17 luglio 2014

IL CAMMINO DI GEORG TRAKL








Dove cammini

Dove cammini si fa autunno e sera  
Azzurro animale che sotto alberi 
suona solitario lago di sera. 

 Dove cammini si fa autunno 
 gli alberi cambiano d'improvviso colore
  la sera diventa dorata 
poi s'incendia
  l'aria si fa malinconica e dolce. 

Lo so perché sto camminando verso di te,

 con te,

insieme a te.



GEORG  TRAKL

E. SANGUINETI: A COSA SERVE LA POESIA?





 Non è semplice capire oggi quale sia davvero il ruolo della poesia. Da un lato i poeti sono una sorta di aristocrazia letteraria: difficili, sofisticati, capaci di spalancare mondi ma al tempo in grado di chiedere al lettore un contributo attivo vero, colto, impegnativo, e alle volte molto impegnativo, difficile, élitario. Dall’altro lato i poeti sono il tempo senza tempo di questa nostra epoca. Raccontano e si affiancano alla gente comune, sono paesaggi, finestre aperte, sono luci che all’improvviso chiariscono stati d’animo, sentimenti. Sono la morale di questo tempo e la bellezza di questo tempo. E più lo sono e più possono ignorarlo questo tempo, farne a meno, passarci sopra, come se il tempo fosse una scommessa e una impostura

Edoardo Sanguineti





G. VASTA: TEMPO DI VACANZE...



Quando il tuffo in piscina è un capolavoro

Se ne stanno all’aperto così come nei seminterrati, nelle polisportive o nelle ville nascoste da muri di cinta. Sono depressioni scavate nella terra e foderate di cemento, oppure prefabbricate e sopraelevate, catini di poliestere e metallo collocati nel cortile posteriore di una casetta a schiera. Rettangolari, ovali, a forma di quadrifoglio o di pianoforte, di chitarra o di piede; addirittura, generando un cortocircuito tra morfologia e funzione, di goccia. Nella maggior parte dei casi, se il sole splende o se l’illuminazione indoor è adeguata, generano una tonalità cromatica – un turchese in cui oscillano i pallori del celeste e il vigore intenso dell’azzurro – che non ha equivalenti in natura. È un colore artificiale che si declina in tremolii e in riverberi, in una costellazione di gore disseminate lungo la piastrellatura a quadratini. È lo spettacolo della trasparenza, la liquefazione di un cristallo. Davanti a quel colore magnetico ci rendiamo conto che, per la sua natura di superficie abissale, una piscina è uno spazio di desiderio. In quanto tale convoca percezioni, sollecita racconto.
In I nuotatori (Codice Edizioni, traduzione di Paola Tomasinelli) lo scrittore spagnolo Joaquín Pérez Azaústre lavora sul contrasto tra la rarefazione di una città che si va progressivamente svuotando e un unico spazio superstite – una paradossale isola d’acqua – che coincide con la piscina olimpionica dove, una bracciata dopo l’altra, è possibile procurarsi una specie di personale salvezza. Per Jonás, il fotografo protagonista del romanzo, la piscina è prima di tutto il conforto di un rituale concreto: cambiarsi negli spogliatoi, inserire una moneta nella serratura dell’armadietto, ciabattare «con quel passo lento da papera attonita e goffa» fino al bordo della vasca, scegliere la corsia giusta e solo a quel punto consegnarsi all’acqua, nuotare a rana calibrando il movimento mentre la testa si svuota, il corpo retrocede a organismo, la coscienza della propria biografia si attenua e poi scompare e al suo posto si materializza «una successione di immagini assopite che allora, solo allora, al contatto furtivo con l’acqua, si svegliano e aderiscono a un significato, si succedono in sequenza e guadagnano lucidità».
Già Charles Sprawson in L’ombra del Massaggiatore Nero chiariva che nuotare è un ipnotico naturale in grado di stimolare concentrazione e nostalgia: «Il nuoto, come l’oppio, può causare un senso di distacco dalla vita quotidiana; i ricordi, in particolar modo quelli dell’infanzia, riemergono con sorprendente vigore, ricchi di particolari vividi e precisi». La piscina non è dunque solo il luogo dell’armonia plastica dei corpi gloriosi di Esther Williams e di Johnny Weissmuller, ma anche un perimetro di meditazione, a volte sereno a volte perturbante (persino, altre volte ancora, la sostanza da cui i morti prendono la parola, come in Sunset Boulevard di Billy Wilder e in Maps to the Stars di David Cronenberg).
Percorrendo avanti e indietro la sua corsia, ricomponendo i pezzi di una storia personale sempre più incerta, Jonás scopre che nuotare è una tecnica di comprensione di meccanismi che fuori dall’acqua, quando si dispiegano su una superficie solida, risultano incomprensibili. Soprattutto, la piscina è lo spazio attraverso cui non solo si misura il tempo ma se ne ripristina il funzionamento, un orologio sui generis che al posto delle lancette prevede il moto uniforme di un corpo orizzontale che solca il liquido, una costante laddove tutto si disgrega.
Il nesso tra piscina ed esperienza temporale è al centro anche di Il nuotatore, il capolavoro di John Cheever di cui, apparso per la prima volta sul New Yorker il 16 luglio 1964, ricorre il cinquantesimo anniversario. Quando durante un party in casa di amici decide di tornare a casa nuotando attraverso le piscine che si succedono una dopo l’altra nelle ville dei dintorni, Ned non sa che quel percorso corrisponderà a un progressivo implacabile sfaldarsi del tempo, alla crisi, al caos; allo smarrimento del passato e alla scoperta di un presente disabitato.
Ma nonostante tutto il nuotatore procede perché solo in piscina, come racconta Azaústre, riesce a guardare il suo futuro. E dunque quando il turno è finito e si dovrebbe uscire dall’acqua Jonás si rende conto che potrebbe continuare, «perché se la respirazione è buona e la circolazione pulsa briosa nel sangue può nuotare tutto il giorno, né veloce né lento, fino al tramonto e ancora oltre». La piscina si trasforma in una dipendenza.
Qualcosa di simile alle meravigliose contemplazioni zenitali della fotografa americana Julia Blackmon, dove la piscina è ciò che non si può smettere di guardare, o alla splendida mania di David Hockney per i rettangoli d’acqua californiani. Nel loro essere pura materia, legame tra il fluido e il solido, le piscine sono al contempo la scena di un cambiamento impercettibile, una miriade di microscopiche metamorfosi inscritte in una cornice minerale: qualcosa di simile alla descrizione di una vita umana («Nulla cambia forma più dell’acqua di una piscina», sosteneva il pittore inglese).
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In A Bigger Splash (1966) Hockney fa coincidere la piscina con l’enigma. Riconosciamo, obliquo, un trampolino, sullo sfondo la facciata di una villa, una sedia vuota e in primo piano l’acqua che esplode in spruzzi, un corpo sconosciuto appena sparito sotto la superficie.

