28 dicembre 2014

QUASIMODO AI FRATELLI CERVI









AI FRATELLI CERVI, ALLA LORO ITALIA

In tutta la terra ridono uomini vili,
principi, poeti, che ripetono il mondo
in sogni, saggi di malizia e ladri
di sapienza. Anche nella mia patria ridono
sulla pietà, sul cuore paziente, la solitaria
malinconia dei poveri. E la mia terra è bella
d’uomini e d’alberi, di martirio, di figure
di pietra e di dolore, d’antiche meditazioni.


Gli stranieri vi battono con dita di mercanti
il petto dei santi, le reliquie d’amore,
bevono vino e incenso alla forte luna
delle rive su chitarre di re accordano
canti di vulcani. Da anni e anni
vi entrano in armi, scivolano dalle valli
lungo le pianure con gli animali e i fiumi.

Nella notte dolcissima Polifemo piange
qui ancora il suo occhio spento da navigante
dell’isola lontana. E il ramo d’ulivo è sempre ardente.

Anche qui dividono in sogni la natura,
vestono la morte e ridono i nemici
familiari. Alcuni erano con me nel tempo
dei versi d’amore e solitudine nei confusi
dolori di lente macine e di lacrime.
Nel mio cuore finì la loro storia
quando caddero gli alberi e le mura
tra furie e lamenti fraterni nella città lombarda.

Ma io scrivo ancora parole d’amore,
e anche questa è una lettera d’amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi
non alle sette stelle dell’orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d’amore nel silenzio.
Non sapevano soldati filosofi poeti
di questo umanesimo di razza contadina.
L’amore la morte in una fossa di nebbia appena fonda.

Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchie di sangue.

Salvatore Quasimodo

IL CAPODANNO DI BORGES






                              Fine d'anno



Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.


Jorge Luis Borges da Fervore di Buenos Aires, 1923



L' UOMO DELL'ANNO...



Mio malgrado, Matteo Renzi ha occupato la scena politica italiana nel corso del 2014. Spero che venga spazzato via al più presto. Intanto condivido l'ironico ritratto che ne ha fatto una cara amica, anche se ritengo che, probabilmente, il soggetto non meritasse tanta considerazione. (fv)


RENZI SUL MIO DIVANO

C'era Renzi sul mio divano, poche sere fa. Un flusso continuo di parole (rò-rà-remo-rò-rà-remo-rò-rà-remo) mitragliate all'altezza dei cuscini e diffuse ovunque nella stanza: impossibile ignorarlo. Rò-rà-remo. Abbandonato lì disteso da mia madre, interessata a sentir parlare di cose italiane anche quando viene a trovarmi, dentro un piccolo apparecchio elettronico che ne diffondeva la voce da uno studio televisivo fino a me. Rò-rà-remo. Renzi a casa mia, dico, ché la sua voce è tutto quello di cui sembra essere composto. Non sembra avere corpo, pensieri, non suoi almeno*, o parole di qualche significato che vadano al di là dell'affermazione di sé e - a ruota - della denigrazione dell'avversario, specie se del proprio partito. Rò-rà-remo-rò-rà-remo-rò-rà-remo. Non sono neanche sicurissima parlasse italiano, quella sera in cui ha occupato abusivamente il mio divano: nessuna pausa o titubanza, troppa energia, troppa fretta, troppi verbi coniugati al futuro, un verbo su tutti: fare. Farò-farà-faremo.
Per sua fortuna la mia stanchezza decembrina impediva alla stizza di montare**, mentre lui non aveva pietà, né di me né del suo interlocutore, che deve aver infilato due mezze parole compiacenti, tra una raffica verbale e l'altra.
Togliti da lì, pensavo, se proprio non puoi smetterla, levati dal mio divano, che è dedicato esclusivamente ad Oblomov e ai suoi seguaci, vai a trovare Hollande, proponigli una gara in scooter, sfida Valls a corsa, tieni una conferenza sul patto del Nazareno o sulla fraternité con i compagni di partito a Sciences Po, vai a farti fotografare in una posa plastica mentre corri davanti alla tour Eiffel, buca le Ninfee di Monet per cercare Leonardo, vai a vedere la Gioconda e smarrisciti nel suo enigma***, se possibile. Oppure, più semplicemente, non dico di tacere, che è azione articolata, ma respira, respira ogni tanto e, per una volta nella vita, compi una piccola azione da uomo: infragilisciti.

