28 dicembre 2013

SCUOLA IN ROSSO: LEZIONI GRATIS



Nello sfascio generale (vedi decreto “mille proroghe”, già dal nome un capolavoro) la scuola pubblica affonda nel più completo disinteresse delle istituzioni. Ci pare di ricordare che in campagna elettorale il PD mise il sostegno all'istruzione fra le sue priorità. Ma oggi, a urne chiuse, preferisce finanziare palazzinari romani, lobbisti delle slot machine e santuari di frati più o meno santi. 

Marcello Longo

Scuola in rosso. Brescia, sos ai prof in pensione “Venite a fare lezione gratis” 
Gratis e dopo la pensione. Due contraddizioni per un’offerta di lavoro. L’ennesimo paradosso nel settore dell’istruzione pubblica. Le scuole di Brescia, preoccupate per la mancanza di fondi, lanciano un sos e si rivolgono ai docenti a riposo. L’obiettivo è salvare i corsi di potenziamento e altre attività extra-curriculari che le loro casse non possono garantire. Ecco dunque l’appello ai colleghi in pensione: tornare fra i banchi senza alcun compenso, da volontari. Nel dettaglio, si tratta di lezioni dedicate al sostegno degli studenti stranieri, che nella città lombarda superano il 25 per cento nelle scuole medie ed elementari. Ma l’iniziativa ha un orizzonte più ampio: possono aderire anche ingegneri o musicisti per l’insegnamento della matematica, della musica e per l’organizzazione di attività extra-didattiche.

“Dopo la carta igienica pagata dalle famiglie, le minacce di tagliare i riscaldamenti, i ritardi nel pagamento dei supplenti, arriva il professore in quiescenza che torna a lavorare senza compenso”, denuncia l’Anief, l’associazione sindacale che unisce docenti e ricercatori.

Gli interessati dovranno presentare al comune di Brescia il curriculum vitae. Le richieste saranno valutate d’intesa con gli istituti e sarà creato un albo apposito. Una volta chiamati saranno assegnati alle scuole in base alle richieste avanzate dai presidi. La proposta ha ricevuto l’approvazione dell’assessore comunale all’Istruzione, Roberta Morelli: “Negli ultimi due anni abbiamo assistito al calo progressivo dei fondi regionali per il finanziamento di queste iniziative e la disponibilità dei volontari può assicurare continuità progettuale e finanziaria a tanti interventi”. Non è d’accordo Marcello Pacifico, presidente nazionale dell’Anief: “Siamo di fronte a una tendenza molto pericolosa: nominare docenti in pensione per collaborare a titolo gratuito è una deriva che trae origine dai tagli ai finanziamenti per le scuole e dalle inadempienze dei pagamenti loro destinate da parte del ministero delle Finanze”. La protesta dell’Anief si muove su due fronti.

Da un lato, l’associazione si chiede perché “non si sia neppure lo stanziamento dei fondi del ministero dell’Università e della Ricerca destinati alla formazione dei docenti impegnati nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua. Dall’altro, la denuncia si concentra sul progressivo taglio alle risorse del fondo per il miglioramento dell’offerta formativa (Mof): “Nell’anno scolastico 2013-2014 è stato eliminato il 25 per cento del fondo”.

A Brescia si moltiplicano gli interventi per tamponare le falle della scuola pubblica: dal fund raising proposto dall’assessore Morelli per raccogliere risorse, alla rete dei genitori per le piccole manutenzioni. All’istituto comprensivo Kennedy, ad esempio, i papà degli studenti sono dovuti intervenire per mettere a posto le prese elettriche: non ce n’erano abbastanza per collegare i computer donati da alcune famiglie alla scuola.

il Fatto - 27.12.2013

MINA CANTA: NADA TE TURBE...



Nulla ci potrà mai turbare! Ne abbiamo già visto tante...



