04 aprile 2019

GRAMSCI NEL NUMERO PASQUALE DI POLIEDRO




Sul nuovo numero di POLIEDRO è stato pubblicato un mio articolo su ANTONIO GRAMSCI.
Di seguito potete leggere un brano dell'articolo senza le note e l'indicazione delle pagine dei testi citati:


 ÈLITE E POPOLO IN GRAMSCI
 Francesco Virga




Lo studio dei “gruppi sociali subalterni” ha occupato il pensiero e l’azione di Antonio Gramsci (1891-1937), dagli anni giovanili fino all’ultimo dei suoi giorni in carcere. Non è un caso che uno degli ultimi suoi Quaderni abbia questo titolo: Ai margini della storia (Storia dei gruppi sociali subalterni).

Si tratta di uno dei cosiddetti quaderni speciali in cui lo stesso Gramsci, negli ultimi anni di carcere, prima che il suo stato di salute si aggravasse, ha cercato di ordinare i suoi appunti sparsi nei primi quaderni miscellanei in cui annotava di tutto. In questo quaderno Gramsci si sofferma ad analizzare alcuni studi del suo tempo intorno alla figura di Davide Lazzaretti e a dare alcune importanti indicazioni metodologiche al futuro «storico integrale» sul modo giusto, dal suo punto di vista, di porsi di fronte alla storia.

Fin dalle sue prime righe il sardo coglie acutamente il difetto principale di tali studi:


« questo era il costume culturale del tempo: invece di studiare le origini di un avvenimento collettivo, e le ragioni del suo diffondersi, del suo essere collettivo, si isolava il protagonista e ci si limitava a farne la biografia patologica, troppo spesso prendendo le mosse da motivi non accertati o interpretabili in modo diverso: per una élite sociale, gli elementi dei gruppi subalterni hanno sempre alcunché di barbarico e di patologico».(le sottolineature dei testi citati sono mie)


Ecco perché non si è compresa la ragione vera del successo avuto da Davide Lazzaretti nel 1870 tra i contadini e i pastori del monte Amiata, prima della sua brutale eliminazione fisica compiuta dagli apparati repressivi dello Stato. La verità è che si voleva nascondere il grande malessere sociale che regnava in Italia in quel periodo. La stessa cosa, aggiunge Gramsci, è avvenuta più in grande per il brigantaggio meridionale. Malessere sociale accresciuto anche dal fatto che, al Governo del nuovo Stato unitario, erano andate da due anni le sinistre suscitando nel popolo speranze e aspettative presto deluse.

E’ interessante anche notare l’attenzione prestata da Gramsci alla presenza di elementi e motivi religiosi nel movimento di protesta guidato dal Lazzaretti. Particolarmente significativo appare ai suoi occhi il fatto che la bandiera usata da Davide, nel corso delle sue manifestazioni, era rossa con la scritta «La Repubblica e il regno di Dio». E qui non si può non citare quanto aveva scritto due anni prima, in un contesto completamente diverso, anche per mostrare come, dietro la scrittura frammentaria del sardo, ci sia una unità ed una forte coerenza interna:


 «la religione è la più gigantesca utopia, cioè la più gigantesca metafisica, apparsa nella storia, poiché essa è il tentativo più grandioso di conciliare in forma mitologica le contraddizioni reali della vita storica: essa afferma […] che l’uomo ha la stessa natura […], in quanto creato da Dio, figlio di Dio, perciò fratello degli altri uomini, libero fra gli altri e come gli altri uomini, […] e che tale egli si può concepire specchiandosi in Dio, «autocoscienza» dell’umanità, ma afferma anche che tutto ciò non è di questo mondo e per questo mondo, ma di un altro (- utopico -). Così le idee di uguaglianza, di fraternità, di libertà fermentano tra gli uomini, in quegli strati di uomini che non si vedono né uguali, né fratelli di altri uomini, né liberi nei loro confronti. Così è avvenuto che in ogni sommovimento radicale delle moltitudini, in un modo o nell’altro, sotto forme e ideologie determinate, siano state poste queste rivendicazioni»

Tornando al Quaderno intitolato Ai margini della storia, rimasto purtroppo incompiuto, Gramsci fornisce delle utili indicazioni metodologiche che pochi storici hanno saputo raccogliere e mettere in pratica. Così, dopo aver notato che i gruppi subalterni subiscono quasi sempre l’iniziativa dei gruppi dominanti, anche quando si ribellano e insorgono, invita «lo storico integrale» a cercare e valorizzare ogni traccia di iniziativa autonoma dei gruppi subalterni.

