03 settembre 2022

IL GAS E LA DITTATURA DELLA FINANZA

 


La dittatura della finanza e il gas

Andrea Fumagalli
03 Settembre 2022

Il tema del caro-bollette rimbalza delle discussioni di geopolitica internazionale e nella nauseante campagna elettorale per precipitare con il suo carico di angoscia tra le preoccupazioni delle persone comuni. Eppure pochi ricordano che il gas non è affatto, al momento, una risorsa scarsa: le attuali riserve mondiali sono sufficienti a colmare il fabbisogno crescente per sessant’anni. In realtà siamo di fronte, scrive Andrea Fumagalli su Effimera, al dominio dell’attività speculativa che conviene ai fondi speculativi e alle grandi imprese energetiche

Prefazione

Il 12 e 13 settembre 2008, nel pieno del crollo finanziario dei subprime negli Usa, due giorni prima del fallimento della Lehmann Brother (15 settembre 2008), a Bologna si svolgeva un convegno organizzato da UniNomade sui mercati finanziari e la crisi dei mercati globali. Gli atti di quel convegno (e molto di più) verranno pubblicati l’anno successivo da Ombre Corte a cura di Andrea Fumagalli e Sandro Mezzadra con il titolo Crisi dell’economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici[1]. All’interno di quella raccolta di saggi, compariva un testo di Stefano Lucarelli: “Il biopotere della finanza”. All’epoca, tale titolo ci pareva più che mai azzeccato per descrivere il dominio delle oligarchie finanziare nel definire le traiettorie di accumulazione del nuovo capitalismo delle piattaforme, che da lì a poco sarebbe emerso dalle ceneri di quella crisi.

Oggi a quasi 15 anni da quegli eventi, possiamo dire di aver sottovalutato il problema. Certo, la nostra analisi si era rivelata più che corretta nel sottolineare il ruolo centrale e dominante della finanza speculativa nel nuovo (dis)ordine monetario internazionale e il tendenziale declino del dollaro come moneta di riserva internazionale. Ma nel frattempo, il biopotere (che poteva dare origine anche a qualche forma di contropotere, come illusoriamente ha fatto credere la parabola del bitcoin) si è trasformato in una vera e propria dittatura.

La finanziarizzazione delle materie prime

Ciò che sta succedendo nella determinazione del prezzo del gas nel mercato di Amsterdam lo conferma ampiamente. Già nel passato c’erano state avvisaglie della capacità della speculazione finanziaria, oggi sempre più essenza e anima dei mercati finanziari, di stravolgere in modo quasi irreversibile le stesse regole di funzionamento di un mercato neo-liberista. Nel 2008, ad esempio, il prezzo del petrolio aveva registrato un’impennata dai 70$/barile del dicembre 2007 ai 142$/barile dell’estate 2008, per poi calare entro la fine dell’anno a quota 33$: una bolla speculativa che si era sgonfiata, però, molto rapidamente.

Ma ciò che sta succedendo al mercato del gas presenta novità che devono essere sottolineate. Fino a pochi anni fa, le dinamiche di mercato e il prezzo che si determinava nello scambio reale tra domanda e offerta delle commodities erano la base sulle quali si formavano le aspettative sui prodotti derivati (di solito i futures) che alimentano l’attività speculativa. Il prezzo sui mercati reali era la base delle dinamiche speculative e delle convenzioni finanziarie che di volta in volta alimentavano le decisioni speculative.

Oggi avviene l’opposto. Sono le aspettative sulla dinamica futura dei prezzi rappresentate dal valore dei futures sul gas o su altre merci a determinare il prezzo dello scambio di mercato. Così avviene nel principale mercato per gli scambi all’ingrosso di gas, denominato Title Transfer Facility (TTF). Si tratta di una piattaforma virtuale (e un indice) della borsa di Amsterdam, nei Paesi Bassi, in cui si vendono e si acquistano gas (poco) e futures sul gas (molto), cioè contratti per scambiare una certa quantità di gas in una data futura e a un prezzo prestabilito. La logica è dunque puramente speculativa. Il prezzo che si determina non è influenzato dall’effettiva domanda e offerta di gas ma dalle aspettative future.

È l’esito della liberalizzazione del mercato dell’energia, voluta dal Trattato di Cardiff del 1996, che, in nome della libera concorrenza, ha eliminato qualsiasi forma di regolamentazione del prezzo del settore. Il paradosso è, contrariamente a quanto auspicato dai fautori del libero mercato, che il prezzo dell’energia non deriva più dall’incontro tra domanda e offerta ma dall’attività speculativa che origina dallo stato delle attese sul futuro del mercato. Il che dipende in modo massiccio soprattutto da fattori geopolitici e geoeconomici che poco hanno a che fare con l’effettivo andamento del mercato.

Si sostiene che l’aumento del prezzo del gas sconta previsioni negative su ciò che accadrà all’offerta di questa materia prima, scommettendo su una sua presunta scarsità futura. A differenza di ciò che accadde con il petrolio nel 2008 – la cui presunta scarsità venne innescata dalla notizia che i giacimenti di Baku erano sul punto di terminare – oggi la supposta insufficienza del gas si fonda sulla forte instabilità geo-politica internazionale e sulle tensioni internazionali tra Usa, Cina e Russia.

