01 ottobre 2014

W. Szymborska sui tranquillanti...








Sono un tranquillante,
Agisco in casa,
funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all'udienza,
incollo con cura le tazze rotte -
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d'acqua.
So come trattare l'infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l'ingiustizia,
rischiarare l'assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti -
fidati della pietà chimica.
Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto che la vita va vissuta con coraggio?
Consegnami il tuo abisso -
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato (grata) per la caduta in piedi.
Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.
Un altro diavolo non c'è più.


Wislawa Szymborska

A. ASOR ROSA RILEGGE IL CONTE DI MONTECRISTO


Un libro straordinario. Il primo giustiziere “mascherato” moderno (anche se il modello è Ulisse , finto mendicante che stermina i proci). Il conte di Montecristo è l’archetipo della fiction e il vero babbo dei supereroi USA.
Alberto Asor Rosa



Nel Codice Dumas il segreto del romanzo



Cos’è il “romanzesco”? In cosa consiste? Quando abbiamo il diritto di usare questo termine, fuori e dentro la letteratura? Calma, lettori: non ho intenzione di propinarvi una lezione di retorica e teoria letteraria. Vorrei soltanto esporvi qualche piccolo senso, che ho ricavato dalla rilettura recentissima, estiva, del colossale monumento alla “realtà romanzesca” (nel duplice senso che l’espressione comporta) che è Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas (1803-1870), ripubblicato, con meritoria audacia, da Einaudi nella bella traduzione di Margherita Botto.


Sul Conte ha scritto cose bellissime Umberto Eco ( Il superuomo di massa , 2001). Ma forse qualche corollario si può aggiungere alla sua nobile canonizzazione. Vediamo, ripartendo dall’inizio.







Il conte di Montecristo fu scritto e pubblicato intorno al 1844. Pressoché contemporaneamente, quella poderosa macchina di produzione letteraria, che era Alexandre Dumas padre, concepiva e realizzava i capolavori della saga moschettiera, I tre moschettieri, Vent’anni dopo , Il visconte di Bragelonne. Ma il Conte è su di un gradino superiore, più ambizioso per l’impianto e per la quasi contemporaneità degli eventi rispetto ai suoi lettori di quel tempo.


In estrema sintesi: il protagonista del romanzo, Edmond Dantès, è all’origine un giovane marinaio, molto esperto nel suo lavoro e profondamente onesto, il quale, per le mene congiunte e in parte involontarie di tre perfidi personaggi, – Fernand Mondego, Gérard de Villefort e Danglars – viene imprigionato nel terribile carcere francese denominato Chateau d’If, e vi trascorre alcuni anni in una segregazione pressoché assoluta e nella disperazione estrema (siamo in piena Restaurazione, Dantès viene accusato di bonapartismo, non è escluso perciò che Dumas lasci calare sulla narrazione qualche veleno antiborbonico).








Lì, avventurosamente, conosce un altro prigioniero innocente, l’Abate Faria, sbucato nella sua cella, dopo aver scavato, con disumana sofferenza, un tunnel sotterraneo, che avrebbe dovuto portarlo all’aperto e invece, per un calcolo sbagliato, lo conduce proprio nella cella di Edmond. Dall’Abate Faria, prete italiano colto e, per così dire, di orientamenti risorgimentalisti, Edmond apprende molte cose; ma soprattutto viene a conoscenza, prima che Faria muoia, dell’esistenza di uno sterminato tesoro nascosto sul- l’isola (anch’essa italiana, e non è una combinazione) di Montecristo. Edmond, fuggito dal Chateau d’If con un espediente tanto macabro quanto ingegnoso, s’impadronisce del tesoro e inizia una nuova vita. Nella seconda parte del romanzo Edmond passa da un travestimento all’altro, alla ricerca però di un’unica fondamentale forma di riscatto, e cioè la vendetta. L’opera tuttavia ha un lieto fine, in conseguenza del quale Edmond recupera il proprio umano diritto a perdonare e amare.


Il conte di Montecristo ha subito negativamente nel tempo la taccia di essere un romanzo d’appendice, votato essenzialmente alla causa della commerciabilità del prodotto ovvero, come si dice oggi comunemente, alle “leggi del mercato”. Non c’è dubbio che sia così all’origine. E tuttavia il risultato che ne scaturisce torna a sembrare oggi degno di qualche maggiore attenzione.




Montecristo



Proviamo a ricollegarci alle domande iniziali. Il “romanzesco” 1) è una narrazione forte e complessa, che non può (ripeto: non può) non assumere grandi dimensioni; 2) parte da una singola storia, ma ne racconta molte; 3) è fatto di personaggi che sono portatori ciascuno di un “destino” particolare, il quale però s’intreccia, appunto, a quello di molti altri; 4) contempla e rappresenta costitutivamente un sistema di rapporti fra reale e immaginario, fra il possibile e l’inverosimile – ossia fra ciò che è e ciò che potrebbe essere, il quale diventa anch’esso a un certo punto ciò che è.


Ora, Il conte di Montecristo presenta senza ombra di dubbio tutte queste caratteristiche. Ma non si potrebbe fare lo stesso discorso per un’altra opera, a giudizio comune, di portata enormemente superiore come Guerra e pace? Sì, certo, si potrebbe. Qual è la differenza, allora? Temo che la differenza sia, come si diceva una volta, nei “contenuti”.


Il peso logico, sentimentale, ideale di Guerra e pace non teme confronti rispetto a quello espresso dall’inizio alla fine dal Conte di Montecristo .


E tuttavia, detto questo, tutto il resto rimane valido anche per Il conte di Montecristo, e cioè che la sua macchina narrativa possiede una vitalità così prodigiosa da valere per sé, ossia per il godimento disinteressato e magari un po’ frivolo del lettore, e, aggiungerei, anche e forse soprattutto per il lettore di oggi. Lettore di oggi, il quale non ha più bisogno che gli si dica che deve leggere un testo perché gli sarà “utile”, gli basta sapere che sarà appassionante e divertente.







