05 settembre 2022

E.M. CIORAN, FINESTRA SUL NULLA

 


«TRA NOI E LE COSE SI FRAPPONE LA LUCE»: “FINESTRA SUL NULLA” DI EMIL CIORAN

Nel 1970, intervistato da François Bondy, Emil Cioran racconta di vivere in un bell’appartamento a Parigi, con splendida vista sui tetti del Quartiere Latino, grazie, per certi versi, alla sua opera o, come dice lui, allo «snobismo letterario». Arrivato a Parigi dalla Romania per scrivere una tesi di dottorato alla Sorbonne a cui non lavorerà mai (su «qualcosa» che riguardava l’etica di Nietzsche, ricorda) preferendo girare la Francia in bicicletta, giunto a quarant’anni gli viene impedito di continuare a mangiare per pochi franchi alla mensa universitaria e così Cioran si stanca anche di vivere in brutte camere d’albergo. Chiede allora a un’agente immobiliare di trovargli un appartamento, ma non riceve nessuna proposta fino a che non arriva la svolta: «Allora – racconta nell’intervista raccolta in Un apolide metafisico – le ho mandato un mio libro appena pubblicato, con dedica. Due giorni dopo mi ha portato qui, dove l’affitto è sui cento franchi, cifra adeguata ai miei mezzi di sussistenza. Cose che capitano con le dediche d’autore». Sembra paradossale che uno scrittore come Cioran, restio a scrivere («È una cosa che detesto, e infatti ho scritto pochissimo. La maggior parte del tempo non faccio niente») e ancor di più a fare della scrittura una professione, affidi proprio allo «snobismo letterario» la possibilità di avere un buon rifugio da cui riflettere sulle proprie sofferenze e costruire un esteso e multiforme sistema di pensiero che pian piano prende la forma di un’indagine metafisica, e impietosa, sull’uomo.

Adelphi pubblica adesso Finestra sul nulla (con la traduzione di Cristina Fantechi e la cura di Nicolas Cavaillès) che per formato e natura dei testi assume la forma di un piccolo breviario da consultare all’occorrenza, quando si è in cerca di una parola che non rincuori meccanicamente, ma metta piuttosto in moto onestamente il pensiero («Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore»). Si tratta di una serie di aforismi inediti, conservati presso la Bibliothèque Littéraire Jacques Doucet di Parigi, scritti in romeno probabilmente tra il 1943 e il 1945, certamente precedenti al Sommario di decomposizione (1949), la sua prima opera scritta direttamente in francese, lingua di cui Cioran diventerà maestro. Nel raccontare della sua casa affacciata sui tetti del Quartiere Latino è facile cogliere l’ironia di Cioran nel descrivere la propria situazione e anche in questo breve frammento si ricrea quello strano incantesimo che caratterizza tutta l’opera di Cioran: un afflato profondamente pessimista (seppure Cioran dicesse di non essere pessimista ma «violento») che si lega a uno stile vivace, umoristico e caustico nello stesso tempo, come se non esistesse nessun altro modo per esorcizzare i vizi e i dolori dell’uomo se non mettendoli in vetrina (e da questo punto di vista anche le interviste si trasformano in formidabile strumento letterario).

Così si può comprendere veramente la portata dell’opera di Cioran ed entrare nel vivo della sua scrittura, così come è più immediato anche valutare l’assenza totale di qualsiasi riferimento in queste pagine alla violenza della Seconda Guerra Mondiale che stava infuriando intorno a lui e che aveva in Parigi uno dei suoi luoghi nevralgici. Per Cioran infatti, come emerge limpidamente dall’oscurità delle sue pagine, il fatto particolare non esiste, la contingenza non genera interesse, perché esiste solo ciò su cui si posa il suo pensiero e vive il suo corpo, cioè la vita umana e il suo destino. Così in questo libro troviamo Cioran riflettere su temi a lui molto cari, come la morte («Ho preso sul serio la morte. L’ho preceduta» o «È al fatto di rimandare la morte in quanto problema che l’uomo deve la sua salvezza quotidiana, il proprio dolce sopore davanti all’ineluttabile»), il pianto («Gli occhi sanno piangere prima di vedere. La vita inizia con questo paradosso. Quando tuttavia incominciano a vedere, avrebbero un tale bisogno di lacrime che piangere diviene loro impossibile. E il paradosso cresce» o «Se avessi potuto piangere sulla mia esistenza, già da un pezzo sarei diventato un filosofo razionalista. Ma le lacrime senza esercizio si frappongono tra me e qualsiasi omaggio alla mente») o l’amicizia («Di tutte le codardie che rendono possibili i rapporti tra gli esseri umani, la più delicata resta comunque l’amicizia. La sincerità totale è compatibile solo con il monastero o l’assassinio»).

Tra questi aforismi, che anticipano, escluso il primo libro del 1933 Al culmine della disperazione («Al culmine della disperazione contiene già tutto quello che verrà dopo. E’ il più filosofico dei miei libri»), i testi più importanti di Cioran come Storia e utopiaSommario di decomposizione o L’inconveniente di essere nati, si ritrovano quindi tutti i temi più cari allo scrittore rumeno: c’è spazio infatti per una riflessione nostalgica e sofferente sull’infanzia («Quando, cullato dall’amore, riscopri l’innocenza dell’infanzia e le attrattive dell’avvenire, non lontano il Diavolo sorride. Lui lo sa che finirai comunque nelle sue braccia, le braccia del risveglio e dell’insonnia»), per Cioran luogo mitico fino ai dieci anni quando lasciò il piccolo villaggio di Rapinali per andare alla scuola media di Sibiu («Per me, da bambino, quel paese montano aveva un enorme vantaggio: dopo la colazione potevo sparire fino a mezzogiorno, poi tornavo a casa, e un’ora dopo sparivo di nuovo in giro per i monti»), ma anche molto spazio per il tema, centrale per la sua vita, dell’insonnia, sofferenza che con il suo rovesciamento dei classici ritmi giornalieri genera in Cioran una visione eccezionale sull’esistenza umana invitandolo a comprendere cosa significhi essere estromessi dai vivi («La morte è il prolungamento – senza coscienza – di un’implacabile insonnia…, una veglia eterna al di fuori dello spirito» o «La natura ci ha donato il sonno, incoscienza reversibile, per guarirci dal male che lo stato di veglia infligge alla materia. Quelli che hanno perduto il sonno sono esclusi dai benefici di questo recupero quotidiano, e trascinano con loro, nelle loro notti e nei loro giorni, la loro sete di riposo, incapaci di ritrovare un controllo dietro palpebre sempre socchiuse»).

