28 dicembre 2015

CONTRO LA MAFIA SEMPRE MA CON GIUSTIZIA!


Copertina del libro L' INFERNO DI PIANOSA


Il libro di  Rosario Enzo Indelicato,  curato da Cetta Brancato, pubblicato dalla coraggiosa casa editrice Sensibili alle foglie, verrà presentato questo pomeriggio a Palermo, nella Sala delle Conferenze della Regione Siciliana, Via Generale Magliocco.

SENZA GIOIA NON SI VIVE

Natale 2015 a Mondello (Palermo)



" Signore, facci ricordare che il tuo primo miracolo, alle nozze di Cana, lo facesti per aiutare alcuni esseri umani a far festa. Facci ricordare che chi ama gli esseri umani, ama anche la loro gioia, perché senza gioia non si può vivere."

F. Dostoevskij

UNGARETTI. Le Città, la memoria e la carne



Augusto Benemeglio
Le città di Ungaretti, la memoria e la carne

Giuseppe Ungaretti significa Alessandria d’Egitto dove nacque l’8 febbraio 1888 (“ Era burrasca, pioveva a dirotto/ in quella notte/ e festa gli Sciiti / facevano laggiù/ alla Luna detta degli amuleti”) e lì visse tutta la sua giovinezza, fino a ventiquattro anni. Il padre, Antonio, “che era un toro con i baffoni folti come Stalin”, vi era emigrato per i lavori al canale di Suez e zappando il fango del Mar Rosso contrasse una grave forma di idropisia che lo condusse alla morte a soli ventotto anni, “senza più un urlo, quando non gli rimaneva neanche quella forza”. La moglie, Maria Lunardini, una contadina analfabeta umile, coraggiosa e forte, piena di fede, energia e concretezza seppe far fronte alla drammatica situazione, allevando i due figli (Costantino, di dieci anni e il piccolissimo Giuseppe, di appena due) e gestendo, da sola, il forno che il marito aveva appena aperto alla periferia della città, vicino al deserto, “colla tenda del beduino a quattro passi di casa, una baracca con la corte e le galline, l’orto e tre piante di fichi fatte venire dalla campagna di Lucca”.
Le loro origini erano di poveri contadini lucchesi: “A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di quei posti” , posti che vedrà per la prima volta a trentuno anni suonati e dirà: “In queste mura non ci si sta che di passaggio. Qui la meta è partire”.
Ad Alessandria aveva scoperto i classici italiani e i più nuovi poeti e scrittori francesi. Sino dai banchi della scuola aveva scoperto Leopardi e Baudelaire , Mallarmè e Nietzsche. “Non dico che capissi allora Mallarmè. Ma la sua poesia è così piena del segreto umano dell’essere, che chiunque può sentirsene musicalmente attratto, anche quando ancora non ne sappia che malamente decifrare il segreto letterario. A diciotto anni io avevo già afferrato il primo segreto dell’arte”. Più in là conosce Enrico Pea, Costantino Kavafis e il Porto sepolto dell’antica isola di Faros della sua prima raccolta di versi ( “Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde// di questa poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto”).
Ma Ungaretti significa anche Roma, dov’è la sua tomba, e quella della moglie Jeanne, presso il cimitero del Verano, e dove il poeta visse a lungo, a più riprese, a partire dal 1922, dapprima come impiegato al ministero degli Esteri, in condizioni estremamente difficili ( in sei anni di residenza cambiò almeno otto abitazioni, spesso camere d’affitto in cui c’era da combattere contro pulci e pidocchi), e poi dal 1942 in poi, per moltissimi anni, – tranne un periodo in cui fu sottoposto a procedimenti di epurazione e venne sospeso per aver aderito al fascismo, ma poi reintegrato dal ministro Gonella – come professore universitario di letteratura moderna.
Ma anche Milano è una delle città ungarettiane, in cui il poeta visse negli anni che precedettero la prima guerra mondiale (1914-1915), e dove morì nella notte tra il 1° e 2 giugno 1970, a seguito di una broncopolmonite contratta a New York, dove si era recato per ritirare un premio.
E come non ricordare Parigi, dove aveva studiato alla Sorbona ( “Ah, le lezioni di Bergson tutto di nero vestito che incessantemente, su un colletto duro e alto, moveva il capo come la lancetta dei secondi”), e aveva conosciuto il fior fiore di artisti e poeti d’avanguardia, da Apollinaire a Fort, da Cendrars a Jacob, Picasso, Léger, De Chirico, Modigliani, Proust, Soffici , Carrà e Palazzeschi; e lì aveva visto morire il suo amico arabo Mohamed Sceab , “discendente di emiri di nomadi, suicida perché non aveva più Patria, “// L’ho accompagnato/ insieme alla padrona dell’albergo dove abitavamo, a Parigi, dal numero 5 della rue des Carmes, appassito vicolo in discesa. Riposa nel camposanto d’Ivry, sobborgo che pare sempre in una giornata di una decomposta fiera”.
E i cinque anni vissuti a San Paolo del Brasile, dove insegnò lingua e letteratura italiana all’Università dal 1937 al 1942, e scoprì la cultura popolare negra, i rituali religiosi e la musica; e naturalmente il carnevale di Rio (“per le strade gremite, sui predellini del tramvai, non c’è più nulla che non balli, sia cosa, sia bestia, sia gente, giorno e notte, e notte e giorno, essendo carnevale”), dove visse momenti intensamente vivi, drammatici e tragici, come la morte del fratello Costantino ( “Se tu mi rivenissi incontro vivo/ con la mano tesa/ ancora potrei, di nuovo in uno slancio d’oblio/stringere, fratello, una mano”) e quella del figlioletto, Antonetto, che aveva solo nove anni (“Alzavi le braccia come ali/ e ridavi nascita al vento/ correndo nel peso d’aria immota// Nessuno mai vide posare / il tuo lieve piede di danza”), che morì per un appendicite mal curata.
Forse il vecchio “Ungà”, come lo chiamavano gli amici, che si era fatto crescere un barbone all’Hemingway, significherà qualcosa anche per la città di New York, che gli aveva assegnato un premio prestigioso e lo aveva invitato a tenere un ciclo di lezioni alla Columbia University, nel 1964. Lui aveva sostato sul ponte di Brooklyn e aveva provato l’impressione , all’ingresso di Manhattan, di ritrovare antiche memorie del deserto, di entrare “in un regno da Mille notti e una, con i grattacieli che drizzano rivolti a lontananze, a uno a uno isolandosi nel buio, la loro statura di minareti esagerati”.

Ungaretti e la TV
All’inizio degli anni ’60 Giuseppe Ungaretti cominciò ad entrare nelle nostre case, grazie al piccolo schermo, quella TV semplice, ruspante e anche provinciale, se vogliamo, che però sapeva educare e fare anche cultura di grande spessore, come nel caso de L’ Odissea di Franco Rossi, un genio della regìa, un vero artista dello schermo che chissà perché non gli hanno fatto fare praticamente null’altro, a parte Un bambino di nome Gesù, due film-tv capolavori, due modelli tuttora insuperati. Lui, il grande vecchio della nostra letteratura pubblica, aveva curato la traduzione di alcuni brani dell’Odissea dal greco e li recitava lui stesso, con quella voce che sembrava provenire dal passato più remoto, dalle tombe egizie, o dagli harem di cui gli aveva parlato la sua balia delle Bocche di Cattaro, voce piena di anfratti, cavernosità, enfasi e ira. In quella voce allucinata che esasperava le consonanti e variava continuamente il timbro, c’erano Nestore, Calcante e le grida dei troiani massacrati, c’era il naufragio di Ulisse e la cantilena del beduino nel deserto fatta di una sola parola iterata all’infinito ( Uahed!), sotto il silenzio della luna altissima , “dopo il crepuscolo ondeggiante come per sempre sulla sabbia”, una malinconia dolcissima, e il tutto ti franava addosso come qualcosa che non t’aspetti da un vecchio curvo e ingiallito, ti correva addosso come se da anni ti stesse cercando. Praticamente non si capiva una parola di quel che diceva, ma esercitava un fascino, una magìa, un viaggio nel mistero, la storia dai suoi albori, la poesia epica, violenta e sensuale, disperata, fatale che ti incastrava nella tua sedia come un prigioniero per quei pochi secondi ( non durava più di tre minuti l’intervento del vecchio poeta ). E anche noi, allora ragazzini, lo ricordiamo bene quel volto di gran vecchio, antico profeta, (ma a tratti anche con un ghigno mefistofelico), la barba candida, lo sguardo ammiccante, che sperava in una chiamata definitiva dell’Accademia svedese ( fu inserito per ben tre volte nel novero dei candidati ) per il sospirato Nobel, che non ebbe, ma riuscì a conquistarsi ( stranamente, direi, trattandosi di un poeta ) le simpatie degli italiani, che in realtà non compresero mai veramente, parlo naturalmente delle grandi masse, l’arte della sua poesia ermetica, soprattutto quella del Sentimento del tempo, col suo potere di suggestione, la verticalità, “il desiderio aggressivo di conquista del trascendente”, ma provarono rispetto e tenerezza per quel vecchio volto che riassumeva in modo emblematico il senso di tutta la sua esperienza di nomade, di zingaro, girovago, figlio del deserto ( in lui c’era il deserto, la vita nel deserto) in cerca d’identità, pellegrino in viaggio perenne verso la “ terra promessa” ( “In nessuna parte mi posso accasare”// Cerco un paese innocente”).

La sensualità
Quando una giovane e molto attraente Iva Zanicchi ( La riva bianca e la riva nera) gli dedicò una canzone ( Caro vecchio mio ), anticipando le video-canzoni che oggi imperano dovunque, e s’avvicinava al poeta, lo carezzava, lo blandiva, un po’ come avrebbe fatto con suo nonno, si rivide, nello sguardo del vecchio, l’antico beduino che pratica una religione i cui precetti aderiscono alla sensualità, Allah gode con il musulmano anche nella soddisfazione e nella manifestazione dei sensi; si rivide il vecchio satiro che bramava ancora l’amore fisico, nonostante gli anni fossero molti, ottanta. E ricordò la donna amata ad Alessandria d’Egitto, colei che “approdava come una colomba / agli abbandonati giardini. Quando mi risveglierò /nel tuo corpo / che si modula come la voce dell’usignolo”. Un’esperienza di forsennata lussuria a soli sedici anni, che poteva essere anche “colpevole”( era la moglie di un amico, o forse anche di più, la madre di un amico?). C’era in quell’ amare con furore – dirà lui stesso – il clima di Alessandria , l’erotismo furente che non può non travolgere chi ci viva. “E’ come una frustata nel nulla del deserto che dalla pianta dei piedi vi scioglie il sangue in una canzone… entra nel sangue come l’esperienza di questa luce assoluta che si logora sull’aridità. Amore che subito si biforcò ambivalente: sulla strada della tenerezza, del sogno incontaminato… e strada satanica dell’inferno, la strada che vi divora. E queste due nature sono in me, sono contrastanti”. Questa feroce sensualità, questo erotismo sfrenato, che non riuscirà mai ad appagarsi in lui, Ungaretti se la porterà a Parigi, quando vi arrivò nel 1914 coi libri di Baudelaire, Mallarmè, Rimbaud, Nietzsche, e il più amato di tutti, Leopardi, ma soprattutto con la vivida memoria e nostalgia della sua città, Alessandria, il deserto, la notte, il nulla, i miraggi, la nudità immaginaria che innamora perdutamente. Città friabile, senza monumenti, quasi priva di passato, dove tutto è precario, e il tempo la porta sempre via, in ogni tempo. “ Il sole rapisce la città/ non si vede più/ Neanche le tombe resistono molto”.
A Parigi, solo, esule, incapace di mai accasarsi, “ in uno stato inesorabile e irrimediabile di strappo “, il poeta comincia a cantare: la poesia gli fa irruzione, gli esplode dentro, gli fa sentire che solo in quella regione si può cercare e trovare la libertà. Prima d’allora non aveva scritto ancora una poesia vera e propria ( qualche tentativo giovanile di cui non v’è traccia); lì, a Parigi, istituisce il miraggio di una nuova innocenza, la terra promessa. Chi vive fin dall’infanzia, come lui, ai margini del deserto, acquista consuetudine con il miraggio, illusione-delusione, lo scherzo sadico della luce, l’abbaglio di un immagine, la scoperta meravigliata del proprio esistere, ma lì avverte anche la sua schiavitù carnale tutta araba. E “sempre – dirà Leone Piccioni – lo scatto dei sensi sarà in lui un segno incancellabile, con una capacità d’impeto di sangue e d’amore, quella capacità propria della gente di colore, di certi negri nord o sudamericani, ad esempio, di sentire in gioia e letizia anche la carne e il sangue e lo spirito religioso.”

La guerra
Dirà lui stesso di essere stato nutrito con latte negro che mette nel sangue stimolo per certe fantasie, certe magie, certe disperazioni, certe irruenze sensuali, quel latte che regala a chi se ne nutre uno stato di innocenza nei rapporti con gli altri. “Sono un uomo solo, separato, avulso, espulso, vissuto in prossimità del deserto, un nulla sterminato, una monotonia estrema, una schiavitù carnale”, che assurdamente ricorderà quando si trova sul fronte del Carso, nella prima guerra mondiale, e ogni giorno, ogni momento, rischia la morte, e ogni giorno scopre il valore della fraternità degli uomini nella sofferenza, con “l’aria crivellata come una trina dalle schioppettate degli uomini ritratti nelle trincee come le lumache nel loro guscio” . Ricorderà come a Parigi , sulla Senna ( “in quel suo torbido/ mi sono rimescolato / e mi sono conosciuto” ) avesse conosciuto “ La ragazza tenue”, amante di Apollinaire, e ci avrebbe quasi subito fatto l’amore, forsennatamente (“ Su Parigi s’addensa un oscuro colore di pianto. In un canto di ponte contemplo l’illimitato silenzio di una ragazza tenue. Le nostre malattie si fondono. E come portati via si rimane.”) Anche in questo caso si trattava di un amore “colpevole” , perché la “ragazza tenue” era l’amante di Apollinaire, ch’era divenuto il suo amico più caro durante il soggiorno parigino, ma Guillame non è arabo e si contenterà di buon grado di dividere con lui la sua donna.

Dunja
Ma egli fu schiavo della carne fino a ottantun anni suonati, se è vero, come è vero, che ebbe dei rapporti sessuali con una giovane croata trentenne, che aveva lo stesso nome della sua balia ad Alessandria d’Egitto, ch’era stata in un harem e gli aveva raccontato storie di meravigliata incredulità, Dunja, che significa universo. Da lei gli erano venuti “delle specie di lampi di tenerezza e d’invenzione fantastica, stupore di sogni, dove appariva un Oriente lontano, una civiltà diversa, piena di colore, piena di spasimi e piena non di magia, ma di fatalità”. Tutto ciò gli aveva invaso il cuore di “un segreto inviolabile, per sempre fonte di grazia e miracoli”. Ed ecco che il miracolo ( senza ausilio di Viagra o altri additivi) s’avvera. “Si volge verso l’est l’ultimo amore e m’abbuia da là il sangue / con tenebra degli occhi della cerva// L’ultimo amore più degli altri strazia/ certo lo va nutrendo/ crudele il ricordare// Capricciosa croata notte lucida/ di me vai facendo/ uno schiavo ed un re”.
Questa straordinaria vitalità non deve sorprendere più di tanto in un uomo come Ungà, perché nella sua faccia invecchiata – come disse lui – c’era contenuta la sua faccia da giovane e la sua faccia da bimbo. “Il tempo le ha allontanate dentro le rughe, la stanchezza e la saggezza, le delusioni e i crucci, ma se sapessi guardare dentro di me stesso, le vedrei bene, e in ogni caso le porto con me tutte quelle facce, le porto sino al dissolvimento nella tomba”.
Questa era la fede nella memoria di un poeta costretto da un precoce sentimento del tempo e dalla sua condizione di sradicato alla ricapitolazione e ai consuntivi: “Ho ripassato / le epoche/ della mia vita; E oggi alcune soste ho ricordato/ del mio lungo soggiorno sulla terra”.
Negli ultimi anni della sua vita, dopo la morte della moglie Jeanne, avvenuta il 24 maggio 1959, il vecchio Ungà si era legato a Jone Graziani, una sua ex allieva, giovane letterata e traduttrice. Fu un amore discreto, noto solo agli amici, che gli rinnovò quella carica di vitalità e sensualità di cui aveva esigenza, anche se, a settanta anni passati, “ L’amore più non è quella tempesta / che nel notturno abbaglio/ ancora m’avvinceva poco fa/ tra l’insonnia e le smanie”. Questo rapporto lo fece tornare al deserto, al beduino che c’era in lui, al miraggio, allo stato d’aria febbricitante, “in cui s’imbroglia di più ogni nostra idea di distanze”. E al deserto-vita riconduce il sentimento della catastrofe, il sentimento del nulla, e l’orrore del vuoto, l’inutile errare alla ricerca delusa della terra promessa ( “Ma alla mia vita accadrà di vedere espandersi il deserto sino a farle mancare anche la carità feroce del ricordo?” ) Ma l’ultima poesia del “vecchissimo ossesso”, scritta a Roma tra la notte del 31 dicembre 1969 e l’alba del 1° gennaio 1970, parla ancora d’amore e di Dunja L’impietrito e il velluto, che si chiude con “Il velluto dello sguardo di Dunja / fulmineo torna presente pietà”, che è forse un messaggio di speranza.

Augusto Benemeglio,  Roma, 22.12.2015 . Articolo ripreso da   https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/12/27/ungaretti-le-citta-la-memoria-e-la-carne/

FRANCA VIOLA, la ragazza siciliana che ha cambiato il codice penale italiano

Franca Viola, ieri






Franca oggi

UNA DONNA SICILIANA CHE
HA CAMBIATO LA STORIA


Molti hanno dimenticato Franca Viola, la ragazza di Alcamo (TP) rapita  e stuprata  nel 1965, che coraggiosamente rifiutò il cosiddetto matrimonio riparatore , previsto ancora in quegli anni dal Codice Penale italiano. 
Riproponiamo di seguito la scheda di Paola Busolo, pubblicata da  http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/franca-viola/ , ricca di dettagli che mostrano come le scelte delle singole persone possano talora cambiare la storia di un Paese.
 fv



Franca Viola nasce nel 1947 ad Alcamo (TP) da una modesta famiglia di mezzadri; sono gli anni in cui la riforma agraria provoca un gran fermento in Sicilia, con la scomparsa dei feudi e la nascita di un ceto di piccoli proprietari. All’età di quindici anni, con il consenso dei genitori, Franca si fidanza con Filippo Melodia, nipote di un noto mafioso locale e membro di una famiglia benestante. Dato che Filippo viene accusato di furto e appartenenza a banda mafiosa, il padre di Franca decide di rompere il fidanzamento. Il giovane emigra in Germania e appena rientra, dopo un breve periodo di reclusione, torna alla carica a casa di Viola. Le sue minacce di tipo puramente mafioso sono comunque rivolte al padre, al quale viene bruciata la casetta di campagna, distrutto il vigneto, portato un gregge di pecore a pascolare nel campo di pomodori… Bernardo Viola viene persino minacciato con una pistola, ma nessuno di questi strumenti lo spaventa abbastanza da fargli “mollare” la custodia della figlia. Il 26 dicembre 1965 il Melodia, con la sua banda di amici, si ripresenta a casa Viola e, dopo aver distrutto tutto e gravemente malmenato la madre, si porta via Franca e il fratellino che le si è aggrappato alle gambe nel tentativo di proteggerla. Il fratellino viene rispedito a casa, Franca viene tenuta prigioniera prima in un caseggiato isolato e poi in casa della sorella del Melodia, ad Alcamo stessa. “Rimasi digiuna per giorni e giorni. Lui mi dileggiava e provocava. Dopo una settimana abusò di me. Ero a letto, in stato di semi-incoscienza”, racconterà Franca. Il 6 gennaio 1966 la polizia rintraccia il rifugio e riesce in maniera rocambolesca a liberare la giovane. Il Melodia viene arrestato con i suoi complici, ma conta evidentemente sul matrimonio “riparatore” che, come prevedeva la legge italiana, scagionava il rapitore che sposava la propria vittima.
Franca però rifiuta di sposarsi dando quindi avvio al processo, che si svolge nel dicembre del 1966. Il padre Bernardo decide di costituirsi parte civile malgrado le pressioni esercitate per dissuaderlo. L’attenzione di tutta la stampa locale e nazionale è altissima, sia perché è la prima volta che una donna sceglie di dichiararsi “svergognata” e sfidare le arcaiche regole di un “onore” presunto e patriarcale, sia perché in questa vicenda si ravvisa l’occasione di intaccare, almeno in parte, il potere della mafia. Il prezzo da pagare era altissimo: minacce, ricatti, l’opinione pubblica ostile, insomma una clausura stretta, con polizia fuori da casa giorno e notte e nessuna possibilità di lavoro per il padre. Ma la chiarezza della posizione di Franca risuonava come un monito a una società in movimento: “Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce”.
Franca, già duramente provata dalla violenza del rapimento e dalla vita di clausura che stava conducendo, è pure costretta a cambiare legale, avendo incontrato nello studio del proprio patrocinante il parente di uno dei rapitori, cosa che le pare un tradimento, un’offesa intollerabile.
Trasportata da Alcamo a Trapani da una camionetta della polizia, Franca presenzia con grande coraggio a tutte le udienze. Il Melodia tenta di infangarla ulteriormente, raccontando che i loro primi rapporti risalivano al luglio del ”63, epoca del loro fidanzamento, ed erano stati consumati nella casa dei genitori di lei approfittando delle temporanee assenze dei familiari. Dai legali del Melodia viene persino avanzata richiesta – fortunatamente respinta – di una perizia per accertare quando fosse avvenuta la deflorazione della ragazza.Il processo si conclude con la condanna ad 11 anni per il Melodia ed i suoi complici.
“Non ho mai avuto paura, non ho mai camminato voltandomi indietro a guardarmi le spalle. È una grazia vera, perché se non hai paura di morire muori una volta sola.”
L’attesa vendetta delle famiglie dei condannati, per fortuna, non arriva. L’arciprete di Alcamo predica che tutto quel baccano farà restare Franca “zitella”. Invece Franca si sposa il 4 dicembre del 1968 con Giuseppe Ruisi. Durante il processo il Melodia l’aveva minacciata, dicendole che se avesse sposato quell’uomo lo avrebbe ammazzato. Loro si sposano lo stesso: la cerimonia è annunciata per le 10. Franca vuole un matrimonio in piena regola, le partecipazioni, l’abito bianco, i fiori in chiesa, il ricevimento… Davanti e dentro alla chiesa moltissimi fotografi e curiosi, tutti gabbati, perché la cerimonia si è già svolta alle 7 del mattino, alla presenza solo di familiari e testimoni. Arrivano gli auguri di Saragat, Presidente della Repubblica, di Leone, Presidente del Consiglio; Scalfaro, Ministro dei Trasporti, regala un biglietto ferroviario valido per un mese su tutta la rete ferroviaria italiana. Paolo VI la riceve in udienza: “Le persone a volte sbagliano senza sapere quello che fanno”.
Sulla sua storia così esemplare è stato persino girato un film, La moglie più bella. Il suo ruolo è interpretato da una giovane Ornella Muti.
Oggi Franca vive ancora ad Alcamo, ha avuto tre figli. “È arrivato il momento in cui ho dovuto dirglielo. Sergio era in prima media. La sua insegnante un giorno disse in classe ‘Fra qualche anno nelle antologie ci sarà anche la storia della mamma di Sergio’”.
Filippo Melodia è morto, ucciso vicino a Modena. Alcuni dei suoi complici vivono ancora ad Alcamo. “Li incontro ogni tanto. Preferisco evitarli, ma se non riesco li saluto e loro mi salutano, quasi sempre abbassano gli occhi. Magari anche loro sono stati ingannati, magari quello lì gli aveva detto quello che poi ha detto al processo, che io ero d’accordo a sposarlo ma mio padre no”.
Ma nonostante il coraggio di Franca abbia fatto da apripista a molte analoghe denunce, affinché il “matrimonio riparatore”, insieme con il “delitto d’onore”, escano dal codice civile come argomenti che legittimano di fatto la violenza su donne, fidanzate, mogli, si dovrà aspettare il 1981: l’altro ieri.

Fonti, risorse bibliografiche, siti

Elena Doni - Manuela Fugenzi, Il secolo delle donne, Roma, Laterza 2001
Maria Pia Di Bella, «Le cas Franca Viola: la ragazza che disse di no», in Les Annales ESC, numero 4, luglio-agosto 1983
Liliana Madeo, «Franca Viola, la rivincita della “svergognata”», La Stampa, 15 agosto 1992
Film
La moglie più bella, di Damiano Damiani, 1970

27 dicembre 2015

IL PONTE DELLE SPIE: Un altro film da vedere.


Con «Il ponte delle spie» Spielberg riflette criticamente sul presente americano (e non solo) perchè il film afferma al tempo di Guantanamo e dell'ISIS che la lotta al “nemico” (ieri l'URSS oggi il terrorismo) deve essere condotta nell'assoluta difesa dei valori democratici e dei diritti umani, pena diventare uguali a chi si combatte. Un film rigoroso, senza effetti speciali, girato con tempi e inquadrature tipici della grande stagione hollywoodiana degli anni Cinquanta. Per spettatori non frettolosi. Da vedere.
Giulia D'Agnolo Vallan
Un eroe da Guerra Fredda
Thriller da Guerra fredda alla John Le Carré, un eroe che ricorda le collaborazioni tra Frank Capra e Jimmy Stewart, il gusto per l’assurdo dei fratelli Coen e un finale inscenato come la decostruzione, nella neve, di un duello all’OK Corral. È l’ultimo film di Steven Spielberg . Ai discordanti ingredienti di sopra, il regista di E.T. e Indiana Jones aggiunge la passione per la Storia che, sempre di più, attraversa il suo cinema, da regista (L’impero del sole, Schindler’s List, Il soldato Ryan, Amistad, Munich, War Horse e Lincoln) e non (basta pensare a Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima diretti da Clint Eastwood o alle due serie televisive sulla seconda guerra mondiale, Band of Brothers e The Pacific). Al suo meglio, come per esempio in Lincoln, la Storia vista da Spielberg, è passato per illuminare il presente e questo dialogo con l’attualità è particolarmente vitale in Il ponte delle spie, che è ispirato da fatti e personaggi realmente esistiti.
L’azione - su sceneggiatura dell’inglese Matt Charman poi però rivista e speziata da Joel ed Ethan Coen — si svolge a partire dal 1957. L’esecuzione dei Rosenberg, avvenuta quattro anni prima, è ancora nell’aria quando, in un soleggiato pomeriggio newyorkese, incontriamo Rudolf Abel (l’attore teatrale Mark Rylance), anziano, solitario, signore che passa il tempo libero dipingendo autoritratti e viste del Manhattan Bridge, e che di professione fa la spia per i russi. Alternando a un frenetico pedinamento per le strade e la metropolitana di Brooklyn, alla tranquilla routine di Abel, ripresa con splendido gusto hitchcockiano della suspense, Spielberg suggerisce subito la tensione nell’aria di quel particolare momento storico e l’indiscutibile colpevolezza del vecchio signore.
Quando la Cia irrompe in casa sua e lo arresta senza troppi convenevoli, ma anche senza trovare nulla per incriminarlo, il pubblico sa che Rudolf Abel non è un malcapitato innocente. L’eventualità della sua innocenza non entra nemmeno nel discorso quando i vertici della Cia si rivolgono a uno studio legale newyorkese perché assegni uno dei suoi migliori avvocati alla difesa di Abel.
L’idea è di un processo veloce, che salvi la apparenze del sistema legale di un paese democratico, e trovi il suo lieto fine con l’imputato sulla sedia elettrica. Ma la scelta del difensore cade su James B. Donovan (Tom Hanks), specializzato in polizze assicurative, che non è entusiasta dell’incarico ma crede nei diritti civili del suo cliente. «Un uomo di principio» dice di lui — in russo e con sarcasmo — il signor Abel. Spia o non spia, l’imputato ha diritto alla migliore difesa possibile, sostiene Donovan, citando la costituzione americana ma alienandosi colleghi, superiori, tutta l’opinione pubblica e persino la famiglia. E le cose non migliorano — quando, una volta che Abel viene decretato colpevole– riesce ad evitargli la condanna a morte.
Cosa che poi però torna utile quando l’agente russo diventa merce di scambio per un giovane soldato americano, Francis Gary Powers, precipitato su suolo sovietico con il segretissimo prototipo di un aereo spia U2. Da New York, a Washington fino a una Berlino di rovine, in cui si stanno mettendo gli ultimi mattoni al muro che la dividerà per quasi quarant’anni, Donovan — inviato informalmente e a suo rischio e pericolo per negoziare lo scambio — è il libero battitore in un intrigo diplomatico/thriller di scarti continui, burocrati inaffidabili e priorità sbagliatissime. Equivoci avvocati che trattano per conto della Germania dell’est, insidiosi rappresentanti dei Cremlino, agenti Cia che sono quasi peggio di entrambi, ai posti di blocco militari tedeschi ancora aleggianti di nazismo, un’automobile sportiva bianca che sfreccia tra le strade innevate, un gruppo di persone che tenta di scavalcare «il» muro e viene falciato al suolo.
Sullo sfondo insidioso dell’Europa del dopoguerra, Hanks dà al suo paladino della costituzione (nella tradizione dei personaggi di Stewart e Gary Cooper o dell’avvocato Atticus Finch nel classico antirazzista To Kill a Mockinbird ovvero Il buio oltre la siepe) un piglio, uno humor e un’ostinazione palpabili. Spielberg, che era un teen ager negli anni in cui è ambientato il film, ha detto in parecchie interviste di averlo fatto in omaggio a suo padre, che visitò l’Unione Sovietica quando i rottami dell’aereo spia di Powers erano esposti sulla Piazza rossa, a riprova dell’ostilità americana.
Ma è difficile, in questa finestra aperta sul passato, non vedere (anche) la guerra solo un po’ meno fredda con la Russia di Putin, gli errori enormi, anticostituzionali, fatti nel nome della guerra al terrore, i passi falsi della politica estera americana di oggi e il loro riflettersi sull’opinione pubblica del paese.
In Il ponte delle spie James Donovan (che Kennedy avrebbe poi mandato a Cuba a trattare il rilascio di prigionieri americani dopo la Baia dei porci) non è un eroe delle Guerra fredda, ma dei nostri tempi.

Il manifesto – 17 dicembre 2015

LA BELLEZZA COMPAGNA DI VITA DI MATISSE


Henri Matisse fu per tutta la vita un collezionista d'arte. I quadri (suoi e degli altri) lo aiutavano a vivere. Appena sposato comprò il suo primo Cézanne con i soldi della dote della moglie.
Lea Mattarella
Henri e Pablo rivali per gioco ma non troppo
«Matisse possedeva in quei tempi un piccolo Cézanne e un piccolo Gauguin e diceva che tutti e due gli erano necessari. Aveva comprato il Cézanne con la dote di sua moglie e il Gauguin con l'unico gioiello che lei avesse mai posseduto, l'anello. E siccome a Matisse i due quadri erano necessari, erano felici. Il quadro di Cézanne rappresentava dei bagnanti presso una tenda; quello di Gauguin la testa di un ragazzo. Più tardi, passando gli anni, quando Matisse divenne molto ricco, non smise più di comprar quadri. Diceva che lui di quadri s'intendeva e ci aveva fiducia, mentre d'altro non s'intendeva. Così per suo piacere e come l'ottimo dei capitali da lasciare ai suoi figli comprava dei Cézanne».
A donarci questo folgorante ritratto di Matisse collezionista è Gertrude Stein nell'Autobiografia di Alice Toklas che altro non è che il racconto della sua vita. È lei ad aver rivelato anche il gustoso aneddoto che vede Matisse e Picasso scambiarsi due opere e scegliere in dono ognuno il dipinto meno significativo dell'altro. Erano i due grandi del secolo e come tali si sono confrontati. Amandosi, spiandosi, ma anche alimentando una rivalità a colpi di capolavori, «in un botta e risposta tra Gioia di vivere e Demoiselle d'Avignon ». 
    Matisse
Matisse acquista le Tre bagnanti di Cézanne nel 1899 da Ambroise Vollard, il mercante che aveva fatto del pittore di Aix la grande avventura della sua vita, per dirla ancora con la Stein. Il dipinto diventerà il suo portafortuna e se ne priverà solo nel 1936 quando ne farà dono al Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris.
Accanto al Cézanne entra subito agli esordi della collezione, il gesso del Busto di Henri Rochefort di Auguste Rodin che era appartenuto a Manet. Sono anni in cui Matisse lavora alla scultura nello studio di Emile Bourdelle. Dirà più tardi di averlo fatto «come studio complementare, al fine di mettere ordine nel mio cervello». È invece creativamente disordinata la sua raccolta che, d'altra parte, non è quella di una persona qualunque: è un museo soggettivo che suggerisce la profonda natura delle sue scelte artistiche.
Ed è per questo che nelle pareti della casa e dell'atelier possono convivere le opere dei suoi contemporanei, i frammenti dei tessuti copti, insieme alle sculture primitive. Un po' come succede nei suoi interni dipinti dove tutto sta insieme in maniera armonica.

