24 marzo 2019

LA LOGGIA DELLE CLIENTELE DI CASTELVETRANO






La recente scoperta della “loggia delle clientele” di Castelvetrano ridà attualità all’analisi condotta 60 anni fa da Danilo Dolci sul sistema di potere clientelare-mafioso che continua a regnare in Sicilia. 


 Col passare del tempo, sembra che a cambiare siano soltanto i nomi dei protagonisti. Al mio paese si dice ancora: 'Cancianu i musicanti, ma la musica è sempri la stissa'.

Una delle ragioni della crescente sfiducia della gente nei confronti delle istituzioni e della politica deriva proprio dalla persistenza di questo sistema di potere che non credo riguardi solo Castelvetrano. (fv)


 

23 marzo 2019

JOSE SARAMAGO, “Ci dev'essere” - “Há-de haver”






Ci dev'essere un colore da scoprire,
un'unione nascosta di parole,
ci dev'essere una chiave per aprire
la porta di questo muro smisurato.

Ci dev'essere un'isola più a sud,
una corda più tesa e risonante,
un altro mare che nuoti un altro azzurro,
un altro tono di voce per cantare.

Poesia tardiva che non riesci a dire
neppure la metà di quel che sai:
non taci quando puoi e non rinneghi
questo corpo casuale in cui non trovi posto.

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Há-de haver uma cor por descobrir,
Um juntar de palavras escondido,
Há de haver uma chave para abrir
A porta deste muro desmedido.

Há-de haver uma ilha mais ao sul,
Uma corda mais tensa e ressoante,
Outro mar que nade noutro azul,
Outra altura de voz que melhor cante.

Poesia tardia que não chegas
A dizer nem metade do que saber:
Não calas, quando podes, nem renegas
Este corpo de acaso em que não cabes.
 

José Saramago

 
 

MONTALE SCABRO, ESSENZIALE






Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace – uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.


Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.


Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.


Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.


Eugenio Montale
da "Ossi di seppia"

22 marzo 2019

ANTROPOLOGIA DELLA MEMORIA




ANTROPOLOGIA DELLA MEMORIA
Palermo 25 > 27 marzo 2019
Lunedì 25 marzo ha inizio il ciclo di incontri organizzati dall’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari – Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino, che vedono protagonista Carlo Severi, Directeur d'Études presso l'École des Hautes Études en Sciences Sociales e Directeur de Recherches al CNRS. Quattro gli appuntamenti tra masterclasslectio Magistralis e presentazioni di libri che dal 25 al 27 marzo si svolgeranno in diversi luoghi del centro storico di Palermo: dall’Accademia di Belle Arti all’Università di Palermo, dal Museo Pasqualino al Museo Riso.  Tra questi, l'eminente studioso sarà al Museo delle marionette per la presentazione del suo libro L’oggetto-persona. Rito memoria immagine (Einaudi 2018) e dialogherà con Ignazio Buttitta e Michele Cometa. Introduce Rosario Perricone. 
Ciascuno di noi ha esperienza di una parola virtualmente rivolta ad oggetti inanimati (bambole, automobili, computer...), ai quali attribuiamo, quasi senza volerlo, una personalità umana. Ma esistono relazioni umane con gli oggetti meno superficiali: è durante le azioni rituali che gli oggetti assumono, in modo più stabile, un certo numero di funzioni proprie degli esseri viventi. Nello spazio del rituale, sotto forma di statuette, immagini dipinte o di feticci, gli oggetti sono naturalmente tenuti a rappresentare degli esseri (spiriti, divinità, antenati) costruiti a immagine umana. Ma quando l'oggetto agisce, o prende la parola, non rappresenta più un essere soprannaturale, lo rimpiazza. Ne restituisce la presenza. Per comprendere la parola rituale bisogna dunque pensare lo statuto della rappresentazione iconica non più a partire dai suoi aspetti formali, ma attraverso l'analisi del suo contesto d'uso. Ed è necessario considerare anche quali trasformazioni l'atto verbale subisce, nelle premesse e negli effetti, quando è attribuito a un artefatto.
L’opposizione ipotizzata fra tradizioni orali e scritte, che prevale in antropologia, risulta di fatto ingannevole: in primis perché tende ad annullare l’orale nel contrario dello scritto, e non ne comprende il modo di funzionare specifico; in secondo luogo perché non contempla la possibilità che, tra gli estremi dell’orale puro e dello scritto puro, esistano molte situazioni intermedie. D’altronde, se da un lato un gran numero di etnografie mostra che, molto spesso, le tradizioni «orali» sono profondamente iconografiche e si fondano sull’uso dell’immagine quanto su quello della parola, dall’altro, nella nostra società contemporanea così impregnata di immagini, l’oralità è ritornata ad assumere un ruolo centrale proprio per la produzione e la comprensione del codice visivo. Questa «oralità dell’immagine» è connaturata nei nostri comportamenti quotidiani e per questo motivo risulta difficile individuarla e analizzarla. La memoria iconografica e orale permette di riconsiderare la memoria conflittuale di oggi, i suoi paradossi, la nascita degli idoli ambigui.
Tra gli eventi correlati, l'incontro con Gabriella Airenti sulle Basi cognitive dell'antropomorfismo che si terrà mercoledì 27 marzo alle 10 all'Università degli studi di Palermo, Scuola delle scienze umane, Edificio 12, aula Seminari.
Gli incontri, ideati da Rosario Perricone, sono organizzati dall’Associazione per la conservazione delle tradizioni popolari in collaborazione con: l’Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Culture e Società e Dottorato in Scienze umane e Dottorato in Studi del patrimonio culturale; l’Accademia di Belle Arti di Palermo – Dipartimento di comunicazione e Didattica dell’arte; la Fondazione Ignazio Buttitta.
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PROGRAMMA
***Lunedì 25 marzo***
Accademia di Belle Arti di Palermo_ore 11.00
Palazzo Fernandez, aula magna
MASTERCLASS DI CARLO SEVERI
 
