02 marzo 2019

M. CIMINO E IL SEPARATISMO SICILIANO SECONDO G. FOFI




Marcello Cimino con Mauro Rostagno




Marcello Cimino, la Sicilia 
e la tentazione separatista

di Goffredo Fofi [*]

Perché occuparsi oggi della storia del separatismo siciliano? Anzitutto, perché se ne sa poco o niente, i giovani ne ignorano tutto e i vecchi hanno dimenticato (i sopravvissuti) cosa è stata la storia d’Italia in guerra e in dopoguerra, e il peso che in essa hanno avuto le nostre zone di confine nella loro richiesta di una parziale autonomia, dalla Valle d’Aosta al Sud Tirolo (cioè, per l’Italia, l’Alto Adige), da quella che per molto tempo è stata chiamata Venezia Giulia, con al centro Trieste, alla Sardegna del Partito d’Azione. La richiesta di autonomia e le lotte per ottenerla sono state bensì più forti e più complesse in Sicilia che altrove, con vicende più drammatiche e complesse che altrove.
La diffidenza nei confronti del potere centrale, dello Stato Italia, è sempre stata giustificata, in Sicilia, sotto i Savoia e con una classe dirigente incapace di dar luogo alle speranze del Risorgimento soprattutto nel Sud. Si è aggiunto dopo il fascismo, nelle zone che abbiamo citato e non solo. Vale per quelle che non erano isole la vicinanza, anche linguistica, con le nazioni confinanti, mentre per la Sicilia ha pesato in alcuni la speranza di poter diventare una 49esima stella della Confederazione statunitense, alimentata dal numero di emigranti siciliani negli Usa. Nelle altre l’attrazione esercitata dalle nazioni limitrofe ha avuto un peso importante per la presenza di minoranze (non esigue!) di storia lingua cultura diverse dall’italiana, lingue e non dialetti, come quelli che pur distinguevano fortemente (e tuttora in parte distinguono) il nostro Nord dal Sud. La Sicilia, in particolare, che ha quasi tanti abitanti e un territorio quasi altrettanto vasto della Svizzera (cinque milioni contro sette, 25 mila km quadrati contro 41 mila) ed è un’isola che avrebbe ben potuto diventar nazione, ha subito nel corso della sua storia tante occupazioni diverse, e quella piemontese non è stata più dolce di altre.
La richiesta di autonomia vi è stata dunque più forte che altrove, perché i tempi – la fine di una guerra mondiale che aveva visto l’Italia schierata prima con i tedeschi e poi con gli alleati, e lo sfacelo dello Stato fascista e della nazione – sollecitò le ansie autonomistiche dell’Isola e permise la nascita di un movimento separatista molto forte. Si trattò di un movimento che aveva al suo interno componenti ancora monarchiche ma che esprimeva anche rivendicazioni d’impronta socialista, e di esso fecero parte intellettuali agguerriti e militanti con forti aspirazioni di giustizia sociale, in rapporto in particolare al potere degli agrari e alla condizione dei contadini. L’Italia continentale non ne comprese la portata e in pochi seppero vederne le interne contraddizioni, almeno fino a quando a quella storia non si è affiancato il fenomeno del banditismo, particolarmente rilevante nella vasta provincia di Palermo, e che ha avuto in Salvatore Giuliano il personaggio più rappresentativo e quello più facilmente mitizzabile e mitizzato.