* In this present crisis, government is not the solution to our problem, government is the problem, Ronald Reagan, 20 gennaio 1981. New Labour believes in a flexible labour market that serves employers and employees alike, Manifesto del Partito laburista, 1997  ** Mi sono riposata, in questi ultimi due giorni: ma ch'el vadi in monazza, ch'el vadi. 
*** Anche perché diciamo la verità: la Gioconda è più enigmatica che bella, Matteo Renzi, Stil novo, Rizzoli 2012. 
 
 Testo tra da: http://buchi-nella-sabbia.blogspot.it/2014/12/renzi-sul-mio-divano.html

CANZONI ITALIANE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE








Come tutti i canti di trincea, quelli della prima Guerra Mondiale sono canzoni nate anonime, diffuse tra i soldati per naturale contagio. Erano cantate durante le marce, nei turni di riposo e talvolta in prima linea.

Sono canzoni un po' lagnose perché vissute in un habitat da talpe, tra fango e pidocchi, e perché riflettano la lontananza degli affetti.

Sotto l’aspetto etnografico e della storia sono una documentazione di alto interesse. Anche ad esse bisogna attingere per determinare gli atteggiamenti psicologici dei soldati che di quella guerra fecero parte.

Molte di queste canzoni costituiscono un patrimonio ancora vivo con il loro contenuto patriottico e qualche volta satirico.

La penna nera o Sul Cappello che noi portiamo.(1) E’ la tipica canzone degli alpini. La penna è il simbolo dell’aquila che domina gli abissi.

Sul ponte di Bassano (2) L’autore immagina di scambiare con una ragazza una stretta di mano ed un bacon d’amore. L’amore tra il soldato e la ragazza, dopo la casta descrizione della prima strofa, ha uno sviluppo aperto a diverse soluzioni.

Il testamento del Capitano (3). La storia di un capitano che, non avendo altri beni che il suo corpo, prima di morire, lascia il suo testamento spirituale oltre che retorico. Si intuisce anche la critica che i soldati fanno sull’equipaggiamento distribuito: mancano le scarpe e quelle distribuite sono poco resistenti.

La tradotta. (4) C’è la tradotta che parte dal fronte per andare a casa e c’è la tradotta che parte da casa per riportare al fronte. Una tipica, triste canzone da fiume Piave che parla di morte.

O Dio del Cielo.(5) Esistono diverse versioni , alcune con versi ripetuti e modulati. Tutte parlano del desiderio di tramutarsi in rondone per raggiungere l’amata alla fontana per poi invitarla a prendere il fucile.

Aì preàt la biele stele.(6) Non è una canzone nata nel fango delle trincee o nelle bisbocce delle retrovie. E’ un canto che, sorto nelle vallate friulane, sa di neve, di aria pura e di stelle E’ una preghiera di pace.

Dove sei stato mio bell’alpin ?.(7) Alla domanda si risponde con una litania di luoghi di battaglie e di sofferenze.

Montenero o Monte rosso e Monte nero. (8) Pur rispettandone l’essenza, sono sempre del Terzo Reggimento Alpini, la canzone subisce diversi ritocchi. La data di battaglia cambia secondo l’esperienza vissuta. Tutte terminano con il colonnello che piange nel vedere i suoi alpini morire.

Quel Mazzolin di fiori. Il primo contenuto dei canti di trincea è L’amore. E’ uno dei motivi più famosi. Diffusissimo nel Nord Italia, in ogni regione presenta, però, varianti non trascurabili.

Canto Alpino della I guerra mondiale

[1916]

Tapum è una delle più note canzoni della Grande guerra, nata nelle trincee italiane. Il ritornello è ispirato al rumore degli spari della fucileria austro-ungarica. L'attribuzione della paternità della canzone è tuttora irrisolta. Alcuni l'attribuiscono ai minatori durante il traforo della galleria del San Gottardo, mentre altri a Nino Piccinelli di Chiari.
Il titolo della canzone originale era senza il trattino; quindi: ta pum A quel tempo tra gli uomini di bassa cultura i segni di punteggiatura non erano insegnati e quindi poco frequenti. Questo è il motivo perché ta pum si scrive senza trattino (alto - )

 TA PUM
 Venti giorni sull'Ortigara
senza cambio per dismontà
Tapum, tapum ...
Con la testa pien de peoci
senza rancio da consumà
Tapum, tapum ...