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Nel 1979 Bill Viola mette in scena un altro tuffo e un’altra sparizione. In The Reflecting Pool, tra i lavori più noti del videoartista newyorkese, il freezing interviene nell’istante in cui un uomo si tuffa. Il suo corpo non romperà mai la superficie ma resterà sospeso fino a scomparire; ciò che resta è solo il tempo che accade, il mormorio sottile dei suoni intorno.
Apparentemente acquattate miti nell’altrettanto apparente serenità del nostro tempo libero, le piscine ci osservano e ci interrogano. Ci domandano chi siamo, che cosa possiamo ancora essere, seducendoci con l’allusione a una vita finalmente fluida. In piedi sull’orlo non sappiamo che cosa rispondere. Sappiamo solo che la piscina è desiderio. E allora, come Jonás, stiamo zitti e saltiamo.


pubblicato giovedì, 17 luglio 2014, sul sito http://www.minimaetmoralia.it
Il pezzo era già uscito su la Repubblica. (Fonte immagine)

16 luglio 2014

QUELLO CHE RENZI NON VEDE



La svolta che Renzi non vede 
 
di Gaetano Azzariti

A SVOLTA CHE RENZI NON VEDE

di  Gaetano Azzariti, 14 luglio 2014
Il rischio di una svolta auto­ri­ta­ria fa sor­ri­dere il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio. Forse per­ché egli ritiene che sia un’accusa rivolta alla sua per­sona, e Mat­teo Renzi non si vede nelle vesti del dic­ta­tor romano. Non è dif­fi­cile dar­gli ragione: nes­sun Cesare si scorge all’orizzonte.
Ridu­cendo tutto ad una bat­tuta, però, non ci si avvede della sostanza del problema.
Se allora voles­simo discu­tere seria­mente della “svolta auto­ri­ta­ria” dovremmo rivol­gere l’attenzione alle più pro­fonde tra­sfor­ma­zioni che nel corso degli ultimi anni hanno riguar­dato l’assetto dei poteri e il modello di demo­cra­zia. È su que­sto ter­reno che si regi­stra un’involuzione di lungo periodo che non fa affatto sor­ri­dere, ma che spiega molto del pre­sente e delle poli­ti­che attuali.
Da tempo ormai gli stu­diosi hanno segna­lato il pas­sag­gio che ha por­tato la nostra demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva a con­for­marsi come “demo­cra­zia d’investitura”. Un modello che ha in sé con­no­tati auto­ri­tari e sconta una ridu­zione del plu­ra­li­smo sociale e poli­tico. A che vale negarlo? Per di più — anche que­sta è una con­sta­ta­zione ormai banale — le logi­che di un tale modello asfit­tico di demo­cra­zia sono state favo­rite nei tempi più recenti dall’estendersi della com­po­nente ple­bi­sci­ta­ria (ovvero, nella sua forma dege­ne­rata, popu­li­sta) entro i nostri sistemi poli­tici. Così si spie­gano tanti suc­cessi poli­tici repen­tini, costruiti sull’onda dell’emozione più che su quella della ragione. Per­ché non ammetterlo?
Anzi­ché negare l’evidenza var­rebbe la pena riflet­tere sui carat­teri di que­sta tor­sione delle demo­cra­zie per poi sce­gliere “da che parte stare”: se ope­rare per con­ser­vare e per­fe­zio­nare lo stato di cose esi­stenti, ovvero ten­tare di inver­tire la rotta.
Non è nep­pure dif­fi­cile cogliere gli ele­menti di fondo delle tra­sfor­ma­zioni in atto. Si pensi al ter­reno pro­pria­mente poli­tico ed isti­tu­zio­nale. Chi può negare, ad esem­pio, che l’intera sfera della poli­tica sia ormai ten­den­zial­mente ricon­dotta al solo momento elet­to­rale. E que­sto viene sem­pli­fi­cato, facendo astra­zione del suo con­te­nuto reale, ridu­cen­dolo ad un forma spet­ta­co­lare e un po’ tea­trale di duello, nep­pure più tra forze poli­ti­che, tra pro­grammi, bensì tra lea­der. Lotta tra capi che si iden­ti­fi­cano con un popolo e il cui cari­sma è legato all’immagine che essi rie­scono a tra­smet­tere di sé, non neces­sa­ria­mente invece a con­creti pro­grammi poli­tici di cam­bia­mento. Il cam­bia­mento — sem­mai ci sarà — avverrà dopo la vit­to­ria e sarà il lea­der a defi­nirne la dire­zione, legit­ti­mato da un voto alla per­sona che gli per­mette qua­lun­que scelta (in base al clas­sico prin­ci­pio iden­ti­ta­rio che attri­bui­sce al capo il ruolo di inter­prete della volontà del popolo). Per que­sto quel che conta non è garan­tire il plu­ra­li­smo, la rap­pre­sen­tanza reale degli inte­ressi sociali e cul­tu­rali, bensì esclu­si­va­mente la deci­sione e la pos­si­bi­lità di governare.
