07 gennaio 2022

RISCRIVERE LA NATURA / ATTRAVERSARE IL PAESAGGIO

 



E’ appena uscito il numero XXIV de «L’Ulisse – rivista di poesia, arti e scritture», dedicato al tema monografico “Riscrivere la natura / Attraversare il paesaggio. La rivista, da questo numero ospitata in un nuovo sito dedicato che raccoglie l’archivio dei numeri precedenti, è scaricabile gratuitamente qui. Pubblichiamo a seguire l’editoriale e l’indice del numero

 

Editoriale 

di Stefano Salvi e Italo Testa

 

Il numero XXIV de L’Ulisse è dedicato al tema Riscrivere la natura / Attraversare il paesaggio. Si è a lungo assunto, nella critica letteraria e filosofica del secondo Novecento, che il discorso sulla natura rappresentasse una forma regressiva o fosse diventato ormai impossibile in poesia. Nonostante il verdetto circa la “fine” o la “morte della natura”, la questione del rapporto dialettico tra natura e storia, natura e cultura, tra scienze naturali e letteratura, ha continuato tuttavia ad attraversare in forma carsica la tradizione del secondo Novecento, dentro, dietro e attraverso il paesaggio, per tornare infine di prepotenza nell’ultimo decennio al centro dell’immaginario, alla luce dei dibattiti sul cambiamento climatico e la crisi ecologica, l’antropocene e gli effetti geologici delle nostre forme di vita. Oltre l’idillio bucolico, la natura come risorsa da dominare, l’immagine museale del paesaggio da conservare o dell’ambiente da proteggere quale riserva, emerge ora nella scrittura e nell’arte contemporanea più avvertita la consapevolezza di una pluralità di legami che connettono tra loro forme di vita differenti, ecosistemi, tecnologie, frammenti di natura e storia. La natura, le nature, in forma plurale, ibrida, frammentata, tornano così ad essere focali anche nel mondo dell’espressione, e a interrogarci frontalmente sull’ontologia dell’attualità, sulla direzione delle trasformazioni radicali e inedite cui stiamo andando incontro collettivamente e individualmente.

Il nuovo numero de L’Ulisse intende in tal senso chiedersi in che modo la poesia contemporanea, in dialogo le arti figurative, il pensiero filosofico e le scienze naturali e sociali, sia impegnata in un processo di riscrittura della natura, intercettando fenomeni di sincronizzazione, anche disastrosa, tra elementi eterogenei, parlandoci dei cambiamenti di scala che essi comportano, della dislocazione in corso del confine tra umano e non umano, delle metamorfosi inedite che attraversano il paesaggio de-caratterizzato del nostro tempo.

L’indagine è focalizzata su un arco cronologico che va dal secondo Novecento sino alle scritture più recenti, con attenzione ad autori italiani ma anche ad altre tradizioni linguistiche e culturali, esplorando anche territori limitrofi, in cui si intersecano poesia, arte figurativa, filosofia, psicanalisi, scienze sociali e naturali.

 

La parte monografica del numero, con la sezione POESIA DELLA NATURA NEL SECONDO NOVECENTO, è aperta da un saggio di Andrea Bongiorno che analizza in prospettiva geocritica il ruolo della memoria e dell’io nella costruzione del paesaggio in Eugenio Montale. La rappresentazione della continuità, e discontinuità, con la natura, in Mario Luzi Italo Calvino, è presa a tema da Lucia Masetti. La dimensione psichica del paesaggio nell’opera di Paolo Volponi è l’oggetto dello studio di Roberto Gerace, mentre la dimensione fisio-bio-logica della scrittura di Andrea Zanzotto è al centro dell’indagine di Diego Terzano. Se il rapporto tra i paesaggi geografici del Friuli e dell’Appennino, da un lato, e delle immagini di città dall’altro, è l’ottica con cui Erminio Risso attraversa l’opera di Pier Paolo Pasolini, Beniamino Della Gala rintraccia nella dicotomia città/campagna il filo conduttore della rappresentazione della narrazione della sconfitta generazionale e dispersione spaziale del dopo Sessantotto in autori quali Luciano BianciardiNanni Balestrini e Renzo Paris. Al rapporto tra scienza naturale e poesia nel percorso di Pierluigi Bacchini è dedicato infine l’intervento di Paolo Briganti.

 

La sezione FOCUS FORTINI attraversa il nesso dialettico tra natura e storia, metrica e biologia nella poesia di Franco Fortini, nel rapporto con il lavoro di Italo Calvino e Ernesto De Martino, con l’intervento di Giuseppe Palazzolo, con particolare attenzione a Composita solvantur nel contributo di Elena Niccolai e quindi, nel saggio di Luca Mozzachiodi, leggendo Paesaggio con serpente nel confronto con la teoria critica francofortese e il materialismo storico.