DEPOSUIT POTENTES DE SEDE ET EXALTAVIT HUMILES



IL MAGNIFICAT DIMENTICATO

Uno dei pochi rimpianti che conservo dell’antica messa cantata in latino è legato al ricordo di due versi del Magnificat che ho sentito cantare anche nella chiesa del mio piccolo paese: “Deposuit potentes de sede et esaltavit humiles”. Eppure si trattava di un latino facile che tutti capivano. Ma, forse, proprio per questo neppure i preti lo cantano più!
La verità è che papi, vescovi e preti sono andati sempre a braccetto coi potenti. E quelle parole profetiche apparivano stonate nelle loro bocche. Per questo, neppure il buon papa Francesco odierno, le cita frequentemente.
 I potenti oggi sono più potenti e prepotenti che mai – ed è meglio tenersili vicini! – mentre gli umili sono sempre più umili e impotenti.

f.v.




UN NATALE DIVERSO ALL'ALBERGHERIA



Il Natale nella tradizione musicale siciliana.


 









NUOVA BUSAMBRA A VILLAFRATI



Come si vede dalla locandina, sarà una presentazione tutta femminile!
Non possiamo mancare...

ANTONIO RAMOS ROSA: NON POSSO RIMANDARE L'AMORE...



Non posso rimandare l’amore al prossimo secolo



Non posso rimandare l’amore al prossimo secolo
non posso
anche se il grido soffoca in gola
anche se l’odio scoppia e crepita e arde
sotto montagne grigie
e montagne grigie
Non posso rimandare questo abbraccio
che è un’arma a doppio taglio
amore e odio
Non posso rimandare
anche se la notte pesa secoli sulle spalle
e l’aurora indecisa indugia
non posso rimandare al prossimo secolo la mia vita
né il mio amore,
né il mio grido di liberazione
Non posso rimandare il cuore.


Sillabe
Sillabe.
L’alcool di dicembre è freddo e roco.
La sigaretta è amara. È una sigaretta clinica.
Sillabe.
Con le sillabe si fanno versi.
La superficie del tavolo è liscia.
Un cucchiaio è una forma complessa
familiare e deliziosa.
Un bicchiere è nitido
come un cameriere senza servilismo.
Una donna si condensa
nello sguardo del poeta.
Un corpo. Due sillabe.
Il denaro contato. Il colletto dell’impermeabile
per tapparsi la nuca
e le orecchie.
Sillabe.



Per un amico ho sempre un orologio…

Per un amico ho sempre un orologio
dimenticato in fondo di qualche tasca.
Ma questo orologio non segna il tempo inutile.
Sono resti di tabacco e di rapida tenerezza.
È un arcobaleno di ombra, caldo e tremante.
È un bicchiere di vino con il mio sangue e il sole.


Poesia di un funzionario stanco
La notte mi ha scambiato i sogni e le mani
mi ha disperso gli amici
ho il cuore confuso e la via è stretta
stretta a ogni passo
le case ci ingoiano
ci estinguiamo
sono in una stanza solo in una stanza solo
con i sogni confusi
con la vita al contrario che arde in una stanza solo
Sono un funzionario spento
un funzionario triste
la mia anima non accompagna la mia mano
Debito e Credito Debito e Credito
la mia anima non danza con i numeri
cerco di nasconderla con vergogna
il mio capo mi ha sorpreso con l’occhio lirico nella gabbia del cortile di fronte
e ma l’ha addebitato sul mio conto d’impiegato
Sono un funzionario stanco di un giorno esemplare
Perché non mi sento orgoglioso di aver compiuto il mio dovere?
Perché mi sento irrimediabilmente perduto nella mia stanchezza?
Scandisco vecchie parole generose
Fiore ragazza amico bambino
fratello bacio fidanzata
mamma stella musica
Sono le parole crociate del mio sogno
parole sotterrate nella prigione della mia vita
questo tutte le notti del mondo in una sola lunga notte
In una stanza solo.

 Antonio Ramos Rosa
 

Poesie 1958-1999
Traduzione e cura di Vincenzo Russo, Manni, 2006


 Antonio Ramos Rosa, nato a Faro, in Algarve, nel 1924, e morto nell’autunno del 2013, è una delle voci più alte e significative della poesia portoghese del ventesimo secolo dopo Fernando Pessoa. A Faro ha preso parte al Movimento dell’Unità Democratica di opposizione a Salazar. Negli anni 50 si è trasferito a Lisbona. È stato prima impiegato di concetto, poi professore di portoghese, francese e inglese, infine traduttore, quindi poeta a tempo pieno. Ha scritto una sessantina di volumi, tra poesia, saggistica e critica. Questo libro,  di cui presentiamo qualche testo, rappresenta la prima traduzione in italiano delle sue poesie, tratte dal primo volume della sua opera poetica (1956-1973) intitolato Nao posso adiar o coraçao, Lisbona, Plàtano Editora, 1974 e dalle due seguenti antologie: Matéria de amor, Porto, Editorial Presença 1983 e Antologia poética, Lisbona,2001.