Al con­flitto e alle esi­genze di media­zione che la demo­cra­zia plu­ra­li­sta impone, con le con­se­guenti len­tezze per la ricerca del con­senso e del com­pro­messo tra le forze poli­ti­che, si con­trap­pon­gono la velo­cità e l’innovazione come valori in sé, come cate­go­rie post-politiche, se non diret­ta­mente anti-politiche.
Cam­bia­menti ener­gi­ca­mente cal­deg­giati, ma il cui con­te­nuto spe­ci­fico s’è ormai affran­cato dalla poli­tica intesa come rego­la­zione di inte­ressi entro una pro­spet­tiva di eman­ci­pa­zione com­ples­siva. Tra­sfor­ma­zioni che, per­lo­più, si limi­tano ad asse­con­dare le ten­denze in atto, libe­ra­mente inter­pre­tate da chi governa. Muta­menti che, in ogni caso, non hanno biso­gno di essere giu­sti­fi­cati: il distacco dalla società e dalla rap­pre­sen­tanza reale rende la poli­tica auto­suf­fi­ciente, comun­que in grado di gover­nare anche se espres­sione di una sem­pre più ridotta mino­ranza. Il potere si svin­cola sem­pre più dal con­senso della mag­gio­ranza dei con­so­ciati. Il popolo, reso spet­ta­tore, potrà assi­stere alla recita che la poli­tica dà di se stessa. Qual­cuno potrà applau­dire, altri scuo­tere il capo, magari anche indi­gnarsi, in ogni caso però è sul palco che va in scena la spet­ta­colo e dai log­gioni si può solo guardare.
Que­ste ten­denze di muta­zione pro­fonda delle nostre demo­cra­zie non sono recenti né limi­tate al nostro Paese. In Ita­lia, da almeno vent’anni assi­stiamo ad una pro­gres­siva ver­ti­ca­liz­za­zione del sistema poli­tico e isti­tu­zio­nale, ad una ridu­zione della rap­pre­sen­tanza. L’affermarsi del modello mag­gio­ri­ta­rio ne costi­tui­sce il suo esem­plare riflesso.
Se que­sto è il qua­dro dell’esistente osservo, sem­pli­ce­mente, che le grandi riforme annun­ciate, con la pre­di­spo­si­zione della nuova legge elet­to­rale iper­mag­gio­ri­ta­ria, accom­pa­gnata da una modi­fica della costi­tu­zione con­fusa, non­ché soste­nuta da un’ulteriore con­cen­tra­zione dei poteri nelle mani dell’esecutivo e, in par­ti­co­lare, del Pre­si­dente del Con­si­glio, si pon­gono in sostan­ziale con­ti­nuità con il pas­sato. Passi ulte­riori com­piuti nella dire­zione della costru­zione della con­tem­po­ra­nea “demo­cra­zia iden­ti­ta­ria”. Un esito cui si deve per­ve­nire, sem­pre che si voglia guar­dare al fondo dei pro­blemi e delle ten­denze in atto, senza fer­marsi invece alla super­fi­cie del cam­bia­mento mes­sia­ni­ca­mente annunciato.
Se si volesse pro­vare ad uscire dalla palude, segnando una solu­zione di con­ti­nuità con il pas­sato, dovremmo ricer­care solu­zioni ben più radi­cali e cri­ti­che rispetto alla nostra sto­ria recente. Dovremmo ricer­care una solu­zione di con­ti­nuità. Potremmo magari pro­vare ad aprire le porte alla rap­pre­sen­tanza reale, favo­rendo la par­te­ci­pa­zione e la cit­ta­di­nanza attiva. Scom­met­tere sulla com­ples­sità e non sulla sem­pli­fi­ca­zione della poli­tica (del suo lin­guag­gio, del suo ope­rare), valo­riz­zare il con­flitto come stru­mento per fare evol­vere la società e la cul­tura del plu­ra­li­smo e non stroz­zare ogni dif­fe­renza accu­sata di rap­pre­sen­tare solo un osta­colo al cam­bia­mento. Ma poi quale cambiamento?