 

Interviene sulla poesia italiana più recente la sezione ANTROPOCENE E TERZO PAESAGGIO NELLA POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA, che ospita i contributi monografici: di Emma PavanFrancesco BrancatiCamilla Marchisotti e Mauro Candiloro dedicati rispettivamente al paesaggio nell’opera di Fabio Pusterla, in Umana gloria di Mario Benedetti e nelle Geografie di Antonella Anedda, ed alla poesia aneddiana intesa come “respiro pastorale”, nonché – se ne occupa Francesco Ottonello – al rapporto tra antropocene, antropocentrismo e scienza naturale in Franco Buffoni. Ad uno studio panoramico, alla luce del material ecocriticism, delle “antroposcene” della poesia italiana contemporanea, e del tipo di ontologia relazionale post-antropocentrica che mettono in gioco, è dedicato il contributo di Lucia Della FontanaJacopo Turini sonda il macro-tema dello scavo nel sottosuolo nella poesia degli ultimi trent’anni, individuando nel motivo frammento e nella stratificazione geologica un momento latamente civile di indagine sul presente, mentre Gianluca D’Andrea studia in un modo geograficamente situato gli orientamenti spazio-ambientali della poesia contemporanea in alcuni autori siciliani. Muovendo dall’analogia tra poesia e terzo paesaggio, Sara Vergari riflette infine sulla trasformazione dell’antologia di poesia negli ultimi decenni da strumento canonizzante e gerarchico, a mappatura inclusiva, rifugio di diversità e luogo del possibile.

 

Alle trasformazioni della rappresentazione del paesaggio nella narrativa contemporanea è dedicata la sezione PAESAGGI IN PROSA,  che si apre con un contributo di Simone Pettine sul romanzo-paesaggio di Francesco Biamonti, mostrando come in Attesa sul mare le ambientazioni in Liguria e Bosnia siano connessi ad un senso del declino. Massimiliano Manganelli Giorgia Ghersi intervengono quindi sul motivo del postumano, del postnaturale e del terzo paesaggio nell’opera di Francesco Pecoraro. La rappresentazione dei luoghi e dello spazio in un fototesto di Giorgio Falco e Sabrina Ragucci è infine il tema dell’articolo di Gianluca Picconi.

 

La sezione TERRITORI LIMITROFI compie alcune incursioni sulle tematiche ambientali nell’intreccio tra poesia, filosofia, arte contemporanea e psicanalisi. Chiara Zamboni riflette sulle scrittura della natura e della soggettivazione in alcune scrittrici e pensatrici femministe contemporanee che hanno saputo mettere a tema la connessione del vivente secondo modalità che vanno oltre la dicotomia natura/cultura e la centralità dell’io. Margherita Labbe offre un excursus sul rapporto tra arte figurativa, natura e ecosistema, a partire dal Novecento sino al presente. Elisa Gianni infine ritraccia i legami psicoanalitici e poetici, tra landscapes e mindscapes,  nel dialogo tra la scrittura di Vittorio Lingiardi e Laura Pugno.

 

La parte monografica della rivista si conclude quindi con la sezione ALTRI SGUARDI, che affronta con taglio comparatistico le tematiche del numeroSe Ginevra Latini tratta la riscrittura della natura in termini lucreziani in Francis PongeRaymond Queneau e Italo CalvinoAlberto Fraccacreta, attraverso il concetto di “natura guardata” e strumenti dell’ecologia radicale, analizza tre diverse modalità di fissazione dell’elemento naturale (luogo, spazio, ambiente) in autori quali Philippe JaccottetValerio Magrelli e Forrest GanderFrancesco Deotto indaga il rapporto tra letteratura e rifiuti in un tempo, come quello presente, che è stato caratterizzato non solo come antropocene, ma anche come ‘epoca dell’immondizia’, leggendo in tal senso  Georges BatailleDon DeLilloNada Gordon e Fabio PusterlaLorenzo Mari interpreta alcuni momenti della poesia angloamericana contemporanea alla luce delle categoria, elaborata da Joyelle McSweeney, di dark pastoral (pastorale oscura), vista come tropo letterario di esposizione che rende manifesti alcuni aspetti ambientali del capitalismo industriale. Eugenia Nicolaci mappa l’attraversamento/traduzione della natura come spazio insieme fisico e fantastico nel rapporto che Anne Carson istituisce con i frammenti di Mimnermo nella sezione d’apertura di Plainwater. Mentre nella descrizione del paesaggio in Philip Larkin Claudia Crocco rintraccia una  rappresentazione non idillica della natura, che fuoriesce dalle coordinate del romanticismo, Silvia Giudice tematizza il modo in cui l’ambivalenza esistenziale e metapoetica della figura del mare come paesaggio, in autori del classicismo moderno quali Eugenio Montale, Thomas S. Eliot e Paul Valéry, testimoni un rapporto  con la natura di tipo post-tradizionale, che rifiuta il modello fusionale simbolista. Alla presenza di una lirica dell’antropocene postromantica nella poesia tedesca contemporanea, e al suo rapporto complesso con la tradizione della Naturlyrik, è dedicato infine il saggio di Ulisse Dogà sul lavoro poetico e teorico di Daniel Falb.

 

Chiudono il numero, come al solito, le due sezioni di Autori. Le LETTURE accolgono in questo numero scritture inedite, con un forte legame con il tema monografico, di Marco Bini, Guido Cavalli, Bernardo De Luca, Alessandra Greco, Eugenio Lucrezi, Andrea Inglese, Annalisa Manstretta, Alessandro Mantovani e Marco Todoverto. I TRADOTTI presentano una scelta di traduzione: Madhur Anand  tradotto da Monica Boria, Maria Borio tradotta da Julia Pelosi-Thorpe, Jenny Mastoraki tradotta da Katerina Papatheu, Peer Krisztián tradotto da Dimitri Milleri e Noemi Nagy.