Finestra sul nulla, ultimo libro scritto da Cioran in lingua rumena prima del passaggio definitivo al francese, segna quindi un momento fondamentale nell’opera dello scrittore che, non a caso, includerà anche alcuni di questi frammenti e i temi che lo interessano in alcune delle opere successive: anche l’esperienza biografica, gli anni ormai trascorsi a Parigi senza indirizzo, l’anonimato in cui si è rinchiuso, l’addio definitivo alla Romania e la ricerca di un modo per sopravvivere, portano Cioran a pensare in modo diverso alla strutturazione dei contenuti nella sua opera, a rendere evidente alla sua mente come questa vita separata non possa trovare altra costruzione letteraria se non quella del frammento, specchio fedele del palpitare della sofferenza e del disincanto a cui niente, già a questo punto, può porre rimedio («La voluttà ci rivela i limiti della carne, l’amore quelli dell’anima.»).

Durante un’intervista Cioran, parlando della sua opera, ha confessato: «Il mio pensiero non si presenta come un processo ma come un risultato, come un residuo. È quanto resta dopo la fermentazione, le scorie, la feccia». In questa breve definizione sembra essere racchiuso uno dei luoghi più profondi dell’opera di Cioran, l’impossibile unità del pensiero e la ricerca, attraverso la scrittura aforistica, di enucleare la natura più radicale e sotterranea dell’Assoluto. Ecco perché Finestra sul nulla, per la sua natura e per i suoi temi, rappresenta certamente un ottimo viatico all’opera del grande scrittore, ma anche un fondamentale incubatore delle riflessioni che costelleranno i suoi libri successivi.

 

COME DECOSTRUIRE IL LINGUAGGIO RAZZISTA

 


Decostruire il linguaggio razzista

Annamaria Rivera
05 Settembre 2022

Semplificare il discorso che esprimono nefasti sistemi articolati e complessi – nei loro versanti sociali, politici, simbolici, mediatici, ecc. – riducendolo alla manifestazione di sentimenti di odio – pratica che da tempo va per la maggiore in Italia e in Europa – non è soltanto fuorviante, danneggia in profondità le lotte e la costruzione di politiche antirazziste. Annamaria Rivera torna a invitarci con la consueta tenacia all’esercizio del pensiero critico sulle fortune, tutt’altro che ingenue, dell’utilizzo della definizione di “contrasto all’hate speech” in luogo della chiarezza e della profondità del concetto di antirazzismo. La necessità di esercitare un certo rigore nella pratica di ecologia delle parole forse non è mai stata così urgente come nel caos sistemico e nei riflessi sulla comunicazione che esso comporta nel nostro tempo. Decostruire e smascherare le retoriche e il lessico del linguaggio di cui si serve il razzismo, spesso in forme sofisticate e subdole, non basta certo a eliminarne i fondamenti. È tuttavia un passaggio essenziale, indispensabile per restituire senso, nitidezza e capacità di comunicare ai mondi nuovi che esistono ben oltre le rappresentazioni ossessive che ci affliggono dagli schermi per confondere e oscurare la realtà dei processi in corso e impadronirsi di ogni istante della nostra attenzione e del nostro tempo

Le rappresentazioni di un generico discorso d’odio servono anche a far piazza pulita di molte delle ragioni sostanziali che sostengono le fondamenta di un sistema razzista, foto Desinformémonos

Ilessici deformanti, le retoriche e le rappresentazioni negative delle altre e degli altri la propensione a mascherare dietro eufemismi provvedimenti e istituzioni di stampo razzista e anticostituzionale sono, al tempo stesso, una delle cause e uno degli effetti di quel sistema complesso e multidimensionale che chiamiamo razzismo: un sistema, spesso subdolo, di disuguaglianze giuridiche, economiche, sociali e di status; un sistema di solito caratterizzato da forti scarti di potere fra i gruppi sociali coinvolti.

Dunque, per contrastare il razzismo è utile, sebbene non sufficiente, decostruire e smascherare le parole e le retoriche di cui esso si serve o che inventa, avalla o afferma come se fossero verità indiscutibili. Anche se da sola è insufficiente, l’opera di ecologia delle parole rappresenta uno dei mezzi per cercare di decomporre quella che Etiennne Balibar definì la comunità razzista, o almeno per intaccarne la compattezza e provare così a metterla in crisi.

Ciò detto, io trovo molto problematica la locuzione hate speech (“discorso d’odio”), divenuta ufficiale a livello internazionale. Non per caso essa fu coniata negli Stati Uniti da un gruppo di studiosi di diritto alla fine degli anni ’80, in un paese in cui il termine “razza” è usato abitualmente, come se fosse neutro. La credenza secondo cui tutti gli insulti, le affermazioni, le locuzioni offensive e discriminatorie siano espressione di odio è alquanto infondata, a mio parere.

Anche se allargassimo il significato di “odio”, intendendolo come ostilità, avversione, rigetto, antipatia, inimicizia verso taluni individui e gruppi, non riusciremmo a comprendere l’intera gamma di motivazioni che ispirano parole, locuzioni, discorsi razzistici e discriminatori, anche quelli sessisti e omofobici. Se proprio volessimo attribuire alla sfera dei sentimenti e delle emozioni i moventi del comune parlare razzista, saremmo costretti a constatare che spesso a prevalere sono il disprezzo, la noncuranza, la derisione, il dileggio.

La credenza sempre più diffusa di poter smantellare il razzismo sistemico attraverso il contrasto all’hate speech sottrae attenzione ed energie alla concretezza delle lotte e alla capacità di comunicare dell’antirazzismo

Non per caso, in Italia, tra i primi lemmi coniati per nominare in blocco persone immigrate e rifugiate vi è stata l’espressione napoletana vu’ cumprà («vuoi comprare?»): ritenuta la frase tipica con cui il tipico venditore itinerante straniero si rivolgerebbe ai passanti e basata sulla generalizzazione arbitraria secondo cui tutti i migranti sarebbero al massimo dei miserabili ambulanti. Del resto, le rappresentazioni veicolate dai mezzi di informazione e talvolta dalle stesse istituzioni per lo più tendono a occultare o a minimizzare l’effettivo ruolo produttivo svolto dai lavoratori/trici immigrati/e e quindi il loro contributo all’economia dei vari Paesi europei.

Inoltre, non credo affatto che quei politici e rappresentanti d’istituzioni, che sono soliti pronunciare le peggiori offese e oscenità razzistiche (gli imprenditori politici del razzismo, come ebbi modo di definirli in passato) siano mossi da qualche passione o sentimento. Se mai dall’ideologia e da una ben precisa strategia: volta ad ottenere consenso, deviando verso capri espiatori il rancore popolare, perlopiù dovuto alle condizioni economico-sociali vissute.

Vi è un altro paradosso che connota l’hate speech. In alcuni Paesi europei, fra cui l’Austria e la Spagna, tra i moventi è nominata insistentemente la “razza”. La stessa cosa accade per organismi internazionali quali CERD e CEDU, cioè, rispettivamente il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale  (dell’Onu) e la Convenzione europea dei Diritti dell’uomo.

Eppure è dai primi anni ’40 del Novecento che biologi, genetisti, soprattutto antropologi culturali quali Franz Boas, Fernando Ortiz, Ashley Montagu iniziarono a dimostrare la totale infondatezza scientifica della “razza”. Dunque, si potrebbe dire paradossalmente che chi continua oggi a perpetuarne il mito è egli stesso razzista, quantunque si occupi di hate speech.

Lo stesso si può dire a proposito delle espressioni “di colore” o “in base al colore”, come se esso fosse una realtà invece che una percezione storicamente e culturalmente determinata. In realtà, è il discorso dominante a decidere chi sia nero, chi bianco, chi di “razza ebraica”, chi di un’altra “razza”. Negli Stati Uniti è classificato/a come nero/a chi abbia anche solo un ottavo di “sangue nero”, pur se il suo aspetto è decisamente “bianco”. Per dirne un’altra, il Sudafrica dell’apartheid inventò la categoria dei bianchi onorari (i giapponesi, in particolare), tali per condizione di classe elevata.  

D’altronde, chiunque può essere razzizzato: in Italia, per un buon numero di anni, e tutt’oggi in Grecia, le principali vittime di razzismo sono stati gli albanesi, poi anche i romeni. Di questi ultimi, nel 2006, il giornalista di un quotidiano di destra osò scrivere: «È considerata la razza più violenta, pericolosa, prepotente, capace di uccidere per una manciata di spiccioli, che da anni terrorizza il nostro paese. Eppure questa razza si appresta addirittura a entrare nell’Unione europea». (Augusto Parboni, Un’etnia sempre in “cronaca nera”. Hanno il monopolio criminale di clonazioni e prostituzione, «Il Tempo», 3 ottobre 2006).

L’antiziganismo sempre molto radicato in Italia e in Europa spiega bene come il razzismo possa colpire qualsiasi comunità indipendentemente dal colore della pelle. Foto tratta da El Salto

Più tardi, il 10 aprile 2017, sarà Luigi Di Maio, leader del M5s, più volte ministro, a postare su Facebook un’asserzione analoga: «L’Italia ha importato dalla Romania il 40% dei loro criminali». E’ ugualmente sua la definizione delle navi delle Ong, impegnate nella ricerca e nel soccorso in mare, quali «taxi del Mediterraneo», frase corredata dal classico «Chi li paga? E perché lo fa?», postata undici giorni dopo.      

Da non pochi anni, in Italia come in altri Paesi europei, va affermandosi un razzismo istituzionale tanto estremo e incalzante da alimentare, per il tramite decisivo dei mezzi di comunicazione di massa e dei social network, forme assai diffuse di xenofobia popolare. Corollario e nel contempo agente di questo processo è il progressivo scadimento del linguaggio pubblico, che ormai sembra sottratto a ogni freno inibitorio.

La caduta dell’interdetto fa sì che pochi si scandalizzarono quando Beppe Grillo pubblicò nel suo blog, nel 2006, una lunga citazione dal Mein Kampf di Hitler contro «i giullari del parlamentarismo». E quando Matteo Salvini, leader della Lega Nord, nel 2008 osò affermare in pubblico che i topi «sono più facili da debellare degli zingari, perché sono più piccoli», echeggiando, forse inconsapevolmente, una delle metafore zoologiche tipiche dell’antisemitismo più classico. Il che non gli ha impedito di diventare, dieci anni dopo, ministro dell’Interno.

Ma è anche lo stesso lessico normativo e burocratico che talvolta nomina i/le migranti con appellativi stigmatizzanti e inferiorizzanti: “clandestini”, “extracomunitari”, “badanti”… In particolare, la parola clandestino ha svolto un certo ruolo nel rafforzamento dell’asse, repressivo e discriminatorio, delle politiche dell’immigrazione in Italia: l’unico Paese europeo nel quale chi non è in regola rispetto al titolo di soggiorno viene definito in modo spregiativo: altrove si dice, in maniera più o meno neutra, sans papiersindocumentados e simili. Queste politiche, a loro volta, hanno finito per avallare la retorica che ruota intorno all’equazione che assimila l’immigrato al “clandestino”, ergo al criminale.

Un’altra tendenza è quella di ricorrere al lemma etnia (in realtà, un sinonimo eufemistico di razza) per definire la provenienza di persone immigrate, invece che usare il criterio neutro, o almeno simmetrico, della nazionalità. E ciò con esiti grotteschi: sulla migliore stampa italiana, recentemente perfino sul manifesto, quotidiano di sinistra, ci è capitato di leggere  individui di etnia latino-americana o addirittura di etnia cinese (mentre mai abbiamo letto di etnia europea di etnia nordamericana).

Il film di Mohamed Kenawi racconta il sogno dei giovani cestisti di Castel Volturno provenienti da famiglie migranti che si scontra con “lo scoglio” delle leggi nazionali e di classe.

Vi è anche un gergo del senso comune razzista, in apparenza innocente, che usa vocaboli connotati ideologicamente come se fossero neutri. Si pensi al neologismo buonismo (e buonista; angéliste, in francese), con il quale si è soliti stigmatizzare le politiche egualitarie e inclusive, gli atti e i discorsi solidali nei confronti delle persone migranti e rifugiate, e delle minoranze. È un lemma che appartiene alla medesima famiglia semantica di pietista, usato in Italia durante il fascismo come un’accusa contro quegli italiani che, dopo l’approvazione delle leggi antiebraiche, cercarono di difendere, proteggere, soccorrere i loro concittadini ebrei.