da il manifesto del 15 luglio 2014
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Il rischio di una svolta auto­ri­ta­ria fa sor­ri­dere il nostro Pre­si­dente del Con­si­glio. Forse per­ché egli ritiene che sia un’accusa rivolta alla sua per­sona, e Mat­teo Renzi non si vede nelle vesti del dic­ta­tor romano. Non è dif­fi­cile dar­gli ragione: nes­sun Cesare si scorge all’orizzonte.
Ridu­cendo tutto ad una bat­tuta, però, non ci si avvede della sostanza del problema.
Se allora voles­simo discu­tere seria­mente della “svolta auto­ri­ta­ria” dovremmo rivol­gere l’attenzione alle più pro­fonde tra­sfor­ma­zioni che nel corso degli ultimi anni hanno riguar­dato l’assetto dei poteri e il modello di demo­cra­zia. È su que­sto ter­reno che si regi­stra un’involuzione di lungo periodo che non fa affatto sor­ri­dere, ma che spiega molto del pre­sente e delle poli­ti­che attuali.
Da tempo ormai gli stu­diosi hanno segna­lato il pas­sag­gio che ha por­tato la nostra demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva a con­for­marsi come “demo­cra­zia d’investitura”. Un modello che ha in sé con­no­tati auto­ri­tari e sconta una ridu­zione del plu­ra­li­smo sociale e poli­tico. A che vale negarlo? Per di più — anche que­sta è una con­sta­ta­zione ormai banale — le logi­che di un tale modello asfit­tico di demo­cra­zia sono state favo­rite nei tempi più recenti dall’estendersi della com­po­nente ple­bi­sci­ta­ria (ovvero, nella sua forma dege­ne­rata, popu­li­sta) entro i nostri sistemi poli­tici. Così si spie­gano tanti suc­cessi poli­tici repen­tini, costruiti sull’onda dell’emozione più che su quella della ragione. Per­ché non ammetterlo?
Anzi­ché negare l’evidenza var­rebbe la pena riflet­tere sui carat­teri di que­sta tor­sione delle demo­cra­zie per poi sce­gliere “da che parte stare”: se ope­rare per con­ser­vare e per­fe­zio­nare lo stato di cose esi­stenti, ovvero ten­tare di inver­tire la rotta.
Non è nep­pure dif­fi­cile cogliere gli ele­menti di fondo delle tra­sfor­ma­zioni in atto. Si pensi al ter­reno pro­pria­mente poli­tico ed isti­tu­zio­nale. Chi può negare, ad esem­pio, che l’intera sfera della poli­tica sia ormai ten­den­zial­mente ricon­dotta al solo momento elet­to­rale. E que­sto viene sem­pli­fi­cato, facendo astra­zione del suo con­te­nuto reale, ridu­cen­dolo ad un forma spet­ta­co­lare e un po’ tea­trale di duello, nep­pure più tra forze poli­ti­che, tra pro­grammi, bensì tra lea­der. Lotta tra capi che si iden­ti­fi­cano con un popolo e il cui cari­sma è legato all’immagine che essi rie­scono a tra­smet­tere di sé, non neces­sa­ria­mente invece a con­creti pro­grammi poli­tici di cam­bia­mento. Il cam­bia­mento — sem­mai ci sarà — avverrà dopo la vit­to­ria e sarà il lea­der a defi­nirne la dire­zione, legit­ti­mato da un voto alla per­sona che gli per­mette qua­lun­que scelta (in base al clas­sico prin­ci­pio iden­ti­ta­rio che attri­bui­sce al capo il ruolo di inter­prete della volontà del popolo). Per que­sto quel che conta non è garan­tire il plu­ra­li­smo, la rap­pre­sen­tanza reale degli inte­ressi sociali e cul­tu­rali, bensì esclu­si­va­mente la deci­sione e la pos­si­bi­lità di governare.
