24 aprile 2025

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

FRANCESCO PROFETA DEL DISARMO

Il profeta del disarmo Alex Zanotelli 23 Aprile 2025 Francesco ha saputo prendere parola non solo contro la guerra ma anche per il disarmo, ha dato il colpo finale al suprematismo bianco, ma soprattutto ha sollevato, dentro e fuori la chiesa, il problema del surriscaldamento del pianeta. Ovviamente l’enciclica Laudato si’ non è stata accettata da tutti: i primi ad ostacolarla, scrive Alex Zanotelli, sono i vescovi statunitensi perché mette in discussione il sistema entro cui viviamo Le foto di questo articolo sono tratte dalla pag. fb Arene di Pace 1986-2024, che ringraziamo È un segno forte che papa Francesco sia morto nel giorno di Pasqua, di risurrezione. Di fatto il suo pontificato potrebbe essere proprio riassunto in questa parola: Pasqua di vita e di risurrezione, la possibilità di un mondo altro da quello che abbiamo fra le mani. Bergoglio è stato un profeta più che un papa. Pochi come lui hanno capito i problemi e li ha sollevati, anche dentro la Chiesa, con molte difficoltà. Perché parlo di profezia? Direi che la prima grande profezia di Francesco, secondo me, è stata straordinaria: la Laudato si’. Ha tradotto a livello evangelico quello che ci insegna la scienza consegnando alla Chiesa un vero testo profetico. L’enciclica non è stata accettata da tutti. Soprattutto, è stata ostacolata dai vescovi statunitensi perché mette in discussione il sistema entro cui viviamo che sta portando al surriscaldamento del pianeta. Il fatto di aver sollevato il problema e di aver indicato un’altra strada è stato eccezionale. È uno dei documenti fondamentali del suo papato e verrà ricordato per questo. Il secondo aspetto sono le armi e la guerra, contro cui ha fatto fare dei passi avanti a livello ecclesiale. Il concilio Vaticano II, per esempio, era bloccato sulle armi. Alla fine ha detto soltanto che l’uso delle armi nucleari è immorale. Papa Francesco è andato molto più avanti: anche il solo possesso di armi nucleari è immorale. Anche negli ultimi suoi discorsi, ancora domenica scorsa, c’è stato un grido per il disarmo. E di questo gliene sono molto grato. Terzo aspetto importantissimo è il documento sulla fraternità umana che ha firmato con il Grande Imam Ahmad al-Tayyib, preside dell’Università di al-Azhar del Cairo. Il testo dice che la varietà di religioni è dovuta alla sapiente, provvidenziale volontà di Dio: come c’è la biodiversità così c’è anche la varietà delle religioni, ognuna ha qualcosa di bello da dare alle altre esperienze religiose. Anche questa posizione è stata contestata. Molti l’avranno accusato di eresia e invece è uno degli altri aspetti profetici di Francesco. Ha dato il colpo finale al suprematismo bianco. Meloni, seduta difronte a Trump, in inglese ha parlato di «western nationalism», nazionalismo occidentale. Rivela veramente quello che pensano queste destre: l’Occidente ha la cultura, la civiltà e la vera religione. Elementi che hanno fatto da base al colonialismo. Il suprematismo bianco sta esplodendo dappertutto, è diventato politica in buona parte dei nostri governi in Europa. E non solo. Perché tutte le religioni hanno il problema dell’identità. Anche Modi in India, ad esempio, sta facendo lo stesso con l’induismo. Francesco invece ha avuto il coraggio enorme di aprire strade nuove per la convivenza tra i popoli. La sua attenzione è stata sempre rivolta alla gente che soffre. Ha contato molto l’esperienza nelle Villas miseria di Buenos Aires: non solo le ha frequentate, ci ha mandato i suoi migliori preti a fare missione. In fondo questo è il cuore del Vangelo. Non si è fatto intimidire dalla furia del governo Netanyahu e ha continuato a telefonare a Gaza avendo il coraggio di affermare che ci sono tutti gli elementi per un genocidio. Infine, grazie di cuore papa Francesco perché hai accettato che sedessi a Verona alla tua sinistra durante l’Arena di Pace, quando abbiamo tenuto insieme i lembi della bandiera della Pace. Grazie per il tuo abbraccio pur sapendo che in Vaticano il mio nome non è ben visto. Grazie per il tuo gesto particolare, di cui ti sono molto grato. Spero che il prossimo Pontefice cammini su questa direzione continuando a darci speranza. Pubblicato anche sul manifesto LEGGI ANCHE:

23 aprile 2025

FARLA FINITA CON LA GUERRA

AFFERMARE LE RAGIONI DELLA PACE

MARINA CVETAEVA, Il poeta e il tempo

I versi sono i nostri figli. I nostri figli sono più grandi di noi perché vivono di più, più a lungo. Più vecchi di noi, vengono dal futuro. È per questo che a volte ci sono estranei. *** Il poeta serve il tempo – giacché lo serve – in modo involontario, cioè fatale: al modo del “non posso non”. Che la mia colpa di fronte a Dio sia merito di fronte al secolo! […] Ma il matrimonio del poeta con il tempo è un matrimonio forzato e per questo destinato al fallimento. Nel migliore dei casi: “buon viso a cattivo gioco”, nel peggiore – nel più frequente, nel più reale – un tradimento dopo l’altro, e sempre con lo stesso amante: quell’Unico che ha una moltitudine di nomi. «Sfamalo pure quanto vuoi, il lupo ha sempre gli occhi rivolti verso il bosco». Noi tutti siamo lupi dell’impenetrabile bosco dell’Eterno. *** Il tema della Rivoluzione: mandato del tempo. Il tema della celebrazione della Rivoluzione: mandato del partito. Esiste al mondo un solo partito politico, anche il più potente, quello con più futuro, che sia tutto il suo tempo, e può esso impartire ordini a nome di tutto il tempo? Esenin si è rovinato perché ha scambiato per suo (del tempo – al poeta) un mandato altrui (del tempo – alla società), perché ha scambiato uno dei mandati per tutto il mandato. Esenin si è distrutto perché ha permesso agli altri di rispondere al suo posto, ha dimenticato che egli stesso era un filo di trasmissione: il filo più diretto! […] E dunque: il mandato politico al poeta non è il mandato del tempo, che invece comanda sempre senza intermediari. Mandato non del proprio tempo, ma dell’attualità quotidiana. Di quella nera cronaca cui dobbiamo la morte di Esenin. […] Se gli ideologi della poesia proletaria rispettassero di più e ammaestrassero di meno i poeti, lascerebbero che a sconvolgere il poeta fosse lo stesso elemento naturale e che ogni poeta si turbasse a suo modo. Se gli ideologi della poesia proletaria rispettassero di più e ammaestrassero di meno i poeti, rifletterebbero anche sulla strofa successiva: «Lo scrittore, se soltanto/ è il nervo di un grande popolo,/ non può restare indifferente/ quando la libertà è colpita» – la libertà, cioè il nervo stesso dell’arte. Se mi direte «in nome del futuro dovete scrivere così e così» – vi risponderò: «Dal futuro io gli ordini li prendo direttamente…» *** Quello contemporaneo non è tutto il mio tempo. Ciò che è contemporaneo è solo indicativo del tempo – ciò per cui il tempo verrà giudicato: non commissione, incarico, ma dimostrazione del tempo. La contemporaneità è di pe sé selezione. […] La contemporaneità dell’arte è l’influsso dei migliori sui migliori, cioè l’esatto contrario dell’attualità: influsso dei peggiori sui peggiori. Il giornale di domani è già invecchiato. È dunque chiaro che tutti gli accusati di “contemporaneità” non meritano affatto questa accusa giacché peccano solo di “tempismo”, nozione opposta a quella di “extratemporalità”. […] Quello contemporaneo non è tutto il mio tempo, ma allo stesso modo tutta la contemporaneità non è solo uno dei fenomeni in cui si manifesta. L’epoca di Goethe è al tempo stesso anche l’epoca di Napoleone e l’epoca di Beethoven. La contemporaneità è la compresenza del meglio. Anche ammettendo che il comunismo come tentativo della migliore organizzazione della vita sociale sulla terra sia un bene, ci si chiede se è esso solo il bene, se è esso solo ogni bene, se comprende e determina tutti gli altri beni, tutte le altre forze: l’arte, la scienza, la religione, il pensiero. Se li include, li esclude, o convive con essi alla pari. Io, a nome di tutti gli altri beni, insisto sull’ultimo. E al comunismo dico, come a una delle forze motrici della contemporaneità, e proprio come all’organizzatore di una vita globale sempre più disorganizzata: prego, prendete posto! Ma esattamente come l’organizzazione della vita nel mondo e per il mondo non è più importante di quella spirituale, esattamente come la scienza della convivenza umana non è più importante dell’atto eroico della solitudine – così anche il comunismo non è più importante di tutte le forze motrici della vita culturale e spirituale, che non sono né una sovra né una sotto-struttura.