E a proposito e per concludere. Si pensi ai sovranismi che attraversano gran parte dei paesi europei, al riemergere in forme esplicite dell’antisemitismo insieme con l’anti-islamismo: verbali e perfino fattuali (dai ricorrenti affaires del velo in Francia agli attentati a sinagoghe e moschee). Tutto ciò rende ancor più necessaria l’opera di “ecologia delle parole”, purché condotta nel contesto di una diffusa attivazione della società civile.

L'ULTIMA INTERVISTA DI PASOLINI

 



Tuttolibri” della “Stampa” e l’ultima intervista a PPP

25 AGOSTO 2016

Pezzo ripreso da http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/category/attivit

Tuttolibri”, lo storico supplemento culturale del quotidiano “La Stampa”, oggi diretto da Bruno Bentavoli,  ha compiuto 40 anni nel novembre 2015. Nato  da un’idea dell’allora direttore del giornale,  Arrigo Levi, vide la luce infatti  il 1° novembre 1975 come settimanale autonomo del sabato,  che fu  affidato agli inizi a un terzetto di giovani firme del giornalismo italiano: Vittorio Messori, Mario Varca e Alberto Sinigaglia.
Ed è quest’ultimo, con l’occasione dell’anniversario,  a rievocare le origini e la storia di questo glorioso  periodico, che aiuta tuttora lettori e librai a orientarsi nel vasto mondo di carta della scrittura, letteraria e saggistica. Lo fa con un articolo uscito il 21 agosto 2016, in cui è  immancabile il richiamo a Pasolini, dato che, proprio sul numero 2  di  “Tuttolibri” dell’8 novembre 1975, uscì l’a sua ultima, inquietante intervista,realizzata il pomeriggio del 1° novembre da Furio Colombo.
Il quale riflette su quella conversazione in un ricordo che, apparso di recente sempre su “La Stampa” (31 ottobre 2015), riproduciamo di seguito.

Nasce “Tuttolibri”, una bussola per lettori, scrittori e librai
di Alberto Sinigaglia

www.lastampa.it – 21 agosto 2016

La mattina di sabato 1° novembre 1975, giorno in cui nacque “Tuttolibri”, Pier Paolo Pasolini telefonò alla redazione. Gli era piaciuta la formula del primo settimanale italiano interamente dedicato a narratori, poeti, saggisti, editori. E confermava che quel pomeriggio avrebbe incontrato Furio Colombo per l’intervista in programma sul terzo numero [poi l’intervista uscì sul numero 2, ndr.]. Sarebbe stata la sua ultima intervista, forse la più bella, certo la più famosa, perché quella notte Pasolini fu assassinato. Il dialogo uscì il sabato successivo con la foto dello scrittore e regista in copertina e con il titolo profetico suggerito da lui: Siamo tutti in pericolo. In poche ore di
“Tuttolibri” n. 2 furono vendute 177 mila copie. Del primo numero si erano superate le 130 mila.
“Tuttolibri” era stato subito apprezzato dai quindicimila librai e cartolibrai italiani, per i quali era diventato uno strumento indispensabile. Forniva infatti l’elenco di ogni libro uscito la settimana precedente, con qualche riga di descrizione. Ad attirare autori e lettori erano invece le recensioni, più numerose di quelle fornite dalle pagine dei libri de “La Stampa” o del “Corriere della Sera” o di “Paese Sera”, allora molto curate, o del “Giornale nuovo”» di Montanelli, nato l’anno prima (“la Repubblica” sarebbe arrivata nel 1976). E pagine di “schede” tre volte più lunghe delle recensioni-bonsai sopravvissute negli attuali periodici.

Arrigo Levi  con i giornalisti e i tipografi del n. 1 di "Tuttolibri-La Stampa" (novembre 1975)Arrigo Levi con i giornalisti e i tipografi del n. 1 di “Tuttolibri-La Stampa” (novembre 1975)

L’idea di un settimanale non genericamente culturale, ma specificamente libraio, venne al direttore de “La Stampa” Arrigo Levi, fortemente sostenuta da Giovanni Giovannini, inviato e vicedirettore del quotidiano, posto da Gianni Agnelli al vertice dell’Editrice. Figlio del grande giornale, avallato dalla sua autorevolezza, ma autonomo in edicola, “Tuttolibri”, oltre a essere specchio completo e limpido del mercato editoriale italiano, molto bene informato sulle novità di quello straniero, dava voce agli autori, ai redattori editoriali, agli agenti letterari e ai traduttori, fino a quel momento trascurati.
A realizzare il progetto, avviato da Mario Bonini, colto regista delle “Enciclopedie” Garzanti, riuscirono tre giovani giornalisti: Vittorio Messori, che di lì a poco avrebbe conosciuto fama internazionale con 
Ipotesi su Gesù, Mario Varca, che sarebbe stato a lungo capo della redazione esteri de “La Stampa”, ed io, cui toccò di impugnare il timone per una precedente esperienza editoriale. Il successo consentì di arruolare il critico teatrale Osvaldo Guerrieri. A infondere saggezza ai quattro moschettieri c’era Carlo Casalegno, il vicedirettore politico e culturale de “La Stampa”. Furio Colombo, inviato a New York, era il loro radar internazionale. Il poeta Giovanni Raboni guidava la schiera dei critici.
Primo Levi, Massimo Mila
 e tanti altri grandi collaboratori de “La Stampa” passavano per suggerire un’idea, un consiglio, una proposta. Il più assiduo e fecondo era Giovanni Arpino, che era un inviato della redazione sportiva. Venivano in visita Giulio Einaudi, Valentino Bompiani e Giorgio Fattori, capo del gruppo Fabbri-Bompiani-Sonzogno-Etas Libri, scortato da Oreste del Buono. Fattori sarebbe succeduto a Levi quale direttore de “La Stampa” e avrebbe trasformato “Tuttolibri” in supplemento del quotidiano, il padre dei supplementi culturali oggi più in voga. Del Buono, sarebbe di lì a poco diventato una delle nostre firme più popolari.

