03 gennaio 2017

RITORNIAMO A PARLARE DI POPULISMO






    Il controverso dibattito sul populismo continua ad occupare le prime pagine dei giornali, delle riviste e dei net-work. L'articolo seguente, tratto da  https://www.nazioneindiana.com/ , attraverso un puntuale riferimento a fatti e parole dei nostri giorni, cerca di di fare un pò di chiarezza sul significato delle stesse parole. fv

Problemi di nomenclatura: il populismo

di Giorgio Mascitelli

Nella nostra società gode di grande popolarità l’idea che cambiare nome alle cose sia un ottimo metodo per risolvere i problemi.  Non che questa idea sia del tutto priva di fondamento perché il marketing ci offre una serie di esempi della riuscita di tale operazione, ma quando si passa sul terreno sociale, politico e culturale le sue possibilità di successo appaiono alquanto ridotte. Ne è un interessante esempio l’irresistibile ascesa della parola populismo nel dibattito contemporaneo.
Questo termine, che ormai si applica indiscriminatamente a movimenti e formazioni politiche di sinistra e di destra difficilmente riconducibili a qualche denominatore comune, tende a istruire un’opposizione periferia-centro o anche antisistema-sistema. Lo schema che l’uso di questa parola richiama in forma esplicita o per connotazione, è l’opposizione tra forze antisistema, che fondano la loro crescente popolarità sulla demagogia e su proposte irrealizzabili, e quelle prosistema, che si vedono costrette a prendere misure necessarie ma impopolari e raccontano al pubblico solo l’arido vero. Infondo tale contrapposizione suggerisce, nemmeno troppo implicitamente, che la verità di fondo di questa fase storica coincide con il discorso sulla crisi e sulla società che conducono le grandi istituzioni internazionali del capitalismo e i loro esegeti autorizzati. Si tratta di una classica operazione ideologica nella quale l’ostensione di una parte del fenomeno serva a occultarne altre.
Un esempio eloquente è proprio quello di Donald Trump: rappresentato dalla stampa, compresa autolesionisticamente quella vicina a Hillary Clinton, come un outsider demagogico e politicamente scorretto, rivela progressivamente grazie alle nomine dei membri del suo governo di essere un rappresentante di quel settore finanziario, un po’ emarginato politicamente dopo la crisi del 2007 e la vittoria di Obama, da sempre alla guida della globalizzazione e legato al partito Repubblicano statunitense, cosa del resto ovvia, visto che Trump era il candidato ufficiale di questo partito. Insomma, come scrive Andrea Fumagalli, “L’esito delle elezioni americane non ci può sorprendere e non è un momento di rottura. In un contesto elettorale dove il diritto al voto è fortemente influenzato dal censo e dalla classe sociale di appartenenza non può essere altrimenti. Non è un caso, che la percentuale di voto  tra il le classi sociali meno abbienti – il proletariato dei ghetti e delle minoranze etniche  (il vero serbatoio della forza lavoro a basso costo, per lo più non bianca, dai  McJobs ai lavoratori del terziario arretrato –  con redditi e precarietà ben al di sotto della ex-aristocrazia operaia bianca) è stata intorno al 30%.” (http://effimera.org/trump-e-la-finanza/).
Analogamente la Brexit è essenzialmente frutto di un gioco politico tra le varie componenti del partito conservatore, di cui l’UKIP è un epifenomeno. E perfino il tanto stigmatizzato Orban è un membro del partito popolare europeo, che ha potuto godere di qualche appoggio e strizzatina d’occhio presso  governi di altre nazioni apparentemente più politicamente corretti.
Anche lo stile comunicativo aggressivo, l’argomentazione demagogica e il culto della personalità, che vengono spesso rimproverati ai loro leader, sono tratti d’ immagine pubblica non troppo distanti da quelli di certi leader democratici moderni e di sistema, come Renzi o Trudeau. E’ lo stile della comunicazione mediatica del nostro tempo, che è tuttora elaborata , anche se la diffusione dei social network ha un po’ parcellizzato e autonomizzato le forme di circolazione,  nei tradizionali centri di creazione del linguaggio della società dello spettacolo. Insomma i tempi di Mario e il mago, in cui il grande ipnotizzatore emergeva all’improvviso da dietro le quinte della società a turbare la vita pubblica delle persone per bene, sono finiti e chiunque ha i propri consulenti e scuole di comunicazione di fiducia.
Appare chiaro allora che il populismo, osservato più da vicino, perde i suoi tratti radicalmente antisistemici e al contrario è in stretto contatto con una propensione all’avventurismo politico delle élite neoliberiste, o quanto meno della loro parte più reazionaria. Queste, che hanno costruito il loro successo tramite un’immagine tecnocratica che conferiva  certezza che la globalizzazione avrebbe distribuito pace e ricchezza quasi a tutti, man mano che il disordine mondiale emerge e annulla le speranze di cui sopra, cercano di usare queste pulsioni di disperazione e frustrazione, che si organizzano perlopiù spontaneamente, ma non sempre, per mantenere almeno alcune rendite di posizione, se non tutto il potere.
Nel 1935 nelle Lezioni sul fascismo  Togliatti scriveva “Anche il totalitarismo è concetto il quale non viene dalla ideologia fascista. Se vedete la prima concezione dei rapporti fra il cittadino e lo Stato, voi riscontrate degli elementi piuttosto di liberalismo anarchico: protesta contro lo Stato che interviene nelle cose private, ecc. Il totalitarismo è invece il riflesso del mutamento avvenuto e del prevalere del capitale finanziario”.  L’aspetto interessante di questa citazione non è nel riproporre un paragone tra fascismo e populismo odierno, che non ha senso perché sono troppo diversi i contesti storici, culturali, tecnologici e anche organizzativi, ma nel sottolineare la capacità del capitale finanziario di costruire nuovi ordini sfruttando le dinamiche sociali per fare fronte alle proprie crisi. E’ chiaro che l’urgenza politica del nostro tempo, anziché perdersi negli oziosi esercizi in cui si cerca di dimostrare l’inesistente somiglianza tra Trump e Sanders, è quello di cogliere i fili che collegano i movimenti di destra con il potere finanziario.

