03 ottobre 2018

ARRESTARE L'UMANITA'


Non si può arrestare l’umanità

di Michele Monina

“Riace è un messaggio pericoloso perché dimostra che l’accoglienza è possibile”. Questo diceva poche settimane fa Domenico Lucano, sindaco della cittadina calabrese, balzato agli onori delle cronache come modello vincente di integrazione.
Da questa mattina Riace non è più pericolosa. Alle prime luci dell’alba, infatti, per Lucano sono scattati gli arresti domiciliari, con una accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. Cadono invece le più pesanti accuse di concussione, malversazione e truffa ai danni dello Stato.
La notizia è presto rimbalzata sui social, complice l’ennesimo infelice tweet del Ministro dell’Interno Salvini che nel deridere il sindaco di Riace ha approfittato ancora una volta per attaccare i “buonisti”. L’indagine che ha portato all’arresto è stata coordinata dalla Procura di Locri e ha per oggetto la gestione dei finanziamenti erogati proprio dal ministero dell’interno, oltre che dal Comune di Riace e dalla Prefettura di Reggio Calabria, finanziamenti destinati ai richiedenti asilo e si rifugiati.
Stando all’accusa, Lucano e la moglie Tesfahun Lemlem, cui è stato disposto il divieto di dimora con Lucano, avrebbe messo in piedi un vero e proprio sistema illegale atto a accogliere cittadini clandestini, attraverso espedienti criminosi quali matrimoni di comodo tra cittadini e immigrate.
Negli atti della procura di Locri Lucano viene descritto come “spregiudicato”, anche se lo stesso Gip Luigi D’Alessio sottolinea come la gestione sia stata disordinata, ma in assenza di illeciti e senza che nessuno abbia intascato un euro.
Questi i fatti.
In sostanza il sindaco di Riace e la moglie vengono accusati di aver organizzato uno o più matrimoni di comodo tra cittadini italiani e ragazze straniere al fine di far prendere loro la cittadinanza italiana e di poter quindi rimanere in Italia. L’indagine era partita in tutt’altra maniera, e verteva inizialmente sull’uso non idoneo degli strumenti quali i bonus e le borse lavoro, laddove si ipotizzava che venissero usati per ovviare ai ritardi nell’erogazione dei fondi, ma questa ipotesi è presto caduta, lasciando però in evidenza alcune incongruenze che hanno portato a un’altra accusa, quella attuale.
Ma questo non è un semplice arresto di un amministratore, come ahinoi negli ultimi decenni se ne sono visti tanti.
Lucano ha dato vita, nel corso degli anni, a un modello di integrazione funzionante, una eccellenza si direbbe, che non a caso prende il nome proprio dal comune che per anni ha guidato, il modello Riace. E il suo tempestivo arresto, con annesso giubilo da parte di Salvini, sembra una sorta di matteottizzazione in chiave non violenta (sempre che arrestare qualcuno non sia di per sé atto violento). A Riace, infatti, cittadina che nel corso degli ultimi anni è rinata anche e soprattutto per una integrazione virtuosa tra la cittadinanza autoctona e i migranti, si è instaurata una filiera funzionante, che dimostra come sia possibile una idea di integrazione, idea decisamente lontana da quella espressa da Salvini e dalla Lega. Qui i migranti hanno in comodato d’uso gratuito le case sfitte dei riacesi. I soldi destinati agli affitti vengono girati a cooperative di cui fanno parte sia i locali che i migranti, dove vengono insegnati lavori a questi ultimi, con la possibilità di avere un piccolo stipendio da rimettere in circolo nella comunità.
I Bonus vengono invece utilizzati per gli acquisti di prima necessità e le spese inerenti alla gestione quotidiana, il tutto in un circolo virtuoso che evidentemente è stato visto e indicato a lungo come una crepa nel quadro di guerra tra poveri dipinto da chi ci governa.
Questa cosa dell’azzittire l’opposizione, minacciare Saviano di togliergli la scorta, minacciare i giornalisti di chiudere l’albo, più in generale fare la voce grossa, al limite dell’abuso di potere è una china dalla quale sembra sia difficile uscire. Avere per nemici chi in venti anni ha fatto rifiorire una zona morta, dimostrando come la convivenza e l’integrazione non solo sia possibile, ma porti grandi benefici sia agli italiani che ai migranti, dimostra solo come si stia provando, purtroppo con successo, a dividere per comandare, usando metodi non troppo diversi da quelli che un tempo portavano all’eliminazione fisica dei propri avversari, Giacomo Matteotti evocato poco fa ne è esempio fulgido.
Di fronte a tutto questo, credo, non ci si può limitare a alzare le spalle rassegnati, né a lasciarsi andare a desolanti lamentazioni nei social.
Il modello Riace, studiato e ripreso anche all’estero come nostra eccellenza, non deve essere lasciato naufragare, Domenico Lucano non può essere lasciato solo. L’umanità, intesa come capacità di empatizzare con l’altro, di accoglierlo, di cercare e trovare una soluzione di convivenza possibile non è arrestabile, fisicamente e metaforicamente.