NON DIMENTICARE I POVERI

Questa vignetta di Mauro Biani è stata pubblicata sul manifesto nell’aprile 2014 Non dimenticare i poveri Pablo Guerra * 22 Aprile 2025 Si racconta che appena eletto papa, il 13 marzo 2013, Jorge Bergoglio abbia ricevuto un saluto dal suo collega, il cardinale brasiliano Claudio Hummes, che gli sussurrò all’orecchio: “Non dimenticarti dei poveri”. Si racconta che questo gesto lo spinse a scegliere il nome Francesco, come il Santo di Assisi, colui che preferì abbandonare la sua vita agiata per dedicarsi ai poveri. Il primo papa latinoamericano gli rese giustizia. Innanzitutto dalla sua scelta personale di continuare a vivere una vita austera, che lui stesso riassumerebbe in molti modi. Ad esempio, scegliendo come sua residenza la “Casa de Santa Marta”, una sorta di albergo voluto da Giovanni Paolo II per le visite di cardinali e prelati, molto lontano dalle stanze principesche del Palazzo Apostolico. Oppure vestirsi in modo più semplice: le sue scarpe erano le stesse di sempre e, si dice, le aveva fatte riparare da un vecchio calzolaio incontrato a Buenos Aires. In secondo luogo, facendo appello a uno stile di comunicazione semplice e accessibile a tutti: “non devi darlo per scontato”, ripeteva spesso, in un chiaro gesto di umiltà che lo definisce perfettamente. In terzo luogo, vorrei soffermarmi sulla sua dottrina sociale, cioè sui suoi insegnamenti e sulle sue riflessioni su vari argomenti sociali. Vale la pena notare che l’insegnamento sociale della Chiesa è presente nei testi biblici e, naturalmente, negli insegnamenti di Gesù. Nel corso del tempo, un’ampia gamma di autori cristiani ha contribuito a sviluppare un corpus teorico in cui varie questioni sociali venivano interpretate attraverso l’etica cristiana. Più tardi sarebbe stato il turno dei papi. In questo senso sono nate le encicliche sociali, cioè documenti scritti dai papi, dove vengono interpretati temi come l’ingiustizia sociale, lo sviluppo, la povertà, ecc. alla luce del Vangelo. Queste encicliche sociali cominciarono ad apparire nel magistero papale con Leone XIII nel 1891. Il primo testo di riferimento porta il titolo “Rerum Novarum” (“di cose nuove”). Da questo periodo fino a Benedetto XVI, sono state scritte una dozzina di queste encicliche, oltre ad altri documenti come Esortazioni, Lettere, ecc. Con Francesco si aggiungeranno due encicliche sociali molto importanti, ovvero la Laudato si’ (sulla cura della casa comune) e Fratelli Tutti (sulla fraternità e l’amicizia sociale). Il contributo magisteriale di queste due encicliche è stato enorme. La Laudato si, ad esempio, è probabilmente l’enciclica storicamente più rilevante dopo la Rerum Novarum. Il cambiamento climatico e le emergenze ambientali hanno richiesto uno sguardo approfondito alle problematiche ecologiche e umane. Fratelli Tutti, da parte sua, è un appello per un mondo più fraterno, con ricadute nella dimensione sociale, politica e persino economica (come l’appello a una nuova architettura economica e finanziaria globale). Ma Francesco non si è limitato a guidarci attraverso le sue encicliche. Lo ha fatto anche con innumerevoli interventi, contributi e azioni concrete che hanno