25 gennaio 2023

INVITO A LEGGERE ETTY HILLESUM

 


Breve guida per chi non ha ancora letto Etty Hillesum

lorenzo barbarossa


Come gli altri molti suoi fan sparsi per il mondo, penso che la ventinovenne olandese Etty Hillesum, se fosse sopravvissuta ad Auschwitz e avesse potuto invecchiare, sarebbe diventata una grandissima scrittrice. Una tipa da candidatura al Nobel, oppure una filosofa di quelle che poi si studiano all’università per gli esami. Comunque, il destino di Hillesum, dopo la morte, l’ha portata a una grande e strameritata notorietà. Soprattutto per via delle sue memorie. Un 
Diario, denso di saggezza, e pieno zeppo di cose da sottolineare a matita (e, meglio ancora, ricopiare, sviluppare, ripensare). In Italia il libro è pubblicato dall’Adelphi.

Se mai l’avete letta, la vastità della ricchezza interiore di Hillesum vi sorprenderà. E non soltanto per le riflessioni in presa diretta sul periodo storico raccontato. In questa scrittura c’è qualcosa che va ben al di là del suo tempo: Hillesum, almeno a mio avviso, sarebbe stata capace di scrivere uno straordinario libro di memorie anche se fosse vissuta in un’epoca di pace.

Primo suggerimento:


Prima di addentrarvi nel libro, documentatevi brevemente sulla biografia di Hillesum: la trovate nei risvolti, ma anche quella 
su Wikipedia, per farvi un’idea, può bastare. Queste informazioni vi aiuteranno a capire meglio alcuni passaggi dei diari, come i trasferimenti da un luogo all’altro, l’episodio in cui lei abortisce volontariamente, l’amicizia con lo psicologo S. (il tedesco Julius Spear, quasi un deuteragonista del libro).

Quali libri leggere


Attenzione, del 
Diario esistono due edizioni:

– 
la più conosciuta e diffusa, una selezione di testi per un totale 260 pagine;

– quella 
integrale, di ben 922 pagine, con foto e vari materiali. Un po’ troppo grossa, per me, e con parecchie annotazioni forse comprensibili solo a Hillesum e ai suoi amici o familiari.

Io, si è già capito, consiglio di partire dalla prima, e poi, semmai, di passare alla seconda, come potrebbe accadere a chi si affeziona all’autrice e, scorse le righe finali, voglia trascorrere ancora del tempo in sua compagnia.



Del Diario c’è anche una riduzione in audiolibro realizzata dalla trasmissione Ad alta voce di Radio Rai3.

Anche delle 
Lettere, scritte tra il 1941 e il 1943, esistono due versioni: una di 149 pagine (1942-43) e un’integrale di 269 pagine.

I libri che Hillesum leggeva

Hillesum era una lettrice vorace, e nei diari e nelle lettere compaiono spesso libri altrui, come se lei volesse consigliarli. In particolare quelli di Rilke, il suo idolo. E di Dostoevskij, che lei, figlia di madre russa, si diletta a tradurre come se fosse un esercizio spirituale, una meditazione. Poi Jung, sempre sulla scrivania.

Di fianco, i testi biblici, sia il Vecchio che il Nuovo Testamento. Ma la religione della non osservante Hillesum, è molto particolare, sembra più un dialogo con se stessi, un’autopsicoterapia. Per certi versi, piacerebbe anche a panteisti, agnostici ed atei: lo capirete leggendo.

La geografia di Etty Hillesum

Se capitate in Olanda, i luoghi del libro e dove la scrittrice visse, sono visitabili:

– A Middelburg, nella Zelanda, c’è la 
Etty Hillesum Huis, la sua casa di nascita, oggi museo culturale. Il sito web è in olandese ma potete facilmente tradurlo con Google Translate o simili. 

– A 
Deventer, la cittadina dove la scrittrice è bambina e adolescente – e dove torna da adulta, come racconta nel libro – c’è l’Etty Hillesum Centre. Non è la sua abitazione, descritta nel Diario, ma un’ex sinagoga.

– La 
casa di Etty Hillesum ad Amsterdam si trova al numero 6 di Gabriël Metsustraat, a circa mezz’ora a piedi da un’abitazione letteraria famosa, ossia quella di Anne Frank, e a pochi passi dal museo di Van Gogh e dal Vondelpark.

