Nulla v'è per una città più nemico che un tiranno, quando non ci siano leggi generali e un uomo solo ha il potere facendo la legge egli stesso a se stesso.
Euripide
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
05 aprile 2016
04 aprile 2016
CIVILTA' FONDATE SUL MARE
Un libro interpreta il
mondo greco attraverso il suo legame con il Mediterraneo. Un rapporto
esistenziale profondissimo di cui la poesia a partire da Omero e il
mito hanno lasciato un ricordo indelebile.
Giorgio
Montefoschi
Una civiltà fondata sul mare
Gli antichi greci —
scrive Edith Hall, professoressa di Lettere classiche al King’s
College di Londra, nel suo bel libro intitolato per l’appunto Gli
antichi greci (Einaudi) — quasi mai si insediavano a più di
quaranta chilometri dal mare (vale a dire, una giornata di cammino);
e i viaggi per mare erano intimamente legati al senso della loro
identità. Ma il mare — l’Egeo meraviglioso, azzurro cupo e
azzurro smagliante, profumato di iodio e di salsedine, nonché
dell’inconfondibile aroma delle erbe selvatiche e dei pini che il
vento sospinge da terra e arriva miracolosamente fino a dove la terra
scompare — non era soltanto il luogo della conoscenza e della
conquista: era, nel medesimo tempo, il luogo nel quale i guerrieri e
i poeti, i re e i contadini che lo contemplavano piantando la vigna e
l’ulivo, si abbandonavano alla riflessione.
Anòixis, l’antica
parola greca sopravvissuta nel linguaggio moderno per indicare la
stagione della primavera (la stagione che apre l’anno), ha diversi
significati e può anche indicare sia il momento in cui una nave
naviga in lontananza, e segue la sua rotta in mare aperto, sia il
momento in cui la mente umana afferra e comprende pienamente per la
prima volta un’idea.
Gli eroi della mitologia
greca erano provetti nuotatori e tuffatori straordinari. Durante il
suo viaggio a Creta uno dei loro antesignani, Teseo — figlio di
Poseidone e fondatore della democrazia ateniese — accogliendo la
sfida di immergersi nei flutti per recuperare l’anello di Minosse,
lo aveva dimostrato fra i primi. Secondo Tucidide, Minosse «fu il
più antico di coloro che conosciamo attraverso la tradizione a
possedere una flotta ed avere il controllo della maggior parte del
mare oggi chiamato greco, ottenne il dominio delle Cicladi e fu il
primo colonizzatore della maggior parte di esse». Con ogni
probabilità, la storia greca inizia quando gli uomini di mare
micenei fecero vela verso sud e irruppero nella civiltà di quel
popolo misterioso — amante del lusso e delle geometrie, della danza
e del vino — e, da Creta, diventarono loro i padroni del mare.
Nell’VIII secolo a.C.,
l’epoca alla quale appartengono i lunghi poemi attribuiti a
Esiodo e Omero che a memoria venivano recitati nelle cerimonie
festive e i naviganti portavano con sé ovunque andassero, i Micenei,
come prima era accaduto ai Minoici, erano scomparsi da moltissimo
tempo: inghiottiti in un vero e proprio abisso. Di questi antenati
valorosi e crudeli, irosi e saggi, spesso imparentati con gli dèi, i
greci dell’età arcaica sapevano ben poco, oltre al fatto che
avevano goduto di regni e ricchezze invidiabili, e che i loro re
abitavano in grandi palazzi difesi da mura possenti. Che il mare
fosse al centro della loro esistenza era, tuttavia, evidente.
Se l’Iliade si
apre con l’indimenticabile scena nella quale Achille,
corrucciato e piangente per il torto subito da Agamennone, sulla
«riva del mare spumoso» guarda la «distesa infinita» e prega sua
madre Teti di venire a vendicarlo — lei viene, sale dalle
profondità marine, gli si siede accanto, lo sfiora con la mano e gli
chiede: «Figlio, perché piangi? Quale dolore t’è entrato nel
cuore?»: la traduzione è quella, splendida, di Giovanni Cerri
(Rizzoli) —, l’Odissea è l’archetipo del viaggio per mare e
«Ulisse il marinaio», come scrive Edith Hall, «è l’incarnazione
mitica di tutti i greci in carne ed ossa che, in età arcaica,
navigarono con le loro navi in acque sconosciute, attraverso il
Mediterraneo e il Mar Nero, alla ricerca di nuove terre e avventure».
La sua dimestichezza con
la vita marinara che, dopo il ritorno a Itaca e le successive
peregrinazioni, lo accoglierà con una «dolce morte», è
testimoniata ad ogni passo: Ulisse è un maestro d’ascia capace di
costruire in soli quattro giorni (dall’abbattimento degli alberi
alla cucitura delle vele) la zattera con la quale abbandonerà
l’isola della ninfa Calypso; regola sugli astri le rotte; naufrago,
riesce a resistere con la sua propria forza alla tempesta che lo
porterà nell’isola dei Feaci.
Prima di partire, già
allora e nei secoli successivi, verso nuovi lidi da colonizzare, e
l’ignoto, i greci — che Platone definisce nel Fedone «come
formiche o rane intorno a uno stagno» — si recavano a Delo,
l’isoletta delle Cicladi, a consultare l’oracolo di Apollo.
Quindi slegavano le corde, riempivano le stive, scioglievano le vele,
mettevano mano al remo. Le navi erano grandi, e molto ben fatte. Per
muoverle, se il vento non era propizio, occorrevano numerosi
vogatori. Perché li aiutassero a mantenere il ritmo mentre remavano,
gli antichi marinai greci impiegavano i musicisti.
Il suono penetrante e
lamentoso degli strumenti a fiato attirava i delfini. «O navi
gloriose che alla voga/di remi senza numero/passaste un giorno a
Troia», cantano nel primo stasimo dell’Elettra di Euripide le
giovani contadine di Argo,«conducendo le danze/con le Nereidi in
gara,/mentre il delfino al suono/del flauto che lo ammalia,/balzava
intorno ai nereggianti sproni/delle prore cerulee,/e torcendosi in
arco/segnava con le sue volute il corso/ad Achille di Tetide,/piede
leggero al salto...» (la traduzione è di Carlo Diano).
I delfini — associati
al culto di Dioniso, che nel mito arrivava per mare, a volte su una
nave sulla quale pendevano i grappoli dell’uva, accompagnata da
delfini — non si limitavano a partecipare con i loro balzi festosi,
i loro tuffi e le loro capriole, a quella ebbrezza sconvolgente
creata dalla dolcezza della musica, dal vigore delle braccia, dalle
spume bianche sulla cresta delle onde. Erano amici dell’uomo e,
come mostrano le monete di numerose città sia della Grecia
continentale che di quella insulare nelle quali sono effigiati uomini
a cavallo di delfini, correvano a salvarli prima che annegassero.
Appena toccavano la riva
di una nuova isola o un nuovo lembo finora inesplorato di costa,
gli antichi marinai greci, dopo aver messo in sicurezza la nave,
trasportavano a terra le vettovaglie, sacrificavano agli dèi, e
organizzavano il simposio: accendevano un grande fuoco attorno al
quale stendevano dei morbidi panni, uccidevano e arrostivano un
animale, scacciavano i timori e le ansie che li avevano tormentati
durante la traversata lasciandosi invadere — su quelle spiagge
deserte, in quei piccoli golfi silenziosi sotto i monti — dalla
gioia incontrollata del vino. Di lì, la mattina seguente, sarebbero
partiti per spingersi oltre; scegliere il posto giusto nel quale
edificare una città con un porto protetto dai venti, i magazzini per
le merci, un tempio, un teatro.
Il Corriere della sera –
17 marzo 2016
03 aprile 2016
QUANDO MANCA L'AMORE
Quando manca l'amore
la gente cessa di vivere.
Viene annientata.
È la malinconia, la
fine di tutto.
la gente cessa di vivere.
Viene annientata.
È la malinconia, la
fine di tutto.
Pier Paolo Pasolini
LA FINE DEL MITO SECONDO TABUCCHI
Vi riporto da Repubblica un inedito di Antonio Tabucchi scritto nell’estate del 2011, dal titolo La fine del mito. “Costruito come un dialogo per due voci e un coro” come scrive Fabio Gambaro in un pezzo che si trova nella stessa pagina e che potete leggere QUI (e QUI), geo
La fine del mito
Antonio Tabucchi
Questo era quanto dicevano, senza dirlo, le figure di un quadro di una pittrice portoghese un chiaro pomeriggio dell’estate del 2011, a Lisbona, in una casa antica della Costa do Castelo. Guardandolo sentii le loro voci e, come le sentii, ora le trasformo in scrittura. Senza altro aggiungere.
UOMO CHE PARTE — Più mai ti caricherò sulle mie spalle, Padre, come già feci tanti e tanti anni
CORO — Affrettati, la barca sta per salpare, dobbiamo tirare su l’ancora, il tempo stringe.
UOMO CHE PARTE — Padre, devo partire, Ascanio è già sulla barca.
