04 marzo 2012

La rabbia di Pasolini.






Ripropongo  una parte del colloquio svoltosi  nel settembre 2008  tra Beppe Sebaste  e Giuseppe Bertolucci all’indomani della presentazione del film La rabbia di P.P. Pasolini. Ricordo che  la versione originaria del film ( Dvd+libro) oggi è disponibile nelle migliori librerie.



"In Italia c’è una piccola borghesia, e per questo c’è solo una piccola rabbia. Ma avendo avuto la Resistenza, che è stata una grande rabbia organizzata, ogni rabbia assume oggi le vesti dell’ideologia o della rivoluzione. Non esiste un’altra rabbia, non ci sono gli arrabbiati puri, i beatnik. L’arrabbiato ideale, sublime per me era Socrate." Così Pier Paolo Pasolini in un’intervista del 1963, lo stesso anno in cui uscì il film La rabbia, che accettò di girare pur se in condominio (quasi una par condicio ideologica) col viscerale anticomunista (e antiamericano) Giovannino Guareschi. Andò così: Gastone Ferranti, editore di Mondo Libero, nell’autunno del 1962 propose a Pasolini, che aveva già girato Accattone e Mamma Roma, di estrarre un film dal magma di materiali di attualità, 90.000 metri di pellicola, del rotocalco cinematografico. A materiale già girato (senza filo cronologico, avvertiva Pasolini, né forse logico, ma «seguendo le mie convinzioni politiche e il mio sentimento poetico»), il produttore decise però di affidare a Giovannino Guareschi una metà del film. Pasolini non ne fu certo contento.
 Veniamo all’oggi. Da un’idea di Tatti Sanguineti, il regista Giuseppe Bertolucci, presidente della Cineteca di Bologna, che aveva già restaurato e presentato alla Festa del Cinema di Roma il film in condominio - La Rabbia del 1963 - ha restaurato, o meglio realizzato, una «ipotesi di ricostruzione della parte iniziale inedita», basandosi rigorosamente sugli appunti e materiali lasciati da Pasolini. Ecco finalmente integrale La Rabbia di Pasolini, uno degli eventi del Festival di Venezia visibile da oggi nelle sale italiane.È un film bellissimo e sorprendente, quasi insopportabilmente attuale, che ci costringe a retrodatare l’acutezza e la capacità profetica di cogliere i segni del tempo presente già anni prima dei suoi Scritti corsari.
Ne ho parlato con Giuseppe Bertolucci, che mi cita il capitolo su De Gasperi, definito come "colui che ci salvò dal ritorno del fascismo e insieme uccise tutte le nostre speranze", o le tesi precoci sulla televisione, ancora all’inizio e in fase sperimentale, quasi una prova tecnica di trasmissione, ma già identificata come organo della menzogna.
Guardiamo insieme un film sull’Italia e il mondo di ieri, commentando l’Italia di oggi. La posizione politica e morale di Pasolini si può riassumere nell’appello poetico che commenta le manifestazioni in Europa sull’invasione sovietica dell’Ungheria, molte delle quali palesemente fasciste: non si grida «viva la libertà» con disprezzo o con odio... se non si grida viva la libertà con amore, non si grida viva la libertà. «Pasolini risalta come un pensatore che si schiera, che non si nasconde mai dietro un dito. Mai burocratico, o cieco, disattento, e all’opposto dell’ambiguità. Anche per questo credo sia importante portare questo film integro e completo nelle sale. È un gesto politico», mi dice Bertolucci. […]
Confesso che un momento così brutto in Italia non l’ho mai vissuto: c’è una totale assenza di reazioni, politiche e culturali, di pensiero. È come una specie di virus, una malattia che si sta diffondendo, una totale mancanza di reazioni, come se nessuna reazione avesse senso...» Quanto al razzismo di Guareschi, aggiungo io, nella parte del film da lui commentata basterebbe la lunga scena della danza di africani con la colonna sonora del can can del Moulin Rouge, che rende goffi e ridicoli i loro gesti allo stesso modo crudele dell’Albatro della poesia di Baudelaire, imprigionato e schernito dai marinai.

«Pasolini e Guareschi, è vero, erano inconciliabili - dice Bertolucci -. L’unico elemento comune, se vogliamo, è che entrambi hanno pagato di persona la coerenza con le loro idee. Guareschi fece alcuni mesi di prigione per delle affermazioni su De Gasperi, Pier Paolo Pasolini, come è noto, fu per anni al centro di un linciaggio mediatico senza precedenti. Se c’è qualcuno che ha subìto censure è senz’altro Pasolini. La nostra idea è stata di restituire l’integrità del progetto iniziale, togliere la parte aggiunta di Guareschi e ripristinare i diciotto minuti mancanti del film. L’ho chiamata una “simulazione”, anche se seguo alla lettera il progetto e gli appunti di Pasolini».
Se la parte «edita» nel ’63, con le voci off di Giorgio Bassani e di Renato Guttuso, ha il tono intimo, salmodiante e quasi predicativo del Vangelo secondo Matteo, con cui ha in comune alcune musiche algerine, la parte «inedita» colpisce per la forza e il nitore, e suona se è possibile anche più dura. Mentre sfilano le manifestazioni popolari, le forze armate, le cerimonie civili all’indomani della Liberazione, e con esse gli anni Quaranta e Cinquanta, la voce scandisce più volte: Il tempo fu una lenta vittoria, che vinse vinti e vincitori. Profetico anche nel giudicare l’attuale revisionismo della Storia, Pasolini commenta i giorni in cui le autorità non si distinsero dalle folle mediocri degli elettori, i giorni in cui gli eroi vestirono il grigio. I grandi d’Europa si siedono a Ginevra per la pace futura con la guerra in cuore. Ora, dice sempre più severamente il poeta, il male della vita è libero.
Le immagini euforiche dei cinegiornali che esaltano la ripresa del treno del carbone e della produzione dell’acciaio europeo, raccontano, prima del mercato comune, la comune aridità e il comune ballo. I nuovi conflitti, i nuovi profughi, le sodome di stracci, le gomorre della miseria, la furia che fa del mondo il contrario di sé, una rovina, un’oscurità senza fondo, si alterna con le miserabili consolazioni. La televisione (voce del benessere del padrone) è analizzata alla radice: nella sua utopia di far vedere lontano, fa vedere dell’altro, della vita degli altri, solo la guerra e la sofferenza, perché la vita da sola non basta; ma è come se non ci riguardasse, quasi che la lontananza ne coprisse i mali.
«La cosa secondo me più interessante del film - dice Bertolucci - è la capacità di Pier Paolo, negli anni ’60, di prendere un genere cinico e qualunquista come il cinegiornale, di cui peraltro era stato spesso bersaglio, e rovesciarlo facendolo proprio. Riuscire a mischiare la propria poesia alle voci degli speaker del cinegiornale, giocando a rimpiattino con quel genere, è cosa di una modernità e coraggio straordinari. Forse gli anni Sessanta erano più coraggiosi di questo presente. Mi viene in mente che Pasolini aveva già compiuto operazioni così, fare uso di un genere anche standoci fuori e ribaltandolo. Penso alla sua Orestiade africana, un trasferimento straordinario, al metalinguaggio all’opera in Petrolio».

Nella seconda parte del film, dove si vedono Cuba, l’Algeria, l’Africa, colpisce la chiarezza della diagnosi del nuovo problema nel mondo, che si chiama "colore", mentre l’omologazione planetaria che oggi chiamiamo globalizzazione è annunciata così da Pasolini: tutto dovrà diventare familiare e ingrandire la Terra.
Giuseppe Bertolucci mi richiama le immagini della chiusa del film, che alterna l’omaggio a Marilyn Monroe, bella e sciocca come l’antichità, e quella all’astronauta sovietico. È forse il cuore del film, ciò di cui siamo legatari. Dice Pasolini, mentre scorrono primi piani della Monroe: In molte parti dell’anima, cioè del mondo, la guerra non è cessata. Restava solo la bellezza, che sparì come un pulviscolo d’oro. È possibile che la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?
Seguono immagini dell’astronauta russo di ritorno, al cospetto di Krusciov, che nei versi del poeta insegna che le vie del cielo devono essere di fraternità, e la rivoluzione deve essere dentro gli spiriti (quasi le stesse parole con cui Luciano Bianciardi, negli stessi anni, concluse la sua Vita agra). Le immagini falsamente neutrali in bianco e nero del cinegiornale risultano magicamente intrise di pietà, una pietà che potrebbe essere del resto l’altro titolo del film. Anche questo insegna Pasolini, che non c’è pietà senza rabbia, né vera rabbia senza pietà.

  Beppe Sebaste in   http://www.carmillaonline.com/

Il Vermeer di Wisłana Szymborska




Finché quella donna del Rijksmuseum
nel silenzio dipinto e in raccoglimento
giorno dopo giorno versa
il latte dalla brocca nella scodella,
il Mondo non merita
la fine del mondo.

Wisłana Szymborska  

02 marzo 2012

Per Pasolini.






Ricevo e pubblico, con piacere, il comunicato del  Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa che, per ricordare i 90 anni della data di nascita del poeta (5 marzo 1922), organizza un festoso momento di riflessione sull’ attualità della sua opera:

 Nell’Italia degli anniversari celebrativi ce n’è uno che sfugge senz’altro alla retorica della ritualità obbligata. Cade infatti nella spontaneità dei ricordi sinceri la ricorrenza del 5 marzo, in cui 90 anni fa, nel 1922, venne al mondo Pier Paolo Pasolini, poeta sempre amato e rimpianto, primogenito della friulana Susanna Colussi e del ravennate Carlo Alberto. La famigliola cambiò luogo di residenza già dall’anno successivo, in una girandola di spostamenti annuali dovuti al mestiere militare  del padre, promosso Capitano dell’esercito: nel ’23, a Parma, nel ’24 a Conegliano, nel ’25 a Belluno, dove nacque il secondogenito Guido Alberto, nel ’26 di nuovo a Conegliano, nel ’28 a Casarsa, nel ’29 a Sacile, nel ’30 nella slovena Idrija, nel ’31 ancora a Sacile, nel ’32 a Cremona,nel ’35 a Scandiano e infine, dal ’37, ancora a Bologna.
A contrappeso del possibile disorientamento dei piccoli di casa Pasolini, brillava però la stella fissa della friulana Casarsa, il piccolo paese contadino della madre, dove la famiglia ricompariva ogni anno per le vacanze estive, ritrovandovi affetti, una casa, una nidiata di parenti e amici. Un “luogo assoluto dell’universo”, ebbe poi a dire Pier Paolo ripensandosi bambino sognatore, trascinato dalla fantasia già precoce a immaginare che il viaggio con l’amato treno finisse la sua corsa direttamente nel negozio di mercerie della zia Enrichetta. Il giovane poeta, subito in evidenza già con la prima raccolta del 1942, vi sarebbe ritornato stabilmente dal ’43 –“uno degli anni più felici della mia vita”, come scrisse nel 1970, nella prefazione Al lettore nuovo delle sue Poesie per Garzanti-, per compiervi fondamentali esperienze esistenziali, letterarie e di impegno culturale e civile, cui la traumatica ripartenza verso Roma nel gennaio 1950 avrebbe posto fine.
Ora è di nuovo Casarsa con il suo Centro Studi Pier Paolo Pasolini a ricordare il suo indimenticato cantore e a festeggiarne idealmente il 90.mo compleanno con una fresca iniziativa che, pensata soprattutto per i giovani, inaugura ufficialmente il programma di attività incentrato nel  2012 nella riflessione a tutto campo sul Pasolini friulano.
Nella mattinata di lunedì 5 marzo, dalle ore 10, l’appuntamