05 ottobre 2018

Memorie marinesi: CIRU BATTAGGHIA e L'ARCIPRETE RAINERI 1 e 2







UNA STORIA REALMENTE ACCADUTA CHE NON TROVERETE IN ALCUN LIBRO

«Disgraziatamente per noi la storia si è sempre scritta dai dotti pei dotti, e si è sempre occupata di grandi imprese più o meno vere, senza dir mai nulla di quel che faceva, di quel che pensava, di quel che credeva la grande massa del popolo.» Queste parole non sono state scritte da un rivoluzionario, ma da un medico palermitano della seconda metà dell’800 piuttosto conservatore. Questo medico si chiamava  Giuseppe Pitrè . Il rapporto quotidiano che aveva con la povera gente della sua città lo spinse , fin da giovane, a raccogliere una mole enorme di documentazione sulla vita di quello che allora si chiamava “popolino”: canti, fiabe, proverbi, usi e costumi, ecc. ecc. – Diede vita così, oltre ai numerosi volumi che costituiscono quella che lui stesso denominò “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”, al Museo che oggi a Palermo porta il suo nome.
          Le parole del Pitrè diventano ancora più vere se si affiancano a quelle scritte, decenni prima, da un autentico rivoluzionario:«Le idee dominanti, in ogni epoca , non sono altro che le idee delle classi dominanti.» (K.Marx)
        Le parole non è vero che non contano. Le parole, specialmente quando rivelano la verità dei fatti, sono importanti. Per questa ragione tanti anni fa, avevo cominciato a raccogliere le testimonianze  dei vecchi contadini marinesi,ultimi testimoni di un mondo che oggi non esiste più, e di cui trovavo poche traccie persino nei libri di storia studiati all’Università. Ma per la verità, ad aprirmi per primo gli occhi sulle menzogne che si trovano nei libri, non sono stati nè Marx né Pitrè, ma bensì il mio nonno materno, Francesco Arnone, con cui condividevo la casa del Corso dei Mille in cui sono nato e cresciuto. Ricordo ancora che un giorno, trovandomi a leggere nella sua stanza la storia della prima guerra mondiale, mi invitò a leggere ad alta voce quello che c'era scritto nel mio sussidiario di quinta elementare del 1960. Dopo qualche riga in cui, in modo retorico, si raccontava allora la cosiddetta "IV Guerra d'Indipendenza", mio nonno mi fermò dicendomi: nel tuo libro si trovano solo menzogne, in nessun fronte di guerra si è mai visto un Enrico Toti! Adesso te la racconto io la vera storia del macello che è stata la guerra del 15/18 perchè io l'ho fatta quella guerra e ho visto coi miei occhi quello che ti racconto..
      Da allora non mi sono più fidato ciecamente dei libri. Anche per questo ne ho letti ed accumulati tanti: di ogni fatto, di ogni autore, infatti, ho cercato sempre di sapere il più possibile , ascoltando tutte le voci e tutte le campane. Non fermandomi mai nella ricerca della verità.
       Oltre ai libri, poi, mi è sempre piaciuto ascoltare le testimonianze di vita delle persone anziane e dei. Per tutte queste ragioni una decina di anni fa ho cominciato a raccogliere, insieme ad un amico, alcune di queste testimonianze.
       Oggi mi è tornata in mente una storia che di seguito riprendo, dopo aver verificato che si tratta di una storia realmente accaduta. Protagonisti l'Arciprete Raineri, il compagno Ciro Bivona e la madre di un bambino che si voleva battezzare
       Naturalmente è talmente complessa la vita e la storia di ogni uomo che sarebbe stupido pensare di inchiodarla ad un atto sia pur significativo o a un dato di fatto. Peraltro i giovani d'oggi per comprendere bene l'operato di un Parroco nell'ultimo dopoguerra devono tenere presente il contesto storico in cui la Chiesa del tempo si trovò ad operare. Ora, anche se sono trascorsi poco più di mezzo secolo da quanto accaduto, la realtà odierna non ha nulla a che vedere con quella di 60 anni fa. Anche per questo non è affatto semplice comprendere le trasformazioni profonde avvenute. Allora il mondo era diviso in due blocchi, dominati rispettivamente dagli USA e dall'URSS. L'Italia apparteneva al mondo dominato dagli USA ma in Italia operava anche il più grande e forte partito comunista dell'Occidente. La propaganda degli uni e degli altri rappresentava la realtà in modo deformato:  ciò che per gli uni era inferno, per gli altri era paradiso. Era il tempo delle scomuniche e delle invettive reciproche. La Chiesa siciliana era dominata dalla figura del Cardinale Ruffini, di cui ci ha lasciato un ritratto indimenticabile Leonardo Sciascia. Il Cardinale Ruffini, a cui l’arciprete marinese era molto legato, in Sicilia allora contava più del Presidente della Regione. E così come era il Cardinale a Palermo a fare la lista del partito democristiano, a Marineo era Mons. Raineri a fare la lista dello scudo crociato per il Consiglio Comunale. (fv) 