Da questo punto di vista Il conte di Montecristo riserba sorprese che difficilmente – duole dirlo – le opere della nostra contemporaneità in genere ci fanno sperimentare: è facilmente provabile, se se ne fa esperienza diretta, che, una volta intrapresa la lettura del testo all’inizio di un suo qualunque capitolo, sia impossibile staccarsene un attimo prima che quel capitolo sia concluso. L’esperienza dei primi lettori del Conte, i quali lo compulsavano ogni settimana in appendice a un organo giornalistico del tempo, e a quanto sembra esprimevano l’attesa ansiosa che questo accadesse, può essere rivissuta dai lettori di oggi, i quali faticheranno non poco a staccarsi dal testo nei punti nodali della narrazione, per tornare alle loro, molto più banali, fatiche quotidiane.


Il fatto è che il “romanzesco”, quello autentico, è anche un’altra cosa rispetto a quelle che abbiamo già elencato. Esso è la proiezione di una visione del mondo che non ci sarebbe se quel romanzo non ci fosse. Illusorio è in ogni caso cercare i riscontri reali a quello che vediamo raccontato. Quello che vediamo raccontato è anch’esso un reale – un reale che si distingue nettamente da quello che, supinamente, continuiamo a credere e chiamare “il reale”.


Da questo punto di vista Il conte di Montecristo è un vero scrigno di ricchezze – ricchezze certo illusorie, ma destinate meravigliosamente a incrementare il nostro bisogno di una realtà “altra”, non meschinamente ridotta a quella di cui facciamo esperienza tutti i giorni.


La Repubblica – 30 settembre 2014

BANDITI A PARTINICO. PASSATO E PRESENTE



      Ho recensito appena ristampato questo libro : http://piazzamarineo-continua.blogspot.it/2009/12/banditi-partinico-ieri-e-oggi.html  
      Oggi mi piace riparlarne con le parole di una delle prime collaboratrici di Danilo Dolci. Ma, subito dopo la testimonianza di Regine Hildebrandt, potete rileggere anche la mia recensione:



Regine Hildebrandt ricorda l'incontro con Danilo e l'esperienza presso il Centro Studi ed Iniziative per la Piena Occupazione di Partinico:
"Lavoravo in un grande magazzino che nel sottosuolo ospitava una libreria. Appena possibile, mi infilavo tra gli scaffali alla ricerca di libri interessanti, e così, senza saperlo in quel momento, ho dato una virata alla mia esistenza. "Banditi a Partinico" leggevo, l'argomento mi incuriosiva, e comprai il libro.
Ho riletto ultimamente questo libro di Danilo Dolci, e mi sono molto stupita di trovarci, nella prima parte testi che a quanto sembra, in quel primo impatto non mi avevano impressionato tanto quanto la seconda parte, che racconta dell'intervento di Danilo Dolci nel territorio della Sicilia occidentale. Ne sono rimasta affascinata, e da allora in poi il desiderio di conoscere quest'iniziativa occupava tutti i miei pensieri. Ho scritto al Centro Studi ed Iniziative per la Piena Occupazione di Partinico, e ho ricevuto una risposta incoraggiante.
Da questo responso ad organizzare la discesa al sud non sono passati molti mesi. " 


https://www.facebook.com/notes/danilo-dolci-project/regine-hildebrandt-e-danilo-dolci/465954426872737