29 dicembre 2016    https://www.nazioneindiana.com/2016/12/29/problemi-nomenclatura-populismo

02 gennaio 2017

G. BUFALINO, Scambiarsi il piacere all'unisono








Mescolarsi con un corpo caro, una sera di pioggia, al buio; scambiarsi il piacere all’unisono; addormentarsi insieme, svegliarsi insieme ridendo, col sole a chiazze sopra le lenzuola… Sembra felice, ma novantanove volte su cento una cosa o l’altra va storta.

Gesualdo Bufalino

IL RISO NELL'ANTICA ROMA








Ricordate “Il nome della rosa” di Umberto Eco, giallo medievale imperniato sul secondo libro della poetica di Aristotele? Proprio partendo dal trattato perduto del filosofo greco una studiosa inglese ha tentato, non senza difficoltà, di ricostruire il senso del riso nell'antica Roma. Con risultati sorprendenti, perchè espressione (e mezzo di comunicazione) elementare dell'umanità, il riso assume poi aspetti particolari secondo le culture. Insomma, ridiamo tutti, ma non sempre nello stesso modo.


Luigi Spina

Il riso di Cicerone tra Aristotele e Freud

Siamo nell’accampamento di Pompeo, nel 49 a.C., prima della battaglia di Farsalo. Lucio Domizio Enobarbo promuove a un delicato posto di comando un uomo inadatto alla guerra, solo perché è mite e saggio. E Cicerone: «Allora perché non te lo tieni stretto a educare i tuoi figli?». Se, leggendo l’aneddoto nella Vita di Cicerone di Plutarco, vi è venuto in mente Massimo Troisi (Le vie del Signore sono finite, 1987): «Da quando c’è Mussolini i treni sono in orario», dice la signora fascista; e Camillo/Troisi: «Mica c’era bisogno di farlo capo del governo. Bastava farlo capostazione no?»; ecco, se avete fatto questa ingenua comparazione, siete pronti/e per leggere Ridere nell’antica Roma di Mary Beard (Carocci, pp. 347, € 28,00), traduzione di Anna Maria Paci dell’originale Laughter in Ancient Rome: On Joking, Tickling, and Cracking up, 2014 .

Ha scritto di recente Maurizio Bettini: «Esiste in Inghilterra una figura che l’Italia non possiede: il classicista in pubblico. Qualcuno cioè che si è guadagnato ascolti, visibilità, perfino un ruolo di opinione nel proprio paese, perché parla di Pompei e di Augusto. Questo qualcuno – cioè qualcuna, lei ci terrebbe a sottolinearlo – è Mary Beard: la storica di Cambridge nota anche al grande pubblico grazie alla BBC e ai suoi molteplici interventi sui media. Vorremmo averla in Italia, Mary Beard».

Molto vero: in quasi ogni pagina del suo libro Mary Beard, come dinanzi a una platea attenta e interattiva, dà conto al lettore (non necessariamente esperto di classici o di storia romana) del suo progetto di ricerca e del modo in cui ha inteso affrontarlo, dichiarando esplicitamente l’obiettivo di rendere più ingarbugliato, non più ordinato, il tema del libro.

Perché questa sadica attitudine contro un lettore che magari vorrebbe certezze, ricostruzioni rassicuranti? Perché, quando si mette mano a una lettura antropologica del mondo antico, bisogna innanzitutto sgombrare il campo da molte letture precedenti, che si sono accumulate nei secoli divenendo spesso tradizione autorevole allo stesso livello di quei testi – letture ‘perfette’ che hanno consegnato al nostro immaginario un mondo molto spesso non corrispondente a quello reale che si vorrebbe studiare e descrivere.
Dopo il capitolo introduttivo, che parte dall’analisi di due testi in cui il riso dei Romani viene rappresentato e descritto (una pagina dello storico Dione sulla risata soffocata di un senatore dinanzi all’imperatore Commodo, e una risata teatrale in Terenzio), il secondo capitolo, «Questioni sul riso, antiche e moderne», affronta le tre teorie che hanno tentato di connettere riso antico, per così dire, e riso moderno: la «teoria della superiorità», che vede il riso come forma di derisione o scherno (con Hobbes come teorico di punta); la «teoria dell’incongruenza», cioè il riso come reazione all’illogico o all’inatteso, con Aristotele come capofila, fino a Kant, Bergson e oltre; infine, la «teoria del sollievo», il riso come liberazione di energia nervosa o emozione repressa, portata a solidità teorica da Freud.