Al con­flitto e alle esi­genze di media­zione che la demo­cra­zia plu­ra­li­sta impone, con le con­se­guenti len­tezze per la ricerca del con­senso e del com­pro­messo tra le forze poli­ti­che, si con­trap­pon­gono la velo­cità e l’innovazione come valori in sé, come cate­go­rie post-politiche, se non diret­ta­mente anti-politiche.
Cam­bia­menti ener­gi­ca­mente cal­deg­giati, ma il cui con­te­nuto spe­ci­fico s’è ormai affran­cato dalla poli­tica intesa come rego­la­zione di inte­ressi entro una pro­spet­tiva di eman­ci­pa­zione com­ples­siva. Tra­sfor­ma­zioni che, per­lo­più, si limi­tano ad asse­con­dare le ten­denze in atto, libe­ra­mente inter­pre­tate da chi governa. Muta­menti che, in ogni caso, non hanno biso­gno di essere giu­sti­fi­cati: il distacco dalla società e dalla rap­pre­sen­tanza reale rende la poli­tica auto­suf­fi­ciente, comun­que in grado di gover­nare anche se espres­sione di una sem­pre più ridotta mino­ranza. Il potere si svin­cola sem­pre più dal con­senso della mag­gio­ranza dei con­so­ciati. Il popolo, reso spet­ta­tore, potrà assi­stere alla recita che la poli­tica dà di se stessa. Qual­cuno potrà applau­dire, altri scuo­tere il capo, magari anche indi­gnarsi, in ogni caso però è sul palco che va in scena la spet­ta­colo e dai log­gioni si può solo guardare.
Que­ste ten­denze di muta­zione pro­fonda delle nostre demo­cra­zie non sono recenti né limi­tate al nostro Paese. In Ita­lia, da almeno vent’anni assi­stiamo ad una pro­gres­siva ver­ti­ca­liz­za­zione del sistema poli­tico e isti­tu­zio­nale, ad una ridu­zione della rap­pre­sen­tanza. L’affermarsi del modello mag­gio­ri­ta­rio ne costi­tui­sce il suo esem­plare riflesso.
Se que­sto è il qua­dro dell’esistente osservo, sem­pli­ce­mente, che le grandi riforme annun­ciate, con la pre­di­spo­si­zione della nuova legge elet­to­rale iper­mag­gio­ri­ta­ria, accom­pa­gnata da una modi­fica della costi­tu­zione con­fusa, non­ché soste­nuta da un’ulteriore con­cen­tra­zione dei poteri nelle mani dell’esecutivo e, in par­ti­co­lare, del Pre­si­dente del Con­si­glio, si pon­gono in sostan­ziale con­ti­nuità con il pas­sato. Passi ulte­riori com­piuti nella dire­zione della costru­zione della con­tem­po­ra­nea “demo­cra­zia iden­ti­ta­ria”. Un esito cui si deve per­ve­nire, sem­pre che si voglia guar­dare al fondo dei pro­blemi e delle ten­denze in atto, senza fer­marsi invece alla super­fi­cie del cam­bia­mento mes­sia­ni­ca­mente annunciato.
Se si volesse pro­vare ad uscire dalla palude, segnando una solu­zione di con­ti­nuità con il pas­sato, dovremmo ricer­care solu­zioni ben più radi­cali e cri­ti­che rispetto alla nostra sto­ria recente. Dovremmo ricer­care una solu­zione di con­ti­nuità. Potremmo magari pro­vare ad aprire le porte alla rap­pre­sen­tanza reale, favo­rendo la par­te­ci­pa­zione e la cit­ta­di­nanza attiva. Scom­met­tere sulla com­ples­sità e non sulla sem­pli­fi­ca­zione della poli­tica (del suo lin­guag­gio, del suo ope­rare), valo­riz­zare il con­flitto come stru­mento per fare evol­vere la società e la cul­tura del plu­ra­li­smo e non stroz­zare ogni dif­fe­renza accu­sata di rap­pre­sen­tare solo un osta­colo al cam­bia­mento. Ma poi quale cambiamento?