BANDITI A PARTINICO, IERI E OGGI
recensione di Francesco Virga 

E’ stato finalmente ristampato dall’ Editore Sellerio di Palermo un libro di Danilo Dolci degli anni cinquanta, difficile da trovare perfino nelle maggiori biblioteche.
L’opera, che aveva suscitato un clamore straordinario, s’ intitolava Banditi a Partinico ed era stata pubblicata nel 1955 da Laterza. La nuova edizione è corredata dalle originali fotografie di Enzo Sellerio che ne rafforzano il valore documentario, espunte dalla prima per ragioni economiche, e risulta arricchita anche per la bella postfazione di Paolo Varvaro.
Il libro “scritto dalle cose e da tutti”, come Danilo amava definire i suoi libri-inchiesta, si articola in due parti. La prima, corredata anche da sommari dati statistici, ha il carattere dell’analisi sociologica che documenta lo stato di miseria e di abbandono in cui viveva gran parte della popolazione tra Partinico e Trappeto in quegli anni. La seconda, più descrittiva ed emotivamente coinvolgente, raccoglie alcune esemplari storie di vita di persone residenti nella zona che raccontano, con il loro povero ma espressivo linguaggio, le loro amare esperienze ( alcune di queste storie saranno successivamente riprese in Racconti siciliani).
Ci pare utile riproporre dei passi della Prefazione di Norberto Bobbio alla prima edizione che aiutano a capire la forza d’impatto che ebbe il libro:
“Vorrei che queste pagine fossero lette da tutti coloro che, in Italia, hanno una cattedra o un pulpito, e se ne servono per esaltare glorie nazionali magari remote o per flagellare terribilmente i vizi dei cattivi cristiani. Sono pagine che scuotono sia la pigra sicurezza dei ripetitori compiaciuti di formule patriottiche sia il sussiego moralistico degli accusatori secondo le leggi stabilite. (…) Quante volte ciascuno di noi ha rimuginato un lungo e complicato discorso sulla situazione della nostra società e delle nostra cultura, e sui rapporti tra questa società e questa cultura, quali si sono rivelati in modo drammatico negli anni dopo la caduta del fascismo. Queste pagine di Danilo Dolci lo abbreviano singolarmente, portandoci in mezzo alle cose, a quelle cose che non conoscevamo o volevamo non conoscere o fingevamo di non conoscere. E sono, da un lato, la miseria, la fame, la follia, la disperazione di un piccolo quartiere di una cittadina della Sicilia; dall’altro, l’indifferenza, l’incuria, il cinismo, la prepotenza di coloro, grandi e piccoli, che reggono le sorti dello Stato. Sono due facce della stessa medaglia .”
Le belle ed appassionate parole di Bobbio, oltre a fornire la chiave per leggere nel modo migliore l’opera dell’anomalo sociologo triestino, sono preziose anche per ricostruire il dibattito culturale di quel tempo:
“Per molti di noi il crollo del fascismo e la guerra di liberazione sono stati l’occasione per la scoperta di un’Italia segreta e nascosta, dell’Italia non ufficiale, di cui la cultura dominante, tutta affaccendata in polemiche filosofiche o ideologiche o di scuola ( contro il positivismo, contro il pragmatismo, contro l’irrazionalismo, contro l’attivismo e via con mille altri nomi astratti) ci aveva poco o nulla parlato, e di cui la politica dei politici aveva spudoratamente negato l’esistenza. Si cominciò a guardare l’Italia non più dall’alto in basso, ma di sotto in su, dal punto di vista dei poveri, dei diseredati, degli oppressi, di coloro che non erano mai stati protagonisti di storia etico-politica, (…) per la semplice ragione che le loro gesta o non valevano la pena di essere narrate o se venivano tramandate non era attraverso quel segno dell’individuazione che è il nome proprio, ma attraverso nomi collettivi come contadini, braccianti, plebe, massa, soldati, banditi. Proprio per questa scoperta il Cristo si è fermato a Eboli ebbe quella risonanza e quell’influsso che ognuno oggi è disposto a riconoscergli, ed ha un’importanza non soltanto letteraria ma storico-culturale o politica (…).”
      Certamente tanta acqua è passata sotto i ponti da allora. Partinico e la Sicilia non sono più quelli descritti da Danilo Dolci mezzo secolo fa. Non esiste più la fame e la miseria di allora. Persistono, comunque, tante altre forme di miseria e, soprattutto, insieme all’immarcescibile sistema di potere clientelare-mafioso, di cui un illustre storico aveva incredibilmente annunciato la fine solo qualche anno fa, sopravvive una classe dirigente (e non mi riferisco solo alla classe politica) parassitaria, arrogante e insipiente che mostra ogni giorno di più di non essere all’altezza del suo compito. 

Marineo 2009 

AMO AMARE! INTERVISTA A KIM THUY



Ringraziando la testata, pubblichiamo la versione integrale di un’intervista che Andrea Cirolla ha fatto alla scrittrice vietnamita Kim Thúy sulle pagine del Corriere della Sera, edizione di Milano, in occasione dell’uscita in Italia del suo secondo romanzo «Nidi di rondine». In coda, una nota a margine della presentazione milanese del 24 settembre.

Amo amare. Intervista a Kim Thúy

di Andrea Cirolla

«Scrivo perché amo le parole. Sono sempre alla ricerca del sentimento “amoroso” in ogni cosa, nella bellezza fragile di un fiore selvatico sul bordo dell’autostrada come nel movimento di un battito di ciglia. Amo amare».
Alle parole, a certe parole, Kim Thúy – nata a Saigon nel 1968, emigrata in Canada dieci anni dopo – ha dedicato il suo ultimo libro, tradotto da Cinzia Poli per Nottetempo. In forma di sillabario, «Nidi di rondine» racconta la storia di Mãn, una donna che sembra somigliarle molto, per trascorsi e inattese svolte della vita.
Lo stesso accadeva rispetto alla storia di Nguyễn An Tịnh, raccontata in Riva, il suo primo libro, un grande successo di critica e pubblico uscito in Italia nel 2010 sempre per Nottetempo (e tradotto con altrettanta grazia da Cinzia Poli).
In entrambi i casi non regge invece l’analogia tra i caratteri, ma piuttosto una complementarietà di voci, quando si cerca di ritrovare in quella donna minuta, e insieme florida, e stupendamente comunicativa, le protagoniste dei suoi romanzi.
Mãn conduce una vita silenziosa, senza rumori e quasi anche senza voce. Lavora a Montréal nella cucina del ristorante di suo marito, immigrato vietnamita che l’ha portata via con sé da Saigon ottenendola in sposa dalla «terza madre» – «la Mamma» –, dalla quale dopo una «prima madre» – perduta – e una «seconda madre» – fuggita – lei venne salvata.
Il silenzio e il ritegno separano Mãn dal mondo dentro il mondo; finché non arrivano Julie, Philippe, Luc, tre personaggi che sono tre rivoluzioni – nell’amicizia, in cucina, nell’amore – e le insegnano la fiducia, e forse a comprendere che si può smettere di difendersi dal mondo, che il mondo stesso è capace di proteggere.
Nidi di rondine racconta una maturazione, una fioritura, una delicata riscoperta dei sensi e delle sensazioni, con tutto ciò che questo comporta anche interiormente.

