Alessandro
Orlowski è seduto a un tavolino di un bar di Barcellona. Nato a Parma
nel 1967, vive in Spagna da 20 anni. Ex regista di spot e videoclip
negli anni ’90 e grande appassionato di informatica, è stato uno dei
primi e più influenti hacker italiani. Fin da prima dell’arrivo dei
social network, ha lavorato sulle connessioni digitali tra gli
individui, per sviluppare campagne virali. Negli anni ha condotto
numerose campagne in Rete, come quella per denunciare l’evasione scale
del Vaticano o i gruppi estremisti negli Stati Uniti e in Europa. Oggi
fa lo spin doctor digitale: ha creato Water on Mars, startup di
comunicazione digitale tra le più innovative, e guidato il team social
risultato fondamentale per condurre il liberale Kuczynski alla
presidenza del Perù. Ci accomodiamo, e cominciamo a parlare con lui di
politica nel mondo digitale, per arrivare presto a Matteo Salvini e allo
straordinario (e inquietante) lavoro che sta realizzando online.
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Alessandro Orlowski: Nato a Parma 50 anni fa, è tra i maggiori esperti
di hacking e comunicazione politica digitale in Italia
Che evoluzione ha avuto negli anni il concetto di “rete social”?
Nasce nei primi anni ’80 con le BBS, le Bulletin Boards System,
antesignane dei blog e delle chat. La prima rete sociale, però, è
stata Friendster nel 2002, che raggiunse circa 3 milioni di utenti. A
seguire l’amatissima (da parte mia) MySpace: narra una leggenda nerd che
fu creata in 10 giorni di programmazione. Il primo a usare le reti
social per fini elettorali è stato Barack Obama nel 2008.
Oggi in Italia chi è il politico che maneggia meglio questi strumenti?
In tal senso la Lega ha lavorato molto bene, durante l’ultima campagna
elettorale. Ha creato un sistema che controlla le reti social di Salvini
e analizza quali sono i post e i tweet che ottengono i migliori
risultati, e che tipo di persone hanno interagito. In questo modo
possono modi care la loro strategia attraverso la propaganda. Un
esempio: pubblicano un post su Facebook in cui si parla di immigrazione,
e il maggior numero di commenti è “i migranti ci tolgono il lavoro”?
Il successivo post rafforzerà questa paura. I dirigenti leghisti hanno
chiamato questo software
La Bestia.
Quando nasce La Bestia?
Dalle mie informazioni nasce dal team di SistemaIntranet di Mantova,
ossia dalla mente di Luca Morisi, socio di maggioranza dell’azienda, e
Andrea Paganella. Morisi è lo spin doctor digital della Lega, di fatto
il responsabile della comunicazione di Salvini. La Bestia è stata
ideata a fine 2014, e finalizzata nel 2016. All’inizio si trattava di un
semplice tool di monitoraggio e sentiment. Poi si è raffinato, con
l’analisi dei post di Facebook e Twitter e la sinergia con la mailing
list.
Come funziona l’analisi dei dati, su cui si basa la strategia?
Diciamo che a livello di dati non buttano via nulla: tutto viene
analizzato per stabilire la strategia futura, assieme alla società di
sondaggi SWG e a Voices From the Blogs (
azienda di Big Data Analysis,
ndr). I loro report, su tutti quelli del professore Enzo Risso, sono
analizzati attentamente dal team della Lega, composto da Iva Garibaldi,
Alessandro Panza, Giancarlo Giorgetti, Alessio Colzani, Armando Siri e
altri.
La Bestia differenzia il suo operato a seconda dei social, per rendere immutata l’efficacia di Salvini in base allo strumento?
Per chi si occupa di marketing e propaganda online, è normale adattare
la comunicazione ai differenti social. Twitter è l’ufficio stampa, e
influenza maggiormente i giornalisti. Su Facebook ti puoi permettere un
maggiore storytelling. È interessante vedere come, inserendo nelle
mailing list i video di Facebook, la Lega crei una sinergia con la base
poco attiva sui social: la raggiunge via mail, e aumenta così
visualizzazioni e condivisioni.
Operano legalmente?
Camminano su un lo molto sottile. Il problema riguarda la gestione dei
dati. Hanno creato, per esempio, un concorso che si chiama “Vinci
Salvini” (
poche settimane prima del voto, ndr). Ti dovevi
registrare al gioco online e quanti più contenuti pubblicavi a tema
Lega, maggiori erano le possibilità di incontrare Salvini. È stato un
successo. Il problema è che non sappiamo come siano stati gestiti i
dati. A chi venivano affidati? A Salvini? Alla Lega? A una società
privata?