"Rito Memoria Immagine"
Museo Pasqualino_ore 17.30
PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI CARLO SEVERI
"L’oggetto-persona"
dialogano con l’autore
Ignazio Buttitta e Michele Cometa

***Martedì 26 marzo_ore 16.00***
Università degli Studi di Palermo
Dipartimento di Culture e Società
Edificio 15, Aula multimediale
LECTIO MAGISTRALIS DI CARLO SEVERI
"La vita degli oggetti. Itinerario di una ricerca"
***Mercoledì 27 marzo_ore 17.30***
Museo Riso, Sala Kounellis
PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ROSARIO PERRICONE
"Oralità dell’immagine"
dialogano con l’autore
Carlo Severi e Michele Cometa


IL CARTEGGIO BOBBIO-CAPITINI




Norberto Bobbio e Aldo Capitini sono stati molto vicini a Danilo Dolci soprattutto negli anni cinquanta del secolo scorso. In questo articolo si parla della corrispondenza tra i due grandi uomini di pensiero resa pubblica qualche anno fa.
Il carteggio Bobbio-Capitini
Giuliano Pontara

Aldo Capitini e Norberto Bobbio furono legati da una lunga, salda amicizia i cui semi furono gettati in quello che probabilmente fu il loro primo incontro, avvenuto a Perugia nel 1936 (o forse all'inizio del 1937). Di questa amicizia è un interessante documento la corrispondenza tra i due amici, ora raccolta nel volume Aldo Capitini e Norberto Bobbio, Lettere 1937-1968, scrupolosamente curato da Pietro Polito (Carocci, Roma 2012).
Entrambi furono intellettuali militanti, uomini della ricerca spassionata e del dialogo. Ma le loro strade di ricerca furono molto divergenti e tutti e due le percorsero strenuamente fino in fondo: Capitini la strada della libera ricerca religiosa orientata alla prassi, Bobbio quella del razionalismo critico con una buona dose di empirismo. Capitini è aperto al dubbio: “Tutti quelli che mettono in azione un dubbio metodico compiono un atto legittimo in quanto scartano le opinioni cristallizzate del bene, e risvegliano l'anima alla ricerca, all'ansia del meglio” (Scritti filosofici e religiosi, Protagon, 1994). Ma per il religioso Capitini non si può rimanere costantemente nel dubbio; infatti, nella sua ricerca giunge abbastanza presto ad alcune “persuasioni” che poi non abbandonerà più. Per il filosofo Bobbio, invece, il dubbio è sempre presente, e lui stesso è seminatore di dubbi: “Il filosofo è aperto al dubbio, è sempre in cammino; il porto in cui arriva è soltanto una tappa del viaggio senza fine, e occorre sempre essere pronti a salpare di nuovo” (Elogio della mitezza e altri scritti morali, Pratiche, 1998).
Già in una delle prime lettere, datata 23 novembre 1946, Bobbio scrive all'amico: “Io mi muovo su di una linea diversa, tanto per intenderci razionalista e critica. Ma capisco - e ne ho avuto sempre gran beneficio - la tua posizione religiosa-umanistica”. Cinque anni dopo, in una lettera del 14 agosto 1951, Bobbio ribadisce: “Vedo che le nostre strade sono divergenti: tu sempre più verso l'ideale del filosofo-profeta, io sempre più verso l'ideale del filosofo positivo. Non credere però che abbia rinunciato a comprendere, cioè a gettare qualche ponte per attaccarmi ogni tanto anche all'altra strada. Non credere che non ami più stare a colloquio... coi profeti. Ma preferisco normalmente cose più terra terra, più solide, più ‘pronte a friggere', come direbbe il Cattaneo. Chi sa che un giorno mi convinca che questa mia strada non ha via d'uscita (ne ho sempre un persistente ma vago presentimento). Ma sono impegnato a percorrerla sino in fondo”.
Capitini seguiva con molta attenzione gli scritti che Bobbio andava via via pubblicando, specialmente a partire da quelli stesi nella prima metà degli anni cinquanta e raccolti nel 1955 nel volume Politica e cultura. Ma nel carteggio i temi salienti sui quali il dialogo tra i due amici verte sono quelli, strettamente interrelati, della riflessione che Capitini va mano a mano svolgendo nei suoi scritti: la religiosità aperta alla “compresenza di tutti”, la nonviolenza positiva, la democrazia diretta (cui Capitini preferiva riferirsi con il termine “omnicrazia”). È in relazione a questi temi che Capitini elabora sempre più le sue “persuasioni” e che Bobbio interroga criticamente l'amico, sollevando problemi che lo “turbano” - il rapporto tra la concezione capitiniana della “produzione corale dei valori” e lo storicismo, il problema del male, la praticabilità della democrazia diretta - e rispetto ai quali, come scrive in una delle sue ultime lettere, rimane alla fin fine “perplesso”. Dopo la morte prematura di Capitini nel 1968, Bobbio ritornerà in modo sistematico sul pensiero religioso-etico-politico dell'amico in due impegnati e impegnativi scritti: La filosofia di Aldo Capitini e Religione e politica in Aldo Capitini, inseriti nel libro Maestri e compagni del 1984, e recentemente riediti in un volumetto nelle vivaci e benemerite Edizioni dell'Asino: Il pensiero di Aldo Capitini. Filosofia, religione, politica, 2011).