Inoltre, riprendendo una delle sue precedenti note sulla storia del Risorgimento scrive: « La borghesia italiana non seppe unificare intorno a sé il popolo e questa fu la causa delle sue sconfitte e delle interruzioni del suo sviluppo. Anche nel Risorgimento tale egoismo ristretto impedì una rivoluzione rapida e vigorosa come quella francese. Ecco una delle quistioni più importanti e delle cause di difficoltà più gravi nel fare la storia dei gruppi sociali subalterni e quindi della storia senz’altro».

 Ma Gramsci non ha scoperto in carcere le classi subalterne. Le ha conosciute, fin da ragazzo nella sua isola, e ha lavorato a fianco con loro nel periodo dei suoi studi a Torino e della sua militanza giovanile nel partito socialista.In un articolo dell’agosto 1918, pubblicato su Il Grido del Popolo, Antonio Gramsci anticipa concetti che riprenderà negli anni successivi:


« L’educazione, la cultura, l’organizzazione diffusa del sapere e dell’esperienza, è l’indipendenza delle masse dagli intellettuali. La fase più intelligente della lotta contro il dispotismo degli intellettuali di carriera e delle competenze per diritto divino, è costituita dall’opera per intensificare la cultura, per approfondire la consapevolezza. E quest’opera non si può rimandare a domani, a quando saremo liberi politicamente. E’ essa stessa libertà , è essa stessa stimolo all’azione e condizione dell’azione».

La rivista creata l’anno successivo a Torino, L’ ORDINE NUOVO. Rassegna settimanale di cultura socialista, doveva servire proprio a questo: educare, fornire agli operai torinesi un mezzo per liberarsi dal «dispotismo degli intellettuali di carriera». Ecco perché nel gennaio del 1920 si difende con passione dall’accusa di avere pubblicato articoli ‘difficili’:

«Purtroppo gli operai e i contadini sono stati considerati a lungo come dei bambini che hanno bisogno di essere guidati dappertutto, in fabbrica e sul campo, dal pugno di ferro del padrone che li stringe alla nuca, nella vita politica dalla parola roboante e melliflua dei demagoghi incantatori. Nel campo della cultura poi, operai e contadini sono stati e sono ancora considerati dai più come una massa di negri che si può facilmente accontentare con della paccottiglia, con delle perle false e con dei fondi di bicchiere, riserbando agli eletti i diamanti e le altre merci di valore. Non v’è nulla di più inumano e antisocialista di questa concezione. Se vi è nel mondo qualcosa che ha un valore per sé, tutti sono degni e capaci di goderne. Non vi sono né due verità, né due diversi modi di discutere. Non vi è nessun motivo per cui un lavoratore debba essere incapace di giungere a gustare un canto di Leopardi più di una chitarrata, supponiamo, di Felice Cavallotti o di un altro poeta “popolare”, una sinfonia di Beethoven più di una canzone di Piedigrotta. E non vi è nessun motivo per cui, rivolgendosi a operai e contadini, trattando i problemi che li riguardano così da vicino come quelli dell’organizzazione della loro comunità, si debba usare un tono minore, diverso da quello che a siffatti problemi si conviene. Volete che chi è stato fino a ieri uno schiavo diventi un uomo? Incominciate a trattarlo, sempre, come un uomo, e il più grande passo in avanti sarà già fatto».

Nei brani sopra citati si trova in nuce, insieme alla sua idea di partito come intellettuale collettivo, l’analisi critica compiuta in carcere, tra il 1929 e il 1935, sul ruolo svolto dagli intellettuali nella storia nazionale. Ad una società che ha fatto degli intellettuali una ‘casta’, Gramsci contrappone il progetto di una società, senza caste e senza classi, in cui tutti possano diventare intellettuali. In una pagina dei Quaderni Gramsci è particolarmente chiaro al riguardo:

«Bisogna proprio dire che i primi ad essere dimenticati sono proprio i primi elementi, le cose più elementari […] Primo elemento è che esistono davvero governati e governanti, dirigenti e diretti. Tutta la scienza e l’arte politica si basano su questo fatto […] Nel formare i dirigenti è fondamentale la premessa: si vuole che ci siano sempre governati e governanti, oppure si vogliono creare le condizioni in cui la necessità dell’esistenza di questa divisione sparisca? Cioè si parte dalla premessa della perpetua divisione del genere umano o si crede che essa sia solo un fatto storico rispondente a certe condizioni? […] per certi partiti è vero il paradosso che essi sono compiuti e formati quando non esistono più, cioè quando la loro esistenza è diventata storicamente inutile. Così, poiché ogni partito non è che una nomenclatura di classe, è evidente che per il partito che si propone di annullare le divisioni in classi, la sua perfezione e compiutezza consiste nel non esistere più». 