C’è qualche legame con lo scandalo Cambridge Analytica in questo utilizzo “disinvolto” dei dati personali?
Difficile rispondere. Circolano voci in merito all’apertura di una sede
di Cambridge Analytica a Roma poco prima delle elezioni italiane,
progetto abortito in seguito allo scandalo che ha coinvolto la società
britannica. Un partito italiano, non si sa quale, avrebbe richiesto i
suoi servizi. È noto che la Lega volesse parlare con Steve Bannon (
figura chiave dell’alt-right americana, fondamentale nell’elezione di Donald Trump, ndr) in quel periodo, incontro poi avvenuto in seguito.
La destra – più o meno estrema – sta vincendo la battaglia della comunicazione digital?
Si muovono meglio dei partiti tradizionali, che non sono riusciti a
evolversi. Lo dimostra Bannon, e pure Salvini, che a 45 anni è un super
millennial: ha vissuto il calcio balilla, la televisione,
Space Invaders e le reti social.
Vedi analogie tra la strategia social di Donald Trump e quella di Salvini?
Salvini ha sempre guardato con attenzione a Trump. Entrambi fanno la
cosa più semplice: trovare un nemico comune. E gli sta funzionando
molto bene. Nel nuovo governo si sono suddivisi le responsabilità: al
M5S è toccato il lavoro, con la forte macchina propagandistica gestita
dalla Casaleggio Associati, alla Lega la sicurezza e l’orgoglio
nazionale, gestiti da Morisi e amici.
Sta pagando, non c’è che dire.
La totale disinformazione e frotte di like su post propagandistici e
falsi – per esempio l’annuncio della consegna di 12 motovedette alla
Guardia costiera libica (
a fine giugno, ndr) – portano a quello che si definisce
vanity KPI:
l’elettore rimane soddisfatto nel condividere post che hanno migliaia
di like, e quindi affermano le loro convinzioni. Consiglio la lettura di
The Thrill of Political Hating di Arthur Brooks.
Esiste una sorta di meme war all’italiana?
Le meme war non esistono. Ci possono essere contenuti in forma di meme
per denigrare i competitor e inquinare i motori di ricerca. Ricordiamoci
anni fa, quando su Google scrivevi il cognome “Berlusconi” e il motore
di ricerca ti suggeriva “mafioso”: fu un esempio di manipolazione
dell’algoritmo di Google. Lo stesso sta succedendo in questi giorni: se
scrivete la parola “idiot” e fate “ricerca immagini”, compaiono solo
foto di Trump.
Come è stata finanziata l’attività delle reti social della Lega?
La Lega voleva creare una fondazione solo per ricevere i soldi delle
donazioni, al fine di poter tenere in piedi le reti social senza passare
per i conti in rosso del partito. Il partito è gravato da debiti e
scandali finanziari (
a luglio il tribunale di Genova ha confermato la richiesta di confisca di 49 milioni di euro dalle casse del partito,
ndr). Le leggi italiane lasciano ampio margine: permettono di ricevere
micro- donazioni, senza doverle rendere pubbliche. È una forma
completamente legale. In ogni caso, potresti chiederlo direttamente a
Luca Morisi (
Morisi non ha risposto ai tentativi di contatto da parte di Rolling Stone, ndr)
Hanno ricevuto finanziamenti dall’estero?
Recentemente
l’Espresso ha raccontato che alcune donazioni al
partito provengono da associazioni come Italia-Russia e Lombardia-
Russia, vicine alla Lega. D’altra parte, sono stati i russi a inventare
il concetto di hybrid war. Il generale Gerasimov ha teorizzato che le
guerre moderne non si devono combattere con le armi, ma con la
propaganda e l’hacking.
Un sistema come La Bestia alimenta la creazione di notizie false?
Non direi che ci sia un rapporto diretto tra le due cose, ma sicuramente c’è un rapporto tra La Bestia e il
bias
dei post che pubblicano. Come ha spiegato lo psicologo e premio Nobel
Daniel Kahneman, di fronte a una notizia online la nostra mente si
avvale di metodi di giudizio molto rapidi che, grazie alla soddisfazione
che dà trovare conferma nei nostri pregiudizi, spesso porta a risposte
sbagliate e illogiche, ossia
biased.
Salvini lavora su questo bias?