INDICE DEL NUMERO

IL DIBATTITO

 

POESIA DELLA NATURA NEL SECONDO NOVECENTO

Andrea BongiornoIl paesaggio antropocenico in Montale pag. 8
Lucia MasettiLa natura in Luzi e Calvino pag. 22
Roberto GeracePaesaggio come involucro psichico in Volponi pag. 35
Diego TerzanoBiodicea minima di Zanzotto pag. 48
Erminio RissoLa natura e la città in versi in Pasolini pag. 69
Beniamino Della GalaEsilî nella natura dopo il lungo Sessantotto pag. 99
Paolo BrigantiBacchini ‘poeta scienziato’? pag. 117

 

FOCUS FORTINI

Giuseppe PalazzoloFortini tra natura e cultura pag. 125
Elena NiccolaiLe nature di Composita solvantur pag. 139
Luca MozzachiodiNatura dialettica in Paesaggio con serpente pag. 148

 

ANTROPOCENE E TERZO PAESAGGIO NELLA POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA

Emma PavanDire il paesaggio in Pusterla pag. 166
Francesco BrancatiSguardo, paesaggio, soggetto in Benedetti pag. 174
Camilla MarchisottiLe Geografie di Anedda pag. 188
Mauro CandiloroLa poesia aneddiana come respiro pastorale pag. 205
Francesco OttonelloScienza e antropocene in Buffoni pag. 214
Lucia della FontanaLa poesia allřepoca dell’Antropocene pag. 226
Jacopo TuriniScavi archeo-logici nel contemporaneo pag. 235
Gianluca D’AndreaOrientamenti spazio-ambientali nella poesia siciliana pag. 247
Sara VergariL’antologia di poesia come Terzo paesaggio pag. 282

 

PAESAGGI IN PROSA

Simone Pettine, Paesaggio e declino in Biamonti pag. 288
Massimiliano Manganelli«La natura è di destra»: Pecoraro pag. 296
Giorgia GhersiSullo Stradone di Pecoraro pag. 299
Gianluca PicconiEssere l’audiofono: su Falco pag. 306

 

TERRITORI LIMITROFI

Chiara ZamboniConnessioni e scrittura pag. 313
Margherita LabbePaesaggio, arte, ecosistema pag. 322
Elisa GianniPoesia, scrittura e psicoanalisi pag. 333

 

ALTRI SGUARDI

Ginevra LatiniLa natura lucreziana in Ponge, Queneau e Calvino pag. 341
Alberto Fraccacreta, La ‘natura guardata’: Jaccottet, Magrelli, Gander pag. 355
Francesco DeottoLetteratura e rifiuti: Bataille, DeLillo, Gordon, Pusterla pag. 367
Lorenzo MariPastorali (non) americane. pag. 381
Eugenia NicolaciTradurre la natura: Carson/ Mimnermo pag. 399
Claudia CroccoLa natura nella poesia di Larkin pag. 405
Silvia GiudiceIl mare di Montale, Eliot e Valéry pag. 414
Ulisse DogàFalb, poeta e teorico dell’antropocene pag. 424

 

GLI AUTORI

 

LETTURE

Marco Bini pag. 440
Guido Cavalli pag. 444
Bernardo De Luca pag. 448
Alessandra Greco pag. 451
Eugenio Lucrezi pag. 458
Andrea Inglese pag. 463
Annalisa Manstretta pag. 465
Alessandro Mantovani pag. 469
Marco Todoverto pag. 476

 

I TRADOTTI

Madhur Anand tradotto da Monica Boria pag. 485
Maria Borio tradotta da Julia Pelosi-Thorpe pag. 490
Jenny Mastoraki tradotta da Katerina Papatheu pag. 496
Peer Krisztián tradotto da Dimitri Milleri e Noemi Nagy pag. 504



ARTICOLO RIPRESO DA https://www.leparoleelecose.it/?p=43181



06 gennaio 2022

SUL POPOLO MINORENNE

 


"Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile! Scolpita nel tempo.
Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare.
A noi il dovere di reprimere"

Parole del Commissario di PS, protagonista del film di Elio Petri (1970) che scavava nel marcio della nostra società; parole sempre attuali.

FINALMENTE DIVENTA OBBLIGATORIO VACCINARSI!

 


MEGLIO TARDI CHE MAI!

Per commentare la tardiva decisione del Governo mi piace utilizzare stamattina una vignetta del mio caro amico Carlo Greco. (fv)


I. MARGARESE racconta il MONACIELLO DI ANNA MARIA ORTESE

 




Genius loci: Anna Maria Ortese e il Monaciello di Napoli

 

A CURA DI IVANA MARGARESE

 

 

Elio Vittorini presentando Il mare non bagna  Napoli definì Anna Maria Ortese con un’espressione capace di descrivere benissimo il talento e la produzione della scrittrice, fin dai suoi esordi, una «zingara assorta in sogno».
E alla produzione giovanile di Anna Maria Ortese appartengono due racconti, in un certo qual modo onirici, dal titolo Il Monaciello di Napoli e Il fantasma, che apparvero quando la scrittrice era poco più che venticinquenne su due riviste: Ateneo Veneto e Nove Maggio.
La loro lettura ha la virtù di riportare indietro nel tempo, quando bambini ci immaginavamo interagire con creature fantastiche, giocare con loro, confidargli i nostri segreti e talora fuggire mossi da un timore vago a cui non riuscivamo a dare un chiaro significato. Il Monaciello di Napoli e Il fantasma ci riconducono a questo spazio di memoria e sogno, in cui le emozioni sono intense ma ancora intorpidite e si sosta pieni di attese sulla soglia:

 

Del resto, o Lettore intelligente, credi proprio che la vita sia così semplice come appare? Non hai mai, in nessun momento della tua vita, per esempio un giorno di maggio, avvertito nell’aria, coll’odor dei fiori e la danza delle farfalle, l’esistenza di un mondo più brillante, più gioioso e soave? E d’inverno, quando il vento urlava terribilmente intorno alla tua casa, con alti gridi un po’ meccanici un po’ umani, e tu sedevi ben caldo nella tua poltrona, non ti è mai accaduto di avvertire, in quella voce un po’ disuguale e dolorosa, il lamento e la ribellione di povere creature inimmaginabili ? Certo che sì, lettore. Essi sono nascosti dovunque, e ci guardano con occhi sì puri, sì dolci, sì pieni di lagrime e raggianti d’amore. Fate dalle sottili trecce bionde, gnomi, coboldi, spiritelli, fino al caratteristico Monaciello napoletano, di cui parlava mia Nonna, questi esseri vivono, vivono!

 

Queste creature incarnano l’irreale che tanta parte ha nelle nostre vite, ma che è stato secondo Ortese negato e messo al bando dalla visione umana del progresso positivista. Ortese in Corpo celeste peraltro afferma di credere in tutto ciò che non vede e di credere poco in quello che vede:

 

Per fare un esempio: credo che la terra sia abitata, anche adesso, in modo invisibile. Credo negli spiriti dei boschi, delle montagne, dei deserti, forse in piccoli demoni gentili (tutta la Natura è molto gentile). Credo anche nei morti che non sono più morti (la morte è del giorno solare). Credo nelle apparizioni. Credo nelle piante che sognano e si raccomandano di conservare loro la pioggia. Nelle farfalle che ci osservano, improvvisando, quando occorra, magnifici occhi sulle ali. Credo nel saluto degli uccelli, che sono anime felici, e si sentono all’alba sopra le case… In tutto credo, come i bambini. In una sola cosa non credo: nell’uomo e nella donna, che esistano ancora. Posso sbagliarmi, ma essi mi sembrano ormai luoghi comuni, simulacri di antichi modelli, canne vuote, dove, nelle notti d’inverno, fischia ancora, piegandole, il vento dell’intelligenza, che li sedusse e distrusse.

 

Altro tema di entrambi i racconti è quello delle prime ferite d’amore, in cui gli inizi dei sentimenti si accompagnano con il presentimento di essere trasparenti per coloro che amiamo, di sembrare goffi. Ci si percepisce ignorati e al contempo pieni di desideri. Questo sentire di cui parla Ortese può facilmente essere accostato ai versi di una nota poesia di Saffo che nella traduzione di Salvatore Quasimodo recita così: A me pare uguale agli dei/chi a te vicino così dolce/suono ascolta mentre tu parli/e ridi amorosamente. Subito a me/il cuore si agita nel petto/ solo che appena ti veda, e la voce/ si perde sulla lingua inerte./ Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, e ho buio negli occhi e il rombo/ del sangue alle orecchie./ E tutta in sudore e tremante/ come erba patita scoloro/ e morte non pare lontana/ a me rapita di mente.

 

Questo percepirsi come inesistente appartiene al vissuto della Ortese, così come gli amori non corrisposti ma vissuti con grande intensità. Nell’intervista sull’infanzia a Dacia Maraini, raccolta con quelle di altri artisti dall’editore Bompiani col titolo E tu chi eri?, racconta di essersi innamorata per la prima volta a dodici anni di un ragazzo arabo. Poco prima di partire da Tripoli. Un amore che conosceva solo lei – dice – esprimendo tutto lo stupore dei primi amori:

Lo guardavo camminare. Mi piaceva il suo corpo minuto, leggero. Era la prima volta che scoprivo la magia di un’altra persona.

Nel racconto Il fantasma la protagonista ragazzina temendo che il suo sentimento di amore segreto sia visibile a tutti prova imbarazzo e persino terrore:

Mi parve che tutti, sì, tutti, dovessero già essere a parti di tanto segreto, che solo di ciò tutti fossero sì arcanamente tristi e preoccupati. Mi sentii morire. Ripensandoci capisco che lontanissimo doveva essere dalla mente di Zio Alberto, come da quella degli altri parenti, non dico la certezza, ma il solo sospetto e persino il desiderio di conoscere quanto in quel momento addolorava l’anima mia. Ma così è. Quando la passione ci agita, noi crediamo che il fragore angoscioso di quelle onde debba necessariamente raggiungere gli astri: non riflettiamo che invece sì piccolo, sì lieve nel gran mondo il rumore di un’anima.