La realtà attuale del mercato è, in effetti, un’altra. Il gas non è affatto, al momento, una risorsa naturale scarsa. Secondo il rapporto Eni “Natural Gas – Supply and Demand” all’interno della World Energy Review, pubblicata il 26 luglio 2022, le attuali riserve sono sufficienti a colmare il fabbisogno crescente per oltre 59 anni. Inoltre, occorre ricordare che è in forte aumento la produzione di biometano derivante dall’utilizzo del letame degli animali. Al 31 dicembre 2021 (ultimo dato disponibile) le riserve mondiali ammontavano a 202.179 miliardi di metri cubi: erano 172.742 miliardi nel 2005. Il 40% di tali riserve si trova nel medio oriente, il 33% in Russia e nell’Asia Centrale, l’8% in Africa e nel Nord America, solo il 2% in Europa. Nel corso del 2021, la produzione globale è stata di 4.050,35 miliardi di metri cubi. Il consumo è risultato inferiore, pari a 4.027,04 miliardi. Siamo così in presenza di un eccesso di offerta che dovrebbe portare ad un ribassamento del prezzo o per lo meno non ad un suo aumento.

Ma non è così che è andata, anzi. Nel corso del 2021 (prima quindi dell’invasione russa in Ucraina), il prezzo TTF del gas quotato alla borsa di Amsterdam è aumentato del 402%. Gli esperti giustificano tale andamento con il fatto che si è verificato un aumento del consumo di gas pari al 4,6%  dovuta all’inverno lungo e freddo nei primi mesi del 2021, che ha determinato un maggiore ricorso al riscaldamento, seguito da un’estate prolungata e calda che ha causato un maggiore utilizzo di dispositivi di raffreddamento, accompagnato dall’aumento della domanda di gas naturale liquefatto con la conseguente impennata dei prezzi di quest’ultimo e infine dall’aumento del consumo di gas in Asia dovuto alla ripresa economica. Si tratta di fattori che certamente concorrono a smentire la presunta scarsità della materia prima ma non sono sufficienti a far supporre un prossimo deficit d’offerta.

Nel 2022, l’invasione della Russia in Ucraina è stata la classica goccia può fare traboccare un vaso comunque già pieno, aggiungendo ulteriore incertezza e instabilità. E sappiamo come la speculazione vada a nozze in queste situazioni. Occorre tuttavia notare che possibili restrizioni nell’offerta di gas all’Europa da parte della Russia sono anche il corollario delle sanzioni europee. Il divieto di esportare in Russia componenti tecnologiche, necessarie alla manutenzione dei gasdotti e degli impianti di estrazione del gas, mina infatti la capacità produttiva russa, riducendo, di conseguenza, i ricavi derivanti dalla vendita del gas. I costi che ne conseguono per la Russia sono, tutto sommato, inferiori a quelli che i paesi europei rischiano di pagare, prima di riuscire ad affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo.

Negli Stati Uniti, di converso, il prezzo del gas naturale per famiglia, misurato in kWh, fissato sul mercato Henry Hub, punto di distribuzione per gli Usa, situato in Louisiana, è passata da 0,0094$ del gennaio 2021 a 0,0134 di dicembre (+ 42% circa). Un aumento di gran lunga inferiore a quello registratosi ad Amsterdam (+ 402%, come abbiamo visto), perché nel mercato Usa del gas i futures sulle materie prime hanno un ruolo decisamente più limitato. Ciò dipende dal fatto che i prodotti derivati si scambiano su un mercato diverso poiché vengono quotati principalmente a Chicago e non in Louisiana. E infatti a fine agosto 2022 il prezzo sul mercato americano Henry Hub è pari a 0,043$ per kWa contro un prezzo medio mondiale pari a 0,75kWa e a un prezzo europeo di circa 0,136$, oltre il triplo. È la conferma che in Europa il prezzo a cui si scambia il gas è l’esito della finanziarizzazione del mercato e della dittatura dell’attività speculativa.

Cui prodest?

L’attività speculativa conviene a molti. In primo luogo ai grandi fondi speculativi che creando la bolla rialzista possono ottenere elevate plusvalenze, per poi ritrarsi al momento opportuno, così come è successo per altre convenzioni speculative (ad esempio, quelle sui titoli di stato greci e italiani nel 2011). Ma conviene soprattutto alle grandi imprese energetiche. Chi può usufruire di contratti standard di lungo periodo con i produttori di gas grezzo (come la Gazprom) gode di condizioni estremamente vantaggiose con un prezzo bloccato a livello molto inferiore all’attuale prezzo di vendita. Chi non ha questo privilegio, può sempre acquistare il gas sul mercato americano ad un prezzo decisamente più conveniente.

Non stupisce che solo nel primo trimestre del 2022, secondo i dati di Arera (Autorità di Regolazione per Energia, Rete, Ambiente), le bollette della luce siano cresciute del +131% rispetto allo stesso periodo del 2021, +94% il gasGli extra-profitti incamerati dalle società dell’energia grazie alla differenza tra i costi di produzione e il Pun (acronimo di Prezzo Unico Nazionale, ovvero il prezzo di riferimento all’ingrosso dell’energia elettrica che viene acquistata sul mercato della Borsa Elettrica Italiana – IPEX – Italian Power Exchange) valgono, secondo le stime Assoutenti, la bellezza di 27,9 miliardi di euro solo nel primo trimestre del 2022. Il ministero dell’Economia aumenta la cifra a 40 miliardi. Il guadagno è evidente.