CORO — Non far sapere a tuo figlio che stai partendo! Lui dorme ignaro sulla terra ancora calda degli incendi, non possiamo portarlo con noi, l’Occidente non vuole i bambini, al massimo accetta le tue braccia.
PADRE (sussurrando) — Perché nessuno ha ascoltato Cassandra?
CORO — Perché al Fato non ci si ribella, ha tentato di farlo Laocoonte e gli dèi hanno inviato due serpenti marini a strangolarlo con i suoi figli fra le loro spire. Gli stessi dèi che hanno mandato il cavallo con la pancia di fuoco a distruggere i nostri costumi e a portarci i loro, che chiamano democrazia.
UOMO CHE PARTE — La loro democrazia sono rovine fumanti, morte, disperazione e cenere, e da tutto questo trarranno tanto denaro, perché per loro la guerra è un affare.
CORO — Vieni, stupido uomo in partenza, approfitta della nostra barca, tu non sei nessun eroe, non sei più un cittadino, non sei neppure un uomo, sei solo un migrante.
PADRE — Devi andare, Enea.
CORO — Enea si chiamava una volta, ora si chiama Anonimo. Anonimo, hai forse dei documenti che dicano che sei qualcuno?
UOMO CHE PARTE — Padre, non ti vedrò mai più?
PADRE — Una volta mi ritrovasti nei Campi Elisi, ti guidò la Sibilla fino al regno di Ade. Con lei attraversasti lo Stigi e abbracciasti tre volte la mia ombra.
CORO — La Sibilla è morta da tempo, e l’Ade è chiuso. Al suo posto c’è il fondo del Mediterraneo dove si putrefanno i cadaveri dei migranti che non hanno avuto fortuna.
PADRE — E dopo il terzo abbraccio la mia ombra ti spiegò la dottrina di cicli e rinascite che regge l’universo, e confortato dalla mia spiegazione raggiungesti l’Italia, abitata da gente selvatica, e fondasti Roma, dalla cui civiltà nacque l’Europa.
CORO — Vecchio, non c’è più niente da fondare. Ora l’Europa che nacque dalla città che fondò tuo figlio non vuole più intrusi, si è coalizzata con ferocia, ha delle navi costiere che sorvegliano gli sbarchi, affondano le povere imbarcazioni come le nostre; quelle genti una volta selvatiche ora sono ricche, alcuni di più, alcuni di meno, perché i poveri sono funzionali ai ricchi e senza i poveri i ricchi non potrebbero essere ricchi. Ma i ricchi che ivi comandano non vogliono gente più povera dei loro poveri perché questo svaluterebbe la loro ricchezza e turberebbe l’equilibrio fra i ricchi e i poveri che mantiene la loro società. Affrettati a salire, povero migrante, il passaggio che ti offriamo, anche a nostro rischio e pericolo, ti costa solo duemila denari, nella moneta di oggi esattamente quanto costava a un abitante italico per prendere il piroscafo per le Americhe, a un abitante delle Germanie per fuggire in Argentina, a un lusitano per fare “o salto”. E ora che ciascuno di loro è ben protetto nei confini di uno spazio comune, difficile è forzare le porte di Schengen. Loro sono sbarcati sulla luna, e gli astri non hanno opposto resistenza. Ma è vietato sbarcare sulle rive della Fortezza di Schengen.
UOMO CHE PARTE — E il nostro Mito, Padre?
PADRE — Non so.
CORO — Una volta il Mito era il niente che è tutto. Ora è solo il niente. Partiamo.
Repubblica, 26 marzo 2016, p. 57
02 aprile 2016
IL TESTAMENTO DI K. ATHANASULIS
Foto di G. Lentini
Ti lascio …..
Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali ed uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e piogge e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austere forme d’uomo,
madri vestite di bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri,
dicono sempre si, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono di fuori
Il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto di pietra, l’acqua di fango,
la verità un uccello che non canta.
E’ questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. E’ questo che ti lascio.
Kriton Athanasulis
Traduzione di Filippo Maria Pontani
01 aprile 2016
MAHMOUD DARWISH NELLA TERRA DI NESSUNO
In questo blog abbiamo già parlato del poeta palestinese Mahmoud Darwish. Oggi torniamo a farlo con la recensione di un libro che raccoglie alcuni dei suoi ultimi testi in traduzione italiana.
La mappa dell’Io nella terra di nessuno
Massimo Raffaeli
L’identità è l’antipode dell’alterità, tanto la prima corrisponde a certezza e clausura quanto la seconda, invece, a dubbio e apertura.