 Fonte: Il Manifesto 15 luglio 2014

LA SPERANZA DI ERNST BLOCH





  In un tempo privo di speranze può risultare utile leggere o rileggere IL PRINCIPIO SPERANZA  di Ernst Bloch, il filosofo comunista tedesco che non si stancò mai di pensare e scrivere contro Stalin e il cosiddetto "socialismo reale".
   Paraltro lo scorso 8 luglio, ricorreva l’anniversario della sua nascita. Ed oggi, più che mai, c'è bisogno di chi, malgrado tutto,  ancora crede nella speranza, nell’utopia e nella possibilità della liberazione umana quì e ora. 
   Lo ricordiamo con questa nota di Peppe Sini, già  pubblicata da Comune.info, l' 8 luglio 2014.


Ernst Bloch, il principio speranza

di Peppe Sini

Anche se la speranza non fa altro che sormontare l’orizzonte, mentre solo la conoscenza del reale tramite la prassi lo sposta in avanti saldamente, è pur sempre essa e soltanto essa che fa conquistare l’incoraggiante e consolante comprensione del mondo, a cui essa conduce, come la più salda ed insieme la più tendenzialmente concreta. [...] L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. [...] Contro l’aspettare è d’aiuto lo sperare. Ma non ci si deve solo nutrire di speranza, bisogna anche trovare in essa qualcosa da cucinare. [...] L’utopia concreta sta all’orizzonte di ogni realtà; la possibilità reale circonda fino alla fine le tendenze-latenze dialettiche aperte, l’utopia non è fuga nell’irreale, è scavo per la messa in luce delle possibilità oggettive insite nel reale e lotta per la loro realizzazione

Ernst Bloch (Ludwigshafen, 8 luglio 1885 – Tubinga, 4 agosto 1977) è il grande filosofo dello “spirito dell’utopia”, del “principio speranza”, dell’”ortopedia del camminare eretti” (per citare alcuni titoli ed espressioni delle sue opere che sono altrettante proposte di riflessione e di lotta per la dignità umana); la sua riflessione e la sua testimonianza (come quelle – ad un tempo in tensione dialettica e complementari – di Guenther Anders e di Hans Jonas, di Hannah Arendt e della scuola di Francoforte, delle opere più aggettanti di Karl Korsch e di Gyorgy Lukacs) apportano decisivi contributi all’elaborazione di una teoria e una prassi politica della nonviolenza in cammino adeguata alla situazione presente, che costituisca un progetto di alternativa economica, politica e culturale capace di fondare qui e ora una società liberata e solidale che sappia riconoscere e promuovere i diritti umani di tutti gli esseri umani e la piena, consapevole, responsabile difesa della biosfera.
Tra le opere di Ernst Bloch ricordiamo: “Spirito dell’utopia” (La Nuova Italia, Firenze); “Thomas Muenzer, teologo della rivoluzione” (Feltrinelli, Milano); “Tracce” (Garzanti, Milano); “Soggetto-oggetto” (Il Mulino, Bologna); “Il principio speranza” (Garzanti, Milano); “Diritto naturale e dignità umana” (Giappichelli, Torino); “Ateismo nel cristianesimo” (Feltrinelli, Milano); “Il problema del materialismo; Experimentum mundi” (Queriniana, Brescia).

Tra le opere su Ernst Bloch in italiano invece si vedano almeno gli studi di Italo Mancini, Stefano Zecchi, Remo Bodei, Giuseppe Cacciatore, Giuseppe Pirola, Laura Boella, Laennec Hurbon; si veda anche il fascicolo monografico di “Aut aut”, n. 173-174, settembre-dicembre 1979, dal titolo “Eredità di Bloch”. Come è noto, in viva relazione con l’opera di Bloch è quella di Juergen Moltmann, “Teologia della speranza” (Queriniana, Brescia), così come le opere della teologia della liberazione fin dal testo eponimo di Gustavo Gutierrez, “Teologia della liberazione. Prospettive” (Queriniana, Brescia). Tra molti altri autori la cui riflessione ha un profondo rapporto dialettico con quella blochiana su temi cruciali segnaliamo anche almeno l’indimenticabile Ernesto Balducci.