I TEMPI IN CUI I COMUNISTI NON POTEVANO BATTEZZARE I BAMBINI
      La storia si svolge nel periodo in cui (1945-1955) i braccianti e i contadini poveri in Italia, e soprattutto in Sicilia e nel Meridione, occupano i feudi e le terre incolte, portando in corteo insieme la bandiera rossa e un immagine del Santo Patrono del paese. La Chiesa Cattolica di quegli anni considerava i “socialcomunisti” (uniti allora nel FRONTE POPOLARE  che verrà sconfitto nel 1948) molto più pericolosi dei mafiosi. Anche per questo vennero “scomunicati” dal Papa del tempo (PIO XII) e dal Cardinale Ruffini che regnava in Sicilia e che contava più del Presidente della Regione.
      Ho raccolto un giorno la testimonianza di uno di questi contadini, Ciro Bivona, che a Marineo tutti conoscevano e rispettavano, soprannominato, per il suo impegno politico, CIRU BATTAGGHIA . Ciro era stato invitato a fare da padrino ad un neonato da battezzare. I genitori del bambino vennero convocati nella sacrestia della Chiesa dall’Arciprete Raineri il giorno prima del battesimo con l’invito pressante a cercare un altro padrino perché, disse loro, non poteva permettere ad un comunista “scomunicato” come Ciro Bivona di battezzare il loro figliolo. A questo punto la madre del bambino  reagì con molta energia all'invito del Parroco e, con parole colorite, rispose così: “ Si Vossia dumani nun fa battiari me figghiu a Ciru Bivona, io stessa davanti la Chiesa ci scippu li cugghiuna!”
     Soltanto grazie a queste parole Ciru Battagghia, il comunista scomunicato, riuscì a battezzare quel bambino.
     A futura memoria, se la memora ha un futuro. (fv)
  

PS: Pubblico di seguito la testimonianza inviatami da un caro amico di Delia (CL), il paese del grande critico letterario Luigi Russo e del poeta Stefano Vilardo, che serve a mostrare come quanto accaduto a Marineo  non costituisca un fatto isolato:

Caro Francesco, ricordavo che nel libro di Stefano Vilardo,  Una sorte di violenza ci fosse un episodio che avesse a che fare con l'argomento, ma si parla di scontri senza andare nello specifico. Queste notizie riferite a episodi realmente accaduti nelle chiese e nelle processioni le ho apprese da fonti testimoniali da anziani e compagni in sezione la sera quando discutevamo degli anni passati. Era il 1967 e molti testimoni di allora erano in piena attività, all'incirca con età dai 50 anni ai 60 circa. In effetti i compagni comunisti e molti dirigenti e donne e minatori contadini e braccianti erano stufi di una chiesa asservita alla dc di allora che difendeva gli agrari e in combutta con elementi mafiosi ( ma non era tutta la dc, vi erano anche coltivatori onesti e lavoratori di orientamento cattolico etc). Si recarono in chiesa in massa per contestare le prediche propaganda a favore della dc. Quando il prete o arciprete che fosse si mise a inveire contro i comunisti lanciando scomuniche e minacciando di non battezzare i figli di coloro che si professavano e avevano la tessera del pci, molti dei presenti chiaramente organizzati, si misero a protestare che la chiesa non dovesse intervenire nella politica, ma dovesse badare alle anime e alle messe. Si scatenò una gazzarra grida urla e spintoni fino a che uscirono fuori e si interruppe la funzione religiosa. Un altro fatto accadde durante la processione del Corpus Domini. Anche qui erano presenti in prima fila dirigenti dc e tutto l'apparato dando alla processione un tono di propaganda con preghiere innalzate contro il comunismo etc. Allora molti compagni e donne e dirigenti de pci presenti alla processione si sono inseriti con le bandiere rosse, ma i carabinieri presenti li hanno fatti allontanare senza denunziare nessuno. Invece per i fatti accaduti in chiesa l'Arciprete denunziò ai carabinieri tutti i dirigenti comunisti presenti in chiesa con testimonianze, guarda caso, tutte di dirigenti dc. Ps- ho copia della denunzia dell'arciprete di allora con i nomi e cognomi delle persone accusate.
Ciao , Angelo Pitruzzella.

A PALERMO SI TORNA A PARLARE DI M. PANTALEONE E L. SCIASCIA



Gino Pantaleone presenta il suo ultimo libro dal titolo "Servi disobbedienti - Leonardo Sciascia e Michele Pantaleone: vite parallele", edito da Flaccovio. Gino Pantaleone, poeta e saggista già autore di un’interessante biografia di Michele Pantaleone (“Il gigante controvento”), ripercorre la vita e le opere dei due scrittori evidenziandone i tanti tratti comuni. A cominciare dai luoghi in cui sono nati e cresciuti e ai quali sono rimasti, anche dopo averli lasciati, particolarmente legati: Racalmuto e Villalba, due piccole comunità della Sicilia interna. Per soffermarsi, poi, sulla loro consapevolezza del fenomeno mafioso, sulla produzione letteraria illustrata nel rispetto di un ordine cronologico che scandisce l’evoluzione della criminalità organizzata (romanzi come “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, “Todo modo” di Leonardo Sciascia e saggi come “Mafia e politica”, “Mafia e droga” “Antimafia: occasione mancata” di Michele Pantaleone sono pietre miliari nella letteratura d’impronta civile), sul controverso e sofferto rapporto col partito comunista, sulle loro predizioni (prima tra tutte, l’uso opportunistico dell’antimafia).
Infine, il libro di Gino Pantaleone racconta le “disavventure” di Sciascia e di Pantaleone, la loro solitudine (più accentuata quella del saggista di Villalba) soprattutto negli ultimi anni, l’essere addirittura additati, in modo diverso ma con pari vergognosa volgarità, di essere affiliati o affini alla mafia, di coltivare legami con boss o con figure compromettenti. Tutte accuse assolutamente infondate, come acclarato in atti giudiziari e dimostrato nel saggio di Pantaleone, che coniuga passione e metodo, di regola ossimori, e anche per questo meritevole e di stimolante lettura. Accuse infamanti e paradossali ma, sebbene campate in aria, non prive di fondamento –in una logica, s’intende, perversa di un sistema perverso- se rivolte alle voci di “servi disobbedienti”, che comunque nessuno riuscirà a far tacere.

04 ottobre 2018

LA DIALETTICA DI KATJA PERAT

Katja Perat

  Una poesia di Katja Perat
Ogni volta quando qualcuno mi dice
    fica,
mi vien voglia di sedermi sul divano in un angolo e sotto la coperta leggere
    la Fenomenologia dello spirito. 
Ogni volta quando qualcuno dice
    Fenomenologia dello spirito,
mi vien voglia di prenderlo per mano e di andare a
    sbaciucchiarmi con lui sulla scala di sicurezza.

