Riprendiamo
il tema già trattato del commercio degli schiavi nell'Atlantico,
proponendo alcune pagine da “Marxismo negro. La formación de la
tradición radical negra” di Cedric J. Robinson, in cui si dimostra
come la tratta iniziò grazie agli ingenti investimenti di capitale
da parte della borghesia genovese.*
La
borghesia genovese e l'età della scoperta
Ancora
più importanti di queste relazioni politiche, tuttavia, e più
direttamente collegate al nostro interesse per i portoghesi come
forza storica che pose le basi per la tratta degli schiavi
dell'Atlantico, furono i mercanti e i banchieri di origine italiana
stabiliti in Portogallo (e nei regni spagnoli) durante quel periodo.
Anche se l'uso che Verlinden fa del termine "nazione" è
figurativo piuttosto che politico, la sua valutazione del ruolo
storico di quei capitalisti è utile:
l'Italia
fu l'unica nazione veramente colonizzatrice durante il Medioevo.
Dall'inizio delle crociate, Venezia, Pisa, Genova, poi Firenze e
l'Italia meridionale sotto gli Angioini, così come sotto gli
Aragonesi, erano interessati al Levante e alle possibilità
economiche e coloniali che vi offriva il graduale declino dell'impero
bizantino. Fu all'incirca nello stesso periodo che i mercanti
italiani apparvero nella penisola iberica e ottennero un'influenza
che doveva persistere fino al periodo moderno, sia nell'economia
europea che in quella coloniale.10
Virginia
Rau nota che "i primi riferimenti documentari disponibili sulle
attività dei mercanti italiani in Portogallo risalgono al sexcolo
XIII. Quando iniziamo a sentirne parlare, erano già entrati
coraggiosamente nel mercato monetario portoghese.
Questi
"commercianti italiani" erano in realtà (in ordine di
importanza) genovesi, e figli di Piacenza, Milano, Firenze e Venezia.
Rau spiega inoltre che nel XIV secolo, il cui inizio fu
opportunamente segnato dalla nomina da parte del re Dinis [Dionisio
"il Labrador"] di un genovese (Manuel Pessanha [Emanuele
Pessagno]) all'ammiragliato portoghese nel 1317, Lisbona era
diventata "il grande centro del commercio genovese".
Con
Lisbona e Porto come basi operative, i capitalisti-traders genovesi
[. ...] si integrarono in tutta la struttura del potere portoghese,
servendo come prestatori di denaro alla monarchia, finanziatori delle
ambizioni e delle avventure dello stato, monopolisti in base a carte
di sicurezza reali, e infine nobili portoghesi attraverso una serie
di eventi che includono decreti reali, matrimoni con la nobiltà
nativa e la partecipazione a progetti militari organizzati dallo
stato.
Proprio
come l'esempio di Rau sulla famiglia Lomellini suggerirebbe- a
partire dalla comparsa del mercante Bartholomeu Lomellini in
Portogallo nel 1424 fino all'integrazione dei suoi eredi e parenti
nell'aristocrazia terriera di Madeira e nella nobiltà peninsulare
verso la fine del secolo - e, i principi mercanti genovesi ebbero
molto più successo nel loro adattamento rispetto ai loro concorrenti
compatrioti (cioè italiani).
A
differenza degli arroganti veneziani, i genovesi si resero
disponibili finanziariamente, intellettualmente e fraternamente ai
loro ospiti. Come ha osservato Wallerstein:
Nella
misura in cui [la borghesia portoghese] mancava di capitale, lo
trovava facilmente disponibile nei genovesi, che, per ragioni proprie
legate alla loro rivalità con Venezia, erano disposti a finanziare i
portoghesi. E il potenziale conflitto tra gli indigeni e la borghesia
straniera fu smorzato dal desiderio dei genovesi di incorporarsi alla
fine nella cultura portoghese.
Mentre
i veneziani continuavano a concentrarsi sul dominio del Mediterraneo,
e i fiorentini sul loro commercio continentale e nord-atlantico di
banche e lana, i genovesi si posizionarono per trarre vantaggio dal
commercio che alla fine sarebbe progredito dal Maghreb al medio
Atlantico e infine al commercio transatlantico. A metà del XV secolo
fu il loro capitale a determinare la direzione e il ritmo della
"scoperta". Verlinden osserva:
Lagos
[Portogallo] divenne, dal 1310 circa, un porto importante sulla rotta
dei convogli italiani verso l'Europa nord-occidentale. Se si ricorda
che Lagos, molto più di Sagres, fu il punto di partenza delle prime
scoperte portoghesi, l'importanza dei legami stabiliti lì con
marinai e imprenditori italiani diventa più evidente.
Inoltre,
fu lo status privilegiato di questi italiani in Portogallo a
facilitare l'elaborazione a Roma della rivendicazione portoghese che
si tradusse in bolle papali a protezione del commercio portoghese e
dell'imperialismo statale.
E
furono i capitalisti genovesi a sostenere i legami tra le classi
dirigenti inglesi e portoghesi, favorendo una relazione con il
commercio inglese e lo stato inglese che era direttamente
complementare alla loro presenza in Portogallo. In Inghilterra, come
in Portogallo, i genovesi costituivano la maggioranza dei mercanti
italiani, che a loro volta costituivano la maggioranza dei mercanti
stranieri in quel regno durante il XV secolo.
Anche
lì ottennero esenzioni reali dalle tasse e dalle restrizioni
commerciali, e riuscirono a monopolizzare le merci importate, come le
medicine straniere (come la melassa medica) e altre droghe in voga in
quel secolo, così come il sughero e lo zucchero portoghesi, dopo
essersi assicurati una posizione di monopsonio nei loro punti di
origine. Infine, anche in Inghilterra, come prestatori di denaro per
i loro re e come intermediari e commercianti per i monopoli reali,
arrivarono ad occupare posizioni importanti nel commercio inglese:
Invano
gli inglesi protestarono contro i lussuosi privilegi ottenuti da
questi mercanti dai re bisognosi, di cui erano diventati i
finanziatori, chiedendo che si limitassero a beni di loro
fabbricazione; incapaci di competere in ricchezza con le potenti
città italiane, le piccole città inglesi ricevettero poca
attenzione.
In
un'Inghilterra dilaniata dalla guerra civile, dagli intrighi di
palazzo e da una classe aristocratica in ascesa, l'appoggio
finanziario degli italiani insieme al loro commercio e alle
concomitanti fonti di informazioni poteva essere decisivo. La
monarchia inglese, con i suoi collaboratori commerciali e finanziari
italiani e non, si assicurò per il momento una certa indipendenza
dalle sue classi aristocratiche e borghesi autoctone. Così i
capitalisti italiani erano in una posizione decisiva per determinare
il ritmo, il carattere e la struttura del primo commercio
transatlantico di schiavi per il secolo successivo. Senza di loro e
senza la complicità di una parte dell'aristocrazia inglese e delle
classi mercantili portoghesi e inglesi, e, naturalmente, della
nobiltà clericale di Roma, è dubbio che ci sarebbe mai stato un
impero portoghese, e senza quell'impero nulla sarebbe stato come è
stato.
Cedric
J, Robinson, Marxismo negro. La formación de la tradición radical
negra, Madrid 2019, Editorial Traficantes de Sueños, pp. 200-203
*
Per rendere più scorrevole il testo sono state omesse le numerose
note
(Traduzione
dallo spagnolo nostra)