04 marzo 2019

RICETTE BEN COLLAUDATE PER DISTRARRE







Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare...

Noam Chomsky

03 marzo 2019

U. SABA, Verso casa


ph piero carbone



Verso casa

Anima, se ti pare che abbastanza
vagabondammo per giungere a sera,
vogliamo entrare nella nostra stanza,
chiuderla, e farci un po' di primavera? 


Umberto Saba,  da Trieste e una donna

02 marzo 2019

K. KRAUS VISTO DA PIERO VIOLANTE



 

         Si dice che Kraus lavorasse di notte per non essere disturbato dalla stupidità che abitava il giorno. In effetti, lavorava di notte per annotare con puntiglio maniacale ciò che la stupidità aveva prodotto e aveva consegnato trionfalmente ai giornali. Il Grande Testimone, durante la guerra, non dormì mai: la macchina della stupidità lavorava troppo a pieno ritmo perché lui si potesse distrarre. Ed eccolo ad accumulare, notte per notte, a scrivere la sua Apocalisse, l’Apocalisse del Mondo di Ieri che altri avrebbero mitizzato e che lui aveva sempre fustigato. Gli stupidi erano stati sempre lì a due passi: tra la Kartnerstrasse e la Hofburg, e la stupidità si stendeva regolare sulle colonne della «Neue Freie Presse». Sino al 1914 gli era bastato sporgersi dalla finestra per sentire il rumore della chiacchiera, il cui spettro sonoro fissava, maligno, nella Fackel, la sua rivista rosso fiammeggiante. Era convinto, come altri viennesi: Schònberg, Loos, Wittgenstein, che tutto accadesse nella lingua e che la sua corruzione indicasse la corruzione dei valori. Un tic, un lapsus, un errore: Kraus li collezionava, li sbeffeggiava, il più delle volte si indignava, ma soprattutto li esibiva come prova della corruzione. Dopo il 1914 il rumore del bavardage fu raddoppiato dal rumore dei cannoni: ma Kraus lesse quest’ultimo come il prodotto del primo e ancora una volta gli bastò sbirciare sull’angolo di Sirk (tra Kartnerstrasse e l’Opera) per scorgere la barbarie, anzi per fare di quell’angolo elegante il centro della barbarie. In fondo per Kraus la Grande Guerra si svolge tutta lì, in quell’angolo di cartapesta, davanti a quella quinta, su una passerella sulla quale scivolavano gli orrori della guerra ma soprattutto quelli che Kraus accusa come i responsabili di quegli orrori: l’imperatore, la nobiltà, i ministri, i politici, i giornalisti (la journaille), gli ebrei. Da grande satirico, Kraus fissa i tratti fisici, i gesti sociali, e soprattutto la maschera sonora di questi personaggi d’operetta che si accalcano in quell’angolo o vagano nella stanza dei Palazzi o si disperdono negli scenari di guerra. Gli ultimi giorni dell’umanità che Kraus scrive e riscrive tra il 1915 e il 1922, tragedia in cinque atti con un prologo ed un epilogo, può essere letta come un protocollo linguistico, una grande partitura che contiene la stupidità imperial-regia esemplificata in tutti i suoi registri linguistici. E Kraus stesso ad affermare che nella sua tragedia «le più crude invenzioni sono citazioni», inchiodando i suoi personaggi ad una follia vissuta come sano eroismo. La natura documentaria della tragedia illustra una singolare fedeltà ai materiali citati attraverso la tecnica del collage che mira all’esasperazione dei materiali assemblati. Il «contatto raccapricciante», come scrive Edward Timms, è la tecnica combinatoria dei materiali che deve scatenare nell’ascoltatore l’indignazione. Nel fare scivolare i suoi personaggi d’operetta, nel sorprenderli nei loro tic linguistici che sono tutt’uno con le loro scelleratezze sociali, Kraus vuole che il lettore rida e s’indigni perché la guerra l’hanno voluta tutti. Non solo la guerra è ignobile e orrenda ma è la sua lingua che dal fronte si è disseminata dentro la società. Poco meno di venti anni dopo il grande filologo Victor Klemperer - cugino di Otto, il direttore d’orchestra - epurato dai nazisti inizierà ad annotare in un suo taccuino la disseminazione del nazismo dentro la lingua tedesca per forgiare la Lingua Tertii Imperi (Ltl).
Essendo per Kraus come poi per Klemperer gli agenti principali di questa disseminazione la journaille e la burocrazia.
Negli Ultimi giorni Kraus si accanisce impietosamente con la corrispondente di guerra Alice Schalek. Nei «pezzi» di Alice dal fronte, la guerra si fa racconto nobile, eroico, sentimentale, e questo racconto fa trasparire una fascinazione che altri, in modo più sottile della Schalek, esprimeranno coniugando sangue e acciaio e preparando l’avvento del nazismo. La lingua dei giornali si identifica con la lingua della guerra: i giornali sono il luogo del discorso della guerra e per questo Kraus attacca la Schalek. Per cinque atti, per quasi settecento pagine, per otto ore in teatro, Kraus attacca chi consapevolmente o no parla la lingua della guerra avendo sempre più chiaro negli anni di scrittura e riscrittura della tragedia che in gioco nella Grande Guerra non sono l’onore o il valore ma soltanto la merce e il suo modo di produzione. Questo sterminato protocollo linguistico è il solitario, beffardo atto d’accusa di chi la guerra non l’aveva voluta ma soprattutto non l’aveva veramente mai parlata. L’ultima battuta dell’epilogo che chiude la tragedia è di Dio: «Io non l’ho voluta». E un epilogo in cui Kraus prende a modello il Faust di Goetheper affermare la forte valenza morale della sua opera e per suggerirci che Gli ultimi giorni sono l’esito infernale del furore modernizzatore di Faust. La Grande Guerra se chiuse un’epoca di stupidità ne aprì un’altra in cui la lingua della guerra-merce farà tacere le altre. Il silenzio di Kraus di nuovo quando Hitler prese il potere è la prova di una profezia inascoltata.

Piero Violante, Swinging Palermo, Sellerio Editore, Palermo, pp.156-159

M. CIMINO E IL SEPARATISMO SICILIANO SECONDO G. FOFI




Marcello Cimino con Mauro Rostagno




Marcello Cimino, la Sicilia 
e la tentazione separatista

di Goffredo Fofi [*]

Perché occuparsi oggi della storia del separatismo siciliano? Anzitutto, perché se ne sa poco o niente, i giovani ne ignorano tutto e i vecchi hanno dimenticato (i sopravvissuti) cosa è stata la storia d’Italia in guerra e in dopoguerra, e il peso che in essa hanno avuto le nostre zone di confine nella loro richiesta di una parziale autonomia, dalla Valle d’Aosta al Sud Tirolo (cioè, per l’Italia, l’Alto Adige), da quella che per molto tempo è stata chiamata Venezia Giulia, con al centro Trieste, alla Sardegna del Partito d’Azione. La richiesta di autonomia e le lotte per ottenerla sono state bensì più forti e più complesse in Sicilia che altrove, con vicende più drammatiche e complesse che altrove.
La diffidenza nei confronti del potere centrale, dello Stato Italia, è sempre stata giustificata, in Sicilia, sotto i Savoia e con una classe dirigente incapace di dar luogo alle speranze del Risorgimento soprattutto nel Sud. Si è aggiunto dopo il fascismo, nelle zone che abbiamo citato e non solo. Vale per quelle che non erano isole la vicinanza, anche linguistica, con le nazioni confinanti, mentre per la Sicilia ha pesato in alcuni la speranza di poter diventare una 49esima stella della Confederazione statunitense, alimentata dal numero di emigranti siciliani negli Usa. Nelle altre l’attrazione esercitata dalle nazioni limitrofe ha avuto un peso importante per la presenza di minoranze (non esigue!) di storia lingua cultura diverse dall’italiana, lingue e non dialetti, come quelli che pur distinguevano fortemente (e tuttora in parte distinguono) il nostro Nord dal Sud. La Sicilia, in particolare, che ha quasi tanti abitanti e un territorio quasi altrettanto vasto della Svizzera (cinque milioni contro sette, 25 mila km quadrati contro 41 mila) ed è un’isola che avrebbe ben potuto diventar nazione, ha subito nel corso della sua storia tante occupazioni diverse, e quella piemontese non è stata più dolce di altre.
La richiesta di autonomia vi è stata dunque più forte che altrove, perché i tempi – la fine di una guerra mondiale che aveva visto l’Italia schierata prima con i tedeschi e poi con gli alleati, e lo sfacelo dello Stato fascista e della nazione – sollecitò le ansie autonomistiche dell’Isola e permise la nascita di un movimento separatista molto forte. Si trattò di un movimento che aveva al suo interno componenti ancora monarchiche ma che esprimeva anche rivendicazioni d’impronta socialista, e di esso fecero parte intellettuali agguerriti e militanti con forti aspirazioni di giustizia sociale, in rapporto in particolare al potere degli agrari e alla condizione dei contadini. L’Italia continentale non ne comprese la portata e in pochi seppero vederne le interne contraddizioni, almeno fino a quando a quella storia non si è affiancato il fenomeno del banditismo, particolarmente rilevante nella vasta provincia di Palermo, e che ha avuto in Salvatore Giuliano il personaggio più rappresentativo e quello più facilmente mitizzabile e mitizzato.
Nell’immaginario dell’Italia continentale si sono facilmente confuse le azioni del banditismo (e della mafia che se ne mise progressivamente alle spalle) con quelle del separatismo, ed è per questo che abbiamo creduto opportuno tornare su questa storia per capirne meglio le diversità e l’importanza. Il nostro pianeta è in un pianeta sempre più diviso e complesso, e non sono pochi i conflitti sorti da ragioni simili a quelle di questa lontana storia, significativa per la sua originalità ma che ha anche molte analogie con altre storie, in altre aree geografiche. Il separatismo non è nato dal nulla e ha avuto le sue ragioni, e in qualche modo le ha avute anche il banditismo sociale (non solo in Sicilia, dove il suo peso è stato molto maggiore che altrove, per la sua confusione con la politica e per un fortissimo scontro tra tradizione e novità, tra il vecchio ordine agrario e padronale e le rivendicazioni di un mondo contadino insofferente di quell’ordine e della sua ingiustizia). In prima fila, una generazione di giovani reduci che tornati sull’Isola si fecero militanti e si collegarono al sindacato e ai due maggiori partiti della sinistra.
Prima di venir sconfitto dalle forze dell’ordine, il banditismo fu in Sicilia un prodotto delle tensioni presenti nel mondo contadino, ma non va dimenticato che il banditismo ebbe corso anche in grandi città come Milano (la banda Barbieri), Bologna (la banda Casaroli), Roma (la banda del Gobbo del Quarticciolo…). Il banditismo siciliano, come il separatismo a cui per un tempo venne collegato, è stato un fenomeno molto più complesso, e dunque molto più rivelatore di ogni storica forma di banditismo sociale e merita studi e riflessioni importanti. Ne sappiamo bensì, perfino nella Sicilia di oggi, troppo poco, e né i libri di storia del periodo gli hanno dedicato più di qualche paragrafo, anche se a queste dimenticanze o titubanze hanno rimediato storici di valore come Francesco Renda, Salvatore Lupo e pochi altri, e ha cercato di rimediare un regista come Francesco Rosi con il suo Salvatore Giuliano. Ma citiamo Cimino, dal secondo saggio raccolto in questo volume: «La scelta unitaria che i partiti della sinistra fecero in Sicilia sin dal 1943 consegnò all’egemonia baronale il movimento per l’indipendenza siciliana che pure comprendeva forti spinte rivoluzionarie di ispirazione nazionalistico-popolare col risultato che, come già in passato tante volte era accaduto, esso fu strumentalizzato per i propri fini conservatori dai grandi proprietari terrieri pronti come sempre a tradirlo per accodarsi con gli esterni dominatori non appena ottenuta la garanzia dei propri interessi e privilegi. Il tradimento si ripeté ancora una volta fra il 1945 e il 1946 allorché apparve chiaro che nessun vento del Nord – come allora si diceva – avrebbe soffiato rivoluzione in Sicilia, e che anzi dal ripristinato potere del governo italiano sarebbe venuta ancora una volta protezione contro le rivolte popolari e in primo luogo contro il movimento dei contadini».