Ricordare Ernst Bloch e lottare per la dignità umana e la liberazione dell’umanità sono dunuqe una cosa sola: non si è fedeli alla sua lezione se non ci si impegna concretamente e coerentemente per la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani e per la difesa della biosfera; e nella effettuale ed autocosciente lotta per difendere la biosfera e la vita, la dignità e i diritti di tutti gli esseri umani la sua lezione appronta e dona strumenti teorici ed ermeneutici di fondamentale importanza.

Nell’anniversario della nascita di Ernst Bloch, nel ricordo e alla scuola della sua testimonianza e del suo pensiero, la commemorazione più degna e sincera resta proseguire la lotta nonviolenta contro tutte le guerre e tutte le uccisioni, contro tutte le distruzioni e tutte le persecuzioni, per l’eguaglianza di diritti di tutti gli esseri umani e per la liberazione dell’umanità, per la solidarietà che tutte le persone riconosce, raggiunge, sostiene, e si prende cura del mondo vivente.




Peppe Sini,  è responsabile del Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo, cura una la mailing list quotidiana “La nonviolenza è in cammino”


DOMANI A MARSALA UN PIRANDELLO DIVERSO


OTIUM Estate 2014 dà inizio alle “incursioni poetiche”

#guarrillaculturalestate2014acuradibarbaralottero

Come accaduto la scorsa estate Otium lascia la propria sede per realizzare incontri e dialoghi con e sul territorio, perché cultura è anche azione che conduce ad uscire dalle stanze, dagli spazi chiusi per creare opportunità di confronto.
La scorsa estate si è scelto di organizzare una piccola collana composta da quattro appuntamenti presso “l’oziosa” cornice del Chiostro del Carmine a Marsala, che con professionalità e sensibilità ha voluto accogliere le nostre proposte.
Quest’anno la filosofia cambia, vogliamo mettere in campo una “guerrilla culturale” che con la partecipazione ad iniziative che altri amici pensano ed organizzano, ci dia la possibilità di sperimentare nuove forme di dialogo. Si tratta di un “non programma” animato dal desiderio di improvvisare “incursioni poetiche” e finalizzato a fare arrivare poesia e letteratura in “luoghi inconsueti” per la riflessione culturale perché dediti ad altro, a ciò che è il contrario dell’OTIUM cioè il NEGOZIUM.
Le nostre incursioni poetiche avranno inizio giovedì 17 luglio con due appuntamenti:

• Ore 19,00 Chiostro del Carmine dove gli amici del T.A.M -Teatro Abusivo Marsala, coordinato dal regista Massimo Pastore- presentano il loro allestimento de “I Giganti della montagna “ di Luigi Pirandello, un’opera di una poesia assoluta nonché il testamento poetico del drammaturgo siciliano. Di questo discuteremo con lo stesso Massimo Pastore, con il poeta Nino Contiliano e con lo studente del Liceo Classico di Marsala Marco Marino. Gli amici del T.A.M offriranno a chi vorrà far parte dei nostri delle letture tratte dal mito “I giganti della montagna”.

• Ore 21.00 Enoteca Lo Sbarco in via XI Maggio angolo via Curatolo, qui, grazie ad una idea di Antonio Putaggio, degusteremo i vini di Sicilia, ascolteremo musica dal vivo –a cura di Peppe Di Giorgi e Arlesiana Mannone- racconteremo il romanzo “L’esclusa” di Luigi Pirandello e leggeremo insieme alcune pagine tratte da questa intrigante narrazione. Previsto il collegamento in diretta con il programma “Viva la Vida” di Godot Radio Web, Roma curato da “La Leti”, speaker e da Simona Pierini, psicoterapeuta che brevemente affronteranno il tema: “letteratura e psicologia”.