Pezzo ripreso da  https://www.nazioneindiana.com/2018/10/03/non-si-puo-arrestare-lumanita/

COME FUNZIONA LA PROPAGANDA DI SALVINI


Intervista a Alessandro Orlowski, ex hacker e spin doctor digitale, che ci parla della strategia comunicativa della Lega, dell’affaire Cambridge Analytica, del business dei falsi profili twitter, del Gdpr, Facebook e molto altro

“La bestia”, ovvero del come funziona la propaganda di Salvini

 
Alessandro Orlowski è seduto a un tavolino di un bar di Barcellona. Nato a Parma nel 1967, vive in Spagna da 20 anni. Ex regista di spot e videoclip negli anni ’90 e grande appassionato di informatica, è stato uno dei primi e più influenti hacker italiani. Fin da prima dell’arrivo dei social network, ha lavorato sulle connessioni digitali tra gli individui, per sviluppare campagne virali. Negli anni ha condotto numerose campagne in Rete, come quella per denunciare l’evasione scale del Vaticano o i gruppi estremisti negli Stati Uniti e in Europa. Oggi fa lo spin doctor digitale: ha creato Water on Mars, startup di comunicazione digitale tra le più innovative, e guidato il team social risultato fondamentale per condurre il liberale Kuczynski alla presidenza del Perù. Ci accomodiamo, e cominciamo a parlare con lui di politica nel mondo digitale, per arrivare presto a Matteo Salvini e allo straordinario (e inquietante) lavoro che sta realizzando online.
Pubblicità
Alessandro Orlowski: Nato a Parma 50 anni fa, è tra i maggiori esperti
di hacking e comunicazione politica digitale in Italia
Che evoluzione ha avuto negli anni il concetto di “rete social”?
Nasce nei primi anni ’80 con le BBS, le Bulletin Boards System, antesignane dei blog e delle chat. La prima rete sociale, però, è stata Friendster nel 2002, che raggiunse circa 3 milioni di utenti. A seguire l’amatissima (da parte mia) MySpace: narra una leggenda nerd che fu creata in 10 giorni di programmazione. Il primo a usare le reti social per fini elettorali è stato Barack Obama nel 2008.
Oggi in Italia chi è il politico che maneggia meglio questi strumenti?
In tal senso la Lega ha lavorato molto bene, durante l’ultima campagna elettorale. Ha creato un sistema che controlla le reti social di Salvini e analizza quali sono i post e i tweet che ottengono i migliori risultati, e che tipo di persone hanno interagito. In questo modo possono modi care la loro strategia attraverso la propaganda. Un esempio: pubblicano un post su Facebook in cui si parla di immigrazione, e il maggior numero di commenti è “i migranti ci tolgono il lavoro”? Il successivo post rafforzerà questa paura. I dirigenti leghisti hanno chiamato questo software La Bestia.
Quando nasce La Bestia?
Dalle mie informazioni nasce dal team di SistemaIntranet di Mantova, ossia dalla mente di Luca Morisi, socio di maggioranza dell’azienda, e Andrea Paganella. Morisi è lo spin doctor digital della Lega, di fatto il responsabile della comunicazione di Salvini. La Bestia è stata ideata a fine 2014, e finalizzata nel 2016. All’inizio si trattava di un semplice tool di monitoraggio e sentiment. Poi si è raffinato, con l’analisi dei post di Facebook e Twitter e la sinergia con la mailing list.
Come funziona l’analisi dei dati, su cui si basa la strategia?
Diciamo che a livello di dati non buttano via nulla: tutto viene analizzato per stabilire la strategia futura, assieme alla società di sondaggi SWG e a Voices From the Blogs (azienda di Big Data Analysis, ndr). I loro report, su tutti quelli del professore Enzo Risso, sono analizzati attentamente dal team della Lega, composto da Iva Garibaldi, Alessandro Panza, Giancarlo Giorgetti, Alessio Colzani, Armando Siri e altri.
La Bestia differenzia il suo operato a seconda dei social, per rendere immutata l’efficacia di Salvini in base allo strumento?
Per chi si occupa di marketing e propaganda online, è normale adattare la comunicazione ai differenti social. Twitter è l’ufficio stampa, e influenza maggiormente i giornalisti. Su Facebook ti puoi permettere un maggiore storytelling. È interessante vedere come, inserendo nelle mailing list i video di Facebook, la Lega crei una sinergia con la base poco attiva sui social: la raggiunge via mail, e aumenta così visualizzazioni e condivisioni.
Operano legalmente?
Camminano su un lo molto sottile. Il problema riguarda la gestione dei dati. Hanno creato, per esempio, un concorso che si chiama “Vinci Salvini” (poche settimane prima del voto, ndr). Ti dovevi registrare al gioco online e quanti più contenuti pubblicavi a tema Lega, maggiori erano le possibilità di incontrare Salvini. È stato un successo. Il problema è che non sappiamo come siano stati gestiti i dati. A chi venivano affidati? A Salvini? Alla Lega? A una società privata?
C’è qualche legame con lo scandalo Cambridge Analytica in questo utilizzo “disinvolto” dei dati personali?
Difficile rispondere. Circolano voci in merito all’apertura di una sede di Cambridge Analytica a Roma poco prima delle elezioni italiane, progetto abortito in seguito allo scandalo che ha coinvolto la società britannica. Un partito italiano, non si sa quale, avrebbe richiesto i suoi servizi. È noto che la Lega volesse parlare con Steve Bannon (figura chiave dell’alt-right americana, fondamentale nell’elezione di Donald Trump, ndr) in quel periodo, incontro poi avvenuto in seguito.
La destra – più o meno estrema – sta vincendo la battaglia della comunicazione digital?
Si muovono meglio dei partiti tradizionali, che non sono riusciti a evolversi. Lo dimostra Bannon, e pure Salvini, che a 45 anni è un super millennial: ha vissuto il calcio balilla, la televisione, Space Invaders e le reti social.
Vedi analogie tra la strategia social di Donald Trump e quella di Salvini?
Salvini ha sempre guardato con attenzione a Trump. Entrambi fanno la cosa più semplice: trovare un nemico comune. E gli sta funzionando molto bene. Nel nuovo governo si sono suddivisi le responsabilità: al M5S è toccato il lavoro, con la forte macchina propagandistica gestita dalla Casaleggio Associati, alla Lega la sicurezza e l’orgoglio nazionale, gestiti da Morisi e amici.
Sta pagando, non c’è che dire.
La totale disinformazione e frotte di like su post propagandistici e falsi – per esempio l’annuncio della consegna di 12 motovedette alla Guardia costiera libica (a fine giugno, ndr) – portano a quello che si definisce vanity KPI: l’elettore rimane soddisfatto nel condividere post che hanno migliaia di like, e quindi affermano le loro convinzioni. Consiglio la lettura di The Thrill of Political Hating di Arthur Brooks.