«Amicizia», «Errori», «Ricamare», «Frrr!» sono alcune tra quelle di Mãn. Ma se dovesse scegliere una sola parola che rappresenti la storia di Kim, cioè la Sua storia, che parola sarebbe?
«La parola sarebbe “Innamorata”. Ho scritto delle storie perché mi sono innamorata di un soggetto, oppure ho avuto un colpo di fulmine per un oggetto, o perché un luogo mi ha affascinata. Il sentimento amoroso è sempre la prima motivazione».
Il Suo libro insegna che la liberazione può passare dalle parole.
«La scrittura ci permette di attraversare le frontiere, di saltare oltre le recinzioni, di passare attraverso le sbarre. In «Ru» ho reso omaggio a un prigioniero vietnamita che, durante la sua prigionia, non ha potuto avere che un solo piccolo pezzo di carta e una matita. Egli ha scritto pagine e pagine su questo piccolo foglio, una parola accanto all’altra, una parola sopra l’altra. Questo foglio, questa scrittura, l’ha salvato, lo ha mantenuto sano e soprattutto l’ha aiutato a non perdere la speranza: un sentimento fragile e facilmente distruttibile. Anche Nelson Mandela ha scritto il suo libro in carcere. Mi chiedo se questa scrittura non lo abbia allo stesso modo aiutato a rimanere in piedi.
Così come la scrittura ci libera, la lettura ci trasporta. Il potere delle parole scritte è così grande che durante le rivoluzioni, molto spesso, si distruggono i libri. Si può imprigionare, isolare un popolo privandolo della lettura. Nel mio caso, tutti i libri furono confiscati col cambiamento di regime politico del 1975 in Vietnam.
In breve, credo che le parole ci liberino perché ci danno il potere di riflettere e la possibilità di sognare».

Mãn è una chef, come lo è stata Lei. Che valore attribuisce alla cucina?
«I piatti, i cibi, portano con sé una grande carica emotiva nel momento in cui evocano spontaneamente dei ricordi. Amiamo un cibo più di un altro non solo per il suo gusto in quanto tale, ma anche per l’emozione che ci offre».
Prima di incontrare Julie e Luc, Mãn sembra vivere perennemente in un distacco, come se fosse sotto anestesia. È qualcosa che si riflette nel Suo stile letterario, nella Sua lingua, così disciplinata. Forse proprio per questo, nei brevi momenti in cui sulla pagina Lei si concede al sentimento della meraviglia, per contrasto la Sua voce acquisisce un volume sbalorditivo, e cresce l’emozione sulla pagina così come dentro il lettore. Insomma, avviene la poesia. Riconosce questa analogia tra il carattere di Mãn e la Sua scrittura?
«Lei è la prima persona che mi ha posto questa meravigliosa domanda! Ha visto giusto. In effetti, c’è un forte senso di distacco. Probabilmente è questa impressione d’essere anestetizzata che genera una scrittura estremamente silenziosa. Non ho mai sentito la voce dei miei personaggi. Sono “muti”… o se non altro io ho l’impressione che i miei libri siano vecchi film in bianco e nero, senza suono… come Mãn.
Lei ha ragione: Mãn ha la personalità della mia scrittura. O è la mia scrittura che somiglia alla personalità di Mãn…».

***
L’insegnamento di vedere, ascoltare, sentire Kim Thúy. La sua allegria, contagiosa; il suo entusiasmo; ma soprattutto la sua meraviglia spontanea per ogni fenomeno che il mondo produce e le sottopone, per ogni accadimento.
Ieri sera, alla Libreria Coop Statale di via Festa del Perdono, in margine alla presentazione di Nidi di rondine, Kim Thúy s’è messa a parlare delle verdure preparatele da Roberta, un’amica; poi ha raccontato della polenta con schie mangiata a Venezia con Andrea, della casa editrice Nottetempo. In entrambi i casi, la descrizione dei piatti si è presto eclissata dietro il senso di gratitudine per quelle verdure così accuratamente tagliate e presentate, per quei gamberetti minuscoli sgusciati uno per uno (“quante ore di lavoro ci saranno volute!”). Dentro una portata, insieme col risultato, con la resa estetica del piatto, Kim Thúy sembra vedere l’intera genesi, il lavoro dedicato. Non ovviamente nel senso del dettaglio, non ha poteri di sensitiva che le permettano di documentare a posteriori la preparazione, né ci arriva con l’immaginazione; semplicemente non trascura la dedizione che ogni piatto, e a maggior ragione un piatto cucinato con passione (o addirittura con amore), comporta; e sa capire che ogni cibo è in fondo un simbolo, un indicatore, forse una sorta di deittico? comunque qualcosa che non tanto dice quanto mostra l’energia, anzi la forza che ha mosso il cuoco o la cuoca dentro la cucina.
Kim guarda quei piccolissimi gamberetti grigi e si meraviglia. La grandezza del dono che ogni cibo – anche se pagato, dentro un ristorante – non smette mai di essere quasi la imbarazza, o se non altro la ammutolisce. È questa sensibilità per ciò di cui il mondo è rivelatore che sbalordisce, ascoltandola.
Leggendo il suo libro, annotavo sul mio taccuino qualcosa di analogo, e cioè che la lingua letteraria di Kim Thúy non dice le emozioni, perché questo vorrebbe dire disinnescarle, ma mostra il luogo in cui esse sorgono, così che il lettore possa arrivarci trovandole ogni volta intatte, sempre di nuovo completamente da vivere. Questa è una pratica, e le viene dalla capacità naturale di intuire, nelle espressioni del mondo – ossia nelle cose, in ogni cosa; nelle persone, in ogni persona –, la loro genesi, nel senso che dicevo prima. L’esteriorità delle cose e delle persone è ciò che il mondo offre alla visione; altro è ciò che il mondo rivela o può rivelare. Lei guarda e insieme osserva; e osserva sempre, per così dire, in controluce. Sullo sfondo, senza che la superficie scompaia alla vista, le appare insieme, sincronicamente, il “cuore” delle cose. O così almeno è come io mi immagino che accada. Allo stesso modo, nelle sue storie, il passato remoto (il Vietnam) e il passato prossimo (il Canada, lo stesso luogo del suo presente) fluttuano – «oscillano» è il verbo che torna in entrambe le quarte di copertina dei suoi due libri nell’edizione italiana – fluttuano verso uno stesso punto disciplinati dall’ordine di una dimensione che non è temporale né spaziale, ma è quella delle parole.


da pubblicato mercoledì, 1 ottobre 2014

RITRATTO DI UN TRASFORMISTA



Nel 1638 Velázquez dipinse un ritratto di Francesco I d’Este, duca di Modena. Il Duca è a piedi e guarda con aria superba lo spettatore. Il quadro è splendido, la storia un po' meno.