Pensare di limitare l’attività speculativa con un decreto non è possibile. Ma alcuni interventi potrebbero essere utilmente introdotti. Ad esempio, lo scorporo del mercato del gas da quello dell’energia elettrica e delle fonti rinnovabili. Ad Amsterdam, il prezzo del gas al TTF viene fissato con il sistema delle aste al prezzo marginale (Sistem Marginal Price), che di fatto porta a corrispondere il prezzo più alto tra quelli offerti. La particolarità dell’asta marginale sta nel fatto che, nella fissazione del prezzo dell’energia, non conta da quale fonte la stessa sia stata prodotta (rinnovabile, gas, carbone, nucleare); infatti, alla fine dell’asta tutti gli intermediari pagheranno quanto acquistato al prezzo marginale, ovvero l’ultimo prezzo che viene accolto – ovviamente, il più alto fra quelli offerti.

Paradossale è infine il fatto che il volume delle transazioni di gas scambiate ad Amsterdam rappresentino una quota risibile del totale europeo (3-4%: dati Arera) ma indicativo che Amsterdam sia il mercato europeo dominante per la compravendita di titoli futures. Poiché il mercato TTF viene gestito da Gasunie, società olandese che controlla buona parte della rete del metano dei Paesi Bassi, oltre ad alcuni gasdotti europei (pur essendo di proprietà di Intercontinental Exchange (ICE), gigante delle piattaforme finanziarie, proprietaria anche di Wall Street), l’Olanda può godere di vantaggi economici e finanziari che portano il paese a incrementare la propria bilancia commerciale e dei pagamenti a svantaggio di altri paesi europei come Germania, Spagna e Italia. Motivo più che sufficiente per spiegare la contrarietà dell’Olanda a introdurre un limite di prezzo (price gap) a livello europeo.

Al di là di queste considerazioni, la finanziarizzazione del gas ci illustra come oggi la determinazione dei prezzi sia sempre meno dipendente dagli scambi reali, materiali, del bene in oggetto ma sempre più da variabili extra-mercato di tipo finanziario. Si tratta della morte del tradizionale libero scambio di mercato, con buona pace degli economisti liberisti. La teoria della domanda e dell’offerta, base principale della microeconomia neoclassica, perde di senso. La dittatura della finanza mostra qui tutta la sua potenza.


NOTE

[1] Tra i numerosi testi italiani che, in quegli anni, hanno trattato il tema della crisi finanziaria, la maggior parte con un taglio mainstream, questo è quello che avuto il numero maggiore di traduzioni all’estero: inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, turco, coreano, giapponese.



02 settembre 2022

IL MEZZOGIORNO SCOMPARSO DALLA CAMPAGNA ELETTORALE

 



Il Mezzogiorno ’desaparesido’ nei programmi

 Tonino Perna

In questa surreale campagna elettorale qualche sporadico commentatore si è accorto che il Mezzogiorno è scomparso dall’agenda politica dei partiti. Non è una novità. Da almeno vent’anni il Mezzogiorno come priorità è scomparso nei programmi delle forze politiche. Già negli anni ’90 del secolo scorso il riferimento al Mezzogiorno era diventato rituale, secondo il noto refrain “sviluppo, occupazione, Mezzogiorno”, ripetuto stancamente dai sindacati Confederali quanto dalle forze della Sinistra.

Nel frattempo il divario Nord/Sud nel nostro paese è cresciuto sia in termini di reddito che di servizi sociali e sanitari, ma soprattutto l’emigrazione giovanile è aumentata vistosamente come non avveniva dagli anni ’50 del secolo scorso. In quest’ultimo decennio si stima che due giovani su tre sia emigrato dal Sud per ragioni di lavoro e di studio, anche dalle regioni meridionali che hanno avuto un importante sviluppo in alcuni settori, come la Puglia, e il tasso d’emigrazione si è ridotto parzialmente solo in Sardegna e negli Abbruzzi.

Le popolazioni meridionali hanno assistito a questo salasso in silenzio: non ci sono più lotte sociali, mobilitazioni di massa se non per vertenze locali specifiche. La “restanza”, come la definisce con un efficace neologismo l’antropologo Vito Teti, è una scelta coraggiosa di pochi eroi solitari, di qualche esperienza esemplare, mentre la normalità è la fuga e l’accettazione passiva del presente.

Si può dire, senza tema di smentita, che la rassegnazione sia in questo momento la cifra dell’Italia, che ci accingiamo a consegnare ad una destra neofascista il nostro paese come fossimo di fronte alla potenza del Fato. E così siamo diventati ciechi e non vediamo che proprio nel Mezzogiorno ci potrebbe essere la risposta più efficace alla crisi che stiamo attraversando.

La crisi energetica e quella alimentare ci hanno posto di fronte ad una realtà che i bassi prezzi degli idrocarburi e dei cereali ci avevano permesso di ignorare. Ci sono settori vitali per un paese che non possono essere lasciati ai giochi della finanza internazionale. L’energia e i beni alimentari di base devono essere considerati beni strategici e come tali bisogna puntare all’autosufficienza, almeno a livello europeo. In breve, questa crisi ci ha insegnato che non possiamo continuare a inseguire il nostro vecchio modello di sviluppo.

Cambiando ottica e prospettiva allora possiamo vedere come il Mezzogiorno possa giocare un ruolo fondamentale per uscire da questa crisi e intraprendere una nuova strada. Sulla produzione di energia rinnovabile – sole e vento in primis, ma non solo- il territorio meridionale potrebbe rendere autosufficiente il nostro paese se ci fosse la volontà politica di avviare celermente un serio programma in questa direzione. Non bastano incentivi ai privati e sburocratizzazione per le autorizzazioni, sicuramente necessarie, è decisivo unintervento diretto dello Stato, attraverso le aziende a partecipazione pubblica come l’ENEL in cui è ancora il maggiore azionista.