 

Ma torniamo al monaciello di Napoli. Chi è il monaciello? È una sorta di genius loci, di spiritello del luogo, di natura sia benefica, che dispettosa, che abita gli armadi delle case. È ribelle rispetto alle regole umane, ma al contempo entra a far parte delle vicende degli abitanti della casa in cui si trova a vivere. Creatura della soglia tra umano e non umano, come tante figure descritte da Ortese, questo ragazzino vestito da monaco, è emblema di uno stare al mondo sospesi. La protagonista del racconto se ne innamora e desidera prendersi cura di lui, proteggerlo, donargli ciò che dagli uomini non ha mai ricevuto. Nonostante sia più piccola di lui, si sente madre del Monaciello Nicola e felice per quella possibilità intima di  veder crescere qualche cosa. Proprio così – ha scritto Ortese – amare qualcosa che diventa è come svegliarsi e guardare l’aurora.
Questa attenzione per il dolore e il prendersi cura in prima persona delle creature più minute e fragili avvicina Ortese alla ricerca filosofica di Maria Zambrano e Simone Weil e alla loro ricerca del sacro, del segreto del piccolo senza le quali non avremmo accesso all’intima realtà delle cose. In una intervista di Luigi Vaccari per “Il Messaggero”, 19 maggio 1993, Anna Maria Ortese dichiara:

«Bisogna sempre intervenire contro il Dolore, riguardi un passero o l’Imperatore. Non è giusto veder soffrire chiunque, senza soccorrerlo. Solo alla fine capiremo che l’essere che abbiamo ferito, o ucciso, o ignorato, siamo noi stessi. Il primo dei Comandamenti della coscienza umana resta di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi stessi. Anzi: di fare il bene degli altri, come se gli altri fossimo noi stessi».

Quasi fosse anche lei uno spiritello, una creatura al contempo tenera e dispettosa, a metà tra il mondo visibile e invisibile, Ortese sussurra parole che diventano suoni, ritmo capace al di là dei rumori e delle fascinazioni di indicare verità profonde che sentiamo anche nostre.

 

Articolo tratto da  https://www.vocidallisola.it/2021/12/28/genius-loci-anna-maria-ortese-e-il-monaciello-di-napoli/


L' ARROGANZA ANTROPOCENTRICA DI AGAMBEN E CACCIARI

 




L’arroganza antropocentrica dei filosofi no vax

Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, noti filosofi, cui si è aggiunto un giurista come Ugo Mattei e altri intellettuali, hanno già ricevuto più di una sensata obiezione alle loro posizioni sostanzialmente no vax. Credo tuttavia che lo spettro delle critiche da muovere a questi volenterosi difensori delle nostre libertà, debba essere meno limitato e riferirsi a una visione più radicale.

Quel che in realtà appare sorprendente e meritevole di approfondimento è la cultura di fondo, l’implicito “inconscio filosofico” su cui si reggono le posizioni di questi studiosi, che non differiscono in nulla rispetto alle vulgate popolari dei no vax di strada. La rivendicazione della libertà di spostamento e di movimento degli individui, al centro delle critiche e delle proteste, che pare essere una trincea di lotta democratica, rivela in realtà una concezione squisitamente neoliberista, se non aristocratica, della società.

Non a caso si tace del tutto il fatto che la libertà di spostamento degli individui, in quanto esseri sociali, comporta relazioni e vicinanza con gli altri ed è quindi il vettore unico e universale della trasformazione di una malattia virale in una pandemia planetaria. Senza contatti il virus non si diffonde, così che la loro limitazione per intervento statale costituisce una iniziativa di salute pubblica, mirata a difendere la comunità, contro il diritto solitario del singolo che vuole essere libero di contagiare gli altri.

I filosofi potevano esaminare e lamentare i guasti di una società già devastata dall’individualismo edonistico della nostra epoca, cui si aggiunge, per dolorosa necessità, questa ulteriore spinta dall’alto alla disgregazione. Ma non lo fanno, figli poco filosofici della propria epoca, lamentano le restrizioni subite dall’individuo solitario.

Non meno rivelatore di un atteggiamento che non si discosta dalla psicologia corrente del comune uomo medio, è la posizione critica e recriminatoria contro la scienza medica che si occupa di monitorare l’andamento della pandemia e che orienta il governo nelle sue strategie di contenimento. Si tratta di rivendicazioni che muoverebbero al riso per la loro superficiale ingenuità, ma che rivelano rimozioni più profonde.

La continua protesta di Cacciari, come di tanti non filosofi, per la scarsa informazione fornita dagli scienziati, per le loro comunicazioni contraddittorie, per gli effetti collaterali del vaccino non perfettamente indagati, rivelano in realtà l’ingenua pretesa della infallibilità della scienza, che vorrebbero simile a quella dei papi medievali. Ma non sanno i filosofi che anche nel mondo della scienza esistono diverse scuole, differenti approcci metodologici, molteplici esperienze sperimentali, che portano anche a conseguenze e risultati difformi?

E davvero i filosofi possono, senza arrossire, rimproverare agli scienziati errori e contraddizioni, dimenticando che costoro hanno dovuto far fronte a un nemico sconosciuto, che nei primi tempi combattevamo a mani nude, e che in poco tempo ci hanno fornito conoscenza e strumenti efficaci di contenimento?