Esiste una sorta di meme war all’italiana?
Le meme war non esistono. Ci possono essere contenuti in forma di meme per denigrare i competitor e inquinare i motori di ricerca. Ricordiamoci anni fa, quando su Google scrivevi il cognome “Berlusconi” e il motore di ricerca ti suggeriva “mafioso”: fu un esempio di manipolazione dell’algoritmo di Google. Lo stesso sta succedendo in questi giorni: se scrivete la parola “idiot” e fate “ricerca immagini”, compaiono solo foto di Trump.
Come è stata finanziata l’attività delle reti social della Lega?
La Lega voleva creare una fondazione solo per ricevere i soldi delle donazioni, al fine di poter tenere in piedi le reti social senza passare per i conti in rosso del partito. Il partito è gravato da debiti e scandali finanziari (a luglio il tribunale di Genova ha confermato la richiesta di confisca di 49 milioni di euro dalle casse del partito, ndr). Le leggi italiane lasciano ampio margine: permettono di ricevere micro- donazioni, senza doverle rendere pubbliche. È una forma completamente legale. In ogni caso, potresti chiederlo direttamente a Luca Morisi (Morisi non ha risposto ai tentativi di contatto da parte di Rolling Stone, ndr)
Hanno ricevuto finanziamenti dall’estero?
Recentemente l’Espresso ha raccontato che alcune donazioni al partito provengono da associazioni come Italia-Russia e Lombardia- Russia, vicine alla Lega. D’altra parte, sono stati i russi a inventare il concetto di hybrid war. Il generale Gerasimov ha teorizzato che le guerre moderne non si devono combattere con le armi, ma con la propaganda e l’hacking.
Un sistema come La Bestia alimenta la creazione di notizie false?
Non direi che ci sia un rapporto diretto tra le due cose, ma sicuramente c’è un rapporto tra La Bestia e il bias dei post che pubblicano. Come ha spiegato lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman, di fronte a una notizia online la nostra mente si avvale di metodi di giudizio molto rapidi che, grazie alla soddisfazione che dà trovare conferma nei nostri pregiudizi, spesso porta a risposte sbagliate e illogiche, ossia biased.
Salvini lavora su questo bias?
Lo fa il suo team, e anche quello del M5S: amplificare notizie semi-veritiere, viralizzandole e facendole diventare cultura condivisa, che viene confermata sia dalla fonte considerata carismaticamente onesta e affidabile, sia dal numero di condivisioni che la rendono in quel modo difficilmente contestabile. Vai tu a convincere del contrario 18mila utenti che hanno condiviso un post di dubbia veridicità! Una delle figure chiave delle fake news della Lega è stato e forse ancora è il napoletano Marco Mignogna, che gestiva il sito di Noi con Salvini, oltre a una ventina di portali pro-Salvini, pro-M5S e pro-Putin (nel novembre 2017 si è occupato del caso il NYT, ndr).
Quanto di ciò che hai detto fin qui vale anche per il Movimento 5 Stelle?
Non c’è dubbio che dietro al M5S ci sia una buona azienda di marketing politico. La loro propaganda è più decentralizzata rispetto a quella della Lega, tutta controllata da Morisi. Creano piccole reti, appoggiandosi agli attivisti “grillini” e risparmiando così denaro. Non
pagano per rendere virali i post di Grillo o di Di Battista. Anche se oggi, con il M5S al governo, la strategia è in parte cambiata.
Quanto influisce l’attività di trolling sul dibattito politico?
Dipende dal contesto politico e dal Paese, in alcuni casi può essere molto violenta. Per creare account su Twitter esiste un software acquistabile online, che ti permette di generarne mille in tre ore, ognuno con foto e nome distinto. Parliamo di account verificati con un numero di cellulare: c’è un servizio russo che, per 10 centesimi, te ne fornisce uno appositamente. Con 300 o 400 euro puoi crearti in un pomeriggio un migliaio di account Twitter verificati. A quel punto puoi avviare un tweet bombing, cambiando la percezione di una notizia. È semplice e costa poco.
Ci sono conferme sull’esistenza di una rete di troll leghisti?
Non è facile rispondere, perché ci sono diverse tipologie di reti troll, organiche o artificiali. A volte distinguere le due senza tool specializzati è quasi impossibile. Per esempio, le reti di troll formate da persone reali spesso si auto-organizzano, sapendo benissimo che un utente singolo può avere due o più account social sullo stesso network. È normale vedere un utente pro-Lega o pro-M5S gestire anche cinque account con nomi diversi: cento persone in un gruppo segreto di Facebook o su un canale Telegram, con cinque account ciascuno, fanno 500 troll pronti ad attaccare, e scoraggiare utenti standard a un confronto politico.
Esistono quindi reti costruite ad hoc?
Una di queste botnet è stata smantellata da un gruppo di hacker italiani sei mesi fa: era collegata a una società romana che gestiva una rete di 3mila account Twitter, collegati a un migliaio di account Facebook. Non mi stupirei se un team gestito da Morisi avesse automatizzato e controllasse qualche centinaio o migliaio di account. Qualcosa di simile era già nelle loro mani, con un sistema di tweet automatici su diversi account (documentato da diverse fonti giornalistiche lo scorso gennaio, ndr). L’unica pecca del loro team è la sicurezza informatica, come si è potuto notare dal leak delle informazioni del loro server, avvenuto all’inizio di quest’anno.
Cosa sappiamo sul “gonfiamento” dei numeri social di Salvini?
Abbiamo notato alcune discrepanze, ma in questo momento di grande successo mediatico di Salvini non sono più rilevanti. Abbiamo scoperto alcune botnet di Twitter nate contemporaneamente che, dopo pochi giorni e nello stesso momento, hanno seguito tutte l’account ufficiale di Salvini. La relazione con il suo account era il fatto che supportavano account di estrema destra in Europa, quindi attribuibili a persone vicine a Voice of Europe e gruppi simili, legati a Steve Bannon, come #Altright o #DefendEurope. La pratica di creare fake account è comune: solo pochi giorni fa Twitter ne ha cancellati alcuni milioni.
C’è un modo per riparare simili storture?
C’è poco da fare. In seguito allo scandalo Cambridge Analytica, Facebook ha colpito tutti, impedendo ai ricercatori di studiare questi fenomeni. Le cose non sono cambiate, anzi. Anche a seguito dell’adozione del GDPR (il regolamento sulla protezione dei dati personali, ndr) nei prossimi anni vedremo come si raffineranno le campagne politiche online: sarebbe utile avere leggi che impongano maggior trasparenza su come funzionano le reti social e, naturalmente, maggiore tutela per i cittadini, in particolare per quanto riguarda i propri big data.