Teorie-sistema che non riescono a spiegare, secondo Mary Beard, l’intera dimensione del riso, anche se è comodo individuare padri fondatori, per esempio la presunta teoria aristotelica del riso e del comico, per giunta affidata al perduto secondo libro della Poetica: col risultato che «può essere uno shock tornare ai testi originali e scoprire cosa sia stato effettivamente scritto e in quale contesto».

Figuriamoci, allora, che, oltre alla perdita del secondo libro della Poetica, si debba scontare in futuro anche quella del Motto di spirito di Freud. Ebbene, «sarebbe interessante immaginare che genere di ricostruzione verrebbe fuori mettendo insieme le diverse sintesi e citazioni. Io penso – scrive l’autrice – che sarebbe lontanissimo dall’originale». Con questa lezione di metodo, cui ho voluto dedicare buona parte della recensione, il lettore viene, direi felicemente, avvertito che non troverà ricostruzioni rassicuranti in cui tutto si tenga, come spesso avviene nei grandi affreschi storico-filologici, quando le tessere del conosciuto sembrano congiungersi perfettamente nascondendo, in realtà, i tanti vuoti che si insinuano pesantemente fra di esse, a partire dai quadri mentali e dalla vita concreta che quei testi presuppongono.

Ai quattro capitoli della prima parte del libro sono dedicate, appunto, più che le risposte, le informazioni necessarie a formulare possibili risposte per domande cruciali, aggravate, si potrebbe dire, dal combinato disposto dell’aver situato la ricerca nel mondo antico: «Potremo mai sapere in che modo, e perché, si rideva nell’antichità? E possiamo farlo, visto che a stento siamo in grado di spiegare perché noi stessi ridiamo? Esiste qualcosa come il riso dei Romani, distinto, che so, da quello dei Greci?» (p. 9); «Quanto ci è familiare, o estraneo, il mondo del passato? Quanto ci è comprensibile?» (p. 65).

Ma i primi quattro capitoli non sono mai teoria pura, discussione astratta di modelli: in ogni pagina il lettore incontra testi spesso ambigui e analisi complesse: a partire dal lessico greco e romano del ridere, molto più articolato il primo, più asciutto il secondo (ridere, soprattutto, con i suoi composti), comparati con le mille sfumature del lessico inglese, per esempio, e passando per la valenza sintattica del ridere (ridere assoluto o ridere di qualcuno); proseguendo col confronto fra esempi testuali (le parole e le descrizioni, in fin dei conti, sono il principale campo di indagine dell’antropologia del mondo antico) e immagini, anch’esse di problematica interpretazione, soprattutto se si vuole evitare l’universalità delle espressioni facciali cui tenderebbero «gli etologi, i neuroscienziati più intransigenti e i loro seguaci» (p. 88); dedicando, infine, pagine di ‘complessa chiarezza’, se mi si passa l’ossimoro, al famoso passo virgiliano (IV ecloga) in cui si delinea un rapporto comunicativo di riso fra neonato e genitori.

Il riso romano, capace di trascrivere e influenzare il – più che essere influenzato dal – riso greco, soprattutto nella fase di intreccio di culture dell’impero romano, si offre così, nei quattro capitoli della seconda parte, al lettore, allenato ormai al rifiuto della semplificazione, attraverso personaggi e testi più o meno noti.

In primis Cicerone, con le sue riflessioni su riso e oratoria nel De oratore, riprese e forse sovrainterpretate da Quintiliano; e poi, imperatori, buffoni, schiavi, per finire col riso delle donne, i mimi e le facce da animale. Il lettore non avrà che da seguire per molte pagine la affascinante strategia discorsiva di Mary Beard, vedendo crollare luoghi comuni a vantaggio di un arricchimento di sorprendenti conoscenze sul ridere a Roma, nonché sull’assenza o la scarsa rilevanza del ‘sorridere’.

E le barzellette? Come mai ridiamo ancora leggendo una raccolta di tarda età imperiale (scritta in greco e dalla tradizione complicata) come il Philogelos, cioè L’amante del riso? Non certo perché ridiamo ancora come i Romani, ma solo perché, in qualche modo, il loro riso è entrato nella tradizione che porta fino a noi, con, forse, continui riadattamenti culturali. Però provate a dire a qualcuno, oggi, che è ridicolo. Se l’aveste detto a un Romano: ridiculus es, avrebbe cercato di capire se volevate fargli un complimento (sei uno arguto, capace di far ridere) o denigrarlo. Differenza non da poco.

il manifesto Alias – 11 dicembre 2016

01 gennaio 2017

QUE VIVA MEXICO!



Murales, quadri, foto, documenti: al Grand Palais di Parigi fino al 23 gennaio i capolavori di un gruppo di artisti “rivoluzionari” che ha segnato il Novecento