Ma la ragione di fondo, la base “filosofica” di quasi tutte queste posizioni di recriminazione contro le scelte istituzionali è con ogni evidenza quella che potrei definire l’arroganza antropocentrica di un pensiero che oggi appare invecchiato di fronte alle emergenze ambientali del nostro tempo. Perché non riconoscono il virus, non riescono a concepire la superiorità e la potenza della natura, di qualcosa che sfugge al dominio dell’uomo e lo sovrasta. Rimuovono del tutto la sconfitta sul campo dell’uomo tecnologico, la cui illusoria infallibilità hanno introiettato come un dato naturale e pretendono perciò fanciullescamente che esso continui la sua marcia trionfale al centro del creato.

Ma la rimozione del virus come un accidente transitorio è in questo caso la spia di un distacco profondo del pensiero filosofico, e in genere di quasi tutta la cultura italiana, dal mondo della natura, dagli sconvolgimenti inflittale dall’uomo. Il quale rimane il signore di tutte le cose, secondo l’antica concezione giudaico-cristiana. Non si è compreso il salto epocale, generato dal fatto, per dirla con Edgar Morin, che «più l’uomo possiede la natura, più la natura lo possiede».

Tutte le pandemie degli ultimi decenni provengono dagli allevamenti intensivi e in genere da un assoggettamento sempre più vasto del mondo selvaggio alle economie umane. Non si pretende che i filosofi si occupino di zootecnica, ma forse qualche visione generale del mondo dovrebbero trarre dal fatto che miliardi di animali, sono oggi ammassati in giganteschi lager, imprigionati in gabbie, fatti vivere per breve tempo in condizioni di sofferenza inaudita.

Su tale realtà, soprattutto fuori d’Italia, è fiorita una vasta letteratura, perfino una corrente di pensiero, quella sui diritti degli animali (animal rights). La nostra civiltà si regge sul dolore e sullo sterminio quotidiano di milioni di creature viventi, ma in Italia il fenomeno non viene degnato di alcuna considerazione da un pensiero umanistico invecchiato, rimasto fermo all’homo sacer.

PIERO BEVILACQUA

da “il Manifesto” del 6 gennaio 2022



CURRICULUM VITAE DI GIANNI CELATI

 

MERCOLEDÌ 5 GENNAIO 2022

È andata così

Nato nel 1937, a Sondrio, due passi dalla Svizzera. – Sei mesi di vita a Sondrio. – Padre usciere di banca, litiga col proprio direttore. – Padre condannato per punizione a trasferimenti da un capo all’altro della penisola a proprie spese. – Famiglia viaggiante. – Tre anni a Trapani. – Sette anni a Belluno. – Tre anni a Ferrara. – Liceo a Bologna. – Fine della vita in famiglia. – Viaggio in Germania e quasi matrimonio. – Ritorno a Bologna, studi di linguistica. – Passa il tempo. – Servizio militare. – Grazie a un amico psichiatra si concentra a studiare le scritture dei matti. – Nevrosi da naja, ospedale militare. – Tesi di laurea su Joyce. – Epatite virale, isolamento. – Raptus di scrivere come un certo matto che lo appassiona. – Italo Calvino legge il testo su una rivista, propone di farne un libro. – Passa il tempo. – Vita in Tunisia. – Matrimonio. – Prime traduzioni. – Bologna, impiegato in una ditta di dischi. – Studia logica con Enzo Melandri ma risulta incapace. – Borsa di studio a Londra 1968-70. – Pubblica libro. – Parte per gli u.s.a. – Due anni alla Cornell University. – Vita nel falso, tutto per darla da bere agli altri. – Passa il tempo. – Insegna all’università di Bologna. – Conosce un certo Alberto Sironi che lo mette a scrivere film falliti in partenza. – Altro libro. – Traduzioni. – Passa il tempo. – Quattro mesi tra California, Kansas e Queens. – Senso di non aver più la terra sotto i piedi, come uno partito in orbita. – Passa il tempo. – Parigi, rue Simon-le-Franc, un anno di convalescenza. – Torna a Bologna, di nuovo all’università. – Conosce Luigi Ghirri, fotografo. – Lavoro rasserenante con i fotografi. – Esplorazioni della Valle Padana. – Periodi a scrivere in giro. – Si trasferisce in Normandia. – Traduzioni. – Altro libro. – Con Daniele Benati, Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia, Marianne Schneider, Jean Talon fonda “Il semplice, Almanacco delle prose”. – Stati Uniti, Rhode Island, insegna sei mesi. – Passa il tempo. – Trasferimento in Inghilterra. – Comincia a fare documentari. – Viaggio in Africa occidentale con J. Talon. – Passa il tempo. – Altri documentari. – Tutto a monte, nessuna speranza, nessun timore. – Borsa Fulbright a Chicago. – In Africa, Senegal, a curarsi la testa. – Un anno a Berlino, borsa daad. – Film in Senegal, incapace di finirlo. – L’Italia invivibile. – Campa facendo conferenze. – È andata così. – Dal 1990 a Brighton, Inghilterra, con la moglie Gillian Haley. –

Testo tratto da Riga 40. Gianni Celati, a cura di Marco Belpoliti, Marco Sironi e Anna Stefi, Quodlibet, 2019. 
Ripreso da http://buchi-nella-sabbia.blogspot.com/




05 gennaio 2022

L' OBLIO DELLA LETTURA NELL' ERA DIGITALE

 