 E’ un brano questo in cui Gramsci utilizza magistralmente la coppia dialettica realtà/possibilità per spiegare dove vuole arrivare: da un lato riconosce la realtà effettuale delle cose – il genere umano è diviso, esistono realmente dirigenti e diretti – ma insieme mostra la possibilità di cambiare questo stato di cose. Non a caso, in un’altra nota dei Quaderni scrive: ‘Occorre violentemente attirare l’attenzione sul presente così com’è se si vuole trasformarlo’
Il realismo rivoluzionario di Gramsci è sostenuto anche da un altro principio della sua ‘filosofia della praxis’. Questo si trova chiaramente espresso in una famosa nota dei Quaderni in cui si afferma che tutti gli uomini sono potenzialmente filosofi:

 « Occorre distruggere il pregiudizio che la filosofia sia alcunché di molto difficile per il fatto che essa è una attività propria di una determinata categoria di scienziati, dei filosofi professionali o sistematici. Occorrerà pertanto dimostrare che tutti gli uomini sono filosofi, definendo i limiti e i caratteri di questa filosofia [«spontanea»] di «tutto il mondo», cioè il senso comune e la religione».

Ma torniamo a parlare della casta degli intellettuali. Gramsci è stato spietato con loro.In una nota dei Quaderni arriva a definire gli "intellettuali puri" dei "puri asini". La storia nazionale mostra che sono stati sempre lontani dal popolo, «più legati ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano». Questo perché la cultura in Italia, come aveva già notato Francesco De Sanctis, ha avuto una tradizione libresca ed astratta: 

«E’ da notare come in Italia il concetto di cultura sia prettamente libresco: i giornali letterari si occupano di libri e di chi scrive libri. Articoli di impressioni sulla vita collettiva, sui modi di pensare, sui segni del tempo, sulle modificazioni che avvengono nei costumi, ecc. non se ne leggono mai. […]. Manca l’interesse per l’uomo vivente e per la vita vissuta. […] . E’ un altro segno del distacco degli intellettuali  italiani dalla realtà popolare-nazionale». 
 
La casta degli intellettuali, naturalmente, non ha gradito il trattamento ricevuto ed ha reagito di conseguenza. Le accuse contraddittorie di “idealismo”, di “populismo”, di “utopismo” e di “totalitarismo”, rivolte a Gramsci sono in gran parte frutto del risentimento della casta. Come ha ben visto Eric Hobsbawm nell’opera del sardo non c’è posto per alcun “ismo”. Per Gramsci la cultura, se vuole essere autentica e vitale, deve “rimanere a contatto coi ‘semplici’ e anzi in questo contatto trova la sorgente dei problemi da studiare e risolvere” (Q, p.1382). Credo che abbia visto giusto Tullio De Mauro quando ha scritto che nell’usare la parola cultura Gramsci si distacca consapevolmente dall’uso dominante in Italia.

Conclusione
       Secondo il mio punto di vista è sbagliato cercare in Gramsci un prontuario politico, la ricetta per la soluzione dei problemi odierni. Quello che si trova nei suoi scritti è un metodo di analisi della realtà che gli ha permesso di comprendere alcuni tratti della storia e della cultura del nostro Paese. Seguire questo metodo può aiutarci ancora a comprendere il nostro presente. Nei suoi Quaderni Gramsci, ha avvertito particolarmente il bisogno di liberarsi dalla «prigione delle ideologie» nel senso deteriore di «cieco fanatismo ideologico» ricordando un principio elementare del metodo scientifico dimenticato da tanti: 

                « Non bisogna concepire la discussione scientifica come un processo giudiziario, in cui c’è un imputato e un procuratore che, per obbligo d’ufficio deve dimostrare che l’imputato è colpevole e degno di essere tolto dalla circolazione. Nella discussione scientifica, poiché si suppone che l’interesse sia la ricerca della verità[…], si dimostra più avanzato chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che deve essere incorporata nella propria costruzione. Comprendere e valutare realisticamente la posizione e le ragioni dell’avversari significa appunto essersi liberato dalla prigione delle ideologie ( nel senso deteriore di cieco fanatismo ideologico), cioè porsi da un punto di vista critico».