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Alessandro Orlowski è seduto a un tavolino di un bar di Barcellona. Nato a Parma nel 1967, vive in Spagna da 20 anni. Ex regista di spot e videoclip negli anni ’90 e grande appassionato di informatica, è stato uno dei primi e più influenti hacker italiani. Fin da prima dell’arrivo dei social network, ha lavorato sulle connessioni digitali tra gli individui, per sviluppare campagne virali. Negli anni ha condotto numerose campagne in Rete, come quella per denunciare l’evasione scale del Vaticano o i gruppi estremisti negli Stati Uniti e in Europa. Oggi fa lo spin doctor digitale: ha creato Water on Mars, startup di comunicazione digitale tra le più innovative, e guidato il team social risultato fondamentale per condurre il liberale Kuczynski alla presidenza del Perù. Ci accomodiamo, e cominciamo a parlare con lui di politica nel mondo digitale, per arrivare presto a Matteo Salvini e allo straordinario (e inquietante) lavoro che sta realizzando online.
Pubblicità
Alessandro Orlowski: Nato a Parma 50 anni fa, è tra i maggiori esperti
di hacking e comunicazione politica digitale in Italia
Che evoluzione ha avuto negli anni il concetto di “rete social”?
Nasce nei primi anni ’80 con le BBS, le Bulletin Boards System, antesignane dei blog e delle chat. La prima rete sociale, però, è stata Friendster nel 2002, che raggiunse circa 3 milioni di utenti. A seguire l’amatissima (da parte mia) MySpace: narra una leggenda nerd che fu creata in 10 giorni di programmazione. Il primo a usare le reti social per fini elettorali è stato Barack Obama nel 2008.
Oggi in Italia chi è il politico che maneggia meglio questi strumenti?
In tal senso la Lega ha lavorato molto bene, durante l’ultima campagna elettorale. Ha creato un sistema che controlla le reti social di Salvini e analizza quali sono i post e i tweet che ottengono i migliori risultati, e che tipo di persone hanno interagito. In questo modo possono modi care la loro strategia attraverso la propaganda. Un esempio: pubblicano un post su Facebook in cui si parla di immigrazione, e il maggior numero di commenti è “i migranti ci tolgono il lavoro”? Il successivo post rafforzerà questa paura. I dirigenti leghisti hanno chiamato questo software La Bestia.
Quando nasce La Bestia?
Dalle mie informazioni nasce dal team di SistemaIntranet di Mantova, ossia dalla mente di Luca Morisi, socio di maggioranza dell’azienda, e Andrea Paganella. Morisi è lo spin doctor digital della Lega, di fatto il responsabile della comunicazione di Salvini. La Bestia è stata ideata a fine 2014, e finalizzata nel 2016. All’inizio si trattava di un semplice tool di monitoraggio e sentiment. Poi si è raffinato, con l’analisi dei post di Facebook e Twitter e la sinergia con la mailing list.
Come funziona l’analisi dei dati, su cui si basa la strategia?
Diciamo che a livello di dati non buttano via nulla: tutto viene analizzato per stabilire la strategia futura, assieme alla società di sondaggi SWG e a Voices From the Blogs (azienda di Big Data Analysis, ndr). I loro report, su tutti quelli del professore Enzo Risso, sono analizzati attentamente dal team della Lega, composto da Iva Garibaldi, Alessandro Panza, Giancarlo Giorgetti, Alessio Colzani, Armando Siri e altri.
La Bestia differenzia il suo operato a seconda dei social, per rendere immutata l’efficacia di Salvini in base allo strumento?
Per chi si occupa di marketing e propaganda online, è normale adattare la comunicazione ai differenti social. Twitter è l’ufficio stampa, e influenza maggiormente i giornalisti. Su Facebook ti puoi permettere un maggiore storytelling. È interessante vedere come, inserendo nelle mailing list i video di Facebook, la Lega crei una sinergia con la base poco attiva sui social: la raggiunge via mail, e aumenta così visualizzazioni e condivisioni.
Operano legalmente?
Camminano su un lo molto sottile. Il problema riguarda la gestione dei dati. Hanno creato, per esempio, un concorso che si chiama “Vinci Salvini” (poche settimane prima del voto, ndr). Ti dovevi registrare al gioco online e quanti più contenuti pubblicavi a tema Lega, maggiori erano le possibilità di incontrare Salvini. È stato un successo. Il problema è che non sappiamo come siano stati gestiti i dati. A chi venivano affidati? A Salvini? Alla Lega? A una società privata?
C’è qualche legame con lo scandalo Cambridge Analytica in questo utilizzo “disinvolto” dei dati personali?
Difficile rispondere. Circolano voci in merito all’apertura di una sede di Cambridge Analytica a Roma poco prima delle elezioni italiane, progetto abortito in seguito allo scandalo che ha coinvolto la società britannica. Un partito italiano, non si sa quale, avrebbe richiesto i suoi servizi. È noto che la Lega volesse parlare con Steve Bannon (figura chiave dell’alt-right americana, fondamentale nell’elezione di Donald Trump, ndr) in quel periodo, incontro poi avvenuto in seguito.
La destra – più o meno estrema – sta vincendo la battaglia della comunicazione digital?
Si muovono meglio dei partiti tradizionali, che non sono riusciti a evolversi. Lo dimostra Bannon, e pure Salvini, che a 45 anni è un super millennial: ha vissuto il calcio balilla, la televisione, Space Invaders e le reti social.
Vedi analogie tra la strategia social di Donald Trump e quella di Salvini?
Salvini ha sempre guardato con attenzione a Trump. Entrambi fanno la cosa più semplice: trovare un nemico comune. E gli sta funzionando molto bene. Nel nuovo governo si sono suddivisi le responsabilità: al M5S è toccato il lavoro, con la forte macchina propagandistica gestita dalla Casaleggio Associati, alla Lega la sicurezza e l’orgoglio nazionale, gestiti da Morisi e amici.
Sta pagando, non c’è che dire.
La totale disinformazione e frotte di like su post propagandistici e falsi – per esempio l’annuncio della consegna di 12 motovedette alla Guardia costiera libica (a fine giugno, ndr) – portano a quello che si definisce vanity KPI: l’elettore rimane soddisfatto nel condividere post che hanno migliaia di like, e quindi affermano le loro convinzioni. Consiglio la lettura di The Thrill of Political Hating di Arthur Brooks.
Esiste una sorta di meme war all’italiana?