Sull’oblio della lettura nell’era digitale


Anna Angelucci e Renata Puleo
05 Gennaio 2022

Ogni giorno siamo sopraffatti da un profluvio crescente di informazioni. Corriamo il rischio di disimparare a pensare, a immaginare e a capire. È sotto questo profilo che lettura e letteratura possono costituire un fattore protettivo, scrivono Anna Angelucci e Renata Puleo (in Cos’è un libro, Giovanni Fioriti Editore, di cui pubblichiamo ampi stralci dell’ultimo capitolo). “La letteratura – ovvero la lettura, in casa, appartata e silenziosa oppure, a scuola, espressiva e condivisa del testo letterario – costituisce ancora una preziosa occasione di formazione all’umano sentire, perché offre l’opportunità di un posizionamento dinamico e creativo in un percorso di risonanza, conoscenza e interpretazione, che è sempre, allo stesso tempo, di soggettivazione e di relazione con l’altro da sé… La letteratura chiama a gran voce la nostra umanità e la amplifica…”

Da una situazione in cui nulla può accadere,
tutto di colpo torna possibile

M. Fisher, Realismo capitalista

Negli ultimi vent’anni ci si è focalizzati su un unico oggetto tecnologico, sotto le diverse forme assunte dal personal computer, dai cellulari, dai tablet e da altri strumenti per navigare. Quest’unico oggetto tecnologico è stato investito in modo assoluto – nella doppia accezione della totalità con cui agisce e dell’esclusione di qualunque legame con i contesti in cui agisce – dalla qualifica di “innovazione”. Quel che possiamo oggi osservare sono i fenomeni di disfunzionalità linguistica, i deficit di attenzione e di concentrazione, la mancanza di sguardo “largo”, la smania di fotografare e fotografarsi ossessivamente, in una nuova gerarchizzazione dell’esperienza umana che la subordina alla sua rappresentazione immediata e compulsiva, lo scarso ricorso alla memoria a lungo termine, lo schermo utilizzato come protezione, come difesa dall’altro ma anche come mistificazione, aggressività, menzogna, fino alle manifestazioni patologiche, talora pericolosissime, del falso Sé.

Aspetti che colpiscono perché non ci vengono indicati solo dalle neuroscienze, che ci allertano sui danni addirittura organici dell’esperienza digitale immersiva sui cervelli plastici delle creature piccole, ma dal mondo degli artisti che lavorano sul corpo e sulla figura, sull’immagine evocativa e metaforica, rispetto alla fruizione adulta di cinema, teatro, pittura, fotografia.

Così Susan Greenfield, nel suo Mind Change. Cambiamento mentaleCome le tecnologie digitali stanno lasciando un’impronta nel nostro cervello (Fioriti ed.), a proposito dell’accusa di eccessivo allarmismo da parte di chi caldeggia le potenzialità del digitale:

“Che tipo di prova servirebbe per dimostrare, in tempi realistici e con la soddisfazione di chiunque, che la cultura dell’interazione con lo schermo stia arrecando cambiamenti a lungo termine su fenomeni diversi tra di loro, come empatia, consapevolezza, comprensione, identità?”.

Già, che tipo di prova serve?

Viviamo in un mondo caratterizzato da processi socio-economici globali, dall’accelerazione esponenziale di uno sviluppo tecnologico che, oltre a modificare condizioni, modi e strumenti di produzione e consumo, agisce collettivamente sulle strutture sociali e sui nostri abiti mentali, anche attraverso l’interiorizzazione di forme di manipolazione individuale sempre più insinuanti che producono l’elaborazione spontanea di condotte conformi al sistema1.

Con i nuovi media digitali, così enormemente presenti nelle nostre vite, in cui la funzione creativa, riflessiva e immaginativa è schiacciata su quella comunicativa, ogni giorno circolano velocemente informazioni che superano vecchi perimetri e confini spazio-temporali.

In questa “modernità liquida”, secondo l’efficace definizione di Zygmunt Bauman, a dominare è la quantità. Qualità, profondità, attendibilità e veridicità di ciò che viene raccontato su quanto accade nel mondo non sono affatto garantite; piuttosto, andrebbero scrupolosamente cercate e indagate.

Il rischio è quello di essere sopraffatti da un profluvio crescente di informazioni in cui progressivamente sembra sfumare non solo la distinzione certa tra vero e falso, tra bugia e verità, tra ciò che accade realmente e ciò che viene comunicato pubblicamente, ma anche la possibilità stessa di elaborare una cornice di lettura e di interpretazione critica che rifletta sui dati per selezionarli e per dare loro un significato, che non si limiti ad accostarli o ad agglomerarli in statistiche, ma che sappia costruire o ricostruire una prospettiva di senso, a partire dai nessi sincronici e diacronici di spazio, tempo, cause e effetti.

Nelle spire di una condizione pervasiva di coercizione alla conformità instillata dalla connessione digitale totale – il digital turn descritto dal filosofo coreano Byung Chul Han – corriamo il rischio di disimparare a pensare, a immaginare e a capire ma anche ad agire in modo responsabile e soggettivamente critico […].

È sotto questo profilo che lettura e letteratura possono costituire un fattore protettivo, antagonista rispetto alla condizione di alterità meccanicistica e al depauperamento del simbolico che il dominio dell’immaginario digitale e la trasformazione del reale esercitati dalle nuove tecnologie informatiche possiede e mette spregiudicatamente in campo.