Nell’immaginario dell’Italia continentale si sono facilmente confuse le azioni del banditismo (e della mafia che se ne mise progressivamente alle spalle) con quelle del separatismo, ed è per questo che abbiamo creduto opportuno tornare su questa storia per capirne meglio le diversità e l’importanza. Il nostro pianeta è in un pianeta sempre più diviso e complesso, e non sono pochi i conflitti sorti da ragioni simili a quelle di questa lontana storia, significativa per la sua originalità ma che ha anche molte analogie con altre storie, in altre aree geografiche. Il separatismo non è nato dal nulla e ha avuto le sue ragioni, e in qualche modo le ha avute anche il banditismo sociale (non solo in Sicilia, dove il suo peso è stato molto maggiore che altrove, per la sua confusione con la politica e per un fortissimo scontro tra tradizione e novità, tra il vecchio ordine agrario e padronale e le rivendicazioni di un mondo contadino insofferente di quell’ordine e della sua ingiustizia). In prima fila, una generazione di giovani reduci che tornati sull’Isola si fecero militanti e si collegarono al sindacato e ai due maggiori partiti della sinistra.
Prima di venir sconfitto dalle forze dell’ordine, il banditismo fu in Sicilia un prodotto delle tensioni presenti nel mondo contadino, ma non va dimenticato che il banditismo ebbe corso anche in grandi città come Milano (la banda Barbieri), Bologna (la banda Casaroli), Roma (la banda del Gobbo del Quarticciolo…). Il banditismo siciliano, come il separatismo a cui per un tempo venne collegato, è stato un fenomeno molto più complesso, e dunque molto più rivelatore di ogni storica forma di banditismo sociale e merita studi e riflessioni importanti. Ne sappiamo bensì, perfino nella Sicilia di oggi, troppo poco, e né i libri di storia del periodo gli hanno dedicato più di qualche paragrafo, anche se a queste dimenticanze o titubanze hanno rimediato storici di valore come Francesco Renda, Salvatore Lupo e pochi altri, e ha cercato di rimediare un regista come Francesco Rosi con il suo Salvatore Giuliano. Ma citiamo Cimino, dal secondo saggio raccolto in questo volume: «La scelta unitaria che i partiti della sinistra fecero in Sicilia sin dal 1943 consegnò all’egemonia baronale il movimento per l’indipendenza siciliana che pure comprendeva forti spinte rivoluzionarie di ispirazione nazionalistico-popolare col risultato che, come già in passato tante volte era accaduto, esso fu strumentalizzato per i propri fini conservatori dai grandi proprietari terrieri pronti come sempre a tradirlo per accodarsi con gli esterni dominatori non appena ottenuta la garanzia dei propri interessi e privilegi. Il tradimento si ripeté ancora una volta fra il 1945 e il 1946 allorché apparve chiaro che nessun vento del Nord – come allora si diceva – avrebbe soffiato rivoluzione in Sicilia, e che anzi dal ripristinato potere del governo italiano sarebbe venuta ancora una volta protezione contro le rivolte popolari e in primo luogo contro il movimento dei contadini».