Giorgio Baratta è stato uno dei primi a cogliere il carattere socratico e dialogico del pensiero di Gramsci. In uno dei suoi ultimi libri ha utilizzato una metafora musicale per riassumere quello che ha appreso dal suo attento studio: «“Tutti gli uomini sono filosofi” è la linea di base, il basso continuo nella polifonia dei Quaderni. Ma allora , tutti gli umani sono in contrappunto con gli altri, le altre, perché la filosofia è un abito logico-dialogico, relazionale, uno strumento di unificazione attraverso le differenze di lingue e linguaggi in cui gli uomini parlano, anche quando si ignorano, o sono ignoranti, com’era Socrate, che la città ha messo a morte».
Una delle ragioni che spiega la straordinaria capacità mostrata da Gramsci di resistere al logorio del tempo e di riuscire ancora a illuminare il presente è dovuto alla sua grande apertura mentale e al suo approccio storico e non dogmatico ai problemi. Quando nei suoi Quaderni  scrive della necessità di liberarsi dalla ‘prigione delle ideologie’ , Gramsci sa di cosa parla. Infatti mostra di avere ben compreso il senso della critica marxiana ad ogni forma di sapere ideologico, inteso esattamente come forma di falsa coscienza, malgrado ai suoi tempi non fosse ancora nota L’ideologia tedesca di K. Marx .
Il nostro presente rischia di passare alla storia come l’epoca del tramonto delle “ideologie”. Eppure, secondo me, nel corso della storia non c’è stato un tempo più “ideologico” di questo. Dopo il 1989, a seguito del crollo del muro di Berlino e della successiva implosione dell’URSS, la casta odierna degli intellettuali ha trasformato il presente nel tempo più ideologico che il genere umano abbia mai conosciuto. Le favole, tra le altre cose, insegnano che una cosa tanto più invisibile è, tanto più reale può apparire. Ma il gioco funziona fino ad un certo punto. Che l’imperatore ed ogni forma di potere siano nudi, oggi possono vederlo tutti. E la storia che si dava per finita – una delle peggiori ideologie del nostro tempo – non è finita affatto. La storia continua.

Francesco Virga


N.B: Dal brano sopra riportato ho eliminato le note e l'indicazione delle pagine dei testi citati.


TUTTO E NULLA IN POESIA







È per capire tutto e impadronirsi di nulla che vengono al mondo i poeti.

(Sergej Esenin)

02 aprile 2019

MIGRAZIONI DIMENTICATE: Da Palermo a New Orleans


Nick La Rocca Band

Migrazioni. Palermo - New Orleans: dagli "ukilladucif" a Nick La Rocca

 Mimmo Cangemi


Poche vele messe al vento e il brigantino si scostava dalla banchina, spezzando il filo steso lento tra il ponte e i punti d’ormeggio sul molo. L’attimo in cui quel filo si tranciava, pendendo in due spezzoni, era il distacco definitivo, le vite che si separavano. Se il tratto fissato alla terraferma era più lungo, significava il ritorno. Teste invece chine alla rassegnazione se succedeva il contrario. A bordo, gli emigranti s’accalcavano alle balaustre per i saluti, per le ultime immagini da imprimere nella mente. Giù, i familiari raccolti a grumi. Sventolavano mani, fazzoletti, mischiavano muco e lacrime, senza staccare lo sguardo dal veliero che, nel prendere distanza e velocità, spartiva di prua l’acqua in due sbuffi uguali.
Fino agli ultimi decenni dell’800, i viaggi oceanici verso l’America li affrontavano quei vascelli di legno, veloci, facili alle manovre, con velatura grande e molto alta e con due alberi, di trinchetto e di maestro, a vele quadre, o tre, il terzo di mezzana a vele auriche.
Gli emigranti cominciarono ad andarsene dal 1870, per la povertà rimasta intatta, o peggio, e le speranze già deluse dall’Italia unita. Dal porto di Palermo partivano i brigantini Cinque Sorelle, Catarina, Elisabetta. Con un carico di disperati, siciliani di Girgenti, di Salaparuta, dei Nebrodi e delle Madonie, di Palermo, ammassati nelle stive da non venire da credere che vi fossero respiri bastevoli a saziare i polmoni di tutti. La destinazione era New Orleans, Louisiana. Toccava affidarsi al vento, ai suoi capricci, senza certezza di quanto sarebbe durata la traversata, non meno di 25 giorni, a volte più di 50. Un carico d’arance e di uomini all’andata. Un carico di cotone e di uomini al ritorno.
A osservare oggi Nave Italia, il brigantino più grande al mondo, lungo 61 metri, non ci si riempie gli occhi, si ricava l’impressione che i suoi antenati non potessero riuscire ad attraversare l’acqua interminabile, non fossero in grado di spuntarla sulla rabbia del mare se avesse deciso d’accanirsi sulle fiancate e non di limitarsi a rimbalzarne sconfitto, in una miriade di spruzzi, e avrebbero lamentato contorti gemiti legnosi fino a sfasciarsi e colare a picco. Ma così non era, se ce l’aveva fatta Cristoforo Colombo con le caravelle e i Vichinghi con i drakkar.
Già nel 1861, vi si erano stipati militari borbonici presi prigionieri e di cui la patria fresca di conio aveva fretta di disfarsi – un soffio sussurra che molti furono venduti. Li incorporarono nel battaglione Italian Guards del 10° e del 22° reggimento Louisiana dei Confederati. Si comportarono da eroi: del 10°, su 976 effettivi, sopravvissero 18. Altri combatterono per l’Unione, inquadrati nel 39° reggimento Garibaldi Guards. Si coprirono di disonore a Harpers Ferry, sul fiume Potomac, e furono sottoposti alla «marcia della vergogna» che toccava ai codardi. Resta che la guerra di casa nostra era proseguita in America.
Sul finire del XIX secolo, ai brigantini si sostituirono i piroscafi a vapore, che all’inizio conservarono alberatura e vela, da utilizzare in caso di avaria. Correvano più veloci e tenevano meglio il mare. Le ciminiere spandevano intorno una nuvola nera che imbrattava di polvere uomini e cose.
Da Palermo facevano la spola per New Orleans il California, il Manila, il Mosselia, il Liguria, il Vincenzo Florio, che durarono fino al 1904, e il Montebello, il più famoso, che non smise di discendere i paralleli dal 38°, il maledetto dalla collera sotterranea, che attraversa Reggio e Messina, San Francisco, Smirne, fino al 29° di New Orleans.