Que viva Mexico! l’epopea di un’avanguardia Francesco Poli

Forse l’opera che sintetizza meglio tutti i principali ingredienti storici, ideologici, culturali, ed estetici di cui è impregnata questa grande rassegna sull’arte messicana della prima metà del XX secolo al Grand Palais di Parigi, è quella di un autore russo, e cioè il film incompiuto Que viva Mexico! di Sergei Eisenstein. Alla fine del 1930, dopo la rottura del contratto con la Paramount, il regista se ne va da Los Angeles e arriva in Messico. Qui nel 1931-32 lavora al progetto di un grandioso film-documentario sulla tragica ed esaltante epopea del popolo messicano, dove entrano in scena i miti delle civiltà native, le atrocità della colonizzazione spagnola, la nascita della nazione indipendente e infine il trionfo della rivoluzione zapatista, con spettacolari riprese di massa nell’ultima sezione. Anche se ci si deve accontentare di un collage postumo curato da uno dei suoi collaboratori, la forza scioccante ed evocativa del montaggio delle immagini da vita a straordinari frammenti di «murales in movimento» (per usare una definizione del regista stesso che era amico di Diego Rivera). E in effetti, dal punto di vista compositivo, si può ben dire che anche l’impianto iconico degli immensi affreschi in edifici pubblici realizzati a partire dagli Anni 20 dalla «trinità muralista» (Diego Rivera, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros), e da altri pittori, è basata su operazioni di montaggio. Un montaggio compositivo che si sviluppa attraverso la raffigurazione di personaggi e paesaggi, di scene di vita contadina, di enfatizzazioni allegoriche e immaginifiche, con accenti realistici, di epico populismo e retoricamente ideologiche. La fondamentale esperienza dell’arte pubblica monumentale muralista (che negli Anni 30 ha avuto un ruolo cruciale anche negli Usa) è naturalmente il tema su cui maggiormente si incentra l’esposizione. Gli artisti si sentono in prima linea nella costruzione della nuova identità culturale, e del nuovo immaginario collettivo che trae la sua linfa dalle radici mitiche per aprirsi a utopistici scenari sociali nella modernità. Grazie all’iniziativa del ministro Vasconcelos le pareti di palazzi istituzionali diventano il teatro di vaste narrazioni pittoriche.
In mostra ci sono vari esempi di bozzetti e quadri connessi con le grandi realizzazioni, ma viene documentata anche la specifica qualità della pittura dei vari protagonisti. Di grande rilievo è in particolare la ricerca di Rivera, a partire dalla sua notevole fase cubista, degli anni parigini. Interessante è anche, per esempio, la debordante energia espressiva e plastica delle figure di Siqueiros, tra cui spicca un mirabolante autoritratto in scorcio, con un enorme pugno che sembra uscire dal quadro e colpire lo spettatore.
Maria Izquierdo, Maternidad
Ma in mostra troviamo opere di molti altri artisti, circa sessanta in tutto, che documentano da un lato l’evoluzione in direzione moderna dei linguaggi con influenze cubiste, futuriste e astratte (tra cui vanno ricordati gli esponenti del movimento «stridentista», come Charlot, Alva de la Canal, Revueltas); e dall’altro lato, in particolare, quelle caratterizzate soprattutto delle forme più vitali e significative del tradizionale folklore autoctono. E sono proprio i lavori degli artisti che si ispirano all’iconografia popolare quelli più affascinanti e anche più sorprendenti. È il caso, per esempio, di Ramon Cano Manilla; di Antonio Ruiz «El Corcito» (bellissimo è la fantastica figura addormentata sono delle coperte che diventano un paesaggio fantastico); e una artista eccezionale come Maria Izquierdo, amica di Antonin Artaud che scrive cose di immaginifica intensità sulla sua creatività sorgiva e «primordiale». E c’è naturalmente anche la grande Frida Kahlo, legata visceralmente alle radici più profonde della «messicanità». Della Kahlo sono esposte solo due opere, tra cui una grande tela che è un enigmatico capolavoro. Si intitola Le due Frida (I939) e rappresenta l’artista sdoppiata in due figure sedute che appaiono come gemelle, e che indossano due eleganti abiti tradizionali. Anche se non è molto ampia, è altamente significativa la sezione dedicata alla fotografia, con immagini di Tina Modotti (e anche di Weston, del periodo del suo soggiorno messicano), di Rosa Rolanda, di Lola Àlvarez Bravo e del suo più famoso marito Manuel, che è uno dei grandi pionieri del realismo sociale impegnato, ma anche con valenze espressive cariche di tensione visionaria.

La Stampa 22.10.16

SFINCIONE BIANCO DI BAGHERIA



UNA RICETTA DI GIOVANNI CARDELLA

Lo sfincione bianco di Bagheria è una fantasia di profumi e, sopratutto, una fusione di semplici ingredienti che poi armonicamente esplodono in sapori unici nel suo genere.
Bagheria, alle porte di Palermo, è la patria di questa speciale leccornia e fa parte del menù delle vigilie del periodo natalizio. Questo spazio di tempo parte dal 7 dicembre, Vigilia dell’Immacolata ed inizio del ciclo natalizio, e si conclude il 6 gennaio festa dell’Epifania.
La caratteristica esclusiva dello sfincione bianco di Bagheria sta nell’assenza della salsa di pomodoro e quindi bianco alla vista. A Bagheria viene preparato in due versioni: con primosale oppure con questo stesso formaggio arricchito con la ricotta di pecora.
Quella che vi proponiamo è la seconda versione che caldamente vi consigliamo.
La ricetta è per due teglie da 33 cm di diametro si ricavano circa 12 porzioni

INGREDIENTI PER LA PASTA

500 grammi di farina rimacinata (di grano duro)
500 grammi di farina 0 (ancora meglio farina manitoba)
500 grammi di acqua tiepida
20 grammi lievito di birra
1 cucchiaio di zucchero
½ di bicchiere d’olio
20 grammi di sale

INGREDIENTI PER IL CONDIMENTO
sei cipolle bianche di media grandezza
gr 250 mollica di pane bianco fresco, senza la crosta e sbiciolato
gr 100 caciocavallo semistagionato grattugiato
gr 350 primosale
kg 1 ricotta di pecora
sarde salate sciacquate e diliscate q.b.
pepe q.b.
origano q.b.