Le meme war non esistono. Ci possono essere contenuti in forma di meme per denigrare i competitor e inquinare i motori di ricerca. Ricordiamoci anni fa, quando su Google scrivevi il cognome “Berlusconi” e il motore di ricerca ti suggeriva “mafioso”: fu un esempio di manipolazione dell’algoritmo di Google. Lo stesso sta succedendo in questi giorni: se scrivete la parola “idiot” e fate “ricerca immagini”, compaiono solo foto di Trump.
Come è stata finanziata l’attività delle reti social della Lega?
La Lega voleva creare una fondazione solo per ricevere i soldi delle donazioni, al fine di poter tenere in piedi le reti social senza passare per i conti in rosso del partito. Il partito è gravato da debiti e scandali finanziari (a luglio il tribunale di Genova ha confermato la richiesta di confisca di 49 milioni di euro dalle casse del partito, ndr). Le leggi italiane lasciano ampio margine: permettono di ricevere micro- donazioni, senza doverle rendere pubbliche. È una forma completamente legale. In ogni caso, potresti chiederlo direttamente a Luca Morisi (Morisi non ha risposto ai tentativi di contatto da parte di Rolling Stone, ndr)
Hanno ricevuto finanziamenti dall’estero?
Recentemente l’Espresso ha raccontato che alcune donazioni al partito provengono da associazioni come Italia-Russia e Lombardia- Russia, vicine alla Lega. D’altra parte, sono stati i russi a inventare il concetto di hybrid war. Il generale Gerasimov ha teorizzato che le guerre moderne non si devono combattere con le armi, ma con la propaganda e l’hacking.
Un sistema come La Bestia alimenta la creazione di notizie false?
Non direi che ci sia un rapporto diretto tra le due cose, ma sicuramente c’è un rapporto tra La Bestia e il bias dei post che pubblicano. Come ha spiegato lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman, di fronte a una notizia online la nostra mente si avvale di metodi di giudizio molto rapidi che, grazie alla soddisfazione che dà trovare conferma nei nostri pregiudizi, spesso porta a risposte sbagliate e illogiche, ossia biased.
Salvini lavora su questo bias?
Lo fa il suo team, e anche quello del M5S: amplificare notizie semi-veritiere, viralizzandole e facendole diventare cultura condivisa, che viene confermata sia dalla fonte considerata carismaticamente onesta e affidabile, sia dal numero di condivisioni che la rendono in quel modo difficilmente contestabile. Vai tu a convincere del contrario 18mila utenti che hanno condiviso un post di dubbia veridicità! Una delle figure chiave delle fake news della Lega è stato e forse ancora è il napoletano Marco Mignogna, che gestiva il sito di Noi con Salvini, oltre a una ventina di portali pro-Salvini, pro-M5S e pro-Putin (nel novembre 2017 si è occupato del caso il NYT, ndr).
Quanto di ciò che hai detto fin qui vale anche per il Movimento 5 Stelle?
Non c’è dubbio che dietro al M5S ci sia una buona azienda di marketing politico. La loro propaganda è più decentralizzata rispetto a quella della Lega, tutta controllata da Morisi. Creano piccole reti, appoggiandosi agli attivisti “grillini” e risparmiando così denaro. Non
pagano per rendere virali i post di Grillo o di Di Battista. Anche se oggi, con il M5S al governo, la strategia è in parte cambiata.
Quanto influisce l’attività di trolling sul dibattito politico?
Dipende dal contesto politico e dal Paese, in alcuni casi può essere molto violenta. Per creare account su Twitter esiste un software acquistabile online, che ti permette di generarne mille in tre ore, ognuno con foto e nome distinto. Parliamo di account verificati con un numero di cellulare: c’è un servizio russo che, per 10 centesimi, te ne fornisce uno appositamente. Con 300 o 400 euro puoi crearti in un pomeriggio un migliaio di account Twitter verificati. A quel punto puoi avviare un tweet bombing, cambiando la percezione di una notizia. È semplice e costa poco.
Ci sono conferme sull’esistenza di una rete di troll leghisti?
Non è facile rispondere, perché ci sono diverse tipologie di reti troll, organiche o artificiali. A volte distinguere le due senza tool specializzati è quasi impossibile. Per esempio, le reti di troll formate da persone reali spesso si auto-organizzano, sapendo benissimo che un utente singolo può avere due o più account social sullo stesso network. È normale vedere un utente pro-Lega o pro-M5S gestire anche cinque account con nomi diversi: cento persone in un gruppo segreto di Facebook o su un canale Telegram, con cinque account ciascuno, fanno 500 troll pronti ad attaccare, e scoraggiare utenti standard a un confronto politico.
Esistono quindi reti costruite ad hoc?
Una di queste botnet è stata smantellata da un gruppo di hacker italiani sei mesi fa: era collegata a una società romana che gestiva una rete di 3mila account Twitter, collegati a un migliaio di account Facebook. Non mi stupirei se un team gestito da Morisi avesse automatizzato e controllasse qualche centinaio o migliaio di account. Qualcosa di simile era già nelle loro mani, con un sistema di tweet automatici su diversi account (documentato da diverse fonti giornalistiche lo scorso gennaio, ndr). L’unica pecca del loro team è la sicurezza informatica, come si è potuto notare dal leak delle informazioni del loro server, avvenuto all’inizio di quest’anno.
Cosa sappiamo sul “gonfiamento” dei numeri social di Salvini?
Abbiamo notato alcune discrepanze, ma in questo momento di grande successo mediatico di Salvini non sono più rilevanti. Abbiamo scoperto alcune botnet di Twitter nate contemporaneamente che, dopo pochi giorni e nello stesso momento, hanno seguito tutte l’account ufficiale di Salvini. La relazione con il suo account era il fatto che supportavano account di estrema destra in Europa, quindi attribuibili a persone vicine a Voice of Europe e gruppi simili, legati a Steve Bannon, come #Altright o #DefendEurope. La pratica di creare fake account è comune: solo pochi giorni fa Twitter ne ha cancellati alcuni milioni.
C’è un modo per riparare simili storture?
C’è poco da fare. In seguito allo scandalo Cambridge Analytica, Facebook ha colpito tutti, impedendo ai ricercatori di studiare questi fenomeni. Le cose non sono cambiate, anzi. Anche a seguito dell’adozione del GDPR (il regolamento sulla protezione dei dati personali, ndr) nei prossimi anni vedremo come si raffineranno le campagne politiche online: sarebbe utile avere leggi che impongano maggior trasparenza su come funzionano le reti social e, naturalmente, maggiore tutela per i cittadini, in particolare per quanto riguarda i propri big data.
Leggi anche: Pezzo ripreso da  https://www.rollingstone.it/politica/la-bestia-ovvero-del-come-funziona-la-propaganda-di-salvini/420343/