dato priorità ai più poveri e svantaggiati. Ricordiamo, ad esempio, il profondo messaggio delle sue visite pastorali. Due giorni prima di morire, era in visita a una prigione romana. Mentre se ne andava, raccontò alla stampa le sue impressioni: “Mi chiedo sempre perché loro e non io”. Ma appena elevato all’altare di Pietro, decise di visitare Lampedusa, contribuendo a far luce, nel suo primo viaggio fuori Roma, sull’enorme tragedia che vivevano – e vivono – migliaia di famiglie di migranti. Era il momento di richiamare l’attenzione sulla “globalizzazione dell’indifferenza”. La sua decisione di recarsi nei paesi africani coinvolti in guerre interne alimentate da interessi esterni ha offerto l’opportunità di portare speranza agli sfollati e alle vittime della violenza. Francesco si è fermato in quella periferia. E lo ha fatto ricordandoci che se esistono ingiustizie, è perché pecchiamo per egoismo, avidità e indifferenza. Naturalmente per questo si è fatto dei nemici molto importanti. Gli stessi nemici che non ascoltarono le sue preghiere per la pace in un periodo di riarmo globale, gli stessi nemici che lo interrogarono quando parlò di una “cultura dello scarto” o di un'”economia che uccide”, invocando la costruzione di un’economia ispirata a Francesco di Assisi, più solidale e compassionevole. Ci sono i suoi messaggi, ad esempio, al settore cooperativo o i suoi notevoli appelli ai movimenti sociali che lottano per la terra, il lavoro e la casa; o la sua Esortazione Apostolica Cara Amazzonia. In esso ha affermato: “Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli indigeni, degli ultimi, dove le loro voci siano ascoltate e la loro dignità sia promossa”. Il suo annuncio che i movimenti sociali non devono arrendersi nella loro lotta contro l’ingiustizia, o il suo monito ai ricchi e agli avidi che rifiutano la giustizia sociale (“il diavolo entra dalle tasche”), ci ricordano il grido profetico contro l’ingiustizia e ci avvicinano ai valori del Vangelo. «I poveri non possono aspettare», ci ha detto. Francesco è arrivato in Vaticano dalla periferia, ma ha fondamentalmente riportato la cattedra di Pietro alla periferia. In questo risiede la sua più grande eredità. «Non dimenticare i poveri», gli disse Hummes. E lui ha risposto con veemenza, sfidando i poteri forti e invocando la costruzione di una società più giusta e di una Chiesa più misericordiosa. Questa è la strada giusta. Francesco è arrivato il 13 marzo 2013, diventando il primo papa latinoamericano. Poche ore dopo la domenica di Pasqua del 2025, è stato chiamato alla casa del Padre. Da lì continuerà a contribuire alla costruzione del Regno. Inviato anche a elecodigital.com.uy (traduzione di Comune) * Dr. Pablo Guerra Aragone è professore ordinario dell’Istituto di Sociologia Giuridica della Facoltà di Giurisprudenza dell’Univeristà della Repubblica a Montevideo. Ricercatore attivo del Sistema Nazionale dei Ricercatori. Coordinatore della Rete Tematica di Economia Sociale e Solidale dell’Università della Repubblica. Direttore del CEDIDOSC, Centro di Studio e Difusione della Dottrina Sociale Cristiana. Mail: profecosol@yahoo.com FacebookTwitterMastodonPinterestWhatsAppTelegramEmailC