– Infine, sempre nei Paesi Bassi, a sud di Groningen, sorge il museo storico di 
Westerbork, con ciò che resta del campo nazista, da cui Hillesum scrisse le ultime memorie e lettere.


DA https://gruppodilettura.com/2023/01/24/etty-hillesum/



24 gennaio 2023

IL CORPO E' TUTTO

 



Il corpo è tutto

di Valerio Paolo Mosco

 

Olivia LaingEverybody, Il Saggiatore, 2022,
Traduzione di Alessandra Castellazzi

 

Olivia Laing, come per altro Annie Ernaux, ha ritagliato su di sé un genere letterario. Esso si compone di una serie di biografie di persone particolari, essenzialmente biografie di artisti, di cantanti, di intellettuali e letterati che la Laing descrive per frammenti. Notevole la sua capacità di entrare nella vita degli altri, un entrare alla ricerca di quello che potremmo definire il loro nocciolo duro, il loro dramma interiore. Appena colto questo dramma la Laing passa ad un’altra personalità e lo fa per analogie con una certa spigliatezza. Un procedimento questo utilizzato anche da Emanuele Carrere, ma la Laing in più aggiunge una sagacia femminile ed una delicatezza per nulla sdolcinata. Se in Carrere sentiamo in sottofondo nella narrazione l’arguzia dello sceneggiatore, nella Laing gli effetti sono stemprati. La narrazione scorre senza sobbalzi e ci sentiamo come sospinti su un nastro trasportatore da cui ci voltiamo e scorgiamo l’autrice che è come se si celasse nella vita degli altri. La sua è come una autobiografia di tutti, o meglio di tutti quelli che come lei hanno sofferto la solitudine, l’inadeguatezza e il disagio e di ciò ne avessero fatto forma: forma d’arte, letteratura, impegno. In Città sola, un libro da non perdere, la Laing racconta di sé attraverso la solitudine degli artisti newyorchesi come Hopper, Warhol, Basquiat e altri. Attraverso loro appare New York, la magnifica città di quella concitata solitudine che prima era di Parigi.

Il suo ultimo libro Everybody, edito con cura ancora una volta da Il Saggiatore, la Laing ci racconta del corpo come strumento di protesta. Il corpo esposto, messo in mostra ad effetto, che trasmette ciò che l’intelletto non ha il la forza di trasmettere. In definitiva il corpo come espressione di verità. Attenzione, non la verità come la intendiamo comunemente, come testimonianza oggettiva, ma verità nel senso che i greci davano al termine, verità come aletheia, ovvero lo svelamento, coincidente con il togliersi di dosso gli infingimenti e le menzogne che noi stessi ci raccontiamo e raccontiamo. Scrive nelle prime pagine la Laing:

“Ma l’elemento del corpo che più mi interessava era l’esperienza di viverci dentro, di abitare un veicolo catastroficamente fragile, preda inaffidabile di piacere e di dolore, odio e desiderio”.

Il corpo ci disvela dunque, ci rende umani in quanto testimonia la nostra vulnerabilità e con essa l’eroismo di coloro i quali non hanno rinnegato la vulnerabilità ma ne hanno fatto uno strumento di espressione artistica o strumento di resistenza nei confronti del potere che come tale da sempre rinnega l’anelito alla libertà insito nel nostro corpo.

Il personaggio centrale del libro è uno degli uomini più eccentrici del secolo scorso, Wilhelm Reich che nasce come promettente allievo di Freud ma poi se ne distanzia e tra le tante folli invenzioni, come quella di una macchina per sparare alle nuvole per far piovere, costruisce la “scatola orgonica” in cui poter catturare la forza vitale dell’universo e rinascere. Dalla scatola orgonica nella narrazione è come se uscissero le vite di Ana Mendieta, di Susan Sontag, di Andrea Dworkin, di Bayard Rastin, del Marchese de Sade, di Agnes Martin, Philip Guston, Malcom X, Elias Canetti, Nina Simone e altri ancora. Attraverso di loro entriamo nelle radici della cultura del corpo, di cui quella gender e queer è una propaggine, e ci entriamo di soppiatto, senza sobbalzi ideologici.