Quando noi siam scesi al piano
battaglione non ha più soldà
Tapum, tapum...
Battaglione di tutti morti
a Milano quanti imboscà!
Tapum, tapum ...

Dietro il ponte c'è un cimitero
cimitero di noi soldà
Tapum, tapum ...
Quando sei dietro quel muretto
soldatino non puoi più parlà
Tapum, tapum ...

Cimitero di noi soldati
forse un giorno ti vengo a trovà
Tapum, tapum ... [*]

Variante:

Cimitero di fanteria
forse un giorno ci vengo a cuccà
Tapum, tapum ...


 Altra versione:


Venti giorni sull’Ortigara
senza il cambio per dismontà
ta pum ta pum ta pum...
ta pum ta pum ta pum...

E domani si va all'assalto,
soldatino non farti ammazzar,
ta pum ta pum ta pum...
ta pum ta pum ta pum...

Quando poi si discende a valle
battaglione non hai più soldà.
ta pum ta pum ta pum...
ta pum ta pum ta pum...

Nella valle c'è un cimitero,
cimitero di noi soldà.
ta pum ta pum ta pum..
ta pum ta pum ta pum

Cimitero di noi soldà
forse un giorno ti vengo a trovà.
ta pum ta pum ta pum...
ta pum ta pum ta pum...

Ho lasciato la mamma mia,
l'ho lasciata per fare il soldà.
ta pum ta pum ta pum...
ta pum ta pum ta pum...

Quando portano la pagnotta
il cecchino comincia a sparar.
ta pum ta pum ta pum...
ta pum ta pum ta pum...

Battaglione di tutti i Morti,
noi giuriamo l'Italia salvar.
ta pum ta pum ta pum...
ta pum ta pum ta pum...


27 dicembre 2014

UNO DEI LIBRI PIU' AMATI E ODIATI DI j. STEINBECK




Lo stato delle cose, dei campi abusivi e del gran “furore”.
di Beatrice Cassina
E' forse un amaro para­dosso che oggi, nel set­tan­ta­cin­que­simo anni­ver­sa­rio del libro più sof­ferto dello scrit­tore John Stein­beck, Furore (Gra­pes of Wrath), ci si trovi di fronte, di nuovo, a con­di­zioni di lavoro che spesso non ten­gono conto dei minimi stan­dard di diritti umani.

Ci ritro­viamo di fatto in molte parti del globo – qual­cuna anche troppo vicina per essere igno­rata -, e dopo decenni di lotte per otte­nere pic­cole grandi con­qui­ste di lavoro e benes­sere, ci ritro­viamo rica­ta­pul­tati indie­tro, a quando chi aveva biso­gno di lavo­rare e scap­pava let­te­ral­mente da con­di­zioni di vita senza spe­ranza, era dispo­sto a soprav­vi­vere in con­di­zioni che si avvi­ci­na­vano dram­ma­ti­ca­mente a con­di­zioni di schia­vitù.

Già, pro­prio come nella Cali­for­nia rac­con­tata in Furore, in cui John Stein­beck scri­veva, e auto­ma­ti­ca­mente denun­ciava, lo stato delle cose. «Que­sti sono delitti che tra­scen­dono ogni denun­cia. Que­ste sono tra­ge­die cui il pianto non può ren­dere testi­mo­nianza; e‘ un fal­li­mento che annulla le più belle con­qui­ste dell’umanità». E John Stein­beck si era avvi­ci­nato e aveva cono­sciuto le ter­ri­bili con­di­zioni di vita degli immi­grati che erano arri­vati sulla costa west, nella sua Cali­for­nia, dopo la grande sic­cità degli anni trenta. Migliaia di fami­glie, e anche la fami­glia Joad nel romanzo, aveva lasciato l’Oklaoma, dopo che le col­ti­va­zioni erano state rovi­nate, distrutte dal Dust Bowl, cioè da quelle tem­pe­ste di pol­vere e sab­bia che col­pi­rono, tra il ’31 e il ’39, le Grandi Pia­nure ame­ri­cane.