Marcello Cimino ha rappresentato in questo quadro un’eccezione bellissima, con scritti acuti e appassionati. Più che uno storico egli è stato un grande giornalista del gruppo di “L’Ora”, il quotidiano palermitano della sera che, diretto da Vittorio Nisticò, ha avuto un ruolo fondamentale nella vita politica e culturale dell’Isola e anzitutto della sua capitale, negli anni della ricostruzione, fin dentro quelli del miracolo economico. Cimino (1920-1989) ha rievocato le sue esperienze politiche e professionali in un libro-intervista di Michele Perriera, Vita e morte di un comunista soave (Sellerio1990), uscito poco dopo la sua morte. E di lui ha raccontato la sua straordinaria compagna, Giuliana Saladino (1925-1999), anche lei giornalista, autrice di un’inchiesta sull’omicidio per mano mafiosa del giornalista Mauro De Mauro, nel 1970 (De Mauro, una cronaca palermitana, 1972), ma anche di Terra di rapina (1977) e del bellissimo Romanzo civile del 2000.  Figlia di Marcello e Giuliana, Marta Cimino, scomparsa nel 2024, è stata una delle animatrici del “movimento dei lenzuoli” e del risveglio palermitano successivo agli atroci omicidi mafiosi di Falcone e Borsellino, nel 1992.
Il volume che presentiamo raccoglie due testi dedicati da Cimino alla storia e al destino del movimento separatista. Il secondo è un vero e proprio studio storico, un’analisi compiuta e solida che non nasconde le sue convinzioni di parte, oggettiva al massimo ma mossa dalla volontà di capire e raccontare che è di un intellettuale militante, iscritto al Partito comunista italiano che, nel meglio, ha saputo rappresentare più a lungo e con più determinazione gli interessi dei contadini e dei proletari dell’Isola, nei primi anni del dopoguerra insieme al Partito socialista. È uscito in volume presso la casa editrice Flaccovio (che è stata anche libreria, e tra le librerie “storiche” di Palermo e dell’Isola) nel 1977, con il titolo di Fine di una nazione, avendo per sottotitolo Che cosa non è, che cosa può essere la Sicilia dopo il ‘43. Tornare al passato per meglio ragionare sul presente e, se possibile indirizzarlo…
Marcello Cimino con Mauro Rostagno
È il primo che ci sembra oggi più originale e più appassionante, poiché si tratta di una inchiesta decisamente politica, uscita a puntate su “L’Ora” esattamente nei giorni 5, 8, 10,12, 15, 21, 24, 29  marzo e 1 aprile del 1966, a soli dieci anni o poco più dai fatti narrati, da una storia che Cimino ha saputo ricostruire insieme – questa l’originalità e l’importanza del suo lavoro – ai protagonisti della storia del separatismo e della storia della Sicilia negli anni del dopoguerra che, come è ben noto, cominciano in Sicilia due anni prima del 25 aprile del 1945. Ma su questo è bene affidarsi alla lettura dell’inchiesta, rilevando come Cimino sia riuscito a intervistare anche coloro che, come Ferruccio Parri, politico e militante di grandissima dirittura morale, decisero della messa fuori legge del movimento e furono tra i responsabili dell’invio al confine – su una di quelle isole da cui venivano proprio allora liberati coloro che vi erano stati rinchiusi dal fascismo! In sostanza: la preoccupazione o paura di un’indipendenza siciliana che la staccasse del tutto dall’Italia (sottoposta peraltro alla protezione statunitense, ché gli Usa, sarebbero stati ben felici di avere nel cuore del Mediterraneo una loro base, più o meno come le Hawaii, in vista di una “guerra fredda” a venire), e che avrebbe forse potuto dare idee ed esempio ad altre regioni, dalla Sardegna alla Val d’Aosta, all’Alto Adige… Con l’onestà e la franchezza che gli erano proprie, Parri non si sottrae a ragionare sul bene e il male della decisione presa più di quindici anni prima. Che non erano poi molti, se perfino io, giovane “immigrato” in Sicilia al seguito di Danilo Dolci, ho potuto conoscere personaggi rilevanti della storia di quegli anni, come l’avvocato Varvaro e l’avvocato Taormina, che furono tra i difensori di Dolci e dei disoccupati dello “sciopero a rovescia” di Partinico delle prime settimane del 1956. (Non è un caso se buona parte dei dirigenti e dei membri del movimento separatista, quella più rigorosa, non contaminata e conquistata alla mafia, confluì con lo sciogliersi del movimento nel Pci o nel Psi.)
Ho conosciuto, e ne sono orgoglioso, anche Cimino, e ricordo in particolare l’inchiesta che egli fece sui “carusi” delle solfatare dell’interno della provincia, le discussioni con lui dopo aver visitato al seguito di Dolci quelle di Lercara e di Gessolungo. Ma ricordo soprattutto la moglie Giuliana, vista l’ultima volta quand’era assessore alla cultura del primo governo Orlando della città. Ho preso molto marginalmente parte a qualcuna delle imprese di quel valoroso gruppo di intellettuali e militanti che, con ostinazione e intelligenza e spesso con vero coraggio e grande intelligenza, hanno fatto di Palermo la città che è diventata, esemplare per vitalità e democrazia. Di questa Palermo, Cimino, che doveva essere più tardi responsabile dell’archivio storico dell’Istituto Gramsci siciliano, è stato uno dei protagonisti maggiori, e il libro di Perriera aiuta ad apprezzarne l’intelligenza, l’onestà, il coraggio, anche a coloro che non l’hanno conosciuto.
Dobbiamo all’altra figlia di Marcello e Giuliana, Giuditta, amica generosa e cordiale, giustamente orgogliosa dei suoi genitori, la possibilità di mettere a disposizione dei nostri pochi ma esigenti lettori, le pagine di una storia dimenticata e istruttiva, di quelle che i libri di storia trascurano e che a noi sembra invece importante, e avvincente.