La lezione che ci viene dall’opera di Mahmoud Darwish (1941 – 2008), che sembra meteoritica nella sua retrospettiva, è appunto la critica in atto degli automatismi identitari e nel frattempo una ricezione (che impone crisi, eterno riposizionamento) della parola alternativa allo stato di quiete, alla buona coscienza in cui sempre vorrebbe riposare chi sta prendendo quella parola medesima.
Fra i massimi poeti del nostro tempo, Darwish non è un poeta lirico se non per convenzione perché di fatto è un poeta epico pure se, paradossalmente, lo è proprio quando dice «io». Perché il suo «io» non è banalmente un «noi» (pronome che segnala la presunzione di una coralità o un mandato sociale più o meno burocratico) ma semmai è un Io/Tu di continuo reversibile, un atto di permuta e scambio della parola, un gesto dialogico di disseminazione e, dunque, non può essere che il rigetto di una voce monologica che pretenda di scolpire verità nel bronzo perenne di cui dissero i classici.
Lo conferma, nella sua fragilità di opera esile e postuma, messa insieme dalla pietas degli amici, Il giocatore d’azzardo (Mesogea, «La piccola», pp. 115, euro 12) che comprende sei poemetti databili fra il 2000 e il 2008, per lo più compiuti ma non raccolti in volume, e che ora esce nel nitido doppiaggio dall’arabo di Ramona Ciucani firmataria anche della postfazione.
Quando scrive in punto di morte questi che segnano un apice della sua parabola, Mahmoud Darwish è da tempo nel senso comune Darwish, vale a dire un ex dirigente dell’Olp, un ex esule tra Francia e Tunisia dopo le stragi in Libano nel 1982, un palestinese di fatto apolide e sans papier in Israele, il bardo di un popolo in cattività sottoposto a spoliazione come ad una pluridecennale occupazione militare.
Ma la grande poesia di Darwish, e Il giocatore d’azzardo ne è estrema riprova, nasce da un ripensamento (non da una abiura, beninteso) del suo percorso politico-intellettuale e dal superamento della logica di Amico/Nemico nella quale e fatalmente egli si era formato. E disse, in una intervista: «Ho costruito la mia patria. Ho anche formato il mio stato, nella mia lingua». Ma fatto sta che la sua lingua è polifonica, accogliente e inclusiva, perché asseconda una perpetua dualità di qui e altrove, di prima e dopo, nello stesso momento in cui, e ancora una volta, Io e Tu (gli eterni Amico e Nemico) si guardano e però sono costretti a vedersi, infine a riconoscersi come esseri umani senza ulteriori aggettivi. (Leggendo i poemetti de Il giocatore d’azzardo può venire in mente, infatti, un fratello spirituale di Darwish, quel Ghassan Kanafani che scrisse Ritorno ad Haifa – Edizioni Lavoro 2003 – una autentica gemma narrativa e insieme una eversione della metafisica identitaria che tuttora avalla il regime che imprigiona e perseguita il popolo palestinese).
Nel suo stormire di immagini, di invenzioni metaforiche e allegoriche, nella sua scatenata polifonia, Darwish vuol dirci insomma che la verità degli esseri umani compare nello stato di spoliazione, nella condizione arresa della semplicità e della essenzialità, la sola che possa giustificare l’atto di prendere la parola e poter davvero dire «io». Scrive Ramona Ciucani: «La poesia diviene specchio per riflettere ed esplorare la complessità dell’animo umano, le debolezze e fragilità, ma anche le potenzialità offerte dall’apertura al diverso da sé».
Prima che un’uscita da sé (dalle certezze e dalle sicurezze di una storia personale, fosse la più esemplare) per Darwish la poesia è una offerta, è lo slancio della parola in una terra di nessuno che proprio per questo può essere di tutti. Nel quarto dei poemetti, Alla stazione di un treno caduto dalla mappa, è scritto, e pare una dichiarazione di poetica: «La vita è ovvia. Le nostre case, come i nostri cuori, sono porte aperte». Ma nel poemetto che dà il titolo al volume, e sembra stavolta un testamento o un sigillo di pura humanitas, c’è questa invocazione: «Amore, cosa sei? Quanti tu sei o non sei?»
Manifesto, 1 aprile 2016
IL PETROLIO INQUINA TUTTO
Le ultime notizie di cronaca "nera" che hanno portato alle dimissioni di un Ministro della Repubblica, confermano l'ultima profezia di Pasolini: il petrolio inquina davvero tutto! Non solo la terra e il mare ma, prima ancora, le coscienze. Quante guerre sono state determinate dall' oro nero? Quanti morti hanno sulla coscienza i petrolieri?
Anche pensando a tutto questo il prossimo 17 aprile andrò a votare, sperando che quanti invitano a disertare il Referendum rimangano a casa per sempre!
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