    Matisse, Atelier Rouge (1911)
Se Cézanne è il grande amore dell'inizio, sarà un altro impressionista, Auguste Renoir, a rapirgli lo sguardo in un secondo momento. Ecco come la sua mente critica e speculativa riesce a tenere insieme il rigore severo del primo, con il monumento alla sensualità senza pensieri messo in scena dal secondo: «L'opera di Renoir, dopo quella di Cézanne la cui grande influenza si è subito manifestata presso gli artisti, ci salva dall'astrazione pura. Le regole che si può cercare di stabilire considerando l'opera di questi due maestri appaiono più difficilmente decifrabili in Renoir, che ha maggiormente dissimulato il proprio sforzo… L'aspetto della sua opera ci fa vedere un artista che ha ricevuto i grandi doni e ha saputo rispettarli con riconoscenza».
Insieme a loro, in casa Matisse ci sono i compagni di strada dell'avventura fauve come Derain e Marquet, Gris e Severini, Signac e Seurat. Il piccolo paesaggio di quest'ultimo è accanto a una riproduzione della Lotta di Giacobbe con l'angelo di Delacroix. Matisse confessa all'amico Charles Camoin di aver capito di possedere sia l'animo scientifico e puntiglioso di Seraut che quello romantico di Delacroix. In un perfetto equilibrio.

La repubblica – 12 dicembre 2015

26 dicembre 2015

G. CARAMORE, Contro tutti gli idoli

Paolo Uccello, Il Diluvio e la recessione delle acque, 1425-30, Firenze, Chiostro Verde in Santa Maria Novella,

Addomesticare Dio

“Non ti farai idolo, né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra né di quanto è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai [...] Non pronuncerai invano il nome del Signore tuo Dio” (Es 20, 4-5.7). È una indicazione fortissima, perentoria e sottile, ma nello stesso tempo tra le più misconosciute e trascurate, quella che ci viene da questi versetti delle dieci “parole”, dei dieci comandamenti: mettono nelle nostre mani il compito, delicato e ardito, di accostarci alla parola “Dio”, per comprenderlo senza circoscriverlo, per alludervi senza afferrarlo. L’imperativo è di non farsi idoli, neppure, e soprattutto, di Dio stesso. Non pronunciare vanamente (o “a vuoto”, o “falsamente”) il suo nome. Eppure sono questi, forse, i comandamenti più disattesi. Il volto di Dio è quello che ha subito più caricature, il suo nome quello pronunciato più distortamente nelle tradizioni religiose che si sono costruite intorno a quei testi.

È facile confondersi, naturalmente. Nello scorrere dei testi sacri sono molte, poi, le figure con cui si cerca di simbolizzare il volto di Dio. Molte e diverse le immagini con cui si racconta Dio, molti i nomi per chiamarlo, per invocarlo, per renderlo presente. Ma proprio il fatto – per restare in ambito biblico – che ci sia un Dio che crea e un Dio che salva e che libera, un Dio che punisce e un Dio che perdona, un Dio lontano “nei cieli” come in Qohélet, e un Dio cosmico e beffardo come in Giobbe, un Dio paterno e compassionevole, ma che tuttavia “abbandona”, come nei Vangeli, dovrebbe rendere impossibile fissare una sola di queste figure, e renderci invece consapevoli dell’immenso carico simbolico accumulato intorno alla parola “Dio”. Nella nostra epoca, che si vorrebbe del disincanto, questo dovrebbe esonerarci dalla pretesa e dalla tentazione di dirci “credenti”. “Credenti” in che cosa? In un ammasso di significati stratificato nel tempo, intersecato da mille contaminazioni, depositato nel magmatico movimento della storia?
Mi sembra di una certa evidenza che la parola “Dio” rappresenti il nome con cui diverse culture, civiltà, tradizioni hanno voluto indicare una grandezza infinitamente superiore alla misura umana, l’enigma stesso delle esistenze, l’oggetto di uno scrutare al di là dei confini terrestri, e al di qua del profilo stesso della vita. Gli esseri umani si sono sempre interrogati sul mistero di ciò che li circonda, sul grande arcano del tempo e dello spazio, sulla presenza di mondi inconoscibili, sulle loro imperscrutabili leggi. Si sono sempre affacciati al di là del proprio limite, hanno sempre cercato di penetrare l’indecifrabile vastità dei mondi e la piccolezza delle escrescenze umane sulla terra. All’oggetto di questo interrogare l’uomo, in alcune culture, ha dato il nome di Dio. In altre c’è qualcosa che si chiama nirvana, ad esempio, in altre ancora altri nomi. Direi che nelle nostre civiltà, nelle civiltà che si sono modellate intorno alle tre grandi religioni monoteistiche, si è “trovato” questo nome, il nome di Dio per indicare una grandezza incommensurabile, l’oscuro segreto della vita, il mondo che sta prima del mondo, o alla fine del mondo.