In Cali­for­nia, ci rac­conta il libro, nono­stante la grande pub­bli­cità fatta per cer­care nuova mano­do­pera, le cose non sareb­bero state migliori. «Gli alberi stanno ritti e sani in fila, i tron­chi sono robu­sti, la frutta matura. Ma i bimbi muo­iono di pel­la­gra per­ché da un’arancia il col­ti­va­tore non può trarre pro­fitto; e il coro­ner scrive sull’atto di morte «morto per denu­tri­zione» per­ché con­viene lasciar mar­cire la frutta». E la rab­bia dun­que cre­sceva, come cre­sce sem­pre e ovun­que, in ogni essere umano che non abbia più altra scelta se non quella di ribel­larsi. La gente che rac­conta Stein­beck è gente che abita un romanzo, un lungo romanzo, ma è anche e soprat­tutto la gente che pro­prio lui, ini­zial­mente nel 1936 in veste di gior­na­li­sta per il San Fran­ci­sco News, aveva incon­trato.

Come repor­ter e testi­mone, Stein­beck aveva viag­giato nei campi di soc­corso nella con­tea del Kent. Aveva visi­tato, anche gra­zie all’aiuto dell’amico Tho­mas Col­lins, a cui il libro è dedi­cato e che lavo­rava per il Farm Secu­rity Admi­ni­stra­tion, il Sani­tary Camp di Arvin (nel romanzo chia­mato Weed­patch Camp). Que­sto campo era tra i 15 rea­liz­zati con i fondi del Governo, e sicu­ra­mente tra quelli che fun­zio­na­vano meglio. Ma aveva visi­tato con Tom anche quelli abu­sivi, dove le con­di­zioni erano dav­vero dif­fi­cili e dove lo squal­lore e la povertà si accom­pa­gna­vano a epi­de­mie, mal­nu­tri­zione, fame.

Nell’ottobre del 1936, il gior­nale pub­blicò quindi una serie di sei arti­coli inti­to­lati The Har­vest Gyp­sies. Ogni arti­colo era stato accom­pa­gnato dalle dram­ma­ti­che, silen­ziose foto­gra­fie di Doro­thea Lange, che lavo­rava per la docu­men­ta­zione delle situa­zioni dispe­rate dei migranti per il FSA — Farm Secu­rity Admi­ni­stra­tion — già dal 1935, e che incon­trò Stein­beck solo a libro pub­bli­cato. Pochi mesi dopo la rea­liz­za­zione di que­sti arti­coli e di que­ste espe­rienze dram­ma­ti­che, nel dicem­bre di quello stesso anno, Stein­beck aveva deciso e sapeva che il suo pros­simo libro sarebbe stato pro­prio una sto­ria sulla vita dei migranti.



Leg­gendo il libro Wor­king Days. The Jour­nal of Gra­pes of Wrath (Pen­guing Books), un dia­rio dei giorni di lavo­ra­zione del libro a par­tire dal mag­gio del 1938, si vede, si sente la grande sof­fe­renza di uno scrit­tore che era stato for­te­mente segnato dalle situa­zioni che aveva visto e di cui aveva scritto negli arti­coli per il San Fran­ci­sco News. Quasi non potesse capa­ci­tarsi che in Cali­for­nia, la sua Cali­for­nia, potes­sero suc­ce­dere certe ver­go­gne. E non poteva nep­pure far finta di non aver vis­suto in prima per­sona, nel feb­braio del 1938, l’orrenda espe­rienza dell’inondazione dei campi di Visa­lia e Nipomo.

Furore è pro­ba­bil­mente stato scritto anche a causa, come disse poi nel 1952 in un’intervista alla radio Voice of Ame­rica, dell’enorme rab­bia che lui stesso aveva pro­vato. Certe pagine non pos­sono evi­tare di rac­con­tare la realtà. «E gli occhi dei poveri riflet­tono, con la tri­stezza della scon­fitta, un cre­scente furore. Nei cuori degli umili matu­rano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della ven­dem­mia».

Que­sto libro, che fu pre­miato nel 1940 con il Pre­mio Puli­tzer e gra­zie anche al quale Stein­beck rice­vette, nel 1962, il pre­mio Nobel, ha ancora oggi tanto da dire e inse­gnare. A tutti e in ogni luogo.
Rico­no­sciuto come il più grande, corag­gioso e con­tro­verso libro di John Stein­beck, Furore era stato scritto, dopo molte prove e ten­ta­tivi, in una ver­sione finale a par­tite dal mag­gio del 1938. Ed è stato, forse soprat­tutto, un libro spesso rite­nuto popu­li­sta e rivo­lu­zio­na­rio che, in qual­che modo, pro­fe­tiz­zava un grande cam­bia­mento nelle con­di­zioni sociali dell’individuo.