La pagimìna di "Tuttolibri" dell'8 novembre 1975La pagina di “Tuttolibri” dell’8 novembre 1975

Quell’intervista con Pasolini era gravida di morte”
di Furio Colombo

www.lastampa.it – 31 ottobre 2015

Non ero mai stato a casa di Pasolini, all’Eur. Ma lui era stato a casa nostra (Alice, Daria molto piccola e io ) molte volte, una casa di affitto sulle dune di Sabaudia, da cui si vedeva «la casa di Moravia» (come dicevamo tutti del quadrato di cemento, tre camere e cucina ) che era da poco la nuova casa di Dacia e Alberto, dopo che avevano lasciato (loro e anche noi) la casa di Fregene. Se non avevano voglia di cucinare, tutti e tre venivano da noi. E poteva accadere che arrivassero Enzo Siciliano, che era già lo “storico” di Pasolini, e Flaminia, colta e attivissima. Ma a volte non c’era nessuno, nella casa cubo, e Pier Paolo veniva da solo.
Due argomenti, mentre si cucinava nella stessa stanza: letteratura (ricordo un suo discorso affettuoso e limpido su un libro di Ottiero Ottieri, non noto, ma importante scrittore e comune amico ) e vita italiana. Era già iniziata la grande discesa, a cui si arriverà passando dalla sua morte. Ma non era una conversazione di lamenti e sospiri. Eravamo nella storia, punto e basta. Chi ha detto che la storia debba essere divertente o «andare nella direzione giusta»?
Quello di Pasolini era un discorrere di fatti, intuizioni, un allargare all’improvviso lo spazio su cose non ancora viste o capite dagli altri, ma ovvie, secondo lui. E mai raccontate come una scoperta, solo constatazioni. Ah, e c’era un terzo argomento, l’America, ma entrava negli altri due, la letteratura o la vita italiana che cambia. Gli interessava il parere di Alice, fresca di università americane ricche di docenti-scrittori, e coinvolta nei diritti civili e nella pace in Vietnam. Il discorrere di Pasolini con le donne (le donne che gli interessavano ) era forse il solo veramente alla pari, in quegli anni. Del resto avevo conosciuto Pasolini, ritornando da un mio primo periodo in America, quando Silvana Ottieri (grande intellettuale rimasta deliberatamente in ombra accanto al marito), leggendo una mia recensione, aveva esclamato: «Ma come, non conosci Pasolini?».
Pasolini è entrato nella mia vita già nelle dimensioni che, insieme a tanti nel mondo, gli conosco e gli riconosco adesso. Sapevo prima, e sapevo durante gli anni della nostra amicizia, la traccia profonda del suo lavoro, scrivere, filmare, parlare. S’intende che la scorta di Moravia e di Dacia Maraini, in questo percorso, ha contato moltissimo. Ma quando Arrigo Levi, direttore di questo giornale (del quale sono stato parte per vent’anni), mi ha chiesto di iniziare il nuovo “Tuttolibri” con una intervista a Pasolini (un’idea di Alberto Sinigaglia), mi è sembrato un compito facile e naturale. Il testo dimostra di no. Siamo stati ore insieme, con lunghe pause e una asciutta severità da parte sua, che sembrava isolarlo, come se fossimo parte di una sequenza pubblica, e qualcuno filmasse. Tutto girava intorno alla frase: «Noi non sappiamo chi, in questo momento, sta pensando di ucciderci». E la lunga conversazione, che non era con me ma con tanti che lo tenevano d’occhio, con intensa ammirazione o con odio, è rimasta aperta.



04 settembre 2022

CAMICIE NERE NELLA GUERRA CIVILE SPAGNOLA

 







Diario di Saragozza: la torre de los italianos

di

Cisco Escalona

A Saragozza v’è il più grande sacrario militare italiano in terra straniera dopo quello di El-Alamein : 2.889 soldati italiani. Fra questi, in maggioranza facenti parte del contingente di migliaia di uomini, tra soldati e camicie nere, inviato da Mussolini per appoggiare i ribelli falangisti guidati dal Generale Franco, vi sono i resti di ventidue garibaldiens delle Brigate internazionali. Sono i  caduti italiani sepolti nella Torre de los italianos.

Dal mio arrivo a Saragozza giovedì scorso avevo tentato di visitarlo una prima volta domenica pomeriggio ignorando che le visite fossero possibili solo al mattino dalle undici a mezzogiorno. Un’ora che è uno squarcio nel tempo e nello spazio, dov’è questione di storia d’Europa, dittatori e rivoluzionari. O più semplicemente di fratelli l’un contro l’altro armati.

Una torre ha il vantaggio di essere visibile oltre i tetti e può indicarti la direzione mantenendo lo sguardo alto e non chino sullo smartphone con i suoi itinerari. Essere sospesi in una città è quando la lista delle cose da fare si concede il lusso di variabili a volte indipendenti dal cittadino provvisorio ed allora può accadere che un appuntamento all’agenzia immobiliare che sta per affittarti casa debba essere ritardato e in quel tempo liberato d’un tratto si decida di andare alla Torre, fuori orario senza nemmeno la scusante dell’ignoranza.

Si passa per la Piazza di Spagna, per corso Indipendencia e poi altri viali che ti portano a scorgere l’edificio non troppo distante. Era stato Mussolini in persona,  a volerne la costruzione per omaggiare i caduti italiani (dalla parte giusta delle camicie nere) e il progetto inizialmente prevedeva l’altezza di 85 metri  ridotta alla metà, otto piani per quarantadue metri. Dell’architetto spagnolo Victor Eusa Rasquen il progetto a cui lavorò tra il 1937 e il 1940.Dal momento in cui varchi la cancellata e l’iscrizione “L’Italia a tutti i suoi caduti in Spagna” sei in territorio italiano.

Nel week-end mi ero dedicato alla ricerca di informazioni su quella strana torre, in verità poco frequentata dai cittadini di Saragozza per quanto sia citata tra le venti cose incredibili da scoprire in città. Per cominciare alcune note e dati fondamentali:

La partecipazione degli italiani alla guerra civile spagnola

Dopo lo scoppio della guerra civile in Spagna, 18 luglio 1936, l’Italia di allora decise di correre in soccorso dei nazionalisti spagnoli guidati da Francisco Franco: 74.285 soldati con 1.930 cannoni, 10.135 mitragliatrici, 240.747 fucili e 7.663 automezzi; 5.699 aviatori con 763 aeroplani; 91 unità navali. Sul fronte opposto dei repubblicani ci furono altri italiani, i volontari delle Brigate Internazionali, inquadrati in una forza internazionale cui partecipavano 40.000 volontari di 52 paesi dei cinque continenti. I volontari italiani, inquadrati nella Brigata Garibaldi, furono circa 3.350.