Marcello Cimino ha rappresentato in questo quadro un’eccezione bellissima, con scritti acuti e appassionati. Più che uno storico egli è stato un grande giornalista del gruppo di “L’Ora”, il quotidiano palermitano della sera che, diretto da Vittorio Nisticò, ha avuto un ruolo fondamentale nella vita politica e culturale dell’Isola e anzitutto della sua capitale, negli anni della ricostruzione, fin dentro quelli del miracolo economico. Cimino (1920-1989) ha rievocato le sue esperienze politiche e professionali in un libro-intervista di Michele Perriera, Vita e morte di un comunista soave (Sellerio1990), uscito poco dopo la sua morte. E di lui ha raccontato la sua straordinaria compagna, Giuliana Saladino (1925-1999), anche lei giornalista, autrice di un’inchiesta sull’omicidio per mano mafiosa del giornalista Mauro De Mauro, nel 1970 (De Mauro, una cronaca palermitana, 1972), ma anche di Terra di rapina (1977) e del bellissimo Romanzo civile del 2000.  Figlia di Marcello e Giuliana, Marta Cimino, scomparsa nel 2024, è stata una delle animatrici del “movimento dei lenzuoli” e del risveglio palermitano successivo agli atroci omicidi mafiosi di Falcone e Borsellino, nel 1992.
Il volume che presentiamo raccoglie due testi dedicati da Cimino alla storia e al destino del movimento separatista. Il secondo è un vero e proprio studio storico, un’analisi compiuta e solida che non nasconde le sue convinzioni di parte, oggettiva al massimo ma mossa dalla volontà di capire e raccontare che è di un intellettuale militante, iscritto al Partito comunista italiano che, nel meglio, ha saputo rappresentare più a lungo e con più determinazione gli interessi dei contadini e dei proletari dell’Isola, nei primi anni del dopoguerra insieme al Partito socialista. È uscito in volume presso la casa editrice Flaccovio (che è stata anche libreria, e tra le librerie “storiche” di Palermo e dell’Isola) nel 1977, con il titolo di Fine di una nazione, avendo per sottotitolo Che cosa non è, che cosa può essere la Sicilia dopo il ‘43. Tornare al passato per meglio ragionare sul presente e, se possibile indirizzarlo…
Marcello Cimino con Mauro Rostagno
È il primo che ci sembra oggi più originale e più appassionante, poiché si tratta di una inchiesta decisamente politica, uscita a puntate su “L’Ora” esattamente nei giorni 5, 8, 10,12, 15, 21, 24, 29  marzo e 1 aprile del 1966, a soli dieci anni o poco più dai fatti narrati, da una storia che Cimino ha saputo ricostruire insieme – questa l’originalità e l’importanza del suo lavoro – ai protagonisti della storia del separatismo e della storia della Sicilia negli anni del dopoguerra che, come è ben noto, cominciano in Sicilia due anni prima del 25 aprile del 1945. Ma su questo è bene affidarsi alla lettura dell’inchiesta, rilevando come Cimino sia riuscito a intervistare anche coloro che, come Ferruccio Parri, politico e militante di grandissima dirittura morale, decisero della messa fuori legge del movimento e furono tra i responsabili dell’invio al confine – su una di quelle isole da cui venivano proprio allora liberati coloro che vi erano stati rinchiusi dal fascismo! In sostanza: la preoccupazione o paura di un’indipendenza siciliana che la staccasse del tutto dall’Italia (sottoposta peraltro alla protezione statunitense, ché gli Usa, sarebbero stati ben felici di avere nel cuore del Mediterraneo una loro base, più o meno come le Hawaii, in vista di una “guerra fredda” a venire), e che avrebbe forse potuto dare idee ed esempio ad altre regioni, dalla Sardegna alla Val d’Aosta, all’Alto Adige… Con l’onestà e la franchezza che gli erano proprie, Parri non si sottrae a ragionare sul bene e il male della decisione presa più di quindici anni prima. Che non erano poi molti, se perfino io, giovane “immigrato” in Sicilia al seguito di Danilo Dolci, ho potuto conoscere personaggi rilevanti della storia di quegli anni, come l’avvocato Varvaro e l’avvocato Taormina, che furono tra i difensori di Dolci e dei disoccupati dello “sciopero a rovescia” di Partinico delle prime settimane del 1956. (Non è un caso se buona parte dei dirigenti e dei membri del movimento separatista, quella più rigorosa, non contaminata e conquistata alla mafia, confluì con lo sciogliersi del movimento nel Pci o nel Psi.)
Ho conosciuto, e ne sono orgoglioso, anche Cimino, e ricordo in particolare l’inchiesta che egli fece sui “carusi” delle solfatare dell’interno della provincia, le discussioni con lui dopo aver visitato al seguito di Dolci quelle di Lercara e di Gessolungo. Ma ricordo soprattutto la moglie Giuliana, vista l’ultima volta quand’era assessore alla cultura del primo governo Orlando della città. Ho preso molto marginalmente parte a qualcuna delle imprese di quel valoroso gruppo di intellettuali e militanti che, con ostinazione e intelligenza e spesso con vero coraggio e grande intelligenza, hanno fatto di Palermo la città che è diventata, esemplare per vitalità e democrazia. Di questa Palermo, Cimino, che doveva essere più tardi responsabile dell’archivio storico dell’Istituto Gramsci siciliano, è stato uno dei protagonisti maggiori, e il libro di Perriera aiuta ad apprezzarne l’intelligenza, l’onestà, il coraggio, anche a coloro che non l’hanno conosciuto.
Dobbiamo all’altra figlia di Marcello e Giuliana, Giuditta, amica generosa e cordiale, giustamente orgogliosa dei suoi genitori, la possibilità di mettere a disposizione dei nostri pochi ma esigenti lettori, le pagine di una storia dimenticata e istruttiva, di quelle che i libri di storia trascurano e che a noi sembra invece importante, e avvincente.

Testo ripreso da Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019

[*] Si pubblica in anteprima per gentile concessione dell’editore e di Giuditta Cimino la Prefazione che Goffredo Fofi ha scritto al volume di Marcello Cimino, Storia del separatismo siciliano (1943-47), in uscita da Edizioni dell’Asino.

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