Dalla rivista on line “Fili d'aquilone”, Traduzione dallo sloveno di Jolka Milič

JOSEF KOUDELKA, UN MAESTRO DI FOTOGRAFIA:

Romania 1968

Maestri della fotografia. Koudelka e gli zingari 

Christuan Caojolle

Dato che non c’è più un direttore nell’ufficio parigino della Magnum e che l’agenzia fotografica, a causa della crisi, ormai sta tutta su un piano, Josef Koudelka si accomoda nella poltrona del capo: “Ho sbagliato tutto nella vita, non sono mai stato né direttore né presidente”, dice ridendo. I capelli e la barba arruffata sono diventati bianchi, ma è un eterno ragazzo, a volte serio a volte spiritoso, costretto a dedicarsi a un esercizio che non ama: parlare di sé. Teme sempre di essere frainteso (dà degli esempi) e cerca, nonostante le digressioni, di essere preciso. Lo aiuta uno schemino con le cose da fare, diviso per fasce orarie di colori diversi. A quasi 75 anni, Koudelka non si ferma mai, ha sempre bisogno di fare, guardare e dare forma. Oggi tocca al Mediterraneo, che attraversa e fotografa da vent'anni. Entro il 2013 porterà a termine il progetto “Marsiglia, capitale della cultura”.
Guardare al futuro, produrre, far emergere le immagini non gli impedisce di tornare incessantemente su quello che ha fatto. Continua a inseguire quello che potrebbe aver dimenticato, o sopravvalutato, nei lavori passati. La prossima tappa è l’incredibile presentazione a Mosca del suo progetto sull’invasione dell’armata rossa a Praga. Una grande rivincita, accompagnata da mille copie del libro, in russo, pubblicato da Torst, il grande editore ceco suo complice. Anche se è sempre riservato, Koudelka è chiaramente emozionato.
Ina alto Slovacchia 1967. In basso da  sinistra Boemia 1966, Spagna 1971
Ma è per un altro ritorno al passato che ci incontriamo: Zingari, il libro che l’ha fatto conoscere, è stato ripubblicato in sette paesi in una nuova edizione ampliata. La storia del volume è istruttiva, quasi esemplare. Il giovane Koudelka, che comincia la sua carriera a Praga come fotografo in un teatro, fa dei ritratti espressionisti e compone immagini molto grafiche. Tra il 1962 e il 1971 comincia a sviluppare un lavoro a lungo termine su quelli che all’epoca sono chiamati zingari. Nel 1968, con il sostegno di Anna Farova, lavora insieme al grafico Milan Kopriva al progetto di un libro. “Non sapevo niente di libri di foto. Sapevo solo che volevo somigliasse alla vita, al mio rapporto con gli zingari, a quello che succedeva tra noi”.
Il volume dovrebbe uscire a Praga nel 1970 ma, nel frattempo, Koudelka lascia la Cecoslovacchia occupata. Le sue foto dei carri armati e della rivolta fanno il giro del mondo e, attraverso Henri Cartier-Bresson, incontra Robert Delpire, il mitico editore di | Robert Frank, di molti fotografi della Magnum e di tanti altri. Delpire vuole pubblicare il libro, ma in un’altra versione: 60 foto (di cui 50 tratte dal progetto originale) escono nel 1975 con il titolo Gitans, la fin du voyage (Aperture si aggiudica la versione statunitense). Un’edizione speciale è pubblicata anche dal Moma di New York per accompagnare la mostra fotografica. Il libro diventa subito un classico, una delle opere più ricercate della fotografia del Novecento.