La sto­ria alla fine aveva pre­miato le lotte per i diritti, sia dei lavo­ra­tori che delle fami­glie. Ma che la sto­ria si ripeta, acci­denti, è una verità incon­te­sta­bile, soprat­tutto quando i van­taggi otte­nuti non sono più tute­lati con rigore. Set­tan­ta­cin­que anni per arri­vare oggi a una spe­cie di un ultimo salto car­piato rove­sciato… che riporta a volte più indie­tro di quando si era par­titi.

Susan Shil­lin­glaw, inse­gnante di inglese e diret­trice del Cen­ter for Stein­beck Stu­dies all’Università di San Jose (che pos­siede la più vasta col­le­zione di mate­riale su Stein­beck al mondo) spiega come il libro venne attac­cato da più parti. «Parte dello shock ini­zial­mente fu nella resi­stenza di cre­dere che ci fosse quel tipo di povertà in Ame­rica. … Altri pen­sa­rono che Stein­beck fosse un comu­ni­sta e quindi non apprez­za­rono il libro» Anche il cam­bio di ottica dall’«io» al «noi» non era pia­ciuto. Per­ché era un attacco all’individualismo ame­ri­cano.



«Furore forse rap­pre­senta una sorta di mito senza tempo. Stein­beck aveva visto gli espro­pri come un tema e come una sto­ria molto più grande di quella solo cali­for­niana. …Tom Joad esce dal romanzo dicendo ‘ci sarò, ovun­que la gente ha fame…’ che è come se dicesse che, nel tempo, ci sarà ancora biso­gno di lui».

Leg­gendo pagine vec­chie 75 anni, e poi le pagine di cro­naca di qual­siasi quo­ti­diano, ci si rende conto che que­sta mito­lo­gia, con cir­co­stanze e per­so­naggi diversi, sem­bra restare sem­pre la stessa e ripe­tersi ancora. Una cro­naca che ci rac­conta di discorsi in piazza dei diversi Grillo e Sal­vini, che cer­cano di rela­zio­narsi con­fu­sa­mente al peri­colo del nemico-immigrato. Ed è anche quella cro­naca (Cor­riere della Sera, 23 otto­bre) che rac­conta di cen­ti­naia di gio­vani operaie-schiave rumene (dai 20 ai 40 anni) nei campi sici­liani del pomo­doro dat­te­rino e cilie­gino. Gio­vani donne che vivono e lavo­rano 11 ore al giorno per poche decine di Euro, in con­di­zioni, anche igie­ni­che, degra­danti e umi­lianti, e forse anche molto peg­giori dei campi immi­grati.

Ma le cose sono cam­biate, oggi. Oh, certo che sono cam­biate. Le tem­pe­ste di sab­bia e la sic­cità oggi si chia­mano guerre e bombe che pio­vono dal cielo e distrug­gono tutto. I car­roz­zoni cari­chi di fami­glie affa­mate – come quello dei Joad, con un gio­vane Henry Fonda nel film di John Ford – oggi sono le bar­che che troppo spesso anne­gano nel mare. La bella Route 66, che arriva fino alle coste dell’allora Terra Pro­messa Cali­for­niana, e che veniva per­corsa da chiun­que volesse scap­pare dalla pol­vere, dalla sab­bia e dalla fame per arri­vare al benes­sere dell’estremo West, oggi si chiama Mar Medi­ter­ra­neo. Nel libro e negli anni Trenta gli immi­grati si chia­ma­vano Okie, oggi invece si chia­mano – anche – siriani.

Il libro par­lava dell’Associazione degli Agri­col­tori Cali­for­niani – una delle orga­niz­za­zioni più aggres­sive nella sto­ria ame­ri­cana – in modo molto diretto. Ci rac­con­tava dei grandi pro­prie­tari ter­rieri che ave­vano atti­rato migliaia di migranti in Cali­for­nia, in modo da poter man­te­nere i com­pensi al minimo. Rac­con­tava un inim­ma­gi­na­bile livello di povertà, di mise­ria, di man­canza di abi­ta­zioni, di fame. Si rac­con­tava del potere, delle ban­che e dei pro­prie­tari ter­rieri, per­ché in Cali­for­nia i più deboli, dal punto di vista del potere, erano, forse da sem­pre, i migranti: cinesi, giap­po­nesi, filip­pini, mes­si­cani e sì, anche gli «Okie». Il libro di Stein­beck ren­deva evi­dente che il sogno ame­ri­cano della Cali­for­nia e del West era fal­lito tra­gi­ca­mente, con tutte le sue ombre. E oggi, nella bella Ita­lia, che sicu­ra­mente si è com­mossa leg­gendo le pagine di Stein­beck, be’, adesso in Ita­lia ci sono padroni che, anche, vio­len­tano le loro cosid­dette «dipen­denti» rumene.