Nel pensiero di Capitini la concezione della “compresenza di tutti” è fondamentale, ma è problematica. E si presta a varie interpretazioni. L'interpretazione più comprensibile, ma pur sempre irta di problemi, è quella di un'“apertura nonviolenta a tutti gli esseri”: un'etica che allarga il campo della nostra responsabilità morale verso tutto ciò che vive, onde “ogni creatura senziente è degna di essere felice” e ogni essere non senziente, ma vivente, è degno di vivere e di perseguire il proprio sviluppo, il proprio telos. Per Capitini, la religiosità è senso morale, un senso di “legame” con e “riverenza” per ogni essere vivente, secondo quelli che egli indicava come “i due significati di religione: legare, riverire”. Una religiosità etica che si acquisisce attraverso un processo interiore di “tramutazione”: un concetto tipicamente capitiniano sul quale Bobbio, nel '75, svolse una densa relazione in un convegno molto vivace su nonviolenza e marxismo (il testo della relazione è stato ripubblicato in “Nuova Antologia”, 2012, aprile-giugno). Qui siamo alla radice della concezione capitiniana della nonviolenza come insieme inscindibile di pensiero e azione. La fonte alla quale Capitini attinge sempre più e più ampiamente nell'elaborazione di questa sua concezione è Gandhi, che fin dal 1931 considerò “punto di riferimento e di costruzione etico-religiosa”. Si capisce così perché a Capitini premesse tanto far conoscere direttamente Gandhi in Italia attraverso gli scritti. Ed è proprio a Norberto che Aldo più volte nel carteggio si rivolge insistentemente affinché l'amico si dia da fare presso Einaudi per la pubblicazioni di scritti del Mahatma. “Ti raccomando di seguire se Einaudi stampa qualche cosa di Gandhi. Il mercato è vuoto” gli scrive già in una lettera datata 14 ottobre 1957. Capitini non fece in tempo a vedere la pubblicazione di Gandhi alla quale tanto teneva, che uscì nel 1973 con il titolo Teoria e pratica della non-violenza.
Bobbio prese seriamente la nonviolenza, perché prendeva sempre sul serio le cose che riteneva serie. È in Bobbio, infatti, che Capitini trova fra gli intellettuali italiani uno dei più interessati e attenti interlocutori critici sulla nonviolenza. Entrambi gli amici scrissero pagine di grande interesse e attualità sul problema della guerra e delle vie alla pace. Capitini privilegiò, spendendosi per tutta la vita in impegni pratici, la via della nonviolenza positiva: “Una persuasione che pervade mente, cuore e azione”, “scelta severa e tremenda” che “anticipa di colpo il fine nel mezzo”. Bobbio riteneva più percorribile, ma senza farsi troppe illusioni, la via giuridico-istituzionale che mira alla creazione di un governo mondiale democratico detentore del monopolio della “forza”. Le due vie non si escludono a vicenda e sono ambedue difficili. Ma esistono forse vie facili?

L'Indice, febbraio 2013

21 marzo 2019

Tanti auguri a Stefano Vilardo










Stefano Vilardo oggi compie 97 anni. Ci piace festeggiare il suo compleanno con una sua poesia tradotta anche in inglese e spagnolo. (fv)





E questa cerchia verdissima di colli
che si apre in un fiato verso il mare,
le case colorate, le cardinalizie
buganvillee, i boschi di castagni,
di frassini dalle foglie tenere e festose.

E i bordi frastagliati della valle,
le gole corrose dove scalpita il torrente
e s’infossa violento e poi s’acqueta
chiaro tra le rocce.

                                     La tua allegria
giovane, il malizioso ammiccare dei tuoi occhi
 e lo stupore che blocca la tua voce
in improvvisi grumi di tristezza.

Stefano Vilardo
Il testo - tratto dalla raccolta Gli Astratti Furori, Editore Sciascia 1988 – è stato riproposto nel 2013, insieme ad una acquaforte di Vincenzo Piazza, in quaranta esemplari nelle Edizioni Dell’Angelo.