Tomaso Montanari
Ritratto del trasformismo straccione

«La testa è volta leggermente verso destra, lo sguardo è diretto allo spettatore; attraverso la corazza è annodata una sciarpa rossa. Egli si era adattato così perfettamente al gusto della nazione di cui era ospite che lo si credeva uno spagnolo, ma nel ritratto questo aspetto superbo e un po’ arrogante, i capelli neri e ricciuti che ricadono a onde sulla fronte, i baffi ancora sottili piegati all’insù, il colletto e il Toson d’oro rivelano l’italiano docile e commediante». Le parole di Carl Justi traducono perfettamente ciò che gorgoglia su questa tela memorabile.

Il duca di Modena Francesco I d'Este era arrivato in Spagna, nell’estate del 1638, come un commesso viaggiatore. Vendeva la fedeltà del suo piccolo stato, in cambio di soldi e di onori: e puntualmente il re di Spagna lo coprì d’oro, gli mise al collo il vello d'oro conquistato da Giasone, lo nominò Generale degli Oceani, Viceré di Catalogna e padrino di battesimo dell’Infanta Maria Teresa, futura moglie del Re Sole. Un po' di ammuina, insomma, come si dice a Napoli. Francesco era troppo tronfio per capirlo, ma il più importante tra i regali del re Filippo IV fu proprio questo quadro spettacolare, dipinto dal più grande pittore di tutti i tempi: Diego Velázquez. Ma fu un regalo pericoloso: perché era come uno specchio magico, che metteva a nudo tutte le debolezze del suo protagonista.

Il re avrebbe voluto che Velázquez dipingesse anche un ritratto del giovane duca su un cavallo bianco: ma perché, allora, a Madrid ora c'è un quadro in cui si vede solo il cavallo? Perché solo un mese dopo il suo ritorno, il duca d’Este e il suo staterello avevano già tradito i solennissimi impegni spagnoli, passando clamorosamente alla nemica Francia con tutto lo strascico di onorificenze, cariche e pensioni spagnole.

Forse non basta a consolarci di questo terribile episodio dell'eterno trasformismo straccione dei politici italiani: ma è un fatto che il risultato più duraturo del viaggio spagnolo di Francesco I d’Este fu proprio il quadro che è oggi alla Galleria Estense di Modena.

Come si fa a non esser felici che il giovane duca venisse insignito dell’effimera, inutile, barocca carica di Generale degli Oceani se proprio a quella nomina dobbiamo la strepitosa fascia di rosso pallido che accende il quadro, e che, col suo prodigioso disfarsi in luce, avrebbe fatto impazzire tutti i pittori dell'Impressionismo? Una politica da dimenticare, e un rosso indimenticabile. Il Seicento conobbe almeno quest'ultimo.


il Fatto – 29 settembre 2014

ENRIQUE IRAZOQUI PARLA DEL SUO PRIMO INCONTRO CON PASOLINI




Una cara amica  mi ha fatto avere oggi il testo di un breve articolo, pubblicato ieri dalla redazione fiorentina di Repubblica, in cui Enrique Irazoqui racconta il modo in cui avvenne il suo primo incontro con Pier Paolo Pasolini




  I ricordi di Enrique il comunista:
 “Quel difficile Gesù di Pasolini”
di MARCO BERNARDINI