 FONTE: http://viadellebelledonne.wordpress.com/2013/12/28/non-posso-rimandare-lamore-al-prossimo-secolo-di-amos-ramos-ros/


CONTRO I PADRONI DEL MONDO



padroni1

Luca Ciarrocca, I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni, Chiarelettere, Milano 2013, pp. 242, euro 13,90

Il libro di Ciarrocca, giornalista che ha vissuto per molti anni a New York, dove ha fondato il sito indipendente di economia, finanza e politica Wall Street Italia, è interessante per almeno due motivi. Il primo è sicuramente costituito dalla mole di dati riguardanti l’attuale crisi economica, esposti con chiarezza e semplicità (doti di cui quasi tutti gli analisti economico/finanziari sono generalmente sprovvisti). Il secondo dal fatto di essere un testo (inconsapevolmente?) contraddittorio. Molto.
Ma procediamo con ordine.

Il testo, pur inserendosi nell’attuale dibattito sull’utilità o meno dell’euro e delle scelte governative ad esso collegate, evita i toni della campagna anti-europeista ed anti-euro che rappresenta, nella confusione generale odierna, la panacea universale per molte, troppe forze politiche.
Inoltre, nonostante il titolo e i riferimenti ad una “cupola” finanziaria, l’opera non si occupa di ipotesi complottistiche né, tanto meno, del solito, strombazzatissimo dai poveri di spirito, Club Bilderberg.

Parla invece, e molto, di concentrazione finanziaria ed economica. . “La cupola non è il risultato di una colossale cospirazione di illuminati attuata con diabolica strategia, quanto un corollario oggettivo di decisioni che si producono per via di un’interazione parcellizzata di migliaia di interessi utilitaristici” (pag. 126).
Accumulando dati su dati e seguendo, anche se forse l’autore non vorrebbe sentirselo dire, quel lavoro iniziato nel 1916 da Lenin con “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”. Tanto che, per fare un esempio, Deutsche Bank costituisce un elemento di continuità tra i due libri così distanti nel tempo e dal punto di vista ideologico, mentre i processi di concentrazione finanziaria e bancaria degli ultimi decenni fanno impallidire i già significativi dati riportati all’epoca dal rivoluzionario russo.

Protagonisti indiscussi dell’opera sono i cosiddetti banksters (banchieri gangster) che si muovono a capo degli organismi finanziari più potenti e più ricchi, almeno sulla carta, della maggioranza delle nazioni del globo. Quegli organismi che oggi sono definiti come Too Big To Fail (troppo grandi per poter fallire), in gergo Tbtf. E che per questo motivo non si accaparrano soltanto i profitti prodotti dal sudore e dal lavoro di decine di milioni di lavoratori, ma anche gli aiuti degli stati, di cui, naturalmente, finiscono col dettare la politica.
Sarebbero in tutto una cinquantina, le mega aziende internazionali (in maggioranza istituti finanziari e banche Tbtf) che, attraverso un complicato incrocio proprietario, controllano il 40 per cento del valore economico e finanziario di 43.060 multinazionali globali. E’ qui il vero cuore dell’economia occidentale [...] Tra le prime venti ci sono tutte le più nore Tbtf, tra cui, ai primi posti, Barclays Bank, JPMorgan Chase, Goldman Sachs. L’unica italiana è UniCredit, in 43esima posizione” (pp. 121 – 123) Mentre, si può aggiungere, sulla base dei dati forniti, Deutsche Bank Ag si trova al dodicesimo.
Ma la concentrazione finanziaria, tipica della progressione imperialistica, non si ferma lì. “Lo ha spiegato bene James Petras, professore di sociologia all’Università di Binghamton (New York), in un articolo dal titolo eloquente Who Rules America?, pubblicato nel novembre del 2007 sul suo sito web: « Oggi, secondo alcuni calcoli, il 2 per cento delle famiglie controlla l’80 per cento dell’intero patrimonio mondiale» [...] Questi gruppi, secondo Petras, premono sui governi per salvare banche e aziende in bancarotta o fallite, spingono perché si arrivi al pareggio di bilancio tagliando la spesa sociale e il welfare” (pag. 121)
Naturalmente, oltre che determinare i governi e le loro scelte, i Tbtf sono anche coinvolti in vere proprie truffe finanziarie e in operazioni di riciclaggio oltre che protagonisti dei più clamorosi casi di evasione fiscale, ma gli istituti Too big to fail sono anche Too big to jail (troppo grandi per
essere condannati ed andare in prigione).
Il 6 marzo 2013, nel corso di una testimonianza in un’audizione alla Commissione Giustizia del Senato al Congresso di Washington, Eric Holder (procuratore generale degli Stati Uniti) ha dichiarato: «Le dimensioni delle più grandi istituzioni finanziarie hanno fatto sì che per il dipartimento di Giustizia fosse difficile proporre l’azione penale e un processo per reati criminali. L’accusa – che potrebbe minacciare l’esistenza della banca stessa – nel caso degli istituti più grandi può anche mettere a repentaglio l’economia nazionale e quella globale, per via delle dimensioni e delle interconnessioni» Le grandi banche costituiscono dunque il vero «nocciolo duro» del potere politico ed economico su cui poggia il moderno capitalismo” (pag. 42)

