04 ottobre 2011

VECCHI E GIOVANI OGGI 2

Antonio Corrado, con il suo spiccato senso dell’umorismo, mi ha inviato un articolo di Federico Campagna, intitolato Manifesto per i sessantenni, pubblicato su ALFABETA on line lo scorso 22 agosto. L’articolo è assai urticante; dà fastidio, soprattutto, l’eccessivo narcisismo che mostra il suo autore; comunque mi pare che offra diversi spunti di riflessione per il nostro dibattito. Riproponiamo di seguito solo la prima parte dell’articolo. La versione integrale è reperibile nel sito www.alfabeta2.it

F.V.

Noi siamo gli ultimi. Lo siamo sempre stati, e nemmeno lo sapevamo. Eravamo gli ultimi nel ’68, quando ragazzi ci gettavamo all’assalto di tutto, anche solo nei nostri paesini, anche solo nel pensiero. Gli ultimi nel ’77, quando il futuro ci collasso’ addosso. Gli ultimi negli ’80, chiusi dentro, gli ultimi, nei novanta, nei duemila…

Dopo di noi, il lavoro sarà tutta un’altra cosa. Dopo di noi, non ci sarà più pensione. Dopo di noi il nulla. Di tutte le cose che siamo stati, il punk e’ l’unica che ci e’ davvero rimasta addosso, che lo vogliamo o no. Noi siamo i sessantenni, e non siamo ancora finiti.

Ragioniamo. Quando eravamo giovani, i ribelli eravamo noi. Perché? Perché eravamo studenti, c’era il boom e il tempo e i soldi non mancavano. E se mancavano gli ultimi, il primo sopperiva ai bisogni. Divoravamo libri, riviste, discussioni. Anche senza internet, sapevamo tutto. E poi, dopo di noi, il mondo ci è crollato dietro, come nei film i ponti in fiamme dietro i fuggiaschi. E così i giovani, adesso, la ribellione hanno dovuto ingoiarsela. Fanno manifestazioni, scrivono slogan eccetera. Ma non vogliono cambiare la vita. Vogliono salvarsi il culo. I giovani, da sempre la parte ribelle e innovatrice della società, oggi non ne sono che l’ombra cupa e depressa, l’anima ansiosa e in panico. Se contiamo su di loro soltanto, sulla loro energia che ogni giorno sempre più è divorata dalle pressioni del lavoro e dai gorghi del futuro, possiamo stare certi che ogni Cassandra avrà la sua parte di gloria.

E allora chi resta? Se i giovani sono scimmie al guinzaglio, chi resta? Restano gli ultimi.Restiamo noi.

Guardiamoci in faccia. Come allora, più di allora, abbiamo tempo e soldi. Di tempo ce n’è a dismisura. Lo chiamano pensione. Di soldi ce ne sono pochi, ma pur sempre abbastanza. Lo chiamano pensione. Dicono che noi siamo gli ultimi a godercela. Bene, e allora noi questa pensione ce la prendiamo, ma la terremo in mano come un martello. Abbiamo venti, trent’anni di vita davanti. Abbiamo il cervello buono, ricco. Abbiamo ancora le mani per costruire e i pugni per distruggere.

Guardiamoci l’un l’altro. Hai sessant’anni, hai passato la vita a fare l’insegnante, hai pagato un mutuo e hai una casetta di proprietà? Bene, tuo figlio, non avrà niente di tutto questo. Il mutuo gli mangerà i reni. La pensione la passerà in ospizio con cervello bollito. Ma non angosciarti pensando a tuo figlio. Guarda più in là. Pensa a cosa potresti fare con quella tua casetta, coi soldi della liquidazione, con la tua pensione. Ma soprattutto col tuo cervello, ancora agile, con quello che hai imparato, le persone che hai conosciuto, i sogni che hai coltivato. Con il tuo tempo. L’ultimo rimasto. Hai capito bene. Adesso puoi fare tutto quello che quando avevi vent’anni non sei riuscito a fare. A quei tempi ti avevano detto che avevi perso, che avevi messo la testa a posto perché avevi troppo da perdere, perché non avevi i mezzi, perché eri preso per la gola. Ma adesso non è più così. Da perdere hai soltanto la noia, da bruciare hai tutta la vecchiaia. Di paura ne è rimasta poca, e se un tempo dicevamo che era meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine, adesso non ci è rimasta che la fine spaventosa. Tanto vale andare a incontrarla tra le fiamme!