«SOLTANTO per caso, una volta, uscito di galera riuscii a scappare dalla Spagna per raggiungere Parigi». Per Enrique, che a fare l’attore manco aveva pensato, le “guide” inconsapevoli furono due coetanei fiorentini arrivati a Barcellona con il visto di turisti ma in realtà attivisti del Partito socialista italiano. «Un giorno prima di Natale, era il 1963, venni convocato nella sede clandestina del sindacato del quale ero segretario. Mi dissero che, da qualche tempo, due italiani andavano in giro facendo strane domande sul movimento antifranchista. C’era il sospetto che fossero due spie. Indagai, li frequentai e ogni dubbio venne fugato. Si trattava di due compagni. Ebbi un’illuminazione. Chiesi loro di accompagnarmi in Italia dove, ne ero certo, avrei potuto trovare nuovi sostegni economici per la causa antifranchista insieme con la disponibilità di intellettuali disposti a venire in Spagna per alcuni cicli di conferenze. Mia mamma era veneta e io sapevo bene l’italiano. Arrivai a Firenze con i due compagni, e la prima persona con la quale entrai in contatto fu l’allora sindaco Giorgio La Pira. Fu con lui che scesi a Roma».
Si infoltì il gruppo, nella capitale. Tutti quanti decisero di raggiungere in autobus il numero 9 di via Eufrate, all’Eur. C’erano La Pira, Elsa Morante con il suo ex marito Alberto Moravia, Vasco Pratolini, Giorgio Manacorda e naturalmente il giovane Enrique. Suonarono il campanello di Pasolini che li aspettava per cena. «Venne ad aprirci un ragazzo che aveva una selva di capelli neri in testa. “Niné” falli entrare disse una voce dalla cucina. Era il regista che si rivolgeva a Davoli. Il suo ragazzo. Ninetto aveva quindici anni. Scandaloso? Affatto. In seguito scoprii che quello di Pasolini con lui era un rapporto puro che nulla aveva a che fare con il plagio. Cenammo. Pier Paolo non mi staccava gli occhi di dosso. Ad un tratto disse forte: “È lui il mio Gesù”. Io mi misi a ridere. Per nulla al mondo avrei fatto l’attore. Alle cinque del mattino eravamo ancora lì a discutere. La più infervorata per convincermi era Elsa Morante, che poi sarebbe diventata mia grande amica. Crollai che stava albeggiando sotto il peso della promessa fattami dal produttore Alfredo Bini. Tutti i soldi che avrei dovuto incassare sarebbero andati al mio sindacato. Ne valeva la pena».
I risultati di quel lavoro si possono vedere stasera all’Istituto Stensen di Firenze, che ne propone (ore 21) l’unica copia esistente in pellicola. Per Enrique, irriducibile ateo, non fu facile rivestire i panni di Gesù. E ancora oggi dice: «Il fatto di aver fatto rivivere Cristo non mi ha cambiato la vita. Mi sono sempre attenuto a ciò che, fin dall’inizio, mi avevano promesso sia Pasolini sia Elsa Morante: il loro sarebbe stato un Gesù gramsciano. Certo provai un grande imbarazzo quando, dopo aver girato una scena nelle campagne di Barletta, un gruppo di donne in nero si inginocchiarono intorno a me pregandomi di fare un miracolo. La mia vita, invece, venne segnata da Pier Paolo e da Elsa. Lei, per me, fu un autentico dono del cielo, un’amica straordinaria. Lui, un ciclone in grado di far vacillare ogni certezza. “Senorito”, mi chiamava alludendo alle mie origini borghesi. Cosa che mi faceva incazzare, perché io non ero così. Poi, il giorno in cui si schierò con i poliziotti “figli del popolo” che venivano picchiati dagli studenti figli dei ricchi, lo invitai in Spagna per vedere cosa faceva la milizia franchista. Eppure, tra mille contraddizioni, l’ho amato. Ho amato soprattutto il Pasolini poeta oltreché l’autore di “Uccellacci e uccellini”. Il resto non mi ha mai interessato e le “120 giornate di Sodoma” non l’ho visto».
Già, la vita non è cinema. Specialmente non per Irazoqui, ex combattente per un mondo migliore: «Abbiamo perso definitivamente e su tutti i fronti. L’unica soddisfazione è poter dire che non ho mai ceduto alle lusinghe del nemico». E si lascia andare nel suo mondo virtuale. Quello degli scacchi, è un campione. Muove i pezzi nel suo appartamentino affacciato sul mare di Cadaques da dove, talvolta, si possono vedere le ombre di Picasso e Dalì che decisero di chiudere lì il loro viaggio terreno.

Da La Repubblica, cronaca di Firenze 30/09/2014


LA GLOBALIZZAZIONE TRASFORMERA' IL MONDO IN UNA NAVE NEGRIERA?







Strumento della tratta degli schiavi ma anche incubatrice della modernità, la nave negriera prefigura la fabbrica manchesteriana. Ma forse è solo ideologia, perchè, come predica Matteo Renzi, i padroni sono buoni e amano i loro operai!

Paolo Mieli

Il laboratorio nave negriera


Il 25 agosto del 1775, quando i marinai di Liverpool avevano appena finito di attrezzare la nave «Derby» in preparazione di un viaggio alla volta dell’Angola (per trasportare schiavi dalla costa africana alla Giamaica), il comandante, Lucas Mann, annunciò che avrebbe ridotto la paga mensile da trenta a venti scellini. Tanto, disse, «di manodopera ce n’è quanta ne voglio». Per reazione i marinai sciolsero il cordame e lo lasciarono sul ponte in un ammasso aggrovigliato. L’armatore, Thomas Yates, chiamò le guardie che arrestarono nove ribelli e un giudice li condannò all’istante. A questo punto sul molo si radunò una folla decisa a liberare i «fratelli marinai». Ci riuscirono.

Di lì ebbe origine una nuova forma di protesta, che presto si sarebbe trasformata in una vera e propria insurrezione. Liberati i loro compagni, i marinai si dedicarono a disattrezzare le navi dell’intero porto. Si diressero poi al quartier generale dei mercanti per avanzare la richiesta che si tornasse alla paga di sempre. Dal Mercantile Exchange furono esplosi dei colpi e alcuni lavoratori del mare restarono uccisi sul selciato.

I loro «fratelli» risposero colpendo l’edificio con proiettili dei cannoni presi dalle navi. Non solo. I rivoltosi marciarono compatti dietro George Oliver che portava il bloody flag , la bandiera rossa che nel codice dei pirati annunciava la loro intenzione di non chiedere né dare quartiere: sarebbe stata, la loro, una battaglia all’ultimo sangue. Liverpool ammutolì terrorizzata. La rivolta durò una settimana, finché fu domata dal reggimento di lord Penbroke che, dopo aver marciato una notte intera da Manchester sotto la pioggia, si presentò in una città stremata, riuscendo in poche ore ad aver ragione dei ribelli. Nacque in quei giorni quello che oggi chiamiamo sciopero e che in inglese prende il nome ( strike ) proprio dall’azione compiuta dai marinai di «abbattere» le vele delle navi. Non tutte le navi, però. Solo quelle impegnate nel commercio di schiavi.

A questo genere di imbarcazioni è dedicato il libro La nave negriera di Marcus Rediker, in uscita dal Mulino. Su quei velieri per quattro secoli circa — dalla fine del XV alla seconda metà del XIX — viaggiarono da una parte all’altra dell’Atlantico, in quello che venne definito il «passaggio di mezzo», 12 milioni di neri deportati, due terzi dei quali tra il 1700 e il 1808. Con una quantità impressionante di morti: un milione e mezzo. Ai quali se ne deve aggiungere un numero ancora più imponente (un milione e 800 mila) di deceduti nel corso del viaggio che li aveva trasportati dalle zone interne dell’Africa a quelle costiere. Più 750 mila trapassati durante il primo anno di lavoro nel Nuovo Mondo. Per un totale di oltre quattro milioni. Una mostruosità che ha fin qui offuscato il ruolo che ebbe la protagonista di questo libro, la nave, che pure è stata un elemento fondamentale del passaggio alla modernità.