Testo ripreso da Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019

[*] Si pubblica in anteprima per gentile concessione dell’editore e di Giuditta Cimino la Prefazione che Goffredo Fofi ha scritto al volume di Marcello Cimino, Storia del separatismo siciliano (1943-47), in uscita da Edizioni dell’Asino.

GIOVANNI PIRELLI, un uomo d'altri tempi



Un socialista di sinistra antidogmatico e libertario che tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha offerto un contributo fondamentale al rinnovamento della cultura di sinistra del nostro paese. «Vita di Giovanni Pirelli», di Mariamargherita Scotti.


Giuseppe Muraca

La militanza inquieta di un protagonista dalla parte degli ultimi

Dopo vari anni di ricerca condotta in diversi archivi e arricchita dalla raccolta di molte testimonianze orali inedite, esce per Donzelli editore (pp. 290, euro 27) Vita di Giovanni Pirelli di Mariamargherita Scotti, un libro molto singolare in cui la studiosa pisana ricostruisce con grande rigore e con intensa passione civile il percorso umano e culturale di uno degli intellettuali più rappresentativi e affascinanti della seconda metà del Novecento, inquadrandolo nel contesto della società italiana del suo tempo.

Nato nel 1918 a Velate Varesino e morto nel 1973 a Sampierdarena, in seguito a un grave incidente stradale, e figlio di uno dei maggiori capitani d’industria del nostro paese, Giovanni Pirelli dopo il trauma della seconda guerra mondiale e della Resistenza, a cui ha partecipato in prima persona, si è iscritto al Partito socialista di unità proletaria (poi Psi) e nel 1948 ha rinunciato alla primogenitura abbandonando l’impresa di famiglia per dedicarsi interamente all’attività culturale e politica. In seguito a questo strappo dalla sua classe d’origine, egli è stato sottoposto a continui attacchi da parte della stampa conservatrice che lo ha sempre considerato un «traditore», a dimostrazione che per lui la conquista dell’indipendenza è stato un processo molto travagliato e problematico.
In genere Pirelli viene ricordato per aver curato (insieme a Piero Malvezzi) le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana ed europea (1952, 1954), ma è stato anche un autentico scrittore, uno sceneggiatore, un grande organizzatore culturale e un mecenate che nel corso della sua instancabile e multiforme attività intellettuale ha prodotto tantissime opere letterarie e artistiche e ha finanziato e aiutato numerosi progetti politici, istituzioni culturali che hanno segnato la storia della cultura italiana: dal quotidiano socialista «L’Avanti!» al Piccolo Teatro di Milano, dall’Istituto Morandi alla Casa editrice Einaudi, dalle Edizioni Avanti ai «Quaderni Rossi», dal Centro Franz Fanon all’Istituto Ernesto De Martino e via di seguito.

Amico di Vittorini, Guttuso, Luigi Nono, Gianni Bosio e ancora di Raniero Panzieri, Franco Fortini, Luciano Della Mea, Piergiorgio Bellocchio, Franz Fanon, Amilcar Cabral e di tanti altri intellettuali e politici italiani e stranieri, egli ha rappresentato la figura di un intellettuale militante inquieto e tormentato, di un socialista di sinistra antidogmatico e libertario che tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha offerto un contributo fondamentale al rinnovamento della cultura di sinistra del nostro paese, rimanendo fedele ai valori della Resistenza e sostenendo le lotte per la liberazione degli sfruttati e dei popoli del terzo mondo, a cui ha dedicato molte delle sue energie e delle sue risorse finanziarie.

«Ricordatevi» ha scritto nell’Introduzione delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea, «che la Resistenza non è affatto finita con la disfatta del fascismo. È continuata e continua contro tutto ciò che sopravvive di quella mentalità, di quei metodi; contro qualsiasi sistema che dà a pochi il potere di decidere per tutti. Continua nella lotta dei popoli soggetti al colonialismo, all’imperialismo, per la loro effettiva indipendenza. Continua nella lotta contro il razzismo».
Dalle pagine del bellissimo libro di Scotti emerge appunto l’immagine di un uomo e di un intellettuale davvero unico, capace di compiere nel corso della sua vita delle scelte umane e politiche radicali. Nel suo breve Autoritratto ecco che cosa ha scritto: «La storia della mia vita, dalla guerra in poi, altro non è che la storia di uno – di origine borghese, di formazione intellettuale – che cerca una risposta alla domanda: da che parte sto?»

E lui a un certo punto della sua esistenza ha deciso di stare e di lottare dalla parte degli sfruttati e degli oppressi, tanto che per lui vale probabilmente quanto ha scritto Cesare Bermani alla fine di un suo denso profilo: «Se oggi ripenso a Giovanni debbo confessare che, in questo Paese così intriso di conservatorismo, mi sembra essere stato l’unico autentico rivoluzionario che io abbia conosciuto».

