femmina, e il rapporto di potere di un sesso sull’altro. In realtà, una separazione netta tra amore e lavoro non c’è mai stata. Oggi si può dire che, saltati i confini tra privato e pubblico, tra il corpo e la polis, le due sfere si vanno confondendo: da un lato, la cura e il lavoro domestico diventano in parte lavoro salariato, dall’altro le trasformazioni del lavoro produttivo, sempre più immateriale, cominciano a considerare le “doti femminili” una “risorsa”. Il lavoro di cura entra oggi visibilmente nell’economia, ma i legami ci sono sempre stati. La cura dei figli, della famiglia, della casa sono da sempre, come dice Antonella Picchio, “un grande aggregato dell’economia generale”.

La ragione principale dell’occultamento che impedisce tuttora di affrontare alla radice la divisione sessuale del lavoro, e di vedere le conseguenze che ha sulla relazione tra uomini e donne, va ricercata nel fatto che la conservazione della specie si è venuta a confondere con la maternità e con l’amore – amore per un figlio, per un uomo, per una persona particolarmente cara -, e con l’intreccio tra amore e dominio. Le cure che le donne elargiscono all’interno della famiglia come madri, mogli, sorelle, nuore, a bambini, malati, anziani, ma anche uomini in perfetta salute, sono al centro di un paradosso, di una contraddizione che oggi arriva, sia pure lentamente, alla coscienza, ma di cui troviamo tracce inequivocabili nel passato.

Per J.J. Rousseau, la maternità, insieme alla seduzione erotica, è una delle “attrattive” che rendono la donna potente agli occhi dell’uomo, il quale dipende da lei per la nascita, le prime cure e le prime sollecitazioni sessuali, l’educazione. Ma è anche, proprio per questo, la ragione della sua esclusione dal “contratto sociale”.

Nel capovolgimento, che vede il più debole diventare il più forte, alla donna viene chiesto di vivere “in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, farsene amare e onorare, allevarli da piccoli, averne cura da grandi, consigliarli, consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce”. Di quanto le donne abbiano a loro volta confuso la forza con la debolezza, l’amore per l’altro con la cancellazione di sé, la cura materna di un figlio con la dedizione amorosa a un marito, un amante, sono testimonianza alcuni frammenti di “lucida intuizione” di Sibilla Aleramo.

“Impulsi intimi di dedizione, compiacimento nel donarsi e nel far felice l’essere amato anche senza gioia propria. 1908”. “Ero schiava della mia forza, della mia creatrice immaginazione ormai… il mio potere era questo, far trovare buona la vita. La mia forza era di conservare tale potere, anche se dal mio canto perdessi ogni miraggio. Amore senza perché, senza soggetto quasi”.

Questo “sacrificio di sé” nella cura dell’altro è quello che la cultura maschile ha ritenuto essere la “naturale” estensione della maternità e del rapporto madre-figlio a ogni rapporto adulto: madre comunque e sempre, anche se vergine (Mantegazza, Michelet). Il rimprovero che Emilio Cecchi fa all’Aleramo è, in questo senso, illuminante: “Nessuna virtù materna, o dono incondizionato, che la faccia rivivere nell’altro, negandola. Non ha bisogno che di sé”. Vale la pena di soffermarsi su questo aspetto della cura, perché, al di là dell’“atto sacrilego” che è la rinuncia alla propria individualità, la dipendenza materiale a cui tiene vincolato l’uomo-figlio pesa drammaticamente anche sul desiderio di ogni individuo di rendersi autonomo rispetto al corpo che l’ha generato e da cui ha ricevuto le cure necessarie nell’infanzia. Nel momento in cui non è riconosciuta alla donna un’individualità propria, il bisogno legittimo di curarsi di sé, di potersi esprimere attraverso una molteplicità di manifestazioni di vita, la figura che il figlio si lascia alle spalle crescendo resta quella della madre che lo richiama all’antico legame fusionale, che sembra volerlo perennemente bambino, bambina lei stessa che non ha mai smesso di giocare con le bambole.

L’arresto nel processo di individuazione della donna fa scendere inevitabilmente un’ombra minacciosa anche sull’individuazione e sull’autonomia dell’uomo-figlio.La fissità nel ruolo di madre innalza la donna immaginariamente come minaccia di dipendenza perenne agli occhi del figlio diventato uomo. Per liberarsi di quell’ombra che dall’infanzia si prolunga sulla sua vita adulta, sembra che l’unica soluzione sia l’assorbimento in sé della madre: negarla come esistenza fuori di lui, perché possa vivere solo attraverso la sua vita, la sua riuscita nel mondo. “La mamma è l’unica persona – scrive Michelstaedter nell’ultima lettera alla madre – che può voler bene così, senza mai aver bisogno di affermare la sua individualità e senza che questo le sia un sacrificio”.

Per celebrare la sua autonomia nella sfera pubblica, la comunità storica degli uomini ha avuto bisogno di cancellare i suoi vincoli biologici: la nascita dal corpo femminile ma anche tutto ciò che è inscritto nell’essere corpo (fragilità, dipendenza, mortalità). Per esaltare le potenzialità del pensiero si è accanita sulla natura fino ad alterarne, forse irrimediabilmente, gli equilibri. La svalutazione del corpo, dei bisogni e delle vicende che lo attraversano – la sessualità, l’invecchiamento, la malattia, ecc. – ricade, di conseguenza, sulle cure necessarie per tenerlo in vita, e sul sesso femminile che ne è stato considerato depositario per natura.

Confinata nel privato e lasciata alla responsabilità della donna, la cura ha finito per fare tutt’uno col lavoro domestico, la mole di attività richieste dalla quotidianità di una casa, di una famiglia, ed è andata a confondersi con i legami affettivi, sessuali, amorosi, più intimi. Di qui la gratuità e l’ invisibilità , che hanno impedito finora di vederla come risposta necessaria ai bisogni essenziali dell’umano, una responsabilità che non riguarda la morale femminile ma l’”etica pubblica” (Joan Tronto).


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