I nuovi schiavi
Vi giunsero numerosi dalla Sicilia. All’inizio si concentrarono nel quartiere subito annomato Little Palermo, dentro quattro isolati, malfamati, corrosi dalle malattie, assediati dai topi, con bordanti assiepati fino a dieci per stanza, e nelle baracche e ripari di fortuna sparsi in fondo a Vieux Carré. Erano i nuovi schiavi, svolgevano i lavori che i neri già rifiutavano, nei campi di cotone a raccogliere bambagia, nella prateria a costruire la ferrovia, e nelle piantagioni di canna da zucchero, lì una fatica distruttiva, per i danni ai reni dovuti alla disidratazione.
Nel 1891, degli ottantamila abitanti di New Orleans, dodicimila erano siciliani. Fu l’anno del linciaggio di undici di loro accusati d’aver ucciso «the Chief», il capo della polizia, ma risultati innocenti nel processo – ukilladucif fu uno dei nomignoli che i bianchi nativi appiopparono ai nostri, la storpiatura tra italiano e inglese di «they killed the Chief». Non fu l’unico linciaggio. E i colpevoli non fecero mai carcere. Risarcivano, e non sempre, la famiglia di una vittima con 2500 lire. E fece cronaca e rabbia una vignetta con una frase diventata famosa: «Costano tanto poco questi italiani che vale la pena di linciarli tutti».
Razzismo, allora. Li tacciavano d’essere negri camuffati da bianchi. Abbattevano l’odio e le rappresaglie legittimandoli con la colpa che fossero sporchi e cenciosi, attaccabrighe lesti a pungere le carni – da qui, il dago che li inquadrava italiani e indesiderati, da dagger, stiletto. In realtà, disturbava che fraternizzassero con gli afroamericani, che impiegassero poco a tirarsi su impiantando negozi, botteghe di artigiani, commercio all’ingrosso con l’importazione dall’Italia di arance, vino, olio, marsala, che presto avessero abbandonato i tuguri e abitato nel lusso del centro.

Nick La Rocca
A New Orleans fiorirono le bande musicali dei siciliani. Si esibivano la domenica nelle piazze più eleganti. E il jazz – «jass» il nome originario – fu l’incontro dei suoni delle opere sinfoniche e degli spiritual dei neri, da cui derivò una musica che conteneva la combinazione armonica e quella melodica, arricchita dall’improvvisazione, da rapidi cambi dei modelli di ritmo. E fu Nick La Rocca, cornettista nativo di New Orleans, ma con il padre di Salaparuta e la madre di Poggioreale, a portare il jazz alla ribalta nazionale, incidendo Livery Stable Blues, un grande successo di vendita e di critica. Ma qui siamo già oltre il disagio, qui è il riscatto di cui è sempre stata capace la nostra gente.
La Stampa, 23 luglio 2018