Slovacchia 1967
La nuova edizione torna oggi in gran parte al progetto originale, anche se con 109 immagini, un formato più grande e un ritmo più narrativo rispetto alla prima, rigorosa selezione. “Non volevo solo una collezione di belle foto. E volevo che, anche se sono tutti scatti fatti tra gli zingari, il libro andasse oltre”. Nell’edizione francese Robert Delpire spiega che la scelta editoriale non è sua, ma che la pubblica per amicizia, stima e rispetto. Si avverte chiaramente uno di quei conflitti che possono esserci tra un autore e un editore molto esigenti. E Koudelka non vuole parlare di come sono andate le cose per “ammirazione, rispetto e amicizia per Bob. E poi sono così contento che l’abbia pubblicato come lo volevo io”.
È la sua creatura: “Un progetto che ho portato con me, anche fisicamente, per quattro anni. Ho avuto il tempo di capire cosa andava e cosa no. Ho lasciato la Cecoslovacchia con 154 foto sugli zingari. L’essenziale del libro era già lì. È una storia, una storia di persone, di me con queste persone la cui musica mi ha attirato e m’incanta tutt’ora. Erano le stesse persone di cui si diceva ‘chiudete le porte, arrivano gli zingari e ruberanno le galline’”.
La maggior parte degli scatti sono verticali: “Questo ha avuto un peso importante nell’organizzazione del libro, nel ritmo che il grafico Milan Kopriva ha saputo inventare. L’altra persona fondamentale per questo progetto è stata Anna Farova. È lei che mi ha aiutato a strutturare le immagini, e a non dimenticare niente”. Sono le due persone a cui il libro è dedicato.
A Koudelka non piace commentare il suo lavoro. Non ha un punto di vista, dice, sulle sue incredibili inquadrature dal respiro naturale, dalla giusta distanza. Ammette però che “ci vuole un obiettivo da 24 millimetri perché tutto sia nitido in spazi spesso molto ristretti e con poca luce. Poi ho cambiato, non volevo ripetermi. L’obiettivo ti dice come fare”.
Ma non dice niente sulla grana delle immagini, spesso così particolare e sensuale, sui negativi diffìcili, sviluppati senza prendere troppe precauzioni. Non ripetersi, è anche la ragione per cui non ci sono foto recenti di zingari. “È una generazione che non esiste più. Quando sono tornato a Praga nel 1991, sono andato a vedere. Sono sempre lì, le condizioni in cui vivono sono un po’ migliorate, ma poco, e la maggior parte di quelli che conoscevo sono morti. Ho pensato che non avrebbe avuto senso ricominciare. Oggi è un altro mondo e prima o poi qualcuno farà un lavoro formidabile a colori su di loro”. L’importante è “continuare a fotografare, perché ho la fortuna di averne ancora voglia e di poterlo fare”. Ma il libro rimane fondamentale. Ben più delle mostre che sono “effìmere”.
Farà vedere il libro agli zingari, come faceva con le foto (“Mandavano baci e ballavano per mostrare il loro apprezzamento”)? “Certo, appena posso”. Possiamo immaginare che sfogliando le pagine, dietro l’elegante copertina bianca con il sobrio titolo nero Cikdni, si ritroveranno, ameranno, balleranno e manderanno baci.