PROCEDIMENTO
Mettere le farine setacciate sulla spianatoia e aggiungere il lievito sminuzzato a pezzettini con lo zucchero.
Aggiungere poca acqua tiepida, impastando con i pugni, finché il composto risulti abbastanza compatto. A questo punto cominciare ad aggiungere piccole dosi di sale sulla spianatoia assieme a poca acqua tiepida. Impastare, sempre con i pugni, aggiungendo poco per volta l’olio e rigirare la pasta su stessa fin quando non si ottiene un impasto morbido, elastico e ben amalgamato. A questo punto si noteranno le bollicine di lievitazione. Porre l’impasto in una ciotola oliata, tagliare la superficie con due tagli incrociati ricoprire la ciotola con pellicola, metterlo in un luogo tiepido coperto con un panno di lana e lasciarlo lievitare per circa due ore (deve raddoppiare il volume).
Intanto affettare finemente la cipolla e farla ammorbidire in abbondante olio, poca acqua. È importante che la cipolla sia stufata e non fritta. A cottura ultimata filtrala dall’olio e metterla da parte.
Nello stesso olio fare tostare la mollica sbriciolata in modo che alla fine sia ben intrisa d’olio e quasi dorata. A questo punto toglierla dalla padella e metterla a raffreddare.
Preparare il primosale tagliandolo a fette, non troppo sottili. Riprendere la mollica di pane, ormai fredda, e amalgamarvi il caciocavallo grattugiato, una macinata di pepe e una manciata di origano.
Quando l’impasto sarà raddoppiato di volume, dividerlo in due parti uguali e adagiarli nelle teglie ben oliate. Versare un po’ d’olio sull’impasto e aiutandovi con la punta delle dita, delicatamente, ricavare due dischi dallo spessore di due tre centimetri. A questo punto, preriscaldare il forno statico a 240° e procedere con i condimenti: spezzettare le sarde salate e conficcarle delicatamente sull’impasto; mettere in tutta la superficie il primosale affettato; adagiare sul primosale fette di ricotta e spalmarla delicatamente; cospargere sulla ricotta la cipolla messa da parte in precedenza; spolverizzare con la mollica di pane in modo da ricoprire bene il tutto.
Mettere in forno e dopo venti minuti abbassare la temperatura a 220° e far cuocere per altri venti minuti. Tuttavia, è bene controllare perché la temperatura dei forni può variare.

Dal sito “Ricette di Sicilia” (http://www.ricettedisicilia.net/ )

UNA INTERVISTA IMMAGINARIA DI RUBINA MENDOLA AD A. ARBASINO




Intervista (impossibile) ad Alberto Arbasino
di Rubina Mendola*
  
L’ intervista impossibile ideata da Arbasino, che lui scriveva per altrettanti impossibili intervistati, oggi tocca proprio a lui. Nonostante il tutto sia solo il giocoso risultato di una potente macchinazione della mia fantasia letteraria, mi stupisce comunque la presenza immaginaria di Arbasino davanti a me, con quello sguardo tersissimo. Pensavo che non avrebbe rilasciato più nessuna intervista, e infatti mi dice che è così, che questa intervista è un’eccezione perchè davvero si è deciso a non rilasciarne più a nessuno. Non so perché abbia infranto la regola proprio con me. “Non mi pare che lei sia una vecchia solfa che fa mitologia sfacciata dell’autore vivente. Le sue domande mi sono sembrate diverse, senza quel cipiglio muscolare degli intervistatori italiani, magari cortesi, magari gentili, ma anche un pò lecchini”, dice, e detto da lui la cosa è più che complimento. Dice che era stanco di quelle domande un po’ ossequiose, un po’ frou frou, un po’narcisiste, che gli rifilano commentatori e giornalisti. Ma soprattutto, c’è una cosa che lo rende felice: “Ho capito che avevo fatto la scelta giusta quando ho visto che non mi ha chiamato “maestro” e che tra le sue domande non c’erano frasi del tipo l’ultimo scrittore italiano vivente e altre pompe magne di questo tipo”. Negare la mia commozione sarebbe disonesto, quindi  può scorrere indisturbata e alla fine mescolarsi a tutto il resto fino a non notarsi più: del resto non si emozionò lui quando si trovò al cospetto di Gadda? Ci accomodiamo nel suo studio, e c’è un silenzio magnifico. Intorno a noi solo il mondo-Arbasino, fatto di tutto quello che fa sopravvivere ancora oggi, in Italia, la luce della letteratura e i pochi superstiti culturali in un paese più falsamente colto, involgarito, narciso ed esibizionista che mai. Sto solo sognando, ma chi può dire se questo incontro immaginario sia in effetti troppo distante da come sarebbe andato in realtà?  (r.m.)