Il manifesto – 16 gennaio 2019

GREEN BOOK AL CINEMA







L'altra sera a Palermo ho visto un bel film che consiglio di vedere a tutti.

Green Book. Occhi sulla strada

Green Book è un film sulla distanza, intesa in molti sensi.
Distanza come chilometri: quelli che Frank “Tony Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen) e Don “Doc” Shirley (Mahershala Ali) percorrono in macchina, per otto settimane, nel 1962, partendo da New York per arrivare fino in Alabama.
Distanza come differenza di classe. Tony è un buttafuori italoamericano che sbarca il lunario campando perlopiù di espedienti; ha due figli e una moglie che si sente trascurata, a cui ridona il sorriso vincendo 26 dollari in una gara a chi mangia più hot dog. Don è un musicista afroamericano colto e benestante che suona il pianoforte in modo sopraffino. Ha bisogno di un autista che lo scorti per un tour nel Midwest e nel Deep South dell’America, dove ai neri non è permesso frequentare gli stessi posti dei bianchi.
Ecco che per intraprendere il viaggio si fa necessario il Green Book in cui sono indicati i ristoranti, gli alberghi, i locali in cui non vi è discriminazione, i posti in cui agli afroamericani è consentito accedere. The Negro Motorist Green Book è una guida per viaggiatori realmente esistita (pubblicata annualmente dal 1936 fino alla metà degli anni ’60), come reali sono i fatti a cui si è ispirato Peter Farrelly per girare il film.
In Green Book si parla così di distanza geografica, sociale, «razziale» ma anche di distanza emotiva. Ed è proprio partendo dal confronto emotivo, quindi da un terreno di parità, di congiunzione, che Tony e Don potranno incontrarsi, e ripensare le propria vita attraverso gli occhi dell’altro, fino a gettare le basi di una amicizia significativa.
Don insegnerà a Tony il valore della parola. Gli insegnerà l’ambizione, tenterà di impartirgli delle “ripetizioni” di onestà. Tony insegnerà a Don ad aprirsi e ad affrontare la propria solitudine. Alla fine, il viaggio servirà a entrambi, ma sarà utile soprattutto a Don. Scendere dal trono dei privilegi apparenti (è precisamente un trono quello in cui siede Mahershala Ali alla sua prima apparizione nel film), per avere un confronto diretto con sé stessi e con il sistema sociale è il primo passo in direzione della libertà.
Green Book è un film che racconta anche le distanze interne alla comunità, racconta cosa significa posare gli occhi sulla propria gente e maturare una coscienza politica: «Il mondo è pieno di gente sola che ha paura di fare la prima mossa».
È stratificando il tema, imbevendone costantemente i contorni nella commedia, che Peter Farrelly consegna la sua lezione di umanità allo spettatore. Una lezione innanzitutto sentimentale, che ha l’afflato di mostrare che la difformità può essere non solo esplorata e ammessa ma anche ripensata.
Quasi trent’anni dopo A spasso con Daisy, un altro road movie garbato ma deciso nel voler buttar giù certe barriere conquista gli Oscar: miglior film, migliore attore non protagonista (Mahershala Ali) e migliore sceneggiatura originale.
Segno che il cinema classico ben fatto gode di un effetto imperituro, segno che Hollywood desidera rimarcare quante più volte possibile il concetto di accoglienza; segno che il tempo ha portato alcune conquiste — la persona seduta comodamente sul sedile di dietro dell’auto, nel 1962 ma la suggestione vale anche al presente, è un nero che insegna la lingua al bianco al volante — ma come Don raccomanda ogni volta che Tony si distrae o parla troppo: «eyes on the road».

Pezzo ripreso da  http://www.minimaetmoralia.it/wp/green-book-occhi-sulla-strada/

01 marzo 2019

UOMINI E MASCHERE


Gian Emilio Malerba, Maschere (1922).


L'uomo è poco se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità.

 Oscar Wilde, Il critico come artista