"Internazionale", 4/11 novembre 2011

QUESTA SERA PALERMO RICORDA UN GIORNALE CHE CI MANCA 1 e 2


Il quotidiano L'Ora ha segnato in maniera indelebile la storia e la cultura della città di Palermo; diretto tra il 1954 e il 1975 da Vittorio Nisticò, alla sua figura Antonio Bellia ha scelto di dedicare "La corsa de L'Ora", opera vincitrice dei Nastri d'Argento 2018.
Il giornalista Franco Nicastro ha curato il libro (Navarra Editore) dedicato a questa straordinaria esperienza.
Questa sera libro e film verranno presentati all'interno del calendario di incontri di Manifesta Biennale Palermo, dalle 20 al Teatro Garibaldi Di Palermo. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.


PS: Ciccio La Licata, nel bel documentario realizzato da Antonio Bellia, a  proposito della collaborazione di Leonardo Sciascia a L'ORA e alla sue sporadiche partecipazioni alle riunioni di redazione che Nisticò accoglieva sempre con entusiasmo, ricorda che, specialmente in occasione di discussioni controverse, il Direttore del giornale ci teneva a conoscere l'opinione dello scrittore anticonformista, denominato "Berta cuntrariusa" da alcuni redattori del giornale.

BRUNETTO LATINI, MAESTRO DI DANTE


Il Tresor e la città ideale. L'Enciclopedia di Brunetto Latini, maestro di Dante

 Guido Davico Bonino


Quando ero in prima liceo, il mio professore, d’italiano, un bravo e dolce sacerdote salesiano, zio del semiologo-romanziere Perissinotto, arrossiva tutto, costretto com’era a commentare l’imbarazzante incontro tra Dante e il suo vecchio maestro Brunetto Latini, dannato fra i violenti contro natura, nel canto XV dell’Inferno: «Siete voi qui, Brunetto?». Il pio prete pensava (come tutti noi, dandoci di gomito) che fosse lì per una «colpa grave e infamante», secondo quanto «ritenevano Dante e la cultura dell’epoca», l’omosessualità: né quel buon docente né tantomeno noi conoscevamo l’argomentato saggio di un illustre dantista in Sorbona, André Pesard, Dante sous la pluie de feu, secondo cui la colpa di Brunetto sarebbe stata quella «di aver scritto in una lingua non sua».
Leggo questa precisazione nella dotta, ma limpidissima introduzione che Pietro G. Beltrami ha premesso alla prima edizione integrale in età moderna - traduzione con testo francese a fronte, commento e indici vari – del Tresor (Trésor nel francese d’oggi) di Brunetto Latini, che lui stesso, Paolo Squillatoti, Plinio Torri e Sergio Vatteroni hanno esemplarmente curato per i Millenni Einaudi, dedicando la ponderosa fatica alla loro maestra nel «mestiere», Valeria Bertolucci Pizzorusso.
Chi era Brunetto? Un alto amministratore pubblico: fiorentino ( nato intorno al 1220), notaio, guelfo, in esilio in Francia per sei anni dopo la malaugurata vittoria dei ghibellini a Montaperti; poi di nuovo in «carriera», dopo la vittoria di Carlo d’Angiò a Benevento (siamo al febbraio 1266), sino ad assurgere alla carica di priore (1287). Morì sei anni dopo, e Giovanni Villani nel libro IX della Nuova cronica lo connota come «gran filosofo, e pure sommo maestro in rettorica...».
Su questo termine torneremo subito, ma intanto diciamo cos’è il Tresor (che vorrebbe dire, alla lettera, «uno scrigno pieno d’oro e di gioielli»). È un’enciclopedia, redatta in forma agile (sono pur sempre 426 pagine di bel formato) e in francese, perché - come ci ha spiegato una quindicina d’anni fa Luca Serianni (nella sua, e di Piero Trifone, Storia della lingua italiana) - «le due lingue che in Italia possono adoperarsi e di fatto si adoperano in tutta la gamma degli usi letterari sono il latino e il francese»: e per i fruitori della sua compilazione, i colleghi notai, i giudici, gli amministratori, i mercanti del XIII secolo - il francese era molto più «affidabile» (il toscano, prima di Dante, non era, in prosa, né così variegato né così funzionale).