Purtroppo, la logica delle liberalizzazioni, l’aver trasformato servizi pubblici essenziali (come l’energia o l’acqua) in merci qualunque, la cui proprietà finisce spesso in mano a fondi speculativi internazionali, rende non facile questa operazione. Verrebbe da dire che rimpiangiamo, malgrado tutto, la prima fase della Cassa per il Mezzogiorno che fece investimenti strutturali di grande valore in poco tempo, prima di cadere nella morsa della corruzione.

Ugualmente nel campo dell’agricoltura si rende urgente un cambiamento di modello produttivo. La nostra forte dipendenza dall’importazione di grano e mais non può essere più accettata. Da una parte, bisogna ridurre drasticamente gli allevamenti intensivi che oltre ad essere una fonte primaria di inquinamento, fanno male alla salute e ci rendono dipendenti dal mais importato. Dall’altra, ci sono terre incolte, centinaia di migliaia di ettari abbandonati in tutto l’Appennino e nelle zone collinari e montagnose delle due isole maggiori.

Anche in questo caso è nel Mezzogiorno che si concentrano le terre abbandonate e quindi la possibile loro utilizzazione ai fini di un’agricoltura per il benessere dei cittadini e dell’ambiente, di una pastorizia sostenibile sia sul piano sociale che ambientale, di una agricoltura contadina moderna come ci ha ricordato più volte Piero Bevilacqua. Anche in questo caso ci vorrebbe un intervento pubblico forte e deciso: una nuova Riforma agraria in chiave di transizione ecologica. Questo non è romanticismo ma una risposta che guarda al futuro, dove il Mezzogiorno non chiede di eguagliare il Nord, come modello di produzione e consumi, ma di dare all’Italia il suo contributo per renderla più libera e più vivibile.

da “il Manifesto” del 2 settembre 2022

PEDAGOGIA FASCISTA

 


Pedagogia nera

Pasquale Pugliese
03 Settembre 2022

Dall’isteria bellica, per dirla con Edgar Morin, al servizio militare raddrizzativo, passando per l’ora di addestramento all’uso delle armi a scuola. Un’onda violenta, non solo in Italia, si abbatte come se nulla fosse sugli adolescenti, già devastati dalle conseguenze dell’applicazione delle misure anti-Covid


Non ha avuto l’eco che avrebbe meritato la ricerca nazionale del Laboratorio Adolescenza e dell’Istituto IARD che ha indagato le poche speranze e i tanti timori degli adolescenti nella prima parte del 2022. Si tratta della prima ricerca che – accanto al tema dell’impatto del Covid (e delle misure di contenimento adottate) su ragazze e ragazzi – ha messo a fuoco anche l’impatto su di essi della guerra in Ucraina, esplosa anche mediaticamente dallo scorso febbraio su tutti i dispositivi digitali.

Scrivono i ricercatori:

“Se gli adolescenti ancora faticano a ritrovare la serenità perduta a causa del Covid lo scoppio della guerra in Ucraina ha ulteriormente minato il loro senso di fiducia verso il futuro. La preoccupazione degli adolescenti risulta elevatissima (percentuali che oscillano tra l’80 e il 90 per cento) per la maggior parte delle possibili conseguenze dirette e indirette che possono derivare dal conflitto. Ma oltre il 75 per cento è anche preoccupato per il possibile scoppio di una terza guerra mondiale o per un eventuale coinvolgimento diretto dell’Italia nel conflitto”.

Per contribuire a questa situazione di pesante disorientamento generazionale e generalizzato – nel quale, commenta Maurizio Tucci, presidente del Laboratorio Adolescenza, “passare dalla Dad alla guerra, senza soluzione di continuità, ha reso gli adolescenti, già duramente colpiti a livello psicologico dalla pandemia, ancora più fragili e timorosi” – la narrazione mediatica della guerra aveva potentemente dispiegato i suoi dispositivi dis/educativi pervasivi attraverso la precipitazione culturale del paese in un inedito e virulento clima bellicista – “isteria bellica” l’ha definita recentemente Edgar Morin sul suo profilo twitter, in riferimento alla Francia – volto a disconfermare e destabilizzare – come avevamo raccontato nei mesi scorsi qui e qui – i modelli che sembravano sostanzialmente acquisiti di educazione civile, pacifista e costituzionale. Aumentando timori e senso di precarietà di ragazze e ragazzi.


LEGGI ANCHE L’INCHIESTA DI TERRITORI EDUCATIVI:


Devianti per definizione

Ora la campagna elettorale sta aggiungendo ulteriori elementi che vanno a sostenere l’emergere di una vera e propria onda di “pedagogia nera”. Grottesca, spiazzante e spaventosa insieme. Che vede, da un lato, assimilare brutalmente e insensatamente tutte le manifestazioni di fragilità adolescenziale, da quelle più intime a quelle più pubbliche (dai disturbi alimentari alle cosiddette “baby gang”), nel vetusto concetto – onnicomprensivo quanto fuorviante – di “devianza giovanile” secondo la definizione che ne ha dato Giorgia Meloni e, dall’altro, rilanciare il vecchio tema del servizio militare obbligatorio – sospeso in Italia dal 2005, con la legge 226/2004 – come strumento di contrasto a questa devianza “per raddrizzare tante ragazze e tanti ragazzi”, secondo l’impegno propagandistico di Matteo Salvini nei comizi di piazza. Nessuna sensibilità nelle parole di Meloni (che pure nella sua precedente esperienza di governo era stata ministra delle… politiche giovanili) sull’essere adolescenti oggi; nessun ragionamento nelle parole di Salvini – non dico complesso ma almeno di senso – sulle questioni attinenti al modello di difesa, alle minacce dalle quali è necessario difendersi e al come farlo in maniera lungimirante e costituzionale, ma solo un trito slogan sulla reintroduzione dell’obbligo di naja con mera funzione rieducativa per i giovani. Devianti per definizione.