L'ULTIMO RISORGIMENTO A MEZZOJUSO



PASSATO E PRESENTE VISTI DA EMANUELE MACALUSO




Il Corriere della Sera si diverte ogni tanto a dare voce a vecchi dirigenti politici, ormai fuori gioco, per ragioni non sempre chiare. Emanuele Macaluso è stato un dirigente nazionale del PCI e, ai tempi di Berlinguer, capeggiava la corrente migliorista con Giorgio Napolitano. Anche se oggi dice di non essersi pentito d’essere stato comunista, non spiega perché nel 1989 si schierò con Occhetto per cambiare il nome (e non solo il nome!) al partito.
Malgrado il complessivo tono agiografico, le omissioni e i tanti punti non chiariti (tra questi il mancato riferimento al periodo del suo sostegno al milazzismo siciliano e ai suoi scontri con Leonardo Sciascia), l’intervista merita di essere letta. (fv) 

Emanuele Macaluso: «Io comunista non pentito, mai aderito al Pd»

Intervista a cura di Monica Guerzoni
Corriere della Sera 17 marzo 2019

«Il Partito democratico è stata una fusione a freddo di stati maggiori, senza la spinta popolare. Infatti è finita come avevo previsto»

Lo sguardo ha attraversato un secolo e punta dritto al futuro. Giovedì 21 marzo compirà 95 anni, eppure Emanuele Macaluso, «grande vecchio» e memoria storica della sinistra italiana, ha ancora l’energia, la lucidità e la passione politica per arrabbiarsi quando parla dell’Italia di oggi e indirizzare le giovani generazioni verso l’Italia di domani. Io sono in uscita dalla vita, ma guardo avanti, perché il momento è più che drammatico e mi angoscia pensare a come lascerò questo Paese. «La mia battaglia politica — ricorda col suo eterno accento siciliano — cominciò nel 1941 a 17 anni, quando entrai nella lotta clandestina. Ho cercato di dare quello che ho potuto. Ho fatto anche degli errori, ma non mi sono mai risparmiato. Ho sempre lottato per costruire la sinistra e per un Paese che contasse nel mondo. Sono preoccupato, guardo all’avvenire e mi chiedo, dove andiamo?».

Bilocale zeppo di libri
Rione Testaccio, sabato pomeriggio. Macaluso vive al quinto piano in un bilocale zeppo di ricordi e di libri: «Ne ho accumulati talmente tanti che ho dovuto foderare il garage e regalarne molti alle biblioteche. La mia casa è piccolissima». Soggiornino, camera da letto, cucina, bagno, il tutto lontano anni luce da ogni idea di casta o privilegio: «Questo non è un quartiere, è un paese. Chi abita qui non si chiama romano, ma testaccino». In tv sta per iniziare Spal-Roma e la signora Enza, la moglie dal cuore giallorosso che ha 81 anni e li porta alla grande, stacca gli occhi dallo schermo per il tempo dei saluti: «Queste riprese dentro gli spogliatoi io le detesto, non le guardo. Sono bruttissime». Macaluso ride e va a sedersi in cucina, sotto una luce fioca: «Adesso lei deve vedersi la partita, io no, non sono romanista, sono per il Napoli da quando ero un ragazzo. Perché? È una storia lunga». E tutte queste medicine? «Qualche problema di cuore, qualche problema di stomaco... Vizi di gioventù».


Padre operario delle ferrovie
Nato nel ‘24 a Caltanissetta da mamma casalinga e padre operaio delle ferrovie, si iscrive al Pci prima della caduta del regime fascista. Nel ‘47 diventa segretario regionale della Cgil, nel ‘56 Togliatti lo chiama nel comitato centrale del Pci. Eletto alla Camera dei deputati nel ‘63, sarà parlamentare per sette legislature senza mai rinnegare l’appartenenza alla corrente migliorista, la stessa di Napolitano. Giornalista, scrittore e da qualche tempo anche blogger, ha diretto “l’Unità” e “Il Riformista” e scritto per anni, come recita il titolo di uno dei sui libri, «un corsivo al giorno».

Si è pentito di aver creduto nel comunismo?
«La parola sinistra oggi suona quasi come un’offesa, per non dire del socialismo. Ma io non sono un comunista pentito. Ho capito quale svolgimento doveva avere la storia della sinistra e del Pci e penso che il modo in cui Occhetto fece la svolta della Bolognina poteva essere diverso. Ci voleva un partito che unificasse tutta la sinistra, già dopo la Liberazione bisognava costruirlo».