Cosa contiene, quali discipline riepiloga l’ambiziosa compilazione? Voglio dirlo subito per quanti, come me (e, si parva licet, un certo Stendhal), sono lettori fanatici (e raccoglitori) di qualsivoglia inventario, regesto, catalogo, manuale, guida, vademecum, enciclopedia, sommario, bigino ecc. ecc. Vi si discorre di storia, geografia, agricoltura, architettura: e potrete dunque trovarvi preziose notizie sul regno delle donne («...ebbe inizio quando il re di Scozia e tutti gli uomini della sua terra mossero contro gli egiziani, e furono tutti uccisi...»); che sarebbero le Amazzoni («cioè “senza una mammella”»); sull’aria, la pioggia, il vento e sulle «cose che sono nell’aria»; su come si deve scegliere la terra coltivabile e come si deve «formare» (in francese, garuir) la propria casa. E, naturalmente, farete razzia nel bestiario degli animali, traendone gustose precisazioni sull’anfisbena («... serpente che ha due teste, una al suo posto e l’altra sulla coda...»), sullo scitale (ancora un serpente, «così ben maculato di differenti colori chiari e lucenti»), sul caradrio («un uccello tutto bianco e il suo polmone guarisce dalle oscurità degli occhi...»): e qui mi arresto, ad evitare di togliere al lettore il gusto della sorpresa.
Ma non è per queste sezioni che il Tresor è un’opera ammirevole, e culturalmente di primaria importanza. I suoi «beni spirituali» veramente preziosi sono la filosofia teorica, «denaro contante»; la filosofia pratica e la logica, «pietre preziose»; la retorica e la politica «oro fino». Ecco ritornare la parola, che abbiamo citato e reperito su Villani. Pietro G. Beltrami avverte il lettore che sin dall’esilio francese, e quindi nel 1260-61, Brunetto attende ad un volgarizzamento e ad un commento del De inventione, un manuale di retorica, opera giovanile di Cicerone, che circolava nella scuola medievale...: lavoro «che non andò oltre i primi 17 capitoli...». E postilla: «Rettorica con doppia t, si noti, non è una semplice variante formale di retorica, ma il segno di una sovrapposizione mentale e culturale, che si impone nel Duecento italiano, fra la figura di rètore, di colui che sa pronunciare discorsi persuasivi, e quella del rettòre, di colui che “regge”, governa il comune...».
Beltrami nel suo serrato e convincente argomentare, giunge rapidamente alla conclusione, secondo cui «il principale interesse di Brunetto», epperciò l’asse portante del Tresor (cui egli «si dedicò per il resto del suo soggiorno forzato in Francia, completandolo prima del suo rientro»), è proprio nel libro III della compilazione, quello riservato alla retorica come «governo della città». Sono poco più di centodieci pagine (in francese, e altrettante in versione), che vorremmo suggerire caldamente alle migliaia e migliaia di pubblici amministratori, grandi e piccoli, che «infestano» la nostra povera Italia, prima che qualcuno provveda ragionevolmente a ridurli di numero e, soprattutto, di prebende. Sarebbe bello - lo so che è nuda utopia, giacché costoro non leggono che effemeridi e gazzette - che dedicassero qualche minuto del loro tempo prezioso alle pagine su Il giudizio di Catone («Lussuria, avarizia, povertà pubblica e private ricchezze: esaltiamo le ricchezze, aspiriamo all’ozio, non facciamo alcuna differenza tra buoni e malvagi; tutto è volto alla cupidigia, questa è la ricompensa della virtù...»); o meditino su Quale uomo deve essere eletto signore: Brunetto elenca dodici qualità, morali e materiali, per chi deve godere del privilegio d’essere scelto dai propri simili o governarli: abbiamo provato ad applicarle ai tre o quattro grandi politici italiani d’oggi e ce ne siamo ritratti scoraggiati. Siamo i soliti inguaribili pessimisti? Decidano i lettori del Tresor. le virtù in questione sono alle pp. 795-799 della bella edizione Einaudi.

Tuttolibri - La Stampa, SABATO 21 LUGLIO 2007

G. CAPRONI, Odore marino


Il "mio" amato mare di Marsala



Questo odore marino
che mi rammenta tanto
i tuoi capelli, al primo
chiareggiato mattino.


Negli occhi ho il sole fresco
del primo mattino. Il sale
del mare...


Insieme,
come fumo d'un vino,
ci inebriava, questo
odore marino.


Sul petto ho ancora il sale
d'ostrica del primo mattino.


Giorgio Caproni