NON STANCARSI DI LEGGERE E RILEGGERE W. BENJAMIN


Walter Benjamin gioca a scacchi con Bertolt Brecht

In occasione del recente anniversario della morte di Walter Benjamin (26 Settembre 1940 a Portbou in Spagna), proponiamo una recensione di Esperienza e povertà (Castelvecchi), raccolta di quattro importanti saggi del grande pensatore tedesco, a cura di Massimo Palma.
 Rileggere oggi Walter Benjamin (come Simone Weil, Antonio Gramsci e Albert Camus) si impone come un comandamento intellettuale, in questi foschi tempi di barbarie

La necessità di Walter Benjamin

di

Riflettere sull’opera di Walter Benjamin, potente e luminosa nella sua vulcanica asistematicità, è un esercizio filosofico sempre più urgente.
Con lucida fedeltà al pensatore berlinese, Massimo Palma nella sua introduzione (chiamata con ironia hendrixiana Walter Benjamin Experience), dopo aver ricostruito gli ultimi giorni, tragicamente rocamboleschi, del filosofo, osserva il fenomeno attuale del Benjamin Expo, cercando però proprio nella sua opera gli antidoti al contagio di una sua superficiale riduzione a santino. “Se non ha senso pensare di sottrarlo al valore d’esposizione che ha assunto il suo profilarsi come “prodotto”, è forse opportuno cercare di rinvenire all’interno della sua opera – proprio in quegli ultimi anni – gli antidoti a una sua presentazione come valore cultuale” scrive Palma,per poi continuare “Che Benjamin di tali meccanismi abbia rivelato presupposti e modalità ormai ottant’anni fa non è solo un ulteriore elemento d’interesse di una vicenda che lo vede protagonista suo malgrado di un processo di estetizzazione, ma una ragione per indagare nella sua opera se egli non abbia segnalato qualche antidoto a questa deriva che lo riguarda”.
Parole sagge che potrebbero valere, mutatis mutandi, anche per Pier Paolo Pasolini.
In maniera meno ardente ma più rigorosa che nell’intellettuale di origini friulane, come scrive precisamente Fabrizio Desideri all’inizio del suo saggio Dottrina della percezione e crisi della democrazia (in Tecniche di esposizione. Walter Benjamin e la riproduzione dell’opera d’arte, di cui già parlammo con i curatori), in Benjamin “la diagnosi dell’attualità si fa telescopage del futuro”.
Leggendo i quattro saggi raccolti nella presente edizione, ciò appare con impressionante evidenza: il primo saggio, Il carattere distruttivo (1931) sembra (per usare un’espressione abusata) “scritto stamattina”: “Il carattere distruttivo sta nel fronte dei tradizionalisti. Alcuni tramandano le cose rendendole intangibili e conservandole, altri le situazioni, rendendole maneggevoli e liquidandole”.
Ottantasette anni fa.
Il secondo saggio, Scavare e ricordare (1932) anticipa temi e intuizioni del saggio più celebre dell’anno successivo, che dà il nome alla raccolta, Esperienza e povertà.
Qui si trovano, al culmine di un ragionamento sul cambiamento del concetto stesso di esperienza dopo le atrocità della Prima Guerra Mondiale (pagine scritte con inquietante premonizione nel 1933), alcune considerazioni cruciali: “cosa vale l’intero patrimonio culturale, se proprio l’esperienza non riesce a congiungerci a esso?”, per poi giungere al noto passaggio sul “nuovo, positivo concetto di barbarie”, poi ripreso nella settima tesi della raccolta Sul concetto di storia. Nonostante le chiari differenze di pensiero tra i tre autori, sono parole non distanti dalle considerazioni quasi contemporanee di Artaud all’inizio del saggio su Il Teatro e il suo doppio del 1938 (“La cosa più urgente non mi sembra dunque difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall’ansia di vivere meglio e di avere fame, ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura, delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame”) e dalla celeberrima intuizione poetica di Costantino Kafavis di Aspettando i barbari del 1904 (“E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?/ Era una soluzione, quella gente”).
Meravigliosa, nella sua definitiva laconicità, la sentenza sulle “migliori menti” a lui contemporanee: “Il loro segno distintivo è la totale mancanza di illusioni sull’epoca e tuttavia una professione di fede senza scrupoli a suo favore”.
L’ultimo, bellissimo, saggio su Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov ha il merito, peculiare della grande mente critica di Benjamin, di cogliere in un autore apparentemente minore rispetto ai giganti della letteratura russa, sebbene di grande fascino, la presenza di temi fondanti della letteratura: la necessità e l’impossibilità attuale dell’epica, lo spirito della fiaba e l’avvento del romanzo, il meraviglioso e il sacro.
Temi in nuce presenti nella celebre considerazione: “L’arte di narrare tende al termine perché la parte epica della verità, la saggezza, sta morendo. È un processo che viene da lontano. E nulla sarebbe più fatuo di voler ravvisare in esso unicamente un “fenomeno di decadenza”, naturalmente “moderno”. Piuttosto, si tratta di un fenomeno concomitante delle forze di produzione storiche e secolari, che hanno sottratto la narrazione al regno della parola vivente, rendendo al contempo percepibile una nuova bellezza in ciò che stava svanendo”.
Parole di un nitore intellettuale ancora illuminante.
Rileggere Walter Benjamin (come Simone Weil e Albert Camus) si impone come un comandamento intellettuale, in questi foschi tempi di barbarie non positiva.