Cosa farai dei tuoi pomeriggi da pensionato? Tu, l’ultimo privilegiato, che ti liberi dal lavoro quando sei ancora abile, che ti ritrovi con la tua vita di nuovo in mano e un assegno mensile che ti copre. Lascerai che la tua seconda vita sia la più insopportabile? Ci sono legioni di morti che non sanno di esserlo. Non diventare uno di loro.

Federico Campagna

VECCHI E GIOVANI OGGI

Una cara amica ha raccolto l'invito a riflettere sulle ragioni del silenzio dei giovani d'oggi. Con il suo intervento vogliamo aprire un dibattito per capire meglio noi stessi e ciò che accade attorno a noi.
F.V.

Sono stata giovane anch’io.

Il muro degli adulti era duro da scalfire, in una dinamica di confronto e scontro, con tenacia, si faceva spazio l’esigenza di provare a trovare un posto, il mio posto. Una sfida che tutti abbiamo provato.

Avevo 14 o forse 15 anni quando la tv che la sera trasmetteva in prima serata, il mistero e il fascino dei film in bianco e nero di Bergman, si trasformava lentamente in un caos di colori, di siglette senza poesia, di rotondi e morbidi seni messi in bella vista e di pubblicità. Un mare di pubblicità, tutto d’uno tratto prese a straripare dagli schermi.

E’ così che è cominciata l’inondazione degli spazi familiari?

Quello era il tempo della nascita delle tv private. Veniva alla luce un nuovo mondo, o modo, della comunicazione televisiva.Ricordo un ossessionante e orribile gingol: Operazione Five: torna a casa in tutta fretta, c’è il biscione che ti aspetta.

Poi, più tardi, ho scoperto leggendo, ma anche sulla mia pelle, che oltre il motivetto che narrava dell’ operazione five, in quegli anni un’altra operazione, quella del piano Gelli, balzava alla cronaca.

Questo a conferma che, come dice Sciascia, nel video intervista pubblicato, il potere è altrove?

Forse da questo l’ insorgere del misterioso silenzio dei giovani? Anni di operazione five? Il risultato: la stratificazione dell’atrocità più bieca? Congelare la mente, inaridire gli stimoli, soffocare la voce?

Se oggi riguardo un film di Bergman, ricordo il calore della famiglia, le immagini scorrevano sullo schermo, erano lo sfondo al dispiegarsi delle nostre vite. Qualcuno urlava cambia canale! questo film non si capisce!

Ma i canali erano due. Bisognava alzarsi e premere il pulsante. La cena fumante ti inchiodava alla sedia e i racconti del cosa è successo oggi a scuola e cosa ci aspetterà domani erano accattivanti.Infine non occorreva cambiare canale. Il cielo, il mare e i volti di Bergman erano l’espressione di una Tv che aveva voglia di comunicare, davvero, qualcosa e che accompagnava le dinamiche familiari. Certo c’era Bergman e anche dell’altro, ma tutto era composto, aveva in sé il senso del limite.

Per noi giovani di allora, si, era difficile trovare il proprio spazio, ma quando ci provavi, trovavi qualcuno che ti ascoltava. Un padre, una nonna, un fratello.

I giovani oggi a chi parlano? Chi li ascolta?

Allora, non resta altro per loro che provare a cercare il loro spazio tramite gli SMS e/o mail e/o face book e/o altri strumenti che, in sé, sono la negazione della relazione e quindi della comunicazione. E’ così le loro voci si perdono nell’etere, in una realtà virtuale che non può essere contesto di crescita e di aspirazione all’ espressione?

Barbara Lottero


03 ottobre 2011

APPUNTI SULL' ANTIPOLITICA

Ezio Spataro ha espresso, nella forma che gli è più congeniale, uno dei sentimenti popolari più diffusi del momento: la sfiducia nei confronti dell’intera classe politica ossia, per dirla con il linguaggio dei dotti, l’antipolitica. Un sentimento che si sta diffondendo in tutto il mondo occidentale, come dimostrano le manifestazioni degli indignados da Madrid a New York.