Furore era per for­tuna stato difeso da Elea­nor Roo­svelt dopo che, appena uscito, aveva sca­te­nato tan­tis­sime pro­te­ste. La first Lady aveva scritto: «Devo dire che ho appena finito un libro che è un’esperienza di let­tura indi­men­ti­ca­bile. Furore, di John Stein­beck, attira e allon­tana. Gli orrori della scena così bene rac­con­tati, fanno temere di comin­ciare il capi­tolo seguente, ma non si può posare il libro e nean­che sal­tare una pagina. Ho visto cri­ti­che che dicono che que­sto libro è con­tro la reli­gione, ma non posso in nes­sun modo imma­gi­nare di pen­sare a mamma Joad senza allo stesso tempo pen­sare all’amore. Il libro è cat­tivo in certi punti, la vita a volte è cat­tiva, ma la sto­ria è bella quanto lo è la vita».

Il libro, tra i più amati nella let­te­ra­tura ame­ri­cana, è stato odiato, ban­dito, bru­ciato. Ban­dito dalle scuole ame­ri­cane — molto spesso anche per la scena finale (assente nel film di John Ford) di Rose of Sha­ron che, perso il figlio, offre il pro­prio seno e latte a un uomo che sta morendo di ine­dia –, era stato spesso giu­di­cato immo­rale, degra­dante, privo di ogni verità.

Ma per for­tuna resta comun­que il fatto che oggi, all’età di 75 anni, que­sto capo­la­voro ha ven­duto più di 15 milioni di copie, con­ti­nua a ven­dere più di 100 mila copie all’anno, ed è stato tra­dotto in quasi tutte le lin­gue del mondo. Sì, forse Furore ha dav­vero ancora qual­cosa da insegnare….



Il Manifesto – 22 novembre 2014

ATENE, ieri e oggi.