Barbara Lottero


La Giustizia vista da F. Dürrenmatt

F. Dürrenmatt


Giustizia in panne



di Antonio Tricomi 

Pubblicato per la prima volta nel 1956 e da poco riproposto in traduzione italiana, La panne (Adelphi, Milano 2014, pp. 87, € 10,00) è uno spietato apologo nel quale Friedrich Dürrenmatt sembra muovere dal Kafka sia del Processo sia del Castello per interrogarsi sulla labilità di qualsivoglia etica individuale e di ogni legge socialmente condivisa che ambiscano a pretendersi inderogabili in un mondo in cui «non vi è più un dio che minacci, né una giustizia, né un fato come nella quinta sinfonia». In un mondo, cioè, nel quale possono riaffiorare forme esclusivamente grottesche o paradossali, e proprio per questo sovente estremistiche, di verità, di autocoscienza e addirittura di «grazia», in un solo caso: quando «un semplice contrattempo si dilata involontariamente a fenomeno universale». Soltanto allora torna ad imporsi agli uomini non il sensato rispetto di una ragionevole moralità pubblica e privata, ma la cieca ubbidienza a un surreale codice etico assoluto che all’origine di ogni nefasta casualità, come pure alla base di qualsiasi realizzazione sociale, scorge la traccia di un criminogeno disegno, o l’esito di una sconcia aspirazione, di questo o quel soggetto: in altri termini, un’ontologica colpa individuale che, appena accertata, suggerisce al reo di ritenersi egli per primo degno di un’inappellabile condanna a morte. Perché, ci spiega insomma Dürrenmatt, quando si verifica un intoppo, o per l’appunto una panne, in quell’efficiente meccanismo socioculturale che regola la deliberata evaporazione del senso tipica della nostra era, può solo accadere che una vuota giustizia fin lì meramente e persino serenamente formale si converta, in maniera non altrettanto pacifica e astratta, nella cinica parodia di un irrefrenabile giustizialismo che alle sue vittime infligge la pena comunque del ridicolo. Accettare quell’oltranzistico processo alle intenzioni che solo si rivelerebbe congruo in un contesto che sapesse presentarlo come esito naturale del legittimo desiderio di punire ogni infrazione di un vigente e comunitario orizzonte di senso, vuole infatti dire, in un mondo orfano di qualsiasi significato autentico, scivolare pateticamente nell’assurdo, non già poter riscattare d’improvviso e appieno la propria grigia vita di menzogne e mancanze. Finché la legge si dimostra una farsa, anche il richiamo o la sottomissione ad essa si tramutano in pantomime dai risvolti distruttivi.
Oltre che del caustico romanzo breve di Dürrenmatt, il 1956 è l’anno della pubblicazione del primo volume di un classico del pensiero (anti-accademico) contemporaneo: L’uomo è antiquato, al cui autore lo psicanalista Franco Lolli ha appena dedicato un’agile ma densa monografia, appunto intitolata Günther Anders (Orthotes, Napoli-Salerno 2014, pp. 93, € 10,00). In fondo, il filosofo di Breslavia riconduce la medesima liquefazione del senso e l’identica eclissi dell’etica tratteggiate, in altro modo, dallo scrittore svizzero di lingua tedesca a una causa precisa: il tramonto di ogni ipotesi antropocentrica nell’epoca del trionfo, giudicato definitivo, di una tecnica capace di ergersi ad attore unico e sovrano incontrastato di un mondo in cui – riassume Lolli – l’uomo è divenuto «superfluo, un sovrappiù, semplice pezzo di un ingranaggio che ha acquistato autonomia e che non riconosce il debito verso chi lo ha messo in moto». L’attacco al sistema capitalistico, che nella Panne resta implicito, serbandosi su un piano trascendente, con Anders e con la sua attenta «sociopatologia della vita quotidiana» – come ancora Lolli la definisce – si fa cioè scoperto e anzi radicale, risolvendosi nell’apocalittica denuncia della letale affermazione di un «tecnototalitarismo» (o “totalitarismo morbido” che dir si voglia) che mira a produrre l’estinzione del genere umano e, in ultimo, del mondo stesso. Avendo pensato il suo libro non come una ricognizione specialistica, ma al pari di un corpo a corpo con un autore a lui caro anche perché capace di offrirgli spunti critici da mettere a frutto nell’interrogazione epistemologica dei fondamenti teorici del proprio mestiere, Lolli perciò si spinge, da un lato, ad ammettere le colpe di una certa psicanalisi soprattutto americana nel convalidare quella dittatura della «logica consumistica» ritenuta da Anders consustanziale all’egemonia della tecnica e che conduce all’apoteosi «di una ideologia che fa dell’eliminazione del limite lo strumento più raffinato per limitare la libertà del singolo». Dall’altro lato, lo psicanalista si prodiga nel tentativo di difendere Anders da ogni accusa di nichilismo, ricordandone il desiderio di «contrapporre all’attitudine contemplativa e disincantata tipica del disfattismo nichilista, la passione e l’ardore della sua denuncia nonché il suo impegno sociale», speso fino agli ultimi mesi di vita. E qui il movente – per così dire – dichiaratamente personale del volume viene forse ancor più alla luce. All’interno di una vieppiù reazionaria retorica pubblica, la nostra era conosce una sovraesposizione del discorso psicanalitico che potrebbe paradossalmente essere letta come un sintomo dell’esaurimento dell’originaria carica di rottura con l’ordine dato o persino alla stregua di un certificato di morte di quella pratica. Che Lolli abbia allora inteso implicitamente ribadire che è compito della psicanalisi fuggire il rischio di una non remota deriva nichilistica tornando urgentemente a resistere a ogni forma di irreggimentazione, pur magari a costo di una maggiore perifericità in seno al dibattito intellettuale?