Servizio militare raddrizzativo

Probabilmente Salvini non ne è consapevole, ma la sua proposta delle caserme come luoghi obbligatori della ri-educazione si inserisce nell’onda lunga di quella che Katharina Rutschky e Alice Miller hanno definito “pedagogia nera”, ossia quell’approccio “educativo” che ha una lunga tradizione storica volta appunto a “raddrizzare” e correggere la natura – considerata naturalmente cattiva di bambini, ragazzi e giovani – attraverso modalità di addestramento punititivo, fondato sulla legittimazione della violenza, strutturale e culturale oltre che, spesso, agita sui corpi e sulle menti. All’interno di questo approccio “educativo”, rigore, disciplina e sottomissione gerarchica, considerati come necessari mezzi per la crescita di un individuo obbediente, in verità “hanno celato per lungo tempo una complessa fenomenologia della violenza e dell’umiliazione” (vedi Marinella Muscarà e Alessandro Romano, Punire, castigare, obbedire. Una lettura antropologica delle pratiche educative violente, 2020), anche – e soprattutto – all’interno delle istituzioni totali, come le caserme. Basti ricordare il fenomeno del nonnismo, come forma di feroce bullismo in divisa, agito dai più anziani sui novellini come inevitabile rito di iniziazione, in una infinita catena della violenza, riconosciuta e sostanzialmente tollerata (se non in certi casi favorita) come parte integrante dell’addestramento alla disciplina, alla quale tutti i giovani maschi abili e arruolati, prima o poi, hanno dovuto sottostare. Salvo dichiararsi obiettori di coscienza al servizio militare e svolgere il servizio civile sostitutivo in difesa del Paese. E per questo, per decenni – dal 1972 fino alla sospensione della leva obbligatoria – considerati, codardi e imbelli dalle gerarchie militari.

Oggi in Polonia, domani in Italia?

Questa onda montante di pedagogia nera e violenta non ha solo una dimensione nazionale ma cresce pericolosamente sul piano europeo ed internazionale. In Polonia, per esempio, il governo di Mateusz Morawiecki – non a caso politicamente alleato a Bruxelles con il partito di Giorgia Meloni – ha deciso che da questo anno scolastico gli studenti, dall’ottava elementare (equivalente alla nostra terza media) in avanti, avranno nel loro curriculum di studi l’addestramento all’uso delle armi. All’insegna del motto – obsoleto e falso – “se vuoi la pace prepara la guerra”, ragazze e ragazzi saranno portati dai loro insegnanti ai poligoni di tiro per imparare ad uccidere, anziché svolgere le ore di educazione sanitaria come era stato fino allo scorso anno scolastico. Del resto, la Polonia è uno dei paesi europei con il minor numero di detentori legali di armi e l’eco della guerra in Ucraina è il pretesto perfetto per l’industria bellica per allargare il mercato interno delle armi, anche da guerra – attraverso gli sponsor governativi, dopo aver già portato le spese militari al 3 per cento del Pil! – cominciando dall’addestrare gli adolescenti alla “familiarizzazione”, secondo le parole del ministro dell’istruzione Przemyslaw Czarnek, “con le armi”… Oggi in Polonia, domani in Italia?

A scuola a mano armata

Intanto, dall’altra parte dell’Oceano, negli Usa – che in fatto di proliferazione di armi, guerre e ideologia del nemico, sia sul piano interno che internazionale, sono più avanti di tutti – dopo la strage di Uvalde in Texas, la più grave di una lunga serie di stragi scolastiche (nella quale un ex studente ha ucciso con le armi automatiche diciannove bambini e due insegnanti), in ventinove Stati sono gli insegnanti a iniziare l’anno scolastico armati. Piuttosto che regolamentare severamente l’acquisto delle armi, si chiede agli insegnanti di andare a scuola a mano armata. Con licenza di uccidere prima di essere uccisi. In una folle e perversa logica di guerra che attraversa i contesti formativi, i quali – anziché costruire nella mente dei più giovani “le difese della pace”, come recita la Carta fondativa dell’Unesco – si trasformano in luoghi di addestramento fisico e mentale alla guerra. Un’onda violenta di pedagogia nera internazionale che, se non arginata per tempo – attraverso l’intenzionale educazione alla nonviolenza a ogni livello e latitudine – ci travolgerà inevitabilmente: prima gli adolescenti e poi tutti gli altri.


Di formazione filosofica, Pasquale Pugliese si occupa di educazione, formazione e politiche giovanili. Già segretario nazionale del Movimento Nonviolento, cura diversi blog ed è autore di Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini e Disarmare il virus della violenza (per le edizioni goWare). Altri suoi articoli sono leggibili qui.

Ha aderito alla campagna Dieci anni e più.

IL "PADRE NOSTRO" di W. SZYMBORSKA

 



Padre nostro,

che sei nei cieli,

scendi!

Siediti,

prendici

e poi tienici,

con le braccia possenti,

sollevaci come solo

i veri padri

e ascoltaci come se

tu fossi dentro,

come se

tu fossi.


Esisti,

resisti,

insisti

e poi insegna

a fare uguale.