Atene: 180 anni di storia

Atene. La città è un’immensa colata di bianco. Nel cielo spazzato dalla tramontana che ha finalmente portato il freddo, scintillano infinite distese di scaldabagni solari, canne fumarie coperte da cappelli eolici metallizzati, complicati grovigli di antenne, immense parabole e milioni di motori per l’aria condizionata. Dalla collina di Filopappo, Atene è uno spettacolo che dà alla testa. Le catene montuose la rinchiudono come in un enorme catino punteggiato da picchi rocciosi e scoppiante di vita convulsa verso il mare del Faliro e del Pireo. L’Imetto a est, Pendeli a nord est, Parnitha a nord e infine Egaleo a ovest: non si esce dal contenitore che gli assestamenti geologici hanno distribuito attorno alla più antica città d’Europa. Tutto quel che si poteva costruire lo si è costruito. Il blu dell’Egeo che monta sulla città in festa per il centottantesimo compleanno da capitale, delinea la colata bianca sotto cui scorre incessante un sottofondo che sembra onde di mare e invece è il traffico inesorabile. Quasi cinque milioni di persone vivono in questa area urbana. Centottant’anni fa, erano quattromila.
Quando Ottone di Wittelsbach, figlio di Ludovico I di Bavaria, arrivò qui, tra i monti che contengono questo sublime catino attico c’erano solo campi e fiumi e un ammonticchiare di case orientaleggianti alle pendici dell’Acropoli. Si racconta che il diciassettenne designato dalle grandi potenze per regnare sulla Grecia da poco libera dopo quasi quattro secoli di dominazione ottomana, di fronte allo spettacolo che lo accoglieva, fu preso da un entusiasmo che l’età gli impedì di nascondere. Le malelingue sostennero che fosse l’incoscienza della giovinezza. I più attenti immaginarono invece che avesse subodorato le infinite possibilità di grandezza offerte da tanto vuoto. Ricostruire la grande Atene. Progettare quasi dal nulla, attorno alla roccia del Partenone, quella che era stata la culla della civiltà occidentale.
Oggi, a noi viene spontaneo pensarla in tutt’altro modo. “La storia non si fa con i se e con i ma”, diceva Benedetto Croce. Eppure è difficile resistere alla suprema tentazione antistorica di immaginare quella città antica e gloriosa ancora deserta. I due fiumi, l’Ilisso e l’Eridano, scorrevano tra campi dominati dai mandriani. Le arterie della città che aveva dominato culturalmente molto più a lungo dei decenni di primato politico e militare erano conservate sotto tonnellate di terra e prati. La via Panatenaica attraversava il Ceramico e saliva su fino ai Propilei dell’Acropoli. La via Sacra invece si allontanava in direzione Eleusi. Immense mura collegavano la città al Pireo, il porto dei commerci attraverso cui Atene aveva conosciuto il mondo, si era aperta a costumi diversi, fino a immaginare una forma di governo che avrebbe dominato culturalmente nei secoli fino a oggi, la democrazia. L’Atene antica, nel momento del massimo splendore, aveva ospitato più di 400.000 abitanti. Nel 1834, dopo l’impero bizantino, i saccheggi dei saraceni, l’occupazione della Quarta Crociata e i Turchi – i Turchi che dal 1453 al 1827 dominarono quasi incontrastati – Atene era svuotata e deserta. E se i sogni di gloria di Ottone non l’avessero riportata al centro, adesso la vecchia capitale Nafplio (per noi italiani Nauplia) sarebbe forse un’immensa colata di bianco e Atene invece un gioiello puramente archeologico.
Ma chi l’ha detto che Atene oggi non è un gioiello, fuori dalle rotte antiche? Ottone prese casa in una piccola palazzina che, unica, per i primi anni poteva accogliere un simulacro di casa reale. In piazza Klafthmonos, la prima residenza reale ospita oggi il Museo della Città, il modo migliore per introdurci nell’Atene neoclassica. Date pure un’occhiata alle stanze dove Ottone visse e nel 1837 accolse la donna che aveva preso come moglie, Amalia di Oldenburg. Ma quel che importa è nei piani regolatori che sono esposti al pianterreno. L’idea di città che due architetti, un greco e un tedesco (Stamatis Kleanthis e Eduard Schaubert), cominciarono a formulare, nelle sue molteplici varianti, girava attorno al triangolo che si sarebbe formato fra l’Acropoli, il Ceramico (l’antico cimitero) e il Palazzo Reale in costruzione. Fu a un bavarese come lui che Ottone affidò il compito: Friedrich von Gärtner completò il palazzo nel 1843 proprio quando il re fu costretto a concedere una costituzione ai cittadini insofferenti della forma di protettorato che s’incarnava in monarchia assoluta.
Dal 1929 il Palazzo ospita il Parlamento mentre la piazza continua a portare il nome di quella prima costituzione: Syndagma. Atene intanto cambiava a vista d’occhio. Nel 1837 era stato inaugurato il Politecnico e tre anni dopo Amalia aveva visto realizzarsi il sogno di un grande parco: oggi il Giardino Nazionale. Ma le più grandi opere sarebbero sorte nella seconda metà del secolo. Il capolavoro è la cosiddetta “Trilogia”. L’Università al centro, e ai due lati la Biblioteca nazionale e l’Accademia. Al danese Christian Hansen che progettò l’Università si unì il fratello Theophil che assieme al tedesco Ernst Ziller completò la trilogia. Theophil Hansen e Ziller sarebbero poi diventati gli artefici principali del volto della nuova Atene. In questi giorni, quasi duecento disegni di Theophil Hansen sono in mostra alla Theochrakis Foundation fot the Fine Arts (“Hellenic Renaissance: The architecture of Theophil Hansen”, fino al 18 gennaio), mentre tra le opere di Ziller sparse per la città è imperdibile il palazzo progettato per l’amico Heinrich Schliemann il geniale mercante/archeologo che scoprì Troia. Ribattezzato Iliou Melathron (Palazzo di Troia), ospita oggi il Museo Numismatico (Panepistimiou, 12).