Sono 236 le località spagnole dove ci furono caduti italiani: 3414 morti, 150 deceduti in Italia, 232 ritenuti scamparsi, 547 italiani morti dalla parte dei repubblicani, di cui solo 22 sono sepolti nella Torre.

In un’intervista rilasciata a una testata d’informazione , Inform, dedicata agli italiani in Spagna, lo studioso Dimas Vaquero Peláez, autore di “CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE, fascistas italianos en la guerra civil española, afferma: “Tutti devono essere ricordati e a tutti si deve rendere omaggio, tutti diedero la propria vita per una causa, molto rispettabile e così lo dimostra il Sacrario militare italiano di Saragozza… Vissero anche loro la piccola guerra civile in terra spagnola, con scontri fra patrioti, lontani dalla propria terra e reso ancora più drammatico con casi di fratelli italiani in lotta fra loro, triste riflesso di quello che è una guerra civile”. Un libro imprescindibile, aggiungiamo noi.

Nei giorni precedenti alla visita tante erano le domande che accompagnavano la mia ricerca e un desiderio, rendere omaggio in qualche modo ai ventidue brigadistas che la storia avrebbe relegato dalla parte “sbagliata” dei vinti. Era infatti come se la canzone di De Gregori il cuoco di Salò, arrangiata da Battiato, e contestata dalla sua pubblicazione dai puristi radical Kitsch, potesse adattarsi ai nostri “rossi” soprattutto nella magnifica strofa:

Che qui si fa l’Italia e si muoreDalla parte sbagliataIn una grande giornata si muoreIn una bella giornata di soleDalla parte sbagliata si muore
La prima domanda riguardava quell’interruzione per mancanza di fondi e caduta di Mussolini, va detto sopraggiunta poco dopo, e la seconda ben più complessa su come il generalissimo avesse potuto permettere già dalla fine degli anni quaranta che venisse onorata la memoria dei nostri garibaldini. A venirmi in soccorso è stato allora un romanzo di Ignacio Martínez de Pisón, Dientes de leche, pubblicato in Italia da Guanda con il titolo il fascista , magnificamente tradotto da Bruno Arpaia, dove una parte importante è proprio dedicata alla Torre de los italianos.
Molte sono le informazioni storiche che ritroviamo nel romanzo e alcune di esse rendono chiari certi passaggi a cominciare dalla riduzione dell’altezza della torre che un po’ mi ha ricordato il racconto di Buzzati, La tour Eiffel dov’è proprio questione di altezze da rispettare o sfidare.
Se per Buzzati si trattava di sfidare Dio, nel romanzo citato scopriamo nelle parole di Don Pietro, deus ex machina, il senso di quella strana fabbricazione nel cuore di Saragozza:
«Sarà come La Mecca per i musulmani! Da tutti gli angoli del mondo verranno fascisti a vederlo!» urlava, ed era tanta la sua veemenza che né il sindaco né il governatore civile osavano replicargli.
Senza rivelare “la fabula” di questo libro estremamente sincero  che presenta molti intrighi e colpi di scena, sicuramente “repubblicano” quando denuncia le nefandezze compiute dai fascisti sulla popolazione civile, davvero poco comparabili con quanto avveniva tra i “rossi”, quello che mi ha colpito di più è stata la capacità del suo autore Ignacio Martínez de Pisón nel mettere in prospettiva i fatti della storia rivelandone gli aspetti più umani, il nucleo centrale di quella guerra civile, ma non solo quella, e che sono le famiglie, la lotta fratricida che ne ha sancito l’impossibilità, per popoli interi, di elaborare il lutto.
Dal romanzo il lettore scopre per esempio che “i volontari fascisti”, così volontari non lo erano stati, e fascisti non sempre:
Raffaele non era fascista in Italia. Nemmeno antifascista, è chiaro. Raffaele era soltanto povero, e solo per far uscire dalla povertà sua moglie e sua figlia aveva accettato di andare in guerra in un paese straniero. Sulla nave, lo Stelvio Domine, ne conobbe abbastanza che erano come lui, e tutti si mostravano con orgoglio le foto della prole che avevano lasciato al paese. Tra quei soldati, erano pochi (e sempre i più giovani) a essersi arruolati per servire il Duce e diffondere gli ideali del Fascio. C’era anche chi veniva ingannato: gli avevano assicurato che sarebbe partito per l’Abissinia, una destinazione tranquilla, e adesso scopriva che li portavano in una guerra. L’ultima parte della traversata la fecero di notte e a luci spente, e gli uomini si affollavano sul ponte e scrutavano ansiosi l’oscurità. Viaggiavano in abiti civili. Quando si preparavano a sbarcare, raccomandarono loro di non mettersi ancora l’uniforme. Quella era Cadice. Quella era Cadice, ma poteva essere qualunque posto, e comunque cosa importava? Poi il tenente cominciò a urlare, e gli uomini si misero in spalla la loro sacca e cercarono a tentoni il cammino verso la passerella. Un soldato inciampò e ne trascinò un altro nella caduta. Si sentirono risate e bestemmie, e il tenente li sollecitò di nuovo con le sue urla. Perché quella fretta? Raffaele pensò che in guerra non importavano i perché: in guerra le cose si facevano e basta.
Ma è soprattutto in un passaggio cruciale della storia della Torre, ovvero quando vengono individuate in altri cimiteri le salme degli italiani in modo da poterle riunire agli altri già tumulati nel Sacrario, che accediamo a un orizzonte di senso nuovo, almeno per me. Don Pietro, accompagnato da uno dei protagonisti e un francescano sul posto procedono in quella terribile operazione di recupero dei corpi o di quanto rimaneva di essi:

“Una mattina andarono a Villanueva de Gallego, dove il battaglione di Raffaele aveva combattuto mentre lui si rimetteva dalle ferite nel Nucleo Chirurgico Chiurco. Viaggiavano su uno dei veicoli forniti da Serrano, un furgone nero con il giogo e le frecce delle Falange dipinte in rosso, e con loro c’era un giovane cappuccino spagnolo, il fratello Iluminado.«Il cimitero» disse padre Pietro, indicando da una parte.

«Di là.»

«Di qua» lo contraddisse Raffaele, che guidava.

«Di là.»

«Lei lo dice a me? Ho fatto la guerra qui!»

«Anch’io ho fatto la guerra qui! In questi paesi avrò battezzato centinaia di bambini! È di là. Sicuro.»

«Truppa» disse fra’ Iluminado guardando il cappellano.