Agli intervistati d’alta sfera intellettuale come lei, il linguaggio preconfezionato del giornalismo culturale italiano riserva ammiccamento salottiero e scaltra riverenza. Le interviste che la riguardano non sfuggono a questo andazzo, sembrano tarate più sul ‘personaggio’ che sull’autore, e gira e rigira sembrano un questionario a sfondo mondano (con chi?, cosa è successo?, chi c’era?, dove e quando?) con virate perenni su vite celebri del passato. I giornalisti temono un confronto diretto con lei su questioni intellettuali o più semplicemente hanno letto poco (o male) i suoi testi? Per non parlare del luogo comune Arbasino-cronista mondano…
Non leggo mai le interviste che mi fanno, ma ho l’impressione che siano davvero tutte uguali….una delle più belle me la fece Maria Luisa Vecchi, tantissimi anni fa. Anche per questo non amo essere intervistato, preferisco che mi si interpelli attraverso l’opera, non con microfoni e taccuini. In Italia c’è questa abitudine un pò fastidiosa di riverire con un linguaggio concettoso e giravoltante chi ha raggiunto un certo stadio di riconoscibilità culturale. Non lo so chi mi teme, non mi tengo informato su questo. Non mi interesso mai di quel che leggono o non leggono i giornalisti, però certo i miei libri, se devono recensirli, immagino li sfoglino perlomeno distrattamente. Alcuni di loro sono anche molto gentili, garbati, però ci si annoia molto a sentirsi fare certe domande…”e Antonioni? E quella volta con Fellini?”. Sono sicuro di essere un autore molto citato e poco letto, costruisco oggetti complessi che scoraggiano un lettore incolto in cerca di pappe pronte o cotte e ricotte quindi nessuno stupore. Le domande mondane, certo, tradiscono l’intento di aggirare le questioni più difficili, formali, estetiche…Il giornalista medio italiano spesso cade nel gradassismo, e non credo sia molto colto. Dove lo si trova il tempo per leggere libri se si passa il tempo ad andare alle feste, agli aperitivi, o a fare ‘climbing’?
Se oggi manca una definizione chiara di intellettuale è perchè in Italia non ce ne sono più o perchè i pochi esistenti disertano aule universitarie e poltrone televisive evitando dichiarazioni su come lasciarsi identificare?
Quando qualcuno mi chiama “maestro”  ho un brivido di sgomento, quindi si figuri, sono l’ultima persona che può rispondere a questa domanda. Guardi, qui si è consumata completamente la possibilità di pensare in modo equilibrato un argomento come questo. La definizione è un problema che si pongono quelli che non hanno approfondito l’argomento…Intellettuale è un termine che più smandrappato non si può in questo paese, se poi ci si mette anche il relativo dibbbattito non resta che la smorfia dell’intento nobile originario. Sicuramente chi ha molto a cui pensare  e molto da scrivere non poltroneggia sempre nei programmi, non trae alcun giovamento dall’essere ospite celebre alla tivù…Poi per carità, magari oggi qualcuno parla di crisi dell’intellettuale e del suo ruolo, una argomento veramente stronzo e noioso. A me sembra proprio che non ci sia più quella civiltà, quella cultura da società letteraria.
Siamo nell’epoca della folla culturale “creativa”,  a ogni angolo spunta l’odioso tic lessicale del milieu dei circuiti dabbene dell’arte: creatività. I laboratori di scrittura cosiddetta “creativa” sono l’epifenomeno di questo tic: l’esito è un pericoloso vespaio di arraffoni iperpubblicati all’ammasso o l’ennesimo innocuo esercito di mezze calze invisibili?
Entrambe le cose. Però guardi che la folla inviperita e le canizie crudelissime esistevano pure negli anni ’70, non è cambianto nulla. Certo adesso c’è una ressa spaventosa, con tutti questi presunti critici, presunti scrittori e così via. Ognuno pressa per un centimetro di palco o di spazio sulla carrozza, il risultato è abbastanza penoso a guardarsi. Di scrittori comunque non ce ne sono in giro, di poeti poi vabè non discutiamone nemmeno. Brillanti promesse quante ne vuole, ma tra dieci anni chi se le ricorda? Siamo alla stabilizzazione della Pseudo-Cultura delegata a trattare coi giornalisti o coi tenutari di rubriche letterarie.
Le case editrici sfornano romanzi come panini imbottiti e chiunque oggi pubblichi parole omologate su una sequenza cartacea di pagine è presentato automaticamente come uno scrittore. Qual è (o dov’è) l’origine del danno, e quale sarebbe eventualmente l’antidoto?
La pressione c’è, è innegabile. La sovrapopolazione non perdona. L’accesso ai saperi è diventato tanto facile quando privo di qualità e significato. Poi ci sono troppe lauree, troppi dottorati, sovrabbondanza della democratizzazione della cultura superiore come redenzione totale o come elevazione dovuta e impareggiabile…Si chiama “creatività” qualcosa che diversamente  non avrebbe un nome perchè cela qualcosa di orribilmente anonimo o conformato. Il processo mi sembra destinato a essere longevo, non si fermerà. Il problema è che ormai il trucchetto lo hanno imparato tutti, con questa smania di smontare il meccanismo e farlo vedere a tutti, insieme alla moda di rendere il lettore ‘collaborativo’, l’invito all’azione e alla cooperazione lettore-autore…La cultura alta non è mai stata per tutti, ma la propaganda dell’ultimo trentennio illude del contrario: questo ha provocato risultati molto dolorosi e pericolosi per la stessa cultura.