Ha votato alle primarie del Pd?
«Mia moglie vota, io no. Non sono iscritto e credo che le primarie vadano bene per eleggere il candidato premier, non il segretario, che in tutto il mondo è eletto dagli iscritti. Se con 2 euro e un certificato chiunque può votare, viene fuori un partito liquido. È questa la prima riforma che Zingaretti deve fare. Io non ho mai aderito al Pd, perché penso sia stata una fusione a freddo di stati maggiori, senza spinta popolare. E infatti è finita come avevo previsto nel libro “Al capolinea”. Zingaretti viene dalla sinistra, è stato segretario dei giovani del Pci e parlamentare europeo. È saggio ed è un buon amministratore».

Il nuovo segretario vuole rifare la «ditta» Pci-Pds-Ds?
«Questa parola mi indigna un po’, quando la sento mi inc... A parlare di ditta fu Aldo Tortorella per dire che noi dovevamo stare sempre dalla parte del Pci. Adesso la usano in senso spregiativo, perché non conoscono le cose. Io avrò tanti difetti, ma non sono così cretino da pensare che si possa rifare il Pci».

Lei in quale direzione andrebbe?
«Io ho 95 anni, ma chi ha l’età per battersi deve costruire un partito per le nuove generazioni, insediato nel territorio. I circoli sono quasi tutti chiusi, il Pd non fa opposizione».

Personalità come Gentiloni e Veltroni hanno ancora qualcosa da dire?
«Nel Pd ci sono persone che hanno una storia politica, ma la mia critica è molto seria e parte dalla fine dei partiti e del Pci. L’obiettivo fondamentale di D’Alema, Fassino, Veltroni e tutti gli altri era portare al governo una forza che non c’era mai stata, senza avere un disegno politico nella società. Ma un partito che non si ponga questo problema non può fare argine alla destra».

L’onda verde che parte dalla giovane Greta può risvegliare speranze?
«C’è qualcosa che sta maturando, ma qual è lo sbocco politico? Esiste una forza che offra possibilità di esprimere politicamente queste spinte sociali e civili? Una forza in grado di portarsi dietro la storia del socialismo italiano, innovandola e portandola nel futuro, ancora non la vedo. Se Zingaretti non riforma il Pd, sbaglia. Dice che l’io è finito e che ora c’è il noi. Ma questo noi deve organizzarlo, basti solo dire che il Pd non ha mai fatto un congresso. In tutto il mondo il congresso si fa sulle mozioni e sulla linea politica, non certo con le primarie. Un partito che non ha organismi dirigenti veri e propri e si basa sul leaderismo è un aggregato politico-elettorale a servizio del capo. Se Renzi ha potuto fare l’opa, è perché non c’era una struttura di partito».

Il suo giudizio su Renzi?
«È stato un problema serio. Si vanta di aver distrutto il M5S e invece ha anticipato molte cose dei grillini, dalla questione dei privilegi dei parlamentari, alle polemiche contro le istituzioni. È arrivato persino a togliere la bandiera europea e non ha mai creduto nel Pse. Infatti incontrò il leader dei Ciudadanos spagnoli, quelli che fecero l’accordo con la destra contro i socialisti. Renzi non sa cosa sia la sinistra, mentre Zingaretti lo sa».

Zingaretti può tenere testa a Salvini?
«Di certo non può essere Di Maio a fare da argine, perché sorride, sorride, ma non ha consistenza. Sono stati i grillini a dare gli strumenti del governo a uno che si mette le giubbe e fa campagna continua. Conte poi è una anomalia assoluta. Non è mai successo nel mondo che si possa entrare in politica da presidente del Consiglio. Gli unici allenati al governo sono i leghisti, a cominciare da Giorgetti, tanto che si sono mangiati il M5S».

Cosa pensa del consenso per Salvini?
«La Lega è da sempre un partito aggrappato al potere. Ora Salvini sta facendo un’altra cosa, un partito di destra razzista, che lucra consensi sulla paura. Prima in Italia i razzisti erano al 7%, ora sono al 34%, perché Salvini ha risvegliato sentimenti che le forze democratiche avevano contenuto. Quali? Il razzismo brutale e antisemita del fascismo. Questi istinti si espandono anche al sud, tra le stesse persone che i leghisti volevano seppellire politicamente grazie all’aiuto dell’Etna e del Vesuvio. Salvini ha sfondato sul terreno del razzismo e del potere. Lui è l’uomo che vince e quindi i disoccupati politici, in virtù del trasformismo, si riciclano con il vincitore. La tentazione su cui non si riflette abbastanza, è il modello Orban. E noi sappiamo che in Italia c’è stato un transito verso il fascismo».