Ma vi è un altro elemento propulsore, oltre a quello interrogativo, che ha contribuito al “concepimento” della parola “Dio”, e, intorno a questa parola, a creare, forgiare, far nascere le religioni, i loro testi, le loro Scritture, le loro aggregazioni, le loro storie: il desiderio di alleviare le sofferenze di uomini e donne, di dare un senso al dolore, qualora non lo si possa estinguere del tutto, di contenere le forze distruttive che abitano il cuore dell’uomo, di individuare una via di giustizia per l’umanità, di poter sperare che qualcosa, nella vita umana, sopravviva alla sua conclusione terrestre.

In altre parole, il desiderio di fare comunità, di fare società, di costruire convivenza, di rinvenire un senso. Di qui le norme, gli insegnamenti, le leggi, i precetti, i culti, le preghiere... Ma ciò che fa di una religione una religione – cioè un insieme di credenze, di riti, di tradizioni, di dettami morali – sono congiunture accadute nella storia: non sono frutto dell’assoluto. E in quanto tali soggette a trasformazioni, elaborazioni, crisi, mutamenti. Ed è per questo che non può esistere una religione incondizionata e incontaminata, né una religione più vera di un’altra. Tutte sono espressioni di una ricerca umana, frutti della storia dell’umanità.

Solo il perverso accanimento idolatrico degli uomini ha potuto far sì che di quel Dio di cui si narra nei testi sacri si facesse un oggetto filosofico o dottrinale, con dei contorni predisposti come in una sinopia graffita sul muro di una caverna, nell’illusione di poterlo circoscrivere in un profilo, dimenticando, o volendo ignorare, che la luce vera è fuori dal recinto di ristretti pensieri e di orizzonti soffocati. La luce vera si muove là, nell’aperto, fuori della caverna, sul cui fondo può proiettare solo ombre e illusioni.

Questo significa che la parola “Dio” è una parola vuota, senza significato, da relegare tra i cascami del passato, inutile al nostro presente, o eventualmente dannosa, perché si può sempre trovare qualcuno disposto a brandirla come una spada o un coltello, come fanno i terroristi di Daesh quando gridano Allah akbar? O perché si può sempre trovare qualcuno – più di qualcuno! – convinto di poter occultare dietro la parola “Dio” l’arroganza di una presunta superiorità o un lasciapassare per assoggettare il mondo al proprio potere economico o politico o individuale?

Direi esattamente il contrario. La parola “Dio”, e tutte le narrazioni, i pensieri, i vissuti che l’hanno accompagnata, continua a tener aperta una domanda: sulla possibilità di conoscenza, sul destino di esistere, sull’infinito vortice dei mondi, sulla possibilità di una vita giusta e misericordiosa su questa terra. Se vi è una costante del profilo di Dio nelle narrazioni bibliche, essa consiste nel suo stare dalla parte del debole, dello schiavo, del piccolo, dalla parte di chi tutto ha perduto, in un esercizio di giustizia e misericordia, in cui la misericordia trabocca però sulla misura della giustizia.

Ciò che è in questione, allora, non è tanto la parola “Dio”, quanto la nostra credulità, il nostro bisogno di addomesticare Dio, di circoscriverlo in qualcosa che sia a portata di mano, pronto all’uso, alla misura del nostro pensiero, dei nostri bisogni, delle proiezioni che ci siamo fatti. In questo senso, invece di aggirare il problema, o di esiliarlo tra gli scarti del pensiero, serve una esegesi più severa, più accorta, più accurata, che faccia anche i conti con una – parallela – esegesi della storia.

Potremmo trovarci, alla fine, d’accordo con il grande “eretico” Baruch Spinoza, per il quale, tutto sommato, “la dottrina della Scrittura non contiene sublimi speculazioni o questioni filosofiche, ma soltanto cose semplicissime, che possono essere comprese anche dalle menti più lente”. E cioè, alla fine, ciò che conta è praticare la giustizia, essere amorevoli con il prossimo, coltivare la misericordia: “Perché chi ama il prossimo ha adempiuto alla legge” (Rm 13,8). E questo dovrebbe bastare.

Potremmo anche – azzardo – non affannarci tanto a chiederci se siamo o no “credenti”. Quanto piuttosto mettere a verifica – con timore e tremore – se davvero riusciamo a stabilire coerenza tra ciò che crediamo di aver capito dei testi sacri e la nostra vita zoppicante; se abbiamo davvero imparato “a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti, degli oppressi e dei derisi, in una parola dei sofferenti” (Dietrich Bonhoeffer); e se, in questi tempi difficili e dai minacciosi orizzonti, riusciamo a mantenere viva la capacità di vivere momenti felici e momenti di dolore, tenendo insieme forza e debolezza, e se, dice ancora Bonhoeffer, “la nostra capacità di vedere la grandezza, l’umanità, il diritto e la misericordia è diventata più chiara, più libera e più incorruttibile, se anzi la sofferenza personale è diventata una buona chiave, un principio fecondo nel rendere il mondo accessibile attraverso la contemplazione e l’azione”.