In Italia, fino a ieri, a questo sentimento aveva dato voce, in forma teatrale, Grillo. Ma, come mostrano alcuni inserti pubblicitari presenti nei maggiori quotidiani nazionali, anche affermati uomini d’affari oggi ripetono ad alta voce quello che sussurrano tutti. E la stessa Conferenza Episcopale Italiana ha recentemente preso una posizione chiara.

Tra le cose che non riesco a capire nell’Italia d’oggi c’è il silenzio dei giovani . A parte sparute minoranze, la maggior parte dei giovani oggi non parla e non protesta. Perché?

Nonostante il misterioso silenzio dei giovani in Italia l’antipolitica cresce e monta. Ed è chiaro che è proprio il modo di fare politica odierno che l’alimenta. Abbiamo commentato, in queste pagine, il mese scorso l’incredibile intervista rilasciata da un deputato della nostra Regione. Ma nel resto d’Italia le cose non vanno meglio. Penati è milanese ed è stato il braccio destro del segretario del maggiore partito d’opposizione. Il vero problema nazionale è questo, insieme a Berlusconi!

Il dramma italiano è costituito dal fatto che non si vedono più in giro uomini politici della levatura di Berlinguer, Moro, La Malfa, ecc. Con le Minetti , i Papa e i Tedesco l’Italia ha toccato il fondo. E per chi scrive è particolarmente doloroso riconoscere che oggi si fa sempre più fatica a distinguere la destra dalla sinistra.

Per quanto riguarda, infine, l’intervista di Leonardo Sciascia vanno fatte alcune puntualizzazioni. Il grande scrittore siciliano non ha mai disdegnato di occuparsi di politica. Ha scritto, per vent’anni circa, su un giornale di sinistra; è stato Consigliere al Comune di Palermo, eletto come indipendente nelle liste del PCI; deputato nazionale, da indipendente radicale. In quest’ultima veste, oltre alla famosa relazione di minoranza sul caso Moro, ha presentato una serie di interpellanze parlamentari, opportunamente pubblicate due anni fa dalla Bompiani con una bella introduzione di Andrea Camilleri.

Nell’intervista riproposta nel nostro blog lo scrittore siciliano, con la sua consueta lucidità, denuncia i danni provocati dalla partitocrazia in un momento storico in cui i partiti avevano un peso ed una funzione complessivamente positiva. Quei partiti oggi non esistono più. Anche per questo l’attuale Presidente del Consiglio si può permettere di irridere alla Costituzione senza che nessuno lo censuri.

Franco Virga

Avvertenza: in attesa di ripristinare il servizio automatico, i commenti vanno inviati a npvirga@libero.it Ci scusiamo con gli amici che, nei giorni scorsi, hanno inviato commenti che non abbiamo pubblicato solo perché non ci sono stati notificati.

02 ottobre 2011

U me partitu

Di seguito voglio riproporre una poesia del mio amico Ezio Spataro, già pubblicata sul blog "Percorsi Poetici a Brannu". A seguire, un intervista a Leonardo Sciascia dal titolo "La Costituzione non esiste più"




 U me partitu

Nta u me partitu
nè si scinni nè s'acchiana...
nta u me partitu nun si vincinu elezioni !!

U me partitu
duna vuci a cu è scuntentu
u me partitu 
nunn'acchiana m'parlamentu !!

Nta u me partitu
nun si pigghianu tangenti
ma si travagghia pi lu beni di la genti
nun cuntanu paroli ma l'azioni
u me partitu perdi sempri l'elezioni !!

U me partitu unn'avi nnomu
è comu vuci muta di la genti
ca tutti la sentinu ma nuddu l'attenta
u me partitu nuddu lu rapprisenta !!

Nunn'avi un senaturi 
e mancu un deputatu
u me partitu nunn'è rapprisintatu !!

Nta u me partitu
semu tutti genti onesta
ma pi nuatri nun veni mai la festa...
Pu me partitu cci votanu li fissa
nta u me partitu
nun si canta mai la missa !!

Nun ci sunnu evasura e banchirutti
nta u me partitu
nun si ioca a "futti futti"
e paamu cu lu sangu di l'onesti
l'ingiustizia di li granni disonesti

Semu vuci muta di la genti !!
Nta u me partitu cuntamu comu nenti !!


Intervista a Leonardo Sciascia


01 ottobre 2011

PER UNA NUOVA ALIMENTAZIONE 3

LA RIVOLUZIONE E' UN PRANZO IN CASA.