02 ottobre 2018

LA METAFORA SECONDO G. BECCARIA






Ogni parola, diceva Charles Bally, ha dei contorni che si fondono e si confondono entro l’ambiente in cui vivono. La parola «bue», scriveva, fa pensare a «vacca, toro, vitello, coma, ruminare» ecc., a «lavoro, carro, giogo» ecc., emette in moto idee di forza, resistenza, lavoro paziente, e anche di lentezza, pesantezza, passività. Di qui le relative comparazioni, i modi di dire, i proverbi, le metafore: «ruminare un pensiero», «forte come un bue».
Dalle associazioni nascono le metafore, che non sono soltanto un fattore del cambio del significato, ma un meccanismo universale che arricchisce i linguaggi di questa terra. L’uomo nel corso dei secoli ha creato per analogia un numero infinito di metafore semplicissime, concretissime: «bacillo», che prende le mosse dal bastoncino, o «abbacchiato», che ha ancora a che vedere col bastone, nel senso di «battuto col baculum», e c’è «virgola», che deriva per metafora dal ramoscello flessibile.
Come sosteneva Aristotele nella Poetica, con la metafora trasferisco a un oggetto il nome che è proprio di un altro. Sostituisco una parola con un 'altra il cui senso letterale ha qualche somiglianza col senso letterale della parola sostituita. Non c’è manuale scolastico che non citi il caso di «testa», originariamente nome del vaso di terracotta, passato poi nel linguaggio familiare e scherzoso a significare «capo». Partenza concretissima ha un aggettivo come «folle», dal latino follis «sacco di cuoio, mantice, contenitore di aria», che per metafora è passato a indicare la «testa vuota», colui che agisce senza senno. Altra metafora che parte dal concreto è «pupilla», dal lat. pupilla, «bambolina, bambina», la piccola immagine che nella pupilla si riflette rovesciata.
Molte metafore sono una sorta di scorciatoia verbale: invece di dire che un «muscolo» assomiglia a un topolino che si muove sottopelle lo si chiama direttamente «topolino», lat. musculus. Come osservava un grande maestro latino nell’arte della retorica, Quintiliano, la metafora (ma non sempre!) è una similitudo brevior, una similitudine abbreviata: «è un fulmine» significa che una persona è veloce come..., ed «è una piuma», che è leggera come...
In poesia la metafora regna sovrana, Prendo due parole e le ricongiungo per similitudine. Dato «rondini» e «forbici» un poeta può proporre «Le rondini sono/ forbici /leggere/che tagliano/il cielo coi loro voli neri».

“Tuttolibri – La Stampa”, 21 luglio 2007

Un canto erotico primitivo





Il posto dove incontro la mia amata
è nell'oscura foresta della vallata del sud.
Vi prego, o pappagalli,
non parlatene ai trivi dei sentieri.



da Canti erotici dei primitivi a cura di Alfonso M. Di Nola, Garzanti 1971

GAUGUIN E GLI IMPRESSIONISTI


Al Palazzo Zabarella di Padova i capolavori della collezione danese Ordrupgaard. Nata all’inizio del Novecento, è considerata tra le migliori selezioni mondiali della pittura impressionista.

Chiara Gatti

Quando Gauguin vide gli alberi diventare blu

Il paradiso non poteva attendere. Quando Paul Gauguin (1848-1903) decise di fuggire lontano da Parigi, via dalla pazza folla, sentiva l’urgenza di abbandonare una società conformista per ritrovare i ritmi di una vita incontaminata. «Parto per starmene tranquillo, lontano dalla civiltà» confessava a un giornalista nel 1891, alla vigilia del suo viaggio a Tahiti. «Voglio fare dell’arte semplice; per questo ho bisogno di ritemprare le mie forze a contatto con la natura vergine». Il mito del selvaggio, in tempi moderni, lo ha incarnato proprio questo gigante inquieto della pittura francese di fine secolo che, per il suo cuore ramingo e il fascino esotico dei suoi feticci di pietra o delle veneri nere, è diventato leggenda. Non stupisce che Wilhelm Hansen, uomo d’affari di successo e collezionista oculato, abbia concentrato su Gauguin il suo sguardo più attento.