Dacci il pane,

dacci tempo,

dacci un talento;

oppure

solo amore,

consueto,

consensuale,

mansueto e congeniale,

e che duri

che non spergiuri

che ci veda e che si veda,

che ci creda.


E liberaci dalla paura,

dallo squillo

del telefono

di notte,

dalle botte,

dalle notti dei giorni,

dal non essere capaci,

dal sentirci meno belli,

o inadatti o soli o inetti,

dal non essere migliori,

dal non sentirci tuoi figli tutti,

dal non sentire i battiti,

i nostri e quelli

degli altri;

dalle porte chiuse,

dal non aprire.


Liberaci dal male.

Liberaci.





01 settembre 2022

SABATO AD AGRIGENTO INCONTRO COL POETA GIUSEPPE CINA'

 


NO ALLA TRATTA DELLE BRACCIA

 


A metà degli anni Settanta a Savona usciva con una certa periodicità una rivistina culturale, in larga parte destinata ad “arredare” le sale d'aspetto degli studi professionali. Il suo scopo principale, proprio per il fatto di esser letta da un pubblico vasto ed eterogeneo, era la raccolta di pubblicità di carattere locale. Di questo viveva il suo direttore, personaggio comunque non banale, aperto anche a tematiche non proprio ortodosse come quelle che allora gli proposi ed egli accettò senza battere ciglio, anzi incuriosito da un tema, quelle della minoranze nazionali, di cui fino a quel momento non aveva minimamente sospettato neppure l'esistenza. L'articolo che segue tratta proprio del silenzio sulle “minoranze” nazionali in Italia. Qualche anno prima avevo avuto la fortuna di conoscere personalmente François Fontan e di leggere il suo libro sull'etnismo, E l'articolo risente, oltre che degli ardori (e dell'ingenuità) propri dell'età, anche di questo incontro che ancora considero molto importante per la mia formazione culturale e politica. Seguì un articolo sulla “rivoluzione corsa” che mi valse l'amicizia duratura di alcune persone molto vicine al neocostituito Fronte Nazionale di Liberazione. L'articolo, ritrovato per caso nello scatolone di cui parlo da qualche mese, è dedicato a due amici fraterni, Alessandro Strano, tenace difensore della cultura occitana, e Angelo Sanna, coraggioso combattente per una Sardegna non più colonia interna dello stato italiano.


Giorgio Amico

Le minoranze etniche


«La popolazione italiana presenta, sia dal punto di vista etnico che linguistico, una notevole omogeneità....se i massicci stanziamenti di altri popoli avvenuti dopo la fine dell'Impero romano e per tutto l'alto Medioevo e lo spezzettamento politico della Penisola, con il conseguente isolamento fra regione e regione, determinarono l'affermarsi di caratteri fisici, ma soprattutto culturali distinti in ciascuna regione, il fenomeno non assunse mai tale rilevanza da potersi parlare di vere e proprie nazionalità separate in seno al popolo italiano. Pertanto oggi ... le minoranze allogene e alloglotte occupano solo posizioni periferiche (p. es. franco—provenzali in Val d'Aosta, tirolesi in Alto Adige) e costituiscono ridottissime isole la cui importanza va sempre più diminuendo (è il caso dei Greci e degli Albanesi in Calabria e Sicilia)." — da "Atlante Garzanti" -.Milano 1964 — 

In modo pi§ o meno simile tutti i manuali geografici pubblicati nel nostro Paese, dalle enciclopedie ai libri di testo, concordano nel rilevare l'omogeneità linguistica della popolazione italiana e nel negare l'esistenza di una "questione nazionale".

È una vera e propria menzogna collettiva. Infatti, contrariamente all'opinione dominante, l'Italia non è abitata da un solo gruppo etnico a cui fanno da contorno ristrette minoranze ai confini; ma sul territorio nazionale, oltre alla minoranza italiana, vivono diverse nazionalità di minoranza: i friulani, i sardi, gli occitani.

Queste popolazioni sottoposte durante il fascismo ad un delirante programma di italianizzazione forzata — di tale estrema e repellente brutalità da arrivare persino a cambiare i nomi sulle tombe — dopo l'avvento della repubblica democratica non sono state minimamente risarcite dei danni patiti, anzi una spessa coltre di silenzio è calata sulle realtà delle minoranze etniche viventi sul suolo italiano.

Nonostante l'articolo 6 della Costituzione affermi chiaramente che: "La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche" quasi nulla è stato fatto in concreto per impedire la progressiva liquidazione del patrimonio culturale rappresentato da queste realtà "diverse".

Se da una parte la minoranza tedesca della provincia di Bolzano e i Franco—provenzali della Valle d'Aosta hanno ottenuto un minimo di tutela delle loro caratteristiche nazionali, lo stesso non si può dire per gli Occitani delle valli cuneesi, per i Friulani, per i Sardi. La condizione di tali minoranze e di una emarginazione totale, il potere — saldamente nelle mani délla maggioranza di lingua italiana — ne impedisce ogni sviluppo e condanna queste culture "diverse", considerate inferiori, alla scomparsa.

In alcune situazioni (Occitani, Sardi) si può parlare di un vero e proprio atteggiamento colonialistico da parte delle autorità centrali, basti pensare che "l'essere spedito in Sardegna" ha significato fin dalle origini del nostro Stato unitario la massima punizione per i funzionari pubblici.