Lo fa il suo team, e anche quello del M5S: amplificare notizie
semi-veritiere, viralizzandole e facendole diventare cultura condivisa,
che viene confermata sia dalla fonte considerata carismaticamente onesta
e affidabile, sia dal numero di condivisioni che la rendono in quel
modo difficilmente contestabile. Vai tu a convincere del contrario
18mila utenti che hanno condiviso un post di dubbia veridicità! Una
delle figure chiave delle fake news della Lega è stato e forse ancora
è il napoletano Marco Mignogna, che gestiva il sito di Noi con Salvini,
oltre a una ventina di portali pro-Salvini, pro-M5S e pro-Putin (
nel novembre 2017 si è occupato del caso il NYT, ndr).
Quanto di ciò che hai detto fin qui vale anche per il Movimento 5 Stelle?
Non c’è dubbio che dietro al M5S ci sia una buona azienda di marketing
politico. La loro propaganda è più decentralizzata rispetto a quella
della Lega, tutta controllata da Morisi. Creano piccole reti,
appoggiandosi agli attivisti “grillini” e risparmiando così denaro. Non
pagano per rendere virali i post di Grillo o di Di Battista. Anche se
oggi, con il M5S al governo, la strategia è in parte cambiata.
Quanto influisce l’attività di trolling sul dibattito politico?
Dipende dal contesto politico e dal Paese, in alcuni casi può essere
molto violenta. Per creare account su Twitter esiste un software
acquistabile online, che ti permette di generarne mille in tre ore,
ognuno con foto e nome distinto. Parliamo di account verificati con un
numero di cellulare: c’è un servizio russo che, per 10 centesimi, te ne
fornisce uno appositamente. Con 300 o 400 euro puoi crearti in un
pomeriggio un migliaio di account Twitter verificati. A quel punto puoi
avviare un tweet bombing, cambiando la percezione di una notizia. È
semplice e costa poco.
Ci sono conferme sull’esistenza di una rete di troll leghisti?
Non è facile rispondere, perché ci sono diverse tipologie di reti
troll, organiche o artificiali. A volte distinguere le due senza tool
specializzati è quasi impossibile. Per esempio, le reti di troll
formate da persone reali spesso si auto-organizzano, sapendo benissimo
che un utente singolo può avere due o più account social sullo stesso
network. È normale vedere un utente pro-Lega o pro-M5S gestire anche
cinque account con nomi diversi: cento persone in un gruppo segreto di
Facebook o su un canale Telegram, con cinque account ciascuno, fanno 500
troll pronti ad attaccare, e scoraggiare utenti standard a un confronto
politico.
Esistono quindi reti costruite ad hoc?
Una di queste botnet è stata smantellata da un gruppo di hacker
italiani sei mesi fa: era collegata a una società romana che gestiva
una rete di 3mila account Twitter, collegati a un migliaio di account
Facebook. Non mi stupirei se un team gestito da Morisi avesse
automatizzato e controllasse qualche centinaio o migliaio di account.
Qualcosa di simile era già nelle loro mani, con un sistema di tweet
automatici su diversi account (
documentato da diverse fonti giornalistiche lo scorso gennaio,
ndr). L’unica pecca del loro team è la sicurezza informatica, come si
è potuto notare dal leak delle informazioni del loro server, avvenuto
all’inizio di quest’anno.
Cosa sappiamo sul “gonfiamento” dei numeri social di Salvini?
Abbiamo notato alcune discrepanze, ma in questo momento di grande
successo mediatico di Salvini non sono più rilevanti. Abbiamo scoperto
alcune botnet di Twitter nate contemporaneamente che, dopo pochi giorni e
nello stesso momento, hanno seguito tutte l’account ufficiale di
Salvini. La relazione con il suo account era il fatto che supportavano
account di estrema destra in Europa, quindi attribuibili a persone
vicine a Voice of Europe e gruppi simili, legati a Steve Bannon, come
#Altright o #DefendEurope. La pratica di creare fake account è comune:
solo pochi giorni fa Twitter ne ha cancellati alcuni milioni.
C’è un modo per riparare simili storture?
C’è poco da fare. In seguito allo scandalo Cambridge Analytica,
Facebook ha colpito tutti, impedendo ai ricercatori di studiare questi
fenomeni. Le cose non sono cambiate, anzi. Anche a seguito dell’adozione
del GDPR (
il regolamento sulla protezione dei dati personali,
ndr) nei prossimi anni vedremo come si raffineranno le campagne
politiche online: sarebbe utile avere leggi che impongano maggior
trasparenza su come funzionano le reti social e, naturalmente, maggiore
tutela per i cittadini, in particolare per quanto riguarda i propri big
data.
Leggi anche:
Pezzo ripreso da
https://www.rollingstone.it/politica/la-bestia-ovvero-del-come-funziona-la-propaganda-di-salvini/420343/