Vide forse in lui il talento dell’outsider, il genio imprevedibile in grado di scandalizzare i borghesi, salvo poi incassare consensi e picchi di mercato che, da finanziere inossidabile, fiutò a distanza. Questo spiega la presenza ampia di opere di Paul Gauguin all’interno del preziosissimo fondo di Hansen, finito, dopo la sua morte nel 1936, nelle sale dell’Ordrupgaard Museum, a nord di Copenaghen.

Considerata una delle più importanti raccolte di arte impressionista in Europa, la collezione approda ora al Palazzo Zabarella di Padova per la grande mostra “Gauguin e gli impressionisti” (fino al 27 gennaio, catalogo Marsilio), a cura di Anne-Birgitte Fonsmark, che allinea sessanta capolavori firmati da autori come Manet, Degas, Monet, Renoir, Sisley, Pissarro, Cézanne, Matisse. L’arco di tempo è ampio e parte da un antefatto che affonda nel neoclassicismo di Ingres e nel romanticismo di Delacroix per spiegare le origini della modernità francese. Risalendo il secolo si comprende il debito degli impressionisti verso la verità e la luci dei loro padri putativi.

Corot aveva insegnato a tutti che il vento ha un colore e che può essere dipinto. «Il bello dell’arte – diceva – è la verità bagnata dell’impressione che abbiamo ricevuto di fronte alla natura». Inutile dire che Monet pensava a lui quando inseguiva le atmosfere cangianti delle Cattedrali di Rouen, mentre Renoir e Sisley passeggiavano per la foresta di Fontainebleau per respirare (e restituire sulla tela) gli stessi umori di Dupré e Daubigny. Passaggi di testimone da una generazione all’altra. 
La lezione eterna di Courbet, incantevole demiurgo di una fauna che palpita nel sottobosco, in un brano straziante come L’inganno, episodio di caccia al capriolo, torna vitale nel Paesaggio a Pont- Aven che Gauguin dipinse nella primavere del 1888, mostrando i primi segni di insofferenza e necessità cocente di andarsene dalla città, acuiti da una prima e fugace trasferta a Martinica. «Amo la Bretagna. Vi posso trovare ciò che è selvaggio e primitivo» scriveva a un amico con eccitazione. «Quando i miei zoccoli risuonano sul granito, riesco a sentire quel tono soffocato, cupo e vigoroso che cerco nella mia pittura». Qui, però, l’erba era ancora verde, i tronchi bruni, il cielo celeste. E soffiava sempre il vento fresco di Corot.

Tempo pochi mesi, complice l’influenza di Vincent van Gogh, che Paul raggiunse in Provenza nella famosa Casa gialla di Arles per coinquilini litigiosi, la sua tavolozza cambiò magicamente colore. Alberi blu. Verrà il tuo turno, bellezza! dice tutto sullo shock emotivo che lo colpì come uno schiaffo. La natura si tinse di sfumature allucinate nei suoi paesaggi visionari. «Dal fatto che un paesaggio presenti dei tronchi d’albero blu e un cielo giallo, si conclude che Monsieur Gauguin non possieda il più elementare senso cromatico» ironizzava un critico del Salon des Vingts. Era l’inizio del viaggio. Prima di ripartire per le isole, il suo spirito già fluttuava libero su territori della mente che portano gli occhi a guardare in profondità. 
Paragonando il suo lavoro in mostra a quello dei colleghi che lo accostano, si capisce perché la figura di Gauguin suturi il confine sottile fra impressionisti e avanguardie, fra i giardini profumati di Pissarro e i fiori irreali di Matisse che diceva «la verità intima è l’unica che conta». E non c’è nulla di più intimo, per Gauguin, di quel suo viaggio à rebours nel paradiso degli idoli, dove riaffiorano pulsioni rimosse, immaginari infantili, rapporti materni, sensualità e nostalgia. Il mondo visto da dentro. La Donna Tahitiana del 1898, stilla passione e angoscia nel rosso ematico del selciato. Non a caso, è la stessa donna che compare di spalle ai margini del suo celebre testamento spirituale (custodito al museo di Boston), manifesto assoluto dei suoi rovelli sul destino dell’uomo; e che ha un titolo universale Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

La Repubblica – 30 settembre 2018

LETTERA APERTA DI EZIO SPATARO AL SINDACO DI MARINEO


L' On. Franco Ribaudo, Sindaco di Marineo (PA)


        Ezio, con il suo inconfondibile stile, avendo appreso che il Sindaco di Marineo, l' On. Ribaudo, ha nominato parecchi "consulenti" - per la verità privi di portafoglio! - invia una sorta di "lettera aperta" all'Amministratore del suo paese chiedendogli ironicamente di pensare anche a lui... (fv)

Francu fammi travagghiari

 Francu fammi travagghiari
comu consulenti o comu nzocch’egghè
di lu continenti  fammi turnari
nta lu beddu paisi di Marinè


Li sinnaci chi c’eranu na vota
sapianu pinsari pi l’amici
e ora nuddu ammutta la me rota
Francu a st’amicu tò ora chi ci dici?


T’arricogghiu la differenziata porta a porta
cu lu biduneddu e puru cu la sporta
ma tu m’ha giurari ca s'arrivu a turnari
cocchi travagghiu mi lu fa truvari


Ogni matina  ti v’accattu lu giurnali
vaiu  nni Sirviu e puru nni Pasquali
ma tu nta la me terra ma fari turnari
unni pozzu cchiù di paari affittu e cambiali


Tu pi mia unn’ha fari quasi ca nenti
fammi trasiri comu l’urtimu di li consulenti
mettimi nta cocchi gnuni a lu municipiu
comu li sinnaci facianu dapprincipiu


Hai scrivutu na puisia a lu iornu
ma sordi  nn’affacciaru  l’ummira d’un cornu
picchì lu pani nun si scrivi ma si suda
e iu Francu sugnu arridduttu a la nuda !


(Ezio Spataro)

Testo ripreso dal blog di Ezio Spataro  http://cavadeipoeti.blogspot.com/