Voleva dire che la bottiglia con i suoi dati identificativi era legata a una gamba. Quando il morto era un ufficiale, aveva la bottiglia legata a un braccio. Raffaele lo accompagnava soltanto nei cimiteri della provincia. Dei morti sepolti in cimiteri più lontani si occupavano padre Pietro e gli altri cappuccini, e lui non si prendeva nemmeno la briga di chiedere. Un giorno arrivarono con tre nuovi cadaveri, tutti e tre avvolti in dei sudari. Raffaele osservava fra’ Iluminado andare e venire con la carriola.

«E questi perché non hanno la bottiglia?» chiese.”

Ed è così che si rendono conto di avere preso in cura anche le salme dei nemici, dei “rossi”. Sulle prime li vediamo reagire quasi stizziti di fronte a quella incongruenza ideologica, fascisti che si occupavano dei corpi di antifascisti, ma dura un attimo perché a vincere sarà una pietas mista a un sentimento patrio autentico, quello che ti fa considerare dei tuoi compatrioti come fratelli a prescindere dalle idee o dai partiti.

Arrivo trafelato alla Chiesa di Sant’Antonio che fa parte del complesso della torre sono davvero fuori tempo massimo. Il parroco mi accoglie e quando gli chiedo di poter almeno vedere dall’interno, dal piano terra latorre mi acccorda cinque minuti ed entriamo.

Gli faccio delle domande a cui risponde con estrema dolcezza e comunicandomi che la vera missione della torre era quella di trasmettere, attraverso la memoria e il dialogo, un desiderio di riconciliazione all’interno di un continente, un popolo, di una stessa famiglia lacerata dalla guerra civile. Mi chiede se sono di passaggio, turista e gli rispondo che sono a Saragozza per lavorare, al Liceo francese di Saragozza come professore di filosofia. Quando aggiungo che avrei cominciato l’indomani mattina, mi ha fatto cenno di salire, che non avrei avuto tanto tempo ma abbastanza per raccogliermi di fronte a quei nomi e cognomi sprovvisti di luoghi di nascita e età.

Impossibile trovare i miei ventidue, ovvero identificarli tra i 2.889. Di tanto in tanto parenti venuti dall’italia ne avevano apposto accanto alla lapide una fotografia e poche note a testimonianza che prima di essere morti avevano ben vissuto da qualche parte, e con altre persone, una moglie, una madre, dei figli, dei fratelli. In nessun caso un segno di riconoscimento, Falange o Brigate internazionali.

Allora ho capito che non ha proprio senso in questi casi una memoria selettiva. Che non si poteva non provare della pena per ognuno di essi a prescindere dal campo giusto o sbagliato, di chi avesse vinto o perso, in questo paradosso spagnolo per cui chi era stato fascista durante la guerra lo sarebbe rimasto negli anni a seguire fino alla morte di Franco e  anche dopo con il tentativo di colpo di stato degli anni 80. Al piano terra è possibile vedere la maquette del progetto della Torre nelle sue dimensioni originali. Due volte l’altezza di oggi, impressionante. Ed è un bene che si siano fermati prima, quel poco che basta perché sia visibile per chi vaga da quelle parti alla ricerca di un senso alla storia che  forse un senso non ha. E chiudere con i magnifici versi di Jacques Prévert, “Quelle connerie la guerre”.

Pezzo ripreso da:  https://www.nazioneindiana.com/2022/09/03/le-lezioni-di-saragozza/