La Laing mantiene sempre un tono dubitativo, non si infervora e sembra detestare qualunque forma di radicalizzazione, tra l’altro sa muoversi a proprio agio tra la cultura alta e quella pop. Cerca di comprendere, di ascoltare, per condividere con noi che leggiamo l’unico fondamento plausibile della letteratura, la non violenza, sebbene proprio nell’ultima pagina afferma, con realismo, che “la violenza è un fatto”. È un fatto che il corpo subisce ma da cui si può liberare a patto che ciò che è privato diventi pubblico e infine politico. In Italia la lunga storia del Partito Radicale dimostra che, almeno in parte, ciò non è impossibile.

Pezzo ripreso da https://www.nazioneindiana.com/2023/01/25/il-corpo-e-tutto/

OTTIERO OTTIERI, UN AUTORE DA RILEGGERE

 





IL LAVORO DELLA POESIA

di Gilda Policastro

L’opera a cui da memorie scolastiche o universitarie colleghiamo il nome di Ottiero Ottieri è Donnarumma all’assalto, uno dei libri obbligatori della cosiddetta letteratura industriale, alla stregua di Memoriale di Volponi, del Comunista di Morselli e più di recente di Works di Trevisan. Per chi lo riannette a quel tipo di narrativa o di “filone”, come si dice editorialmente, Il pensiero perverso, uscito per la prima volta nel ’71 da Bompiani e rinverdito con grande fiuto editoriale dal piccolo ma fecondissimo vivaio di InternoPoesia, è una doppia sorpresa: Ottieri è (era) poeta, e riesce a esserlo su uno dei temi più scabrosi e meno traducibili in versi, ovvero la malattia mentale. Quello di Ottieri è un percorso di dilacerazione in prima persona, di offerta e quasi esibizione di un’ossessività patologica e perciò incontenibile, un flusso di pensieri inevitabilmente ripetitivi che coagulano attorno ad alcuni concetti chiave, nominati dall’autore con estrema perizia psicoanalitica: intanto l’ossessività, poi il pensiero perverso del titolo, infine la predittività (e, anzi, il suo contrario, «l’impredittivo»). Tutti aspetti che l’autore riporta alla condizione depressiva, ricollocata da un certo momento in poi entro la dimensione della cura (finanche dell’elettroshock, cui si riferiscono delle sequenze davvero thrilling). Accanto a questi tratti, associati alla psicosi propriamente detta, c’è l’aspetto sociale che è la nevrosi, descritta come una sorta di smania di apparire, di essere prestanti e performanti, e, soprattutto come la paura di perdersi qualcosa del mondo (oggi la si definisce FOMO, fear of missing out, di recente ha dichiarato di soffrirne Victoria De Angelis, la bassista dei Måneskin). In realtà per Ottieri si tratta di una paura conseguente o meglio speculare alla difficoltà di creare un ponte tra solitudine e moltitudine, tra isolierung e smania frenetica (mantenendo fisso il «grande stupore/ che agli altri piaccia il mondo»). Sfogliando il libro si è sorpresi di trovarci, in modo apparentemente incongruente, delle pagine bianche: il recto è sempre scritto, mentre il verso qualche volta no, esattamente come negli autografi, vergati in clinica e dunque rispondenti a una necessità di contatto con l’aspetto materico della carta. Carta che non poteva essere riempita senza che le parole trapassassero da un foglio all’altro: ce ne informa la scrupolosissima nota filologica di Demetrio Marra, che ha verificato la corrispondenza della princeps con gli autografi custoditi presso il Centro della tradizione manoscritta di autori moderni di Pavia e in particolare questa caratteristica non imputabile, secondo la sua intuizione, a una svista editoriale, data la sede prestigiosa della prima uscita. Ed ecco che gli “eventi” fluviali o “episodi-sisma” (come li chiama ancora Marra) non risultano cuciti o ricuciti da una forzosa operazione narrativa (o, ex post filologica) e nemmeno contenuti entro la misura arginante della strofe o da una forma poematica, alla Pasolini (grande estimatore di Ottieri e di questo libro in particolare). Esattamente come nel delirio, il flusso non è organizzabile, o non senza coazioni. Tanto è vero che all’ipotesi di uno spazio metrico rosselliano, Marra stesso preferisce l’idea che non ci fosse, in realtà, se non un’idea posteriore di ordine e che il flusso fosse invece stato lasciato libero di dilagare, senza argini (all’opposto del cubo di Rosselli). Nella postfazione Edoardo Albinati si pone senza infingimenti la questione più spinosa: la diagnosi (in questo caso autodiagnosi) è poesia? Anche altri autori hanno raccontato l’alienazione (lo stesso Volponi, sia pur in un’ottica sociopolitica), ma Ottieri la mette in scena, anzi, si mette in scena, consegnandosi senza schermi alla penna e snudandosi davanti a chi legge. Cosa riscatta questa mis à nu, rendendola esperienza poetica e non scarica analitica? Gli espedienti sono i medesimi, come ricorda Albinati: le libere associazioni, il flusso. Ma Ottieri stesso, nel definire il proprio transito dalla filosofia alla poesia, esplicita la ragione e marca la differenza tra poesia e discorso sulla malattia: la poesia è canto, e certe cose che non si possono dire del male oscuro, si devono di necessità cantare («modestamente, la mia vita è stata un calvario»). Affermazione, questa della necessità del canto, che oggi a certa area della poesia contemporanea più debitrice alle procedure e alle teoresi d’importazione suonerebbe blasfema, anacronistica, irricevibile. Ma Ottieri canta, sì, una canzone stonata, torturante, che vorremmo a un certo punto far cessare, per come ci martella nella testa e da cui, allo stesso tempo, sentiamo di non riuscire a staccarci. Un flusso che è impossibile non trascini con sé tutto quello che incontra, paletti compresi (poesia, non poesia, post poesia). Leggiamo e leggiamo e leggiamo, senza l’appiglio consolatorio della costruzione drammatica, dell’esito liberatorio, dell’approdo ai benefici della terapia, non c’è un prima e un poi, quando il fiume esonda.  E qui, in realtà, coesistono tregua e piena, c’è il maroso e la bonaccia, se non in simultanea senza nessuna priorità cronologica o esistenziale. Insomma, non ci sta raccontando né di come si sia scoperto malato, l’io lirico, né di come si sia curato, né di come ne sia uscito. Non ci sta apparecchiando trama, ma scartando sotto gli occhi pacchi di vita. E nella vita ci sono, effettivamente, dei personaggi. Il potente, da un lato ossia (la società) e l’onnipotente (il perverso, che è per statuto antisociale). Vita in pasto, e insieme vita in forma: i versi di Ottieri non sono sempre e non tutti riuscitissimi, ma alcuni, per citare Albinati, sono delle vere agudeze («tra caviale e niente,/che mangi le polente?»). E l’ossessività, il loop del pensiero, ne sono indubbiamente la cifra, forma e contenuto, specchio e rifiuto del rispecchiamento. Il lavorio mentale del pensiero ossessivo corrisponde a un vero e proprio lavoro, e al tempo stesso a un piacere, sebbene masochistico:

 

Il pensiero ossessivo buca il lavoro

vizio dogmatico del mondo –

d’ogni parte, lo sfarina, lo abbatte.

Egli ha il suo lavoro

straordinario.

Il comune lavoro

è una sorda

continuità terrestre,

mancanza

del piacere mentale disperato.

 

«Economia», «paga», «cicli» sono, d’altra parte, tutti elementi di un computo materialista, di una collocazione del dolore ossessivo all’interno del circuito produttivo (della “catena” della fabbrica o dell’irrealtà quotidiana, dal titolo di un saggio con cui l’autore vinse il Viareggio a metà degli anni Sessanta), sia pure in sottrazione, segno che da lì non ci si sposta: essere nel mondo vuol dire lavorare, fosse anche delirando, all’anancasmo (il controllo ossessivo, per l’appunto):

 

[…] il dolore si ripete

come giornate di fabbrica o d’ufficio,

ha svolte uguali, cadenze, passatempi […]

 

Sebbene sia esplicito un sentimento di paura, autodenunciato e ribadito, quel che maggiormente si avverte è la messa in scena plastica, l’allestimento del set in cui l’io lirico interpreta sé stesso: un depresso, e voilà «il cerimoniale poltronifero» e il «ribrezzo d’azione». Con tanto di lenzuola d’ordinanza, di letto-nicchia in cui nessuno mai si è rifugiato perché non è il letto eterno:

 

Com’è dolorosa la giacenza odierna.

È paura del mattino, paura del primo

Pomeriggio, ozio, alcool, rivoltamento.

 

Paura e voluttà del finire, del non esserci, ponendosi infatti «al di qua/ della vita umana» (come nell’ultimo verso): non volontà ma destino, non difetto ma sentimento, non versi (o “righe corte”, secondo la denominazione dello stesso autore), ma il verso della malattia (ovvero del vero lavoro, nella quasi totalità della vita), da parte di chi non vuole neppure provare a farne grimaldello conoscitivo o condivisione. Solo aprire la tenda, e guardate, se avete il coraggio.

DA https://www.leparoleelecose.it/?p=45911



23 gennaio 2023

C. PAVESE, Incontro

 


Incontro
Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.
L’ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate.
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.
Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, e pensarla, un ricordo remoto
dell’infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. È come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
che abbia avuto mai l’alba su queste colline.
L’ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.
(Cesare Pavese)

LE MAESTRE D'AMORE DI SHAKESPEARE

 


LE MAESTRE D’AMORE DI SHAKESPEARE

di Mario De Santis

Ci sono molti motivi per leggere questo bellissimo libro di Nadia Fusini “Maestre d’amore” (Einaudi, 2021 p 186)  dedicato alle figure femminili in Shakespeare e a come, attraverso loro, il Bardo all’inizio della modernità abbia espresso un controcanto o controcultura dell’amore, rispetto al main stream stilnovista (durato a dire il vero in un certo senso fino a Montale se non oltre). L’amore era letteratura e discorso maschile, per via di potere della parola in un solo genere (salvo meravigliose eccezioni)  in cui la donna era eletta angelicata ma silente.

Il “discorso d’amore”, ricorda Nadia Fusini, è storico, fatto di “metafore che mutano (..) in un campo semantico animato da ambiguità, contiguità e contrasti” e che “grazie a scivolamenti appena percettibili di senso, cambia l’orizzonte delle nostre esistenze, che prendono forma e significato per l’appunto all’interno di un universo linguistico”. Non c’è stato certo lo stravolgimento novecentesco, nonostante la fama del drammaturgo inglese, ma quello che ci mostra Nadia Fusini è come dentro Shakespeare si compia nelle figure femminili una sorta di anticipazione della modernità, modulata nello scarto dalla norma amorosa fatta dalle figure femminili (le personagge)  rispetto a quelle maschili che agiscono ancora dentro quella logica del “discorso del padrone”, come scrive Fusini citando Lacan. Certo, è vero che l’amore cortese dominerà e muterà pelle,  con la società borghese, nell’immaginario sociale del Romanticismo ottocentesco della passione, in funzione di una stabilizzazione del matrimonio-cellula capitalista ( e ancora domina l’immaginario contemporaneo tra cinema, canzone, media e social, basta guardare le saghe in cronaca rosa dei reali o delle star del pop). Tuttavia il genio di Shakespeare con i personaggi femminili Shakespeare crea queste “maestre”  di un discorso d’amore alternativo dentro la sua epoca e germinatore di una controcultura delle relazioni a cui ancora oggi possiamo guadare come inizio (early, la definisce Fusini) modernità.

Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre recita il sottotitolo del libro. Esse sia nelle tragedie che nelle commedie, attuano non solo quella riscrittura  delle metafore del codice amoroso come si diceva, ma , chiedono un diverso comportamento, concretamente. Va detto che il libro è anche molto più di un saggio letterario. L’attraversamento della materia shakespeariana, utilizza tanti strumenti, dalla filologia (Fusini è anche una delle traduttrici più importanti nella scena internazionale) alla psicoanalisi, con sapiente finezza interpretativa, spazia poi con lo sguardo sull’orizzonte ampio della storia fino al nostro tempo.  Non c’è bisogno di ricordare la lunga militanza critica, letteraria e femminista di Nadia Fusini. La stessa scrittrice e studiosa ci ricorda : “il mio modo di essere una donna di oggi modella il fuoco della domanda”, con il rischio di “proiettare” il proprio pensiero sull’epoca elisabettiana. Tuttavia proprio perché, come precisa ancora Fusini, nonostante i  nostri strumenti late modern, “il mistero d’amore “ resiste, questi personaggio possono faci “da specchio, perché diventassimo grazie a loro quello che siamo”. Ecco, come lettore proprio per questo posso affermare (anche il recensore azzarda la prima persona singolare) che “Maestre d’amore” diventa uno di quei libri che ci parla di una modernità anche nostra facendo di Nadia Fusini medesima (come sanno lettori e generazioni di studenti che hanno avuto la fortuna di frequentare anche per un solo anno – come chi scrive – i suoi corsi universitari) ella stessa maestra d’amore.

L’epoca di Elisabetta I era certo speciale, sottraendosi a matrimonio e maternità ebbe certo una grande influenza anche sulla letteratura contemporanea, come testimonia la moda del tempo dei sonetti d’amore (compresi quelli del Bardo scritti quando i teatri furono chiusi) usati come mondana pratica di un omaggio di corte a her majesty. Tuttavia in quella  prima modernità accadeva con Shakespeare che il sapere classico e medievale nella dialettica dei personaggi in scena, compie una metamorfosi, una danza rivoluzionaria in un certo senso, proprio nei personaggi femminili. “La donna è l’ora della verità per un uomo” scrive Nadia Fusini che aggiunge di aver scritto questo libro “ per dimostrare la verità di tali parole”. Anche noi lettori possiamo leggerlo parafrasando un famoso slogan ( il privato è critico) a partire dal nostro essere donne o uomini di oggi. Così come per chi scrive, maschio adulto,  è accaduto con l’insegnamento di Biancamaria Frabotta, compagna di quella militanza letteraria e politica di Nadia Fusini, si comprende, anche con un libro come questo,  che l’ideologia dell’amore andava riscritta ancora più radicalmente di quanto la società invece ancora oggi non faccia, tanto quanto fanno nelle opere queste maestre d’amore di Shakespeare.

Al grande drammaturgo il merito di aver fatto balenare due insegnamenti fondamentali che Fusini mette in luce: che “l’amore” da una lato è un codice di potere maschile (nonostante ancora oggi sia praticato da quella che editori e librari classificano come letteratura femminile ) che è continuamente un repertorio di equivoci, perché ingabbia promettendo bene e fusione dei due amanti, la grande illusione. Non a caso nella “Dodicesima notte” la fusione dei due-in-uno, come da Platone in poi si è sempre codificato, è un trucco, giocato sui fratelli twins Viola e Sebastian che si scambiano i ruoli maschile-femminile rispetto ai destinatari del gioco amoroso Orsino  e Olivia. E’ come fosse un senhal anti-platonico, anti-romantico. Ritrovare la propria metà è una proiezione d’egotismo, non ha a che fare con l’Altro reale, che è un “tu”, persona differente da “io”. Quel sogno d’amore è solo un paravento linguistico idealizzante, che sia ridicolo equivoco, sia sovrastruttura che sostiene una dinamica di potere di un genere dominante. Quello che è invece irriducibile, la verità profonda che sta sotto quel codice amoroso, è Eros, energia rivoluzionaria permanente, che non vuole stare in legami predefiniti. Shakespeare ovvio non è un hippy che canta il free love. Ma nell’esempio delle varie ladies di tragedie o commedie vediamo in azione una “volontà”, scrive Fusini,  che rompe gli inganni.

Così anche il prendere la parola di Giulietta e spostare verso il rapporto vero, un patto paritario con Romeo, di wife-husband  nasce con la stessa Giulietta che fa la dichiarazione, che prende la parola: “I joi in thee” dice a Romeo, per prima e all’improvviso. Lo accoglie, nella notte d’amore, egli è anche concretamente marito dopo il matrimonio segreto, ma non come esaltazione dell’ happy ending matrimoniale ( si sposano, come scelta di trama inevitabile, era pur sempre il ‘600). Quel che conta è che  Shakespeare mette in moto un altro amore con Giulietta, ci spiega Fusini, in un “duetto” in cui Eros è un vissuto concreto dell’amore sensuale (Joi) e in questo viverlo assieme essi sono dei “con-viventi”. La  “vita nova” a cui invitano le donne shakespeariane, insomma,  è opposta a quella a cui invitava Dante o lo stesso amore dei Sonetti: ma passa per la esplicita pratica reciproca della vitalità del corpo soggetto,  anche dentro i dissidi della mondanità, patita, sofferta, ma anche goduta. Non il Fin amor o itinerario di un maschio poeta verso la grazia celeste, ma la libertà di un volere in terra. A questo deve servire l’amore, fatto in due in orizzontale (in tutti i sensi).

Non è facile, nel maschio e nella femmina ancora oggi il codice culturale,  il linguaggio di un amore che stabilisce i ruoli rigidi,  ça parle, come diceva Lacan. Sottrarsi, sebbene nello spazio  di un mondo possibile quale è il cerchio magico del teatro (ma era già moltissimo per il suo tempo)  ai codici per restituire alla dimensione di metamorfosi continua di Eros le nostre vite. Lo fanno Antonio e Cleopatra, “mutual pair” di reciprocità in eccessi erotici, in cui la coppia è fatta “non di identità ma di corpi” scrive Fusini che sottolinea come questa fluidità si manifesti ad esempio nel gioco erotico del travestitismo. In loro ci sarà l’eccesso tragico di questa dismisura di eros, che li porta vivere fino alla morte, ognuno nel suo acuto lacerante di eros, ma in qualche modo il patto laico tra i due sta nel fatto che siano tanto con-viventi che “commorienti”, creando insieme un sodalizio tra pari. Questa è una delle lezioni delle Maestre d’amore rivoluzionarie rispetto alla cultura dominante ai tempi di Shakespeare ed esempio anche per noi. Se si vuole è lo stesso contrasto che c’è tra legge e mascolinità e il sentimento o passione definita femminile in Antigone o Medea, ma è significativo che in “Misura per misura”,  quando Isabella, vergine che sta per prendere i voti interviene in difesa del fratello Claudio, reo di illegittima fornicazione e instilla una seduttiva goccia di dubbio nell’integerrimo Angelo, il censore integralista.

Lo fa, dice Fusini, quando intercede per il perdono di “un peccato che detesta”, ma per mettere al centro la dimensione umana là dove la legge modella e sottomette la persona. Insomma quando la legge regola e reprime quelli che oggi chiamiamo diritti personali . E’ una volontà del sentire soggettivo, non una passività dell’obbedienza di un oggetto, seppur angelicato, del solo desiderio altrui. Come la principessa di Francia, in “Pene d’amor perdute” che irrompe sulla scena con la comitiva maschile del re di Navarra e i suoi tre nobili amici che si era ritirata in una palestra di amoroso e filosofico sodalizio,  tutto maschile, di stampo cavalleresco (sarebbe stato, secondo alcuni studi,  proprio il dice dei cavalieri medievali, tutto maschile a costituire la base della poesia cortese dei trovatori). Al cospetto delle dame, i maschi danno vita appunto ad un corteggiamento, ma la  principessa di Francia e le altre dame non vogliono quella forma di amore e impongono diverse “misure”.

Anche il corteggiamento è una repressione monologica, se pure mascherata da omaggio alla Midons. Eros è il vero nome della diversa relazione, insieme a Filìa”, amicizia. Una solidarietà tra viventi. Eros e Amicizia, in qualche modo frantumano “Amore” codice medievale di dominio. Per chi ama, l’amore è sempre una ferita che resta aperta, perché affonda in ferite e fantasmi e dinamiche interiori più ampie e nessun amante colmerà l’amato di questo solco, mai in una posizione di singolarità, ma in un sottofondo – come si evince soprattutto dalle commedie di Shakespeare – di una “comunità degli amanti” in una società di capitale amoroso votato non al profitto ma al dono e al dispendio. Vivere il Joy, il plus del godimento, come insegnano le maestre d’amore, fino in fondo alla vita stessa, in una con-vivenza reciproca di comunità, magari consapevoli che la società non è capace recepisce, ma nella disobbediscono ai dettati della legge e dell’ideologia d’amore, si impone una diversa dinamica, quello del desiderio, che è sempre trasgressivo, trascende anche l’egotismo delle sole identità sessuali e nell’esempio delle “Maestre d’amore” cogliamo la necessità di superare la rivendicazione del sé, a favore di un Eros che sia  sempre, nel concreto dell’azione sociale e nel Joi dello scambio sensuale intimo, una vita convissuta.

22 gennaio 2023

MERCOLEDI' 25 GENNAIO A PALERMO SI TORNA A PARLARE DELLA LEGGENDA DEL GRANDE INQUISITORE 1 e 2

 


ALL' ARCHIVIO STORICO DI  PALERMO 

MERCOLEDI 25/1/23, ore 16.30,

NINA NOCERA e BERNARDO PULEIO 

parlano 

di un gran libro di F. DOSTOEVSKIJ


PS: di questo celebre testo classico della letteratura mondiale ci siamo occupati più volte in questo blog sette anni fa. Di seguito ripropongo un pezzo pubblicato nel 2015:


RILEGGERE DOSTOEVSKIJ 

 di Francesco Virga

La famosa Leggenda del Grande Inquisitore, contenuta ne I fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij è stata recentemente ristampata, isolata dal contesto. La lettura di questo grande romanzo di Dostoevskij ha avuto un peso notevole nel processo della mia formazione. Avevo allora solo diciott’anni e ricordo che mi colpì particolarmente proprio il capitolo che l’editore Salani ha pubblicato autonomamente con il titolo Il Grande Inquisitore.
Dostoevskij nel suo libro immagina il ritorno di Gesù Cristo sulla terra, ambientando la storia nella Spagna del XVI secolo, dominata dalla Santa Inquisizione. Gesù, imprigionato dagli scribi e farisei di quel tempo, accusato d’eresia e di sedizione, viene condotto davanti al Grande Inquisitore che svolge un’arringa indimenticabile. Ne riportiamo di seguito alcuni passi:

“Abbiamo corretto la tua opera fondandola sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge, hanno gioito che i loro cuori fossero finalmente sgravati dal dono terribile della libertà che tanti tormenti aveva loro causato (…). Non abbiamo forse amato l’umanità, riconoscendo con tanta umiltà la sua impotenza (…), permettendo anche il peccato alla sua debole natura, ma con il nostro permesso? Perché dunque sei venuto a disturbarci?”.

Per il Grande Inquisitore Gesù è stato un “cattivo maestro” soprattutto per aver sopravvalutato gli uomini. L’Inquisitore, dal momento che rappresenta la Chiesa come “struttura di potere”, non può considerare altro che folle il messaggio evangelico fondato sulla libertà e l’amore. Per l’Inquisitore gli uomini anteporranno sempre il piacere e l’interesse egoistico alla libertà e all’amore disinteressato. Da questo punto di vista Gesù non ha capito che gli uomini non vogliono essere liberi e considerano troppo pesante il fardello della scelta e della responsabilità.
A questo punto l’Inquisitore invita l’accusato a difendersi per evitare il rogo. Ma Gesù, che ha ascoltato mite e in silenzio le parole inquietanti del principe della Chiesa, non replica e lo bacia sulle labbra. Il Grande Inquisitore, di fronte a quest’ultimo gesto del Cristo, turbato, lo manda via libero.

La ristampa di questa memorabile leggenda dostoevskijana è arricchita da un bel saggio dell’ex magistrato Gherardo Colombo intitolato Il peso della libertà. Mi piace  concludere questa recensione riprendendo un passo dell’interpretazione del testo proposta da Colombo. 

Il Grande Inquisitore è un mistificatore sottile perché presuppone nell’uomo l’incapacità di essere libero senza dimostrarla. E’ pure presuntuoso perché delega a se stesso un potere che, se così fosse, sarebbe di Dio. Di qui l’urgenza di un’alternativa: quella cristiana di Dostoevskij, secondo cui l’amore di Dio dà all’uomo la forza di scegliere e la possibilità, non l’obbligo, di scegliere il bene; quella laica, illustrata con religiosa passione dall’ex magistrato, per la quale il rispetto dell’uomo verso l’altro può bastare a costruire una comunità di cittadini adulti contro ogni forma di potere che ci vorrebbe eternamente sudditi e bambini.

FRANCESCO VIRGA


UNA GENERAZIONE CHE HA SAPUTO FARE SOLO SOFFITTE

 



PASSATO e PRESENTE
«Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente [...]. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente [...]. Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali ma non siete capaci che di costruire soffitte»
(GRAMSCI, Quaderni del carcere
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