Piero Careddu, da Il manifesto sardo del 1 ottobre 2011

Sarà un caso che in Italia le dittature durano tutte più o meno vent’anni? Una delle ultime che ci siamo dovuti sciroppare, a cavallo fra i due secoli, è stata quella del Ventennio della Cucina Finto-Creativa, quella le cui parole d’ordine erano: Credere, Sifonare, Stupire! Vent’anni di scimmiottamenti della cucina di Adrià, personaggio rispettabilissimo se non altro per essere un caposcuola, e vent’anni di spume, di deliri azotati, di stregonerie molecolari e di scatole spesso vuote . Se non facevi la tua brava schiumetta di parmigiano da accostare al filetto di carne, possibilmente di provenienza esotica, eri un povero coglione e guai a te se la presentazione del piatti non seguiva i criteri delle ultime tendenze del design nippo-newyorkese! I tempi son cambiati? Mica tanto. Nel senso che è cambiato il ritornello ma sempre di tormentone si tratta. Adesso il refrain è il ritorno alla tradizione: la riscoperta dei piatti della nonna, della zia, della mamma percorrendo tutto l’albero genealogico. Per non parlare delle trattorie famigliari “vorrei ma non posso” che nascono come funghi. E così non se ne esce mai: tutto quello che appare o riappare, anche quando le intenzioni sono le migliori e le più nobili come in questo caso, deve passare nel tritacarne della moda ed essere trasformato in tendenza. La ricetta è più o meno sempre quella: mettere in pentola un po’ di luoghi comuni, farcirli di abbondante superficialità e servire il tutto caldo all’informazione cosiddetta specializzata che provvederà a poggiare sul piatto la ciliegina dell’omologazione; si raccomanda di tenersi alla larga da un serio lavoro di ricerca storica e di rigorosa scelta di materie prime del proprio territorio. COSA SARA’ MAI LA TRADIZIONE GASTRONOMICA? Facili ironie a parte, sarebbe utile chiarirci le idee sul significato di una parola tanto bistrattata e come poche altre suscettibile di interpretazioni antitetiche. In una regione ad alta vocazione turistica come la Sardegna dove la domanda di accoglienza è circoscritta a un periodo sempre più breve, l’offerta di una ristorazione prevalentemente stagionale è proiettata verso la perpetuazione di un limitato numero di piatti-bandiera, che vengono riproposti con esecuzioni più o meno gradevoli, senza il minimo sforzo di rinnovamento e, considerando l’ansia di realizzare fatturati decenti in pochi giorni di stagione, senza alcuna attenzione verso la valorizzazione della materia prima locale. Ecco perché le nostre coste sono diventate un florilegio, oltre che di colate di cemento, di ristoranti e pseudo-trattorie che utilizzano le sirene di una cucina tipica che non si capisce bene a cosa si richiami e di cosa sia rappresentativa visto che, per almeno il 70%, le forniture di materie prime fresche e/o a media conservazione provengono dai capannoni dei cash&carry locali. Ha senso parlare di ristorazione medio-alta e di cucina tradizionale facendo la spesa in giganteschi supermercati all’ingrosso che importano da ogni parte del mondo dalla cipolla, al pelato, passando per l’olio extravergine? Detto questo l’unica definizione credibile e attuale di Gastronomia della Tradizione è quella di cucina legata al territorio di appartenenza, alla stagionalità, alla freschezza ed eccellenza assoluta dei prodotti utilizzati. Partendo da queste condizioni di base, dalle quali è impossibile prescindere, allora possiamo affermare che, pur mantenendo vivi i piatti della memoria e la loro valenza storico-culturale, è importante creare nuove preparazioni che arricchiscano il menu’ della tipicità. La seada, i malloreddus, il filindeu non esistono da sempre, qualcuno li avrà inventati e poi la storia li ha trasformati in piatti identitari e immortali. Deve essere però chiaro che la tradizione non è statica ma sempre proiettata verso un dinamico rinnovamento: tanto per capirci, chi crea un piatto assolutamente inedito con dell’agnello delle colline del proprio circondario, sta facendo tradizione! La vera cucina creativa, in sostanza, era quella delle nostre nonne e bisnonne che, sotto la pressione di famiglie numerose da sfamare con pochi mezzi, hanno creato pagine memorabili di cucina mediterranea.(CONTINUA)