LA CONVERGENZA DIVINATORIA TRA PROUST E BERENSON




Annamaria DucciProust-Berenson. La convergenza divinatoria,

il manifesto Alias, 4 settembre 2022


Nel volume uscito per Officina Libraria Come la bestia e il cacciatore Proust e l’arte dei conoscitori (pp. 152, euro 18,00), lo storico dell’arte Mauro Minardi affronta la relazione tra Bernard Berenson e Marcel Proust descrivendola nei termini di un inseguimento reciproco, affidando ora all’uno ora all’altro i ruoli di preda e cacciatore. L’immagine venatoria non è scelta a caso, anzi. Essa rimanda a quel ‘paradigma indiziario’ che Carlo Ginzburg proponeva nel celebre saggio ancora oggi densissimo di suggestioni, in cui si avvicinava il metodo del conoscitore a quello del medico e dell’investigatore, scorgendone le radici proprio nell’attività dei primi uomini cacciatori. Minardi imposta la sua lettura dei due autori attorno alla adozione di quel preciso schema interpretativo della realtà, fondato su uno straordinario «potere di analisi di dettagli e tracce volatili, tradotti grazie a fulminee associazioni in schegge di verità»: capacità d’osservazione, in primo luogo, ma anche esercizio dell’analogia e infine ricorso alla intuizione. Metodo che è esattamente quello del connoisseur così come delineato da Berenson nel 1923: «Come nella caccia, prima di tutto si tratta di seguire le orme della volpe fino alla sua tana. Giunti a cotesto punto la partita diventa facile e basta seguire il fiuto». Vista acuta e odorato fino, dunque. Anche il giovane Proust riprenderà l’esaltazione del più ancestrale dei sensi: «il desiderio ha un istinto come quello del cane, che gli fa subito annusare l’odore del desiderio per quanto sia ben celato a chiunque altro» (Jean Santeuil). Ginzburg terminava il suo saggio affermando che la Recherche fosse costruita «secondo un rigoroso paradigma indiziario». Da qui riparte Minardi, verificando l’assunto attraverso la relazione speculare con il critico americano, nell’intenzione dichiarata di «gettare un ponte» tra letteratura e storia dell’arte. Anche per questo nel saggio la ricchezza delle informazioni viene come diluita nella levità di un racconto, le due biografie sono colorate di citazioni letterarie e di presenze fissate nei ritratti raffinati di James Tissot e di Boldini. È nell’ambiente della «Gazette des beaux-arts», di Salomon Reinach e di Charles Ephrussi (chi non ne ricorda il vivido ritratto nel bellissimo Un’eredità di avorio e di ambra di Edmund de Waal?) che Proust viene a conoscenza degli scritti di Berenson. Ne parla per la prima volta in una lettera del 1906, confessando il desiderio di incontrarlo, ma commentando in termini non proprio felici quella «conoscenza delle pitture che è tipica dell’antiquario e del mercante di pulci (…) che non implica alcuna competenza in merito alle qualità estetiche propriamente dette». Una affermazione in cui risuona la raffinata cultura inglese del tempo su cui il letterato si era formato, Ruskin, ma diremmo anche James Whistler, per il quale gli esperti avevano «ridotto l’Arte alla statistica» (Ten o’ clock, 1885, testo che Mallarmé tradusse in francese tre anni dopo). È in questo ambiente che prende forma la figura di Swann, amateur e collezionista, appassionato di Vermeer, ma anche quella, complementare, di Bergotte, pronto a dare la vita per rivedere la «piccola ala di muro giallo» della Veduta di Delft, per scorgervi «una bellezza che sarebbe bastata a se stessa». Questo Proust meno mondano e più spirituale, sarà quello che affascinerà Berenson, divenendo per lui, spiega Minardi, «lo specchio dorato ove egli riflette la propria sensibilità». L’incontro, folgorante per ambedue, avvenne solo nel 1918, per il tramite di Robert de Montesquiou. Berenson, di sei anni più grande, aveva intrapreso già dal 1894 un cambio di rotta che sarebbe stato cruciale per il corso futuro della connoisseurship, quella revisione del metodo scientifico di Giovanni Morelli in cui l’americano avvertiva il rischio di una chirurgica dissezione dell’opera d’arte. La monografia su Lorenzo Lotto fu l’occasione per elaborare una scienza dell’arte più ampia e più profonda, «costruttiva», il cui cardine era la ricostruzione della «personalità» attraverso la ricerca della «qualità», addirittura del «je ne sais quoi». Berenson restituiva umanità agli artisti, ammettendone le naturali «oscillazioni», e così facendo svelava la vacuità di un metodo – quello morelliano – che aveva per presupposto l’esistenza di Grundformen come cifre costanti di un maestro. Una revisione metodologica, quella dell’americano, che abbandonando la fede cieca (sia concesso il gioco di parole) nel senso della vista si fletteva anche verso l’intuizione, verso il fiuto. Così leggiamo infatti nei Florentine Painters (1897): «Il senso della qualità è indubbiamente il requisito per eccellenza di chi voglia divenire intenditore (…) ma appartiene ad altra regione che non sia quella della scienza (…) non rientra insomma, nella categoria delle cose dimostrabili». Berenson e Proust si muovevano nella stessa direzione, ovvero la revisione critica dell’estetica di impianto positivista. Berenson si era formato alle letture di Walter Pater (da lui, più che da Burckhardt, aveva tratto l’idea del Rinascimento come acmé dell’arte occidentale), al senso della forma di Adolf von Hildebrand, ma su tutti aveva contato il ‘pensiero aforistico’ di Friedrich Nietzsche, la cui idea di «intensificazione di vita» giocò un ruolo essenziale nell’elaborazione della nozione – energetica e vitalista – di «valori tattili». Proust si nutriva certo dello spiritualismo di Bergson, vibravano in lui il Ruskin della Bibbia di Amiens (che lui stesso aveva reso in francese), ma anche le letture allegoriche, iniziatiche quasi, di Émile Mâle, che gli svelavano il sens caché delle cattedrali. Se nel 1908 ciò lo condurrà a stilare un feroce pamphlet contro il determinismo letterario (Contre Sainte-Beuve), nel Tempo ritrovato si giungerà a screditare le «idee formate dall’intelligenza pura», per esaltare invece «l’impressione» come «criterio di verità». Tuttavia non sarebbe esatto circoscrivere la figura stessa di Morelli entro i soli recinti di un paradigma epistemologico scientista. Il suo pensiero, proprio in quanto pervaso dall’idea del frammento rivelatore (tratta principalmente dall’anatomia comparata di Georges Cuvier), presuppone che l’opera d’arte sia un organismo vivente. Questo è tanto più vero per i ritratti, genere infatti ricercatissimo sul mercato antiquario di fine Ottocento. Piace qui ricordare un episodio narrato da Morelli in riferimento al Ritratto femminile della Galleria Borghese oggi attribuito a Bernardino Licinio: «Un giorno però, che innanzi al misterioso quadro io stava rapito a interrogarlo, il mio spirito incontrò quello dell’artista, che da quei tratti femminili guardava fuori, ed ecco in quel reciproco contatto accendersi improvvisamente una scintilla, ed io ad esclamare con gioia: ‘Sei proprio tu, amico Giorgione’ e il quadro a rispondere: ‘Si, sono io…’». Non solo l’attribuzione come atto di divinazione, ma anche come esigenza interna all’opera d’arte, perché è il dipinto stesso che, per vivere, domanda che gli venga assegnata una paternità: nel 1926 Berenson intitolerà un suo saggio, omaggiando Pirandello, Nine Pictures in Search of an Attribution. È quindi necessario che il critico possieda non solo un occhio, ma una sensibilità non comune, attraverso cui saper interpretare le ‘spie’ lasciate sulla tela dall’artista. Ciò si ammanta talvolta di un rituale che ha molto a che fare con la chiaroveggenza. Kenneth Clark ha tramandato l’immagine del Berenson che toccava i dipinti con leggeri colpetti, aspettando un ‘segno’ che gli rivelasse il nome dell’autore. Gesto che oggi giustamente Minardi mette in rapporto con la pratica divinatoria della Signora Fontaine nel balzachiano Cugino Pons (1847): costei, per predire il futuro, dette «un colpetto con un lungo ferro da calza sul dorso del rospo, che la guardò con un’espressione intelligente», e poi un altro sul becco di «madamigella Cleopatra», la vecchia gallina. Ispirandosi proprio a Honoré de Balzac, anche Proust disseminerà il suo romanzo di personaggi dotati di una analoga forma di conoscenza alternativa alla ferrea logica del ragionamento scientifico, basata invece sull’intuito istintivo. Partendo da Berenson e Proust, Minardi rimonta a un Ottocento fecondo, in cui il carattere stesso di scienza si allarga al campo dell’irrazionale. Ne sono esempi la fisiognomica e la chiromanzia, scienze (o arti) dell’osservazione e della deduzione: così presenti nella Comédie humaine, le mani diverranno protagoniste nelle inchieste dei connoisseurs, e per Proust saranno gli «eloquenti strumenti dell’espressività umana». Ma nell’opera balzachiana vibra ancora l’immagine del piccolo piede che fugacemente apparve nella tela appena scoperta del Capolavoro sconosciuto (1837). Frammento, unico relitto vivente, reale, in quella muraille de peinture informe, invisibile ai nostri occhi, ma non a quelli del pittore Frenhofer.