La nave negriera, rileva Rediker, «è stata un argomento trascurato nella letteratura storica sul traffico atlantico di schiavi». Sono state condotte «eccellenti ricerche sull’origine, sulla distribuzione nel tempo, sui volumi, sui flussi e sui profitti della tratta degli schiavi, ma non esistono studi sufficientemente ampi sulla nave che aveva reso possibile un commercio destinato a trasformare il mondo: non esistono analisi dei meccanismi della più grande migrazione forzata della storia, che sotto molti aspetti fu il punto chiave di un’intera fase della globalizzazione; non esistono studi sullo strumento che spianò la strada alla “rivoluzione commerciale” dell’Europa, alla creazione delle sue piantagioni e dei suoi imperi globali, allo sviluppo del suo capitalismo e per finire alla sua industrializzazione».

In breve, «la nave negriera e le relazioni sociali al suo interno hanno dato forma al mondo moderno» ed è giunto il momento di renderne conto. Quel vascello, scrive Rediker, «è un fantasma che naviga ai margini della coscienza moderna». Esso fu «uno dei cardini su cui ruotava il sistema atlantico di capitale e lavoro che si stava rapidamente affermando e che coinvolgeva lavoratori liberi, non liberi e in condizioni intermedie, nelle società capitalistiche come in quelle non capitalistiche, in più continenti». Compito del marinaio era trasformare il prigioniero africano in un bene vendibile.


E la nave fu il luogo dove questo processo si compiva. I primi ad accorgersi di quale portento fosse quel mezzo di locomozione sui mari furono i futuri schiavi, che, dopo essere stati catturati da altri neri con delle razzie all’interno del loro continente, venivano trasportati sulla costa in viaggi che duravano mesi. Al termine dei quali, avevano la visione sorprendente di quella che molti di loro definivano «casa con le ali». L’esploratore Mungo Park riferisce nel 1797 che i «prigionieri rimanevano strabiliati alla vista delle navi»: si chiedevano quale fosse «la maniera per collegare insieme le tavole che componevano lo scafo e di tappare le connessure per non fare entrare l’acqua»; erano affascinati «dalla funzione degli alberi, delle vele, delle sartie», si meravigliavano che «fosse possibile far muovere un oggetto così grande con la sola forza del vento».

E ancor più si stupivano che, come per magia, quei giganti riuscissero all’improvviso a fermarsi. Olaudah Equiano, lo schiavo che nel 1789 scrisse un’autobiografia destinata a diventare il libro di riferimento di tutti gli abolizionisti, racconta che ritenne fossero gli spiriti a far arrestare la nave. Tanto più che gli schiavi venivano rinchiusi nel ponte inferiore in modo da impedir loro di vedere come l’imbarcazione veniva manovrata, così da scoraggiare tentazioni di ammutinamento.

Nell’introduzione al suo libro Principles of Naval Architecture (1784), Thomas Gordon fa un’affermazione radicale: «Poiché indiscutibilmente la nave è la più nobile e fra le più utili macchine mai inventate, ogni tentativo di migliorarla va guardato come ad un’impresa di grande importanza e merita la considerazione dell’umanità tutta». L’origine della nave negriera in quanto «macchina capace di trasformare il mondo», risale alla fine del Cinquecento, allorché i portoghesi intrapresero i loro viaggi verso le coste occidentali dell’Africa. L’importanza specifica della nave negriera, secondo Rediker, fu poi legata a un’altra fondamentale istituzione collegata allo schiavismo: la piantagione. Una forma di organizzazione economica che ebbe inizio nel Mediterraneo durante il Medioevo, si diffuse nelle isole dell’Atlantico orientale per emergere infine, nel corso del Seicento, in una forma nuova e rivoluzionaria nel Nuovo Mondo, specie in Brasile, nei Caraibi e nell’America settentrionale. La nave e le piantagioni fecero compiere all’economia un salto definitivo nella modernità. In che senso?

La nave negriera era «una poderosa macchina per la navigazione», ma era anche di più: «qualcosa di unico nel suo genere». Era infatti «una factory nonché una prigione», e in questa combinazione risiedevano «la sua genialità e il suo orrore». La nave era «una fabbrica, uno stabilimento produttivo in senso moderno; il veliero oceanico era un classico luogo di lavoro, dove mercanti capitalisti ammassavano e confinavano un gran numero di lavoratori poveri e si servivano di capisquadra (comandanti e ufficiali) per organizzare, o meglio sincronizzare, le varie mansioni».

Fu il mercante e lobbista Malachy Postlethwayt a teorizzare nel 1745 il «commercio triangolare», secondo cui le navi dovevano partire da porti europei con un carico di manufatti industriali alla volta dell’Africa occidentale, dove li avrebbero scambiati con un carico di schiavi, per poi proseguire per le Americhe dove questi ultimi sarebbero stati scambiati con merci come zucchero, tabacco o riso da trasportare ai porti di partenza. Nel corso di quel viaggio uomini e donne africani erano stati trasformati in merce.