I megaistituti di credito del mondo hanno asset1 complessivi per un totale di 47 trilioni di dollari2 “ (pag. 24). Mentre “James Henry, ex-capo economista della società di consulenza aziendale McKinsey, nel suo studio condotto nel 2012 The Price of Offshore revisited, sostiene che i patrimoni dei super ricchi di tutto il mondo occultati in circa ottanta paradisi fiscali ammontano a 21.000 miliardi di dollari. Anzi, in realtà la cifra potrebbe addiritura salire a 32.000 miliardi, dal momento che l’esperto nella sua analisi ha monitorato e preso in considerazione solo i depositi bancari e gli investimenti finanziari, tralasciando beni e proprietà come case, appartamenti, ville, yacht e collezioni d’arte. Una cifra spropositata, che in termini nominali è superiore al Pil di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme [...] Scrive Henry: «Le mancate entrate fiscali che risultano dalle nostre stime sono enormi. Abbastanza da cambiare le finanze di molti paesi. Il tutto costituisce un enorme buco nero nell’economia mondiale»” (pp. 58 – 59)
Non occorre qui dilungarsi oltre sulla mole enorme di dati che l’autore porta ancora sui fenomeni di riciclaggio di denaro sporco, sull’autentico gioco d’azzardo costituito dagli investimenti e dalle speculazioni sui diversi tipi di autentica spazzatura finanziaria (derivati e altro) che “animano” bolle speculative e mercati azionari. Anche per non togliere il “piacere della scoperta” ai futuri lettori del libro. Ma una cosa è certa: “la speculazione ha nomi e volti. Sono i grandi player della finanza che si indebitano per moltiplicare le loro scommesse sui mercati, affiancati dagli hedge fund, che dipendono direttamente dalle banche per linee di credito e operatività, e infine dalle grandi multinazionali, la cui attività sui mercati è spesso più redditizia e importante di quella produttiva” (pag. 97)
Alla fine della lettura del testo risulta dunque che la rovina di un sistema economico e finanziario sempre più vicino alle regole del gioco d’azzardo e dei casinò è stata soltanto procrastinata dal 2008 in poi. L’azzardo sui derivati ha gonfiato a dismisura il valore nominale del capitale circolante. “I numeri parlano chiaro, lo squilibrio è stupefacente anche per i non addetti ai lavori: questi prodotti nel mondo valgono in totale 637 trilioni di dollari, cioè circa dieci volte il Pil mondiale [...] Non abbiamo mai assistito a nulla di simile nella storia del mondo. Soprattutto se pensiamo che il Pil globale si attesta a 71,6 trilioni di dollari (dati del 2012), mentre è intorno ai 190 trilioni la dimensione approssimativa del valore totale del debito pubblico e privato in tutto il mondo” (pp.102-103)
E’ un tavolo del casinò truccato, dove il banco vince sempre. La vera corruzione risiede nel fatto che, se la scommessa funziona, l’istituto di credito guadagna, in caso contrario, le perdite vengono socializzate. Un espediente diabolico in cui tutti noi ormai siamo vittime in prima persona, in quanto il nostro tenore di vita, di singoli e di paese, continua a calare” (pag. 113)
“Il meccanismo è perverso e totalmente fuori controllo. Un intreccio malsano tra debiti governativi e passivo del bilancio delle banche che continuerà a pesare per decenni sulle spalle dei cittadini inermi, vessati da classi politiche miopi se non corrotte. E’ scandaloso che per il solo saldo di interessi su debiti che crescono a dismisura, e non saranno mai estinti, le economie nazionali come quella greca o italiana siano ingabbiate nella non crescita e le popolazioni debbano sopportare una micidiale doppietta di tasse alte e di tagli dei servizi essenziali” ( pag. 109)
Un debito che non potrà mai essere pagato, basti pensare alla situazione italiana in cui la crescita esponenziale del debito pubblico è dovuta principalmente alla crescita dei titoli emessi per ripagare annualmente gli interessi su quelli emessi precedentemente richiederebbe manovre dell’ordine degli 80 – 90 miliardi di euro all’anno, porterà inevitabilmente ad un’ulteriore catastrofe economico finanziaria. Che l’autore, insieme a numerosi altri esperti interpellati o intervistati, situa, al più tardi, intorno al 2018. A meno che non siano prese drastiche, rigorose ed autoritarie misure tese a limitare  decisamente lo strapotere dei banksters e dei loro istituti.