Le classi dominati — e con esse la cultura "ufficiale" — hanno declassato tali idiomi nazionali al rango di dialetti, ossia di subculture regionali in via di estinzione; riuscendo in questo modo ad eludere i dettami costituzionali. Infatti, definendo i gruppi etnici di minoranza come comunità parlanti dialetti italiani, si elimina il presupposto fondamentale dell'articolo 6 della Costituzione: l'esistenza di minoranze linguistiche. Da minoranze nazionali queste popolazioni vengono trasformate in parti integranti della comunità nazionale e come tali non godenti alcun particolare diritto.

La stessa attuazione dell'ordinamento regionale — che non poche speranze aveva suscitato — ha lasciato la situazione inalterata. Ne è derivato di conseguenza che i gruppi etnici di minoranza si sono visti costretti a sviluppare movimenti politici finalizzati alla difesa dei loro diritti misconosciuti. Movimenti nazionali esistevano già (Sud-Tiroler Volkspartei, Union Valdotaine, Partito Sardo d'Azione), ma mentre tradizionalmente si trattava di partiti piccolo—borghesi a base contadina, recentemente la questione nazionale ha preso un indirizzo diverso, caratterizzato da una accentuata intonazione rivoluzionaria.

Il fenomeno non è tipico solo del nostro Paese: in Francia, Spagna, Gran Bretagna e persino nella pacifica Svizzera il problema delle minoranze nazionali è diventato la piú scottante questione interna. Basterà accennare al problema basco, all'endemica guerriglia nord-irlandese e ai recentissimi sanguinosi tumulti nella vicina Corsica.

Ma perché proprio negli ultimi anni si è assistito a questo `revival" del sentimento nazionale dei piccoli popoli? Se da una parte elemento determinante è stato la rinascita del sentimento nazionale conseguente alle strepitose vittorie dei popoli di colore (Vietnam, Angola, Cina stessa) che hanno dimostrato che anche un piccolo popolo può battere potenze molto piú grandi, questa spiegazione non basta. Al desiderio tradizionale di recuperare la propria identità etnico-linguistica si è unita la presa di coscienza dello sfruttamento subito del gruppo di maggioranza, sfruttamen-to che riproduce all'interno dei singoli Stati il rapporto neocoloniale esistente tra Paesi avanzati e Terzo Mondo. Presa di coscienza facilitata dalla grave crisi in cui si dibatte da anni l'economia dell'Europa occidentale e che aggrava sensibilmente le condizioni di vita di queste popolazioni emarginate dallo sviluppo economico. E quanto diciamo non vuole essere una forzatura polemica suggeritaci dalla simpatia con cui guardiamo alle lotte di questi piccoli popoli.

Non è un caso, infatti, che la CEE stessa abbia definito le zone in cui si sono sviluppati questi movimenti autonomisti il "Terzo mondo europeo ". Oppressione culturale e miseria vanno di pari passo e lo testimoniano le condizioni ingrate di esistenza in cui vivono queste nazionalità destinate a fungere da serbatoi di braccia per i lavori piú umili e peggio retribuiti.

Su due milioni di sardi, 700 mila sono stati costretti ad emigrare (di cui 300 mila all'estero); di questi il 60 per cento in condizioni di lavoro salariato e solo lo 0,03 per cento come imprenditore o libero professionista. L'emigrazione di laureati e diplomati è in continuo aumento per la mancanza di prospettive occupazionali in loco; in Sardegna i diplomati e laureati sono il 4 per cento della popolazione, ma tra gli emigranti raddoppiano passando al 7 per cento. Ma l'aspetto più tragico di questa emarginazione forzata è la distruzione della personalità umana degli emigrati: su cento emigrati sardi, dieci sono ricoverati in manicomi in Sardegna e fuori per aver contratto malattie mentali — derivanti dallo sfruttamento o dall'isolamento — tipiche di chi, strappato dalla propria terra, non ha nemmeno piú la possibilità di comunicare con gli altri nella sua lingua natale.

Arrivati a questo punto la liquidazione di una cultura diversa rischia di divenire la progressiva sparizione dei piccoli popoli in quanto entità autonome. Sono dati che commentano da soli e che confermano 1' assunto precedente che non di sola sopraffazione culturale si tratti, ma di vero e proprio colonialismo. Ma anche senza la fred-da evidenza dei dati statistici questa realtà sconosciuta può imporsi alla nostra coscienza di uomini liberi. Basta la poesia di una canzone occitana dello "chantaire" Daire d'Angel che narra la storia di un piccolo paese eccitano condannato, nell'indifferenza piú totale, a morire lentamente. A noi non resta che sperare che questo grido d'amore per la propria terra non resti inascoltato.


Erian 2000, erian la vito
din en joli pais,
erian 2000 ma chal agù parte
a trabaiar da luegn.
E i avio lou Marques, apres lou Rei,
e pei lou Duze
'din la mizerio nous an tengu,
embé lour gueres nous an tuà.
Erian encà 1000, encà mai paoure
'din en joli pais.
Erian encà 1000 ma chal agù parte
a trabaiar da luegn
E la Coustitusioun Italiano es aribà
e un e dui e tres e quatre e sinc
e apres lou sies...
Isì parlo de tu paoure Ousitan
que vouliers pa partir.
Isì parlo de tu ma chal que partes
a trabaiar de luegn.
E part aquest e aquel
es la mizerio tan coume dran
es per Paris eu per Turin
ma la lour tere i l'an lisà.
Sien restà 100 'din meun pais
que vol pa mourir.