L’ingresso «nello sconvolgente, terrificante mondo della nave negriera», scrive Rediker, «rappresentò per i neri catturati una traumatica transizione dal controllo africano a quello europeo». L’unica via di fuga da questa «fabbrica» era il suicidio, compiuto con il lasciarsi cadere in acqua. Una pratica molto diffusa. I comandanti negrieri «si servivano coscientemente degli squali per generare terrore durante il viaggio: contavano infatti su quel terrore, durante le lunghe soste sulla costa africana nel tempo occorrente a completare il “carico umano”, per prevenire sia le diserzioni dei marinai sia le fughe di schiavi». Tutto appariva magico e spaventoso durante il tragitto dall’Africa all’America. Narra Equiano che, quando le onde cominciavano a sollevarsi, lui e i suoi compagni di viaggio pensavano che fossero segno dell’ira del dio dei mari, al quale si aspettavano di essere sacrificati.





Lo stesso accadeva quando vedevano le orche, che scambiavano per «spiriti dei mari». E quando il cibo cominciò a scarseggiare, ritennero più che probabile essere dati in pasto all’equipaggio. Anzi, pensarono che per questo fine erano stati ammassati a bordo. Un secondo momento di grande paura dei neri era all’arrivo, dove, riferiscono le loro testimonianze, al cospetto degli acquirenti, «pensavamo che saremmo stati mangiati da quegli uomini orribili, perché così li vedevamo». Talché dovevano essere fatti salire a bordo «alcuni vecchi schiavi da terra per calmarci».

Ma il destino dei marinai non era molto migliore di quello degli africani. Per trasportare milioni di schiavi, si dovettero arruolare equipaggi per un totale di almeno 350 mila uomini, il 30 per cento dei quali era composto da ufficiali o lavoratori specializzati che ricevevano particolari incentivi e quindi tornavano ad arruolarsi più spesso dei marinai comuni. Ma ce n’erano poi altri 200 mila e più che si facevano ingaggiare a condizioni di lavoro durissime, paghe modeste, cibo scadente e altissimo rischio di mortalità («per incidenti, abuso di disciplina, rivolte di schiavi o malattie»).

Essi venivano descritti dai contemporanei come «rifiuti umani, feccia della nazione». Con le buone o con le cattive «si attiravano a bordo uomini di tutti i tipi… alcuni, ubriachi o indebitati, erano stati costretti a scambiare la prigione della terraferma con una galleggiante». Ecco, appunto, anche per i marinai quel genere d’imbarcazione era una «prigione galleggiante». Appena la nave era distante dalle coste europee, talché nessuno avrebbe potuto scendere, si trasformava in un «inferno sui mari».



E qualcuno come James Field Stanfield nel 1788 pensava che in un certo senso «gli schiavi stessero meglio dell’equipaggio, se non altro perché il comandante aveva un incentivo economico per nutrirli e mantenerli in vita nel passaggio di mezzo». Anche la vita del comandante, però, non era tutta rose e fiori, esposta com’era ad avversità, violenze, ammutinamenti. Fu fatto un calcolo, tra gli anni 1801 e 1807, che un comandante su sette moriva durante il viaggio e questo significava che i mercanti dovevano predisporre una catena di comando con uno o a volte due ufficiali pronti a subentrargli: «La stessa fragilità del potere a bordo della nave può aver contribuito ad accrescerne la spietatezza».

Paradossalmente l’odio per i trafficanti di schiavi (e con esso la battaglia abolizionista) iniziò da un uomo che era stato al loro servizio. Bartholomew Roberts, un giovane gallese, si era imbarcato come secondo di bordo sulla «Princess», una nave negriera in partenza da Londra per la Sierra Leone. Nel giugno del 1719 la «Princess» fu catturata da una banda di pirati il cui comandante, Howell Davis, propose a Roberts di unirsi alla «fratellanza». Roberts accettò, si trasformò in «Bart il Nero» e ben presto divenne il corsaro più famoso della sua epoca: era a capo di una flotta di navi e di molte centinaia di uomini, che catturarono più di 400 mercantili in un periodo di tre anni.

Le sue caratteristiche erano quella di passeggiare sul ponte vestito da dandy (gilet damascato, una piuma sul cappello e uno stuzzicadenti d’oro in bocca) e quella di odiare i modi brutali dei comandanti delle navi negriere. Al punto che «lui e la sua ciurma usavano celebrare una sorta di cruento rituale, che chiamavano “dispensazione di giustizia”, consistente nel somministrare una micidiale quantità di frustate ai comandanti accusati dai marinai di comportamenti violenti nei confronti dei neri». Roberts terrorizzò le coste africane, gettando nel panico i mercanti locali. A seguito delle sue imprese, le cose cominciarono a cambiare.



La nave negriera ebbe un’evoluzione dettata in un primo tempo da esigenze economiche e in un secondo anche da pressioni degli ambienti abolizionisti. Inizialmente i bastimenti usati per la tratta, ricorda Rediker, non venivano costruiti specificamente per quel tipo di commercio: per tutto il periodo 1700-1808 il traffico di schiavi fu praticato da natanti di tutti i tipi e di tutte le stazze. Dopo il 1750, però, cominciò ad apparire un nuovo genere di nave negriera, specie nei cantieri navali di Liverpool, più grande e dotata di caratteristiche particolari: prese d’aria, fondo rivestito di rame, più spazio fra i ponti. La nave negriera «era una delle più importanti tecnologie del tempo».

Il disegno delle navi prodotte a Liverpool subì altre modifiche verso il 1790, come risultato delle pressioni esercitate dal movimento abolizionista e dell’approvazione da parte del Parlamento inglese di una riforma volta a migliorare il trattamento e le condizioni sanitarie di marinai e schiavi. Il Parlamento inglese abolirà la tratta degli schiavi nel 1807 (ma lo schiavismo resterà in vigore fino al 1833). E quella fattispecie di modernità venuta alla luce su quelle navi o a ridosso di esse — con un impasto di accumulazione impetuosa, ribellioni, tensioni interrazziali, insurrezioni violente — lasciò i mari per tornare definitivamente sulla terraferma.


Il Corriere della sera - 30 settembre 2014