La letteratura – ovvero la lettura, in casa, appartata e silenziosa oppure, a scuola, espressiva e condivisa del testo letterario – costituisce ancora una preziosa occasione di formazione all’umano sentire, perché offre l’opportunità di un posizionamento dinamico e creativo in un percorso di risonanza, conoscenza e interpretazione, che è sempre, allo stesso tempo, di soggettivazione e di relazione con l’altro da sé, nella temporanea sospensione dell’esperienza solipsistica, a tratti autistica, realizzata dai dispositivi e dai paradigmi del digitale.

Che si configuri come un percorso del riconoscimento del già noto oppure di avvicinamento, scoperta e conoscenza dell’ignoto, la letteratura, a differenza della Rete, ci vuole umanizzati e non reificati.

La letteratura chiama a gran voce la nostra umanità e la amplifica, riproponendoci al cospetto di un mondo incorporato che ci invita ad una relazione profonda e arricchente, ad un coinvolgimento etico ed estetico carnale e diretto, ad un contatto significativo capace di lasciare il segno sui nostri tracciati emotivi, in quell’engagement corporeo che la Rete, al contrario, sistematicamente preclude.

Riavvicinare i giovani al libro di letteratura significa sottrarli alla mortificazione del linguaggio quotidianamente perpetrata dai social media, risarcirli del progressivo immiserimento della parola che, nelle forme algoritmiche del digitale, non può che essere strumentale, limitata, stereotipata, adattata e contingente. Non più intessuta in una trama di significati potenzialmente inesauribile, non più capace di esercitare la sua vitalità nella costante negoziazione semantica, nel reciproco adattamento tra chi la pronuncia o la scrive e chi la riceve o la legge; piuttosto, deprivata nella Rete dei suoi necessari riferimenti pragmatici, del contesto sociale, storico, culturale in cui invece, con l’opera letteraria assume e trasmette la sua forma-libro, la parola appare oggi, nell’immaginario e nel linguaggio più diffuso, scarnificata e de-significata perché sempre più de-situata e irrelata. […]

Attraverso la letteratura e la lingua che la esprime possiamo ancora imparare a guardare il prossimo e noi stessi, a

“porre in relazione fatti personali e fatti generali, attribuire valore a piccole o a grandi cose, considerare i propri limiti e vizi e gli altrui, trovare le proporzioni della vita, e il posto dell’amore in essa, e la sua forza e il suo ritmo, e il posto della morte, il modo di pensarci o non pensarci; la letteratura può insegnare la durezza, la pietà, la tristezza, l’ironia, l’umorismo, e tante altre di queste cose necessarie e difficili”3. […]

Ma c’è di più. La narrazione, considerate dallo psicologo Jerome Bruner, come la “modalità privilegiata per custodire, riorganizzare e comunicare l’esperienza nella sua forma più aderente alla percezione originale”, sembra possedere una irrinunciabile funzione epistemica: attraverso la narrazione acquisiamo e sedimentiamo esperienza e conoscenza, attraverso la narrazione interpretiamo le menti altrui e le cose del mondo, in una prospettiva – circolare e ricorsiva – soggettiva e intersoggettiva, individuale e sociale. La narrazione è un atto linguistico, ma è anche un raffinato strumento cognitivo che ci consente pensiero riflessivo e immaginativo, comunicazione interpersonale e attribuzioni di senso. La letteratura è una forma espressiva della narrazione che trasforma la “parola vissuta” in “parola incontrata”5: il linguaggio – che è azione – in una scrittura, che è rivelazione. E la narrazione è la “nicchia ecologica” che ha contribuito a garantire nel tempo la sopravvivenza dell’Homo sapiens. Una nicchia narrativa in cui ci siamo adattati (in termini evolutive) animando, attribuendo capacità di agire e interagendo empaticamente con ciò che animato non è. Una nicchia narrativa che è vita.


Note

1 In Cina, la potente spinta del Partito Comunista Cinese verso l’automazione e il controllo sta producendo due fenomeni: il primo è l’adattamento del cittadino, indotto anche dall’emergenza sanitaria che sembra giustificare il tracciamento; si vedono, in numerosi video in rete, bambini giocare con “camerieri-robot”, ragazze che si mostrano con civetteria al controllo facciale, persone costrette a mostrare il lasciapassare decine di volte al giorno con rassegnata obbedienza (video che, anche qualora fossero montature, mostrano aspetti ampiamente analizzati da sinologi); il secondo sono le forme, sul modello occidentale, di sensibilità al concetto di privacy, la sotterranea insofferenza verso l’invadenza delle telecamere (installate anche nelle scuole di ogni ordine e grado per consentire ai genitori di “guardare i propri figli in tempo reale”). Simone Pieranni (2021). La Cina nuova. Laterza, Bari-Roma; id(2020). Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina. Laterza, Bari-Roma.

2 F. Fortini (1979). Letteratura, in Enciclopedia Einaudi, 16 voll. Einaudi, Torino 1977-84, vol. VIII, pp. 152-75:170.

3 I. Calvino (1995). Il midollo del leone, in Una pietra sopra. Mondadori, Milano, p. 17.

4 S. Keen (2007). Empathy and the Novel, Oxford University Press, Oxford-New York.

5 J. P. Sartre (1960). Che cos’è la letteratura?. Il Saggiatore, Milano, p. 126


Articolo ripreso da  https://comune-info.net/sulloblio-della-lettura-nellera-digitale/