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Ma qui si apre anche l’altra parte del libro, quella più contraddittoria, in cui Ciarrocca tenta di delineare un progetto di uscita dal disastro senza dover per forza modificare le regole del modo di produzione capitalistico e della società mercantile basata sulla circolazione delle merci e del denaro. Una proposta comunque di difficile attuazione poiché, come dice ancora lo stesso autore: “se avessimo a che fare con uomini intelligenti e lungimiranti e non con personaggi dominati dall’avidità, forgiati dalla cultura del profitto avvallata da imponenti studi legali, governi e banche dovrebbero puntare a una graduale riduzione della leva (leverage), la perpetuazione di rischi fondata sull’indebitamento, sull’uso dei derivati e sul sistema bancario ombra. Invece i banksters non accetteranno nulla che ridimensioni il loro potere, a meno che non venga imposto loro con la forza. Perché non è nel loro interesse” (pag. 107)
Nella proposta di cambiamento, basata su una diversa offerta di denaro, non più soggiogata e determinata dai colossi del credito, e su una svalutazione dell’euro, Marx non viene mai preso in considerazione, così come non lo è, sicuramente, la lotta di classe e il suo diverso punto di vista prospettico sull’antagonismo sostanziale e irriducibile tra lavoro e capitale mentre l’attenzione è ancora rivolta alle difficoltà, anzi all’autentica scomparsa, della classe media.
La politica ha continuato a fare il suo gioco, truccato, succhiando dall’economia reale le poche risorse ancora disponibili. Risultato: la classe media, acquirente e consumatrice dei beni prodotti e immessi sul mercato dalle quarantamila multinazionali della «cupola», annaspa, alla ricerca di un benessere perduto che non troverà mai più. Con diverse declinazioni: l’Asia cresce (anche se a ritmi rallentati); gli Stati Uniti riemergono, ma con rischi sistemici latenti e irrisolti. L’Europa arretra e si impoverisce” (pag. 128)
Ma questa sembra essere la condanna di questa nuova età di mezzo in cui ci troviamo a vivere: la certezza del disastro accompagnata dall’insicurezza e dalla debolezza delle proposte di coloro che ancora rifiutano l’ipotesi, classista e rivoluzionaria, dell’esproprio e della ridistribuzione della ricchezza socialmente prodotta in nome di valori identitari che sono già storicamente e definitivamente morti (nazione, patria e patrimonio famigliare).

Sandro Moiso. Recensione pubblicata il sul sito 
 http://www.carmillaonline.com/



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  1. Asset (in italiano cespite), è un termine usato per indicare i valori materiali e immateriali a utilità pluriennale facenti capo ad una proprietà. Nello stato patrimoniale sono parte delle attività  
  2. Un trilione equivale a mille miliardi