A inizio Novecento, Atene era ormai la capitale che Ottone aveva sognato e su cui il successore, Giorgio, secondogenito di Cristiano IX di Danimarca, aveva continuato a investire. Passate le prime olimpiadi moderne (1896), con la grandeur del primo ventennio, la città arrivò a superare i 400.000 abitanti. Una magnifica mostra fotografica racconta questo epocale cambiamento metropolitano (“Le metamorfosi di Atene”, Galleria Herakleidon, Apostolou Pavlou angolo Iraklidon, fino al 31 gennaio). Sono gli anni in cui si comincia a non vedere più come un sogno la Megali Idea, ossia la Grande Idea di ricostituire una gloriosa Ellade fino a contenere Costantinopoli e Smirne e tutta l’Asia Minore così da ridare una patria ai greci che lì vivevano da millenni. La sorte del sogno espansionistico è nota e la racconta paradigmaticamente un’immagine: l’incendio e la distruzione di Smirne nel 1922. Sono centinaia di migliaia i greci in fuga dalle coste turche prima che con il Trattato di Losanna si assista a un vero e proprio scambio di popolazioni. Un milione e trecentomila è la cifra ufficiale dei greci accolti in un paese che contava in totale poco più di cinque milioni di abitanti. La maggior parte degli esuli sbarca nella capitale. Il Pireo diventa in pochi mesi un’affollata propaggine della metropoli. Attorno al centro di Atene, che da solo raddoppia i suoi abitanti sfiorando gli 800.000, sorgono quartieri che prendono il nome delle città perdute riconoscibili dal prefisso Nea. Il più famoso: Nea Smirni, Nuova Smirne.
Quel che segue – la guerra, l’occupazione nazista e la guerra civile – non è certo una parentesi, tuttavia il definitivo sconvolgimento demografico arriva tra i Sessanta e i Settanta. Dalle campagne alla città. Si costruiscono condomini e palazzoni ovunque. Si calpesta qualsiasi regola del buonsenso pur di inseguire il fantoccio dello sviluppo. Un’industrializzazione sgangherata inonda le campagne fra Atene e Eleusi. C’è un bellissimo film documentario di Phlippos Koutsaftis che racconta decenni di stravolgimento del territorio e delle tradizioni eleusine: La pietra che piange, curato da Lina Protopapa, è appena arrivato in Italia. Per Atene, una possibilità di resistenza è offerta da una legge che a fine anni Settanta finalmente impedisce che le palazzine neoclassiche vengano abbattute per far posto a palazzoni di enorme capienza e altrettanto enorme desolazione. Le antiche case vuote e decrepite con le loro antefisse decorative che chiunque oggi ammira passeggiando per la città sono ciò che resta di una legge che ha impedito l’abbattimento ma non ha favorito i restauri. Del resto, sappiamo tutti quale sia stato invece l’ultimo sogno della città.
Il centenario delle olimpiadi moderne viene soffiato dagli americani che lo portano a Atlanta. Atene si accaparra un risarcimento otto anni dopo. Sembra in arrivo un nuovo boom ma è l’ennesima bolla che prelude all’ennesima forma di protettorato, quello della Troika. Sorgono stadi fantasmagorici che cadranno in disuso, opere strabilianti del tutto inutili. Restano infrastrutture importanti, come strade, tangenziali, tram, bus, un’eccezionale metropolitana, e un bell’aeroporto. Il piccolo, eroico, aeroporto di città, invece non viene riutilizzato. Diventa il simbolo del presente. Erbacce prendono il sopravvento sui simboli dell’Olympic che Onassis volle per la sua Grecia. L’idea è vendere quei grandi spazi per fare cassa. Cosa sorgerà lì di fronte al mare dell’Atene che si espande in milioni di case verso sud? Altri palazzoni? Un casinò, forse? In mano a quale straniero? Nessuno fa previsioni, oggi. Atene resta una città magnifica, viva, vera, bella oltre ogni limite, anche lontano dai fasti del V secolo a. C. Ma i negozi svuotati dalla crisi sono già in mano a multinazionali, imprenditori stranieri. Abbondano paninoteche, fast food e negozi anonimi e colorati che appaiono come una bestemmia per chi è affetto dal “maldigrecia”. Sono le yoghurterie in serie, dove un bocchettone automatico spilla nel rumore sordo di macchina una densa crema definitivamente priva di memoria.

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: T’Serstevens, 1904. Panoramic view of Lysikratous square. © Yiakoumis Collection / Kallimages, Paris)
Noi l'abbiamo ripreso da http://www.minimaetmoralia.it/

S. PENNA: ricordarsi di un risveglio...





La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.


Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l’azzurro
e il bianco della sua divisa e fuori
un mare tutto fresco di colore.


Sandro Penna