Pensa che il fascismo possa tornare?
«No, non si ripetono i fenomeni. Mi riferisco alla democratura, alla democrazia illiberale del primo ministro ungherese Viktor Orban, alla sua insofferenza verso la libera stampa, che ha imbavagliato. Ho una preoccupazione e la debbo dire. Gli italiani considerano Salvini l’uomo forte, che decide e fa le cose. Questa tendenza è pericolosa, perché di fronte a una crisi economica e sociale può maturare».

Ma Salvini non è solo al governo, c’è Di Maio e c’è Conte.
«Il presidente del Consiglio non sa niente, l’Italia non ha una politica estera. Questo governo va a tentoni, un po’ dentro la Ue e un po’ fuori, un po’ con l’America e un po’ contro. E adesso vengono i cinesi»».

La preoccupa anche l’accordo economico sulla Via della Seta?
«Se un Paese ha una sua politica estera chiara, le scelte economiche non devono preoccupare. Ma in Italia il ministro degli Esteri cerca di barcamenarsi e il problema è che poi parlano Salvini e Di Maio e così anche le manovre economiche diventano poco chiare».

Perché gli intellettuali non fanno sentire la loro voce?
«Lo scarso impegno degli intellettuali nella battaglia politica e culturale mi angoscia molto. Dopo la guerra si impegnarono tutti, socialisti, comunisti, cattolici, azionisti. Un elenco straordinario di scrittori, pittori, registi, professori universitari. Mi vengono in mente nomi come Bobbio, Guttuso, Marchesi, De Filippo, Levi, Calvino, Moravia, Rosi...».

E adesso?
«Silenzio».

Si è fatto buio, la Roma sta prendendo «i suoi soliti gol del cavolo», Macaluso si alza e, tra icone russe e antiche madonne siciliane, indica due quadri appesi in salotto: «Quel manifesto Guttuso lo realizzò per me, quando feci una elezione in Sicilia nel ‘55».

E quel disegno?
«Sempre di Guttuso. Me lo regalò quando ero direttore dell’Unità, nel 1982, per la festa del Primo Maggio. Quando i giornali (ride, con un guizzo negli occhi) erano giornali».


"Corriere della sera", 17 marzo 2019

01 aprile 2019

G. GIARDINA IN UN RICORDO DI VITTORIO RIERA






RAI-3 Regione diffondeva nel luglio del 1985 un filmato per la regia di Nuccio Vara –"Bosco per verso" – nel quale si ripercorreva in maniera asciutta ma coinvolgente la biografia di Giardina. Proprio quell’anno, qualche giorno prima della messa in onda del filmato, il poeta venne invitato dalla montatrice del film, Antonella Dell’Aira, per festeggiare l’evento. L’incontro, cui parteciparono, oltre al Giardina, Nuccio Vara, Aleardo Mezzatesta, coniuge di Antonella, i figli Sergio e Roberto, lo scrivente e qualche altro di cui non ricordo il nome, ebbe luogo nella casa di campagna dei Mezzatesta (Milioti, Villagrazia, fraz. di Carini) il 24 luglio 1985. Giardina volle ringraziare Antonella declamando una poesia a lei dedicata e che qui riproduciamo. Maggiori dettagli sull’incontro di Milioti si hanno in un articolo da me pubblicato su “Arenaria” del luglio 2011, la rivista diretta da quel fine e attento poeta che è Lucio Zinna ed edita dal compianto Renzo Mazzone. 
Avvertiamo altresì che titolo e sottotitolo sono del Giardina, mentre la divisione in strofe (7, 7, 3) è mia. (V. Riera)

DAL PAGLIAIO AL GRATTACIELO
(Naturalmente per Antonella)


Presto o tardi, per te, amica immediata Antonella,
questa fantasia futurista che inquadra
la tua intelligenza simultanea da giraffa umana
tra il pentagramma al trapezio impegna il poeta
attraverso il regno del tuo corpo allungato
e aperto alla figura alla musica al paesaggio
del nostro originale racconto stracinematografico.

Accordo e disaccordo col regista Vara
tra la vita selvaggia erotica e quella moderna
stilizzata eterogenea mentre la penna estrosa
unisce-percorre verso l’avvampante entusiasmante
così dal pagliaio al grattacielo ad occhi stearici
alzati. La prima ruga dostoevskijana già rimbalza
dal tuo volto radioso spezzando-unendo le sequenze.

Il gabbiano osserva spera vola e s’incontra
con l’ideale giraffa sotto il ventaglio aperto
di Roccabusambra col bosco e il mare.


GIACOMO GIARDINA