Chansoun de Daire d'Angel

Sampeyre


L'Alfiere – n.2 - 1976

PUBBLICATO DA VENTO LARGO A



G0FFREDO FOFI SU VITTORIO DE SETA

 



Quella che segue è la postfazione di Goffredo Fofi al volume Il meridionalista dell’immagine. Il cinema e la televisione di Vittorio De Seta di Ludovico Cantisani, recentemente edito da Edigrafema, con un ricco apparato di interviste a collaboratori ed eredi artistici del regista.


IL MERIDIONALISTA DELL'  IMMAGINE

di Goffredo Fofi

Posso vantare una lunga e a tratti tormentata amicizia con Vittorio De Seta, la cui opera, insieme a Vincenzo Consolo, tanti anni fa, contribuii a far ritornare in auge, a far amare e stimare quanto meritava.

Ho conosciuto De Seta nel 1956 o ’57 a Partinico, quando venne a trovare Danilo Dolci per averne consigli sul film che aveva in mente, la storia del giovane sindacalista di Sciara Salvatore Carnevale, ammazzato dalla mafia un anno o due prima, nel maggio del ’55. (Il film finirono per farlo i Taviani, il loro esordio, Un uomo da bruciare; e fu certamente assai diverso da quello pensato da De Seta).

Era il primo regista che conoscevo ma, da appassionato di cinema, avevo visto un suo documentario e letto di lui su “Cinema nuovo”. Mi colpirono la sua gioventù e la sua eleganza, la sua signorilità. Invece che col film su Sciara, poté esordire nel lungometraggio solo nel 1961, con Banditi a Orgosolo. Un altro Sud, dentro un’altra isola… Molti anni dopo lo accompagnai in un suo giro in Sardegna, constatando il grandissimo affetto di cui era circondato grazie a quel film, che con rispetto e poesia era stato il primo a mostrare l’isola nel suo ambiente naturale e sociale, nella sua cultura, nelle sue difficoltà, e nella sua straordinaria bellezza… De Seta fece tempo dopo un secondo lungometraggio, che però sconcertò la critica – ferma alla sua prima immagine di lui. Era Un uomo a metà, confessione di una crisi esistenziale profonda, segnata dall’esperienza dell’analisi junghiana. Ritrovò il successo solo col Diario di un maestro, un lavoro televisivo prima che cinematografico, e di straordinaria misura nella lunga narrazione e nell’approfondimento di un ambiente – un’aula di scuola elementare nella periferia romana, il rapporto e legame pedagogico di un maestro con i suoi allievi. Cosa rara per quei tempi, per non dire dei nostri, non solo in televisione anche in cinema, con l’unica eccezione di Luigi Comencini, il Diario di un maestro fu tra i pochi film nostri in cui i bambini erano veri bambini, non bambini ideali. Fui ancora io a presentarlo insieme a lui, qualche anno dopo, nella sala del consiglio comunale in Campidoglio, quando ormai De Seta era celebrato in festival e rassegne, ed era stato infine “scoperto” da registi e da critici di mezzo mondo.

Non c’è molto di cui possa davvero inorgoglirmi: saper giudicare del talento di un autore è uno dei primi compiti di un critico, e mettersi a sua disposizione per assisterlo in iniziative che potessero favorire la conoscenza delle sue opere ne è un’ovvia conseguenza, anche se non sempre succede. Per diversi anni, De Seta è stato per me un vero amico, nel dialogo e nel confronto con la storia di appena ieri e con il presente dell’Italia, in particolare del Sud. E nel confronto con la storia, con il presente, e con l’incerto futuro di un’arte.

Non sempre, come ben sanno i collaboratori che ha avuto più vicini, il rapporto con lui era dei più facili. De Seta era un grande nevrotico e un amico esigente. Ma quanto era possibile imparare da lui, dalla sua idea del cinema come strumento artistico e culturale fondamentale alla comprensione della realtà, dal suo modo di intendere l’esplorazione del mondo e la possibilità di raccontarlo in immagini. Allievo a distanza del grande Flaherty, anche se in sostanza autodidatta, De Seta era soprattutto un poeta, della qualità e profondità di uno Scotellaro e più tardi di un Sinisgalli, di Dolci e di Montaldi, e segnato più o meno direttamente dal magistero di Antonio Gramsci (ancora un sardo!) e di Carlo Levi… La costruzione stessa dei suoi film, quale che ne fosse la lunghezza, era da poesia e non da prosa, e da poesia antica, di un mondo non ancora dominato dalla macchina.

Vittorio De Seta ha avuto in sorte di vivere un tempo di enormi cambiamenti, quando il “mondo di ieri” scompariva anche nel nostro Mezzogiorno e la tecnica prendeva il sopravvento. Dando pane, ma uccidendo spesso ogni poesia. Per questo i suoi film sono un documento unico nella storia del nostro paese, anche se – tra gli storici – pochi se ne sono accorti e sono disposti a riconoscerlo…

È nato in un mondo in cui Omero era ancora di casa, e ne ha visto, soffrendone, la fine. Ma anche per questo la sua opera è inestimabile, forse unica. Forse anche più di quella di un Rossellini o di un Visconti, e pari soltanto, forse, a quella di Pasolini, che come lui ha sofferto la violenza di una mutazione che non ha riguardato solo le tecniche, ma le qualità stesse dell’umano.

Sono, e dobbiamo esserlo in tanti, grato a Ludovico Cantisani per aver raccolto tante testimonianze e riflessioni sull’arte, più unica che rara, di Vittorio De Seta.


Pezzo ripreso da  https://www.minimaetmoralia.it/wp/cinema/il-meridionalista-dellimmagine-postfazione-di-goffredo-fofi