La moda dei festival del libro, annualmente sparsi per l’Italia, sembra una buona metafora di quella “percepibile ansia di salire sul carro” di cui parlò qualche tempo fa in un’intervista. Se la voglia di successo è più urgente della qualità, che speranze ci sono per l’Italia di avere ancora Letteratura?
Nessuna. Non mi viene in mente nulla che valga l’aggravio della lettura, anche perchè ognuno è già troppo sicuro, lanciato. L’epoca è quella di gesti normali insigniti delle nove colonne, mamme che mettono lo zucchero nel caffè o profeti che pensano di stupire usando la parola cazzo, ma io giro pagina. Non me ne importa niente. Non mi vien voglia di leggere. Tanti anni fa non si usavano letterariamente gli antichi sapori o le ricette della nonna mescolandole impunemente con le malattie del papà o l’agonia della mamma o le mutilazioni di antiche guerre subite dalla bisnuora.
L’io,  il proprio ombelico (come ama chiamarlo lei) e il domicilio sono l’inventario base di ogni narrativa aeroportuale venduta oggi per scrittura. I libri si vendono tanto più se l’autore fa gli aperitivi con i lettori o espone il suo caso privato (assecondando il celebre poker arbasiniano infanzie difficili/tinelli/antichi sapori/corsie ospedaliere).  Cosa distingue la vera scrittura dallo sfogo-paccottiglia?
 L’impressione è quella di tanti presepi apparecchiati. La distinzione è ovvia solo a patto di praticarla dall’interno, di esserne l’esecutore, e il fruitore intelligente questo lo sa e decodifica perfettamente se l’operazione è limpida o sentimentalmente ricattatoria. La scrittura è il contrario della semplificazione, e l’insistenza sulla struttura e sull’intreccio sono un indizio dell’irrilevanza. Il calvario della prozia come può interessarmi? O il “sapesse quanto abbiamo sofferto, signora mia”?
A proposito di understatement e low profile (parole che le stanno care, visto che, come Gadda, si ritiene non esibitivo nè narcissico), in un articolo apparso su “Il Foglio”,  Alfonso Berardinelli descriveva l’io di Arbasino “un io prossimo allo zero, che sparisce di fronte all’oggetto su cui lavora”. Si rivede in questa definizione? Come la interpreta?
Mi ci rivedo, mi sento a mio agio se accostato a un’immagine del genere. Ma non la interpreto, interpretare una definizione che altri hanno dato di noi mi sembra, appunto, un vizietto ombelicale. Sono fuori anche dal dato più tipico dell’antropologia nazionale, l’aggressività sistematica di tutti contro tutti, i guelfi e i ghibellini…
Volendo suggerire agli italiani esordienti della penna un esercizio di autocritica preliminare alla pubblicazione di un testo, che cosa dovrebbero domandarsi secondo lei prima di correre da un editore mossi dall’ ansia di andare in stampa?
Il grande scrittore è prioritariamente un lettore talentuoso. Non ho nessun ‘messaggio’, soltanto un buon consiglio, cioè leggere i classici del ‘900 italiano. Dovrebbe essere un passatempo. Quindi è un suggerimento per un buon divertimento. E poi suggerirei magari la sprezzatura: essere lievi nelle cose pesanti e invece magari puntigliosi nelle stupidaggini. E forse più understatement anche nella presa di posizione. C’è l’ ansia da carro…Consiglierei semplicemente prudenza, magari il carro si rivela meno solido del previsto. E poi fare come Longhi, che scriveva come uno che si veste al buio ma ha un guardaroba talmente bello da non sbagliare mai un accostamento. E poi evitare l’eros. L’italiano è una lingua impossibile per scrivere di erotismo e di pornografia…Come si fa a scrivere una frase come: “E l’energumeno estrasse un membro gigantesco?”. Come si fa a scrivere “estrasse” in pornografia? Fa parte di quel linguaggio burocratico e fatiscente con parole come “inanellare”, “obliterare”, “aeromobile”…
Parte della forza di ciò che scrive e pensa è dovuta alla scelta di un registro espressivo criptato: si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di una trappola il cui disinnesco è destinato a una cerchia di complici, un pò come messaggi in codice per lettori sceltissimi, una specie di  dialogo tra lei e coloro che hanno occhi per intra-vedere ciò che non vuole rendere esplicito (e, perciò, fatalmente  consumabile). Serve più coraggio o più disciplina per praticare le alture, lontani dal prodotto da banco?
Occorre praticare la ‘distanza’, e sentirsi a metà tra un superstite o uno scalatore… Per esempio, io sono un superstite che si sente privo dei suoi coetanei. Se penso che avevano pochi anni di più, Calvino, Parise, Pasolini e Testori, e non ci son più…Ci eravamo ripromessi di fare alla fine dei grandi litigi e li pregustavamo. Ma non c’è stato il tempo.

 Da   http://www.impressionsreview.com/intervista-impossibile-ad-alberto-arbasino/
15/12/2016
*Rubina Mendola si è laureata in Filosofia a Palermo. Il 29 Ottobre 2015 ha fondato Impressions, rivista online di critica culturale che attualmente dirige. Si dedica alla filosofia, alla critica, al pamphlets. I contesti filosofici della sua formazione sono il pensiero nietzscheano e le tangenze tra pensiero kantiano e wittgensteiniano, l’epistemologia, il pensiero analitico, la filosofia della scienza e del linguaggio. Si occupa di filosofia, critica cinematografica, new media e letteratura. In passato si è interessata alla storia dell’arte e all’estetica. Ha scritto per il Notiziario Bibliografico (Il Poligrafo-Padova), per alcune riviste online (Kill Surf City, Iovo.it, Rapporto Confidenziale) e per il quotidiano La Repubblica (Palermo). Ha pubblicato alcuni saggi e articoli per Mimesis e Franco Angeli.





R. MADERA SU C. G. JUNG



Un saggio di Romano Madera dedicato a Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, collega la nozione di inconscio alla perdita di senso conseguente alla desacralizzazione della società contemporanea. Una tesi affascinante.

Paolo Barone

Un vicolo cieco per il senso che cambia pelle

Come seguire i continui mutamenti che rimodellano senza sosta il volto della società contemporanea e dare conto dei lineamenti sempre più sfuggenti e dei modi di vivere spesso indecifrabili e sconclusionati che la caratterizzano? Come avere il polso della corrente di infelicità e di misfatti, di sogni e nostalgie che scorre sotto la superficie dei suoi comportamenti per cogliere, al di là di essi, il tratto saliente che li unifica e la vocazione di fondo che potrebbe ispirarli? Come farsi un’idea, insomma, del tempo presente, del tempo in cui viviamo?

Sino a un passato non lontano si poteva ancora esser certi che domande del genere avrebbero trovato, prima o poi, delle risposte adeguate, che lo sforzo impiegato per cercarle sarebbe stato infine coronato da successo. Oggi, al contrario, sperimentiamo non solo che le risposte mancano del tutto, ma che il domandare stesso è diventato superfluo: il nostro tempo – forse per la prima volta nel corso della storia – potrebbe risultare privo di qualunque idea o immagine di fondo che lo orienti, e dunque ritrovarsi stordito, inconsistente, letteralmente insensato.

Proprio intorno alla questione della sparizione di senso dalla scena contemporanea, dei guasti che ne derivano, della necessità di ripristinarne la ricerca , ma, insieme, dei limiti invalicabili con cui quest’ultima si scontra, ruota il recente Carl Gustav Jung di Romano Màdera (Feltrinelli, pp. 160, euro 14,00).
La sua scelta di rifarsi – con Jung – alla psicoanalisi per seguire le vicissitudini del senso è più che pertinente. La nozione di inconscio con cui la psicoanalisi si qualifica emerge infatti nel mezzo di una precisa frattura storica, al termine cioè di quel processo di erosione con cui la Modernità si sbarazza di tutti i vincoli mitici, magici, religiosi, soprannaturali che regolavano invece i modi di vivere delle società tradizionali.

L’inconscio è innanzitutto il risultato e il sintomo storico di questo sgretolamento, il «prezzo del progresso», l’equivalente moderno dei vincoli antichi andati in frantumi, la nuova oscurità che vela la luce della ragione e scinde il profilo dell’Io. Ecco perché, ben prima di costituire la parola d’ordine di un sapere specialistico divenuto via via più o meno competente, l’inconscio resta il cristallo in cui si riflette una svolta epocale – la tradizione che si spezza – nonché una delle più efficaci lenti d’ingrandimento attraverso cui osservarla. È qui che, ricorda Màdera, il senso cambia pelle. Non si può più accedervi uniformando la propria condotta a quella di un modello esemplare, restando nell’anonimato e «imitando» la via seguita da un altro, come nel passato. Ciascuno adesso è chiamato per nome a trovare da sé la propria via, il proprio senso.

Màdera mostra bene come sia Freud che Jung accolgano questa ingiunzione, benché sia Jung a trarne le conseguenze più radicali: con la «morte di Dio» l’inconscio per Jung non è solo il deposito che ne raccoglie le scorie, ma soprattutto il luogo in cui torna libera l’energia incandescente e misteriosa che l’immagine storica del dio unico prima incorporava. Sprigionata, tale energia è ora variazione, diversificazione continua: preme direttamente nelle vite dei singoli, reclama di essere realizzata e riconosciuta individualmente, intima a ognuna di «seguire il battito del proprio cuore». Dare ascolto a questo appello sarebbe la sola cura per la nostra intera «civiltà in transizione».
Le condizioni attuali sembrano però averla resa quasi del tutto impraticabile. A Màdera, come ad altri, pare che la «clinica dell’individuazione» si scontri ormai con l’amorfo, caotico impasto sociale prodotto dal capitalismo globale. Invece che individui riunificati – cioè alla lettera, sottolinea Màdera, in-dividui, in-divisi – finalmente in cerca del proprio senso, ci troveremmo di fronte individualisti atomizzati, ripiegati narcisisticamente su di sé. Ciò che rimane tuttavia inspiegato in queste letture è come il medesimo processo storico sia, al contempo, quello che promuove le mille voci soggettive e quello che produce il loro doppio deforme e aberrante.

Del nostro tempo ci viene così restituita una dolente immagine scissa, spaccata in due: e poiché questo è il tempo in cui viviamo, anche un’immagine scissa di noi stessi, dove non possiamo dirci individui senza sospettare di essere, insieme, un po’ atomi – termine che paradossalmente significa, anch’esso, in-divisi. Eppure da tempo la modernità del Capitale – non potendo prescindere dal suo presupposto di avere a disposizione sempre e solo risorse inesauribili – è entrata in un vicolo cieco, popolato via via da figure di cui non sa venire a capo, perché appunto figure esaurite, dal senso esausto, dai tempi morti. C’è da chiedersi se non occorra rivolgere con più fiducia la dovuta attenzione a queste figure impossibili e impensate per riannodare i lembi della scissione, abbandonando entrambi i termini, individuo e atomo, che la mantengono ancora in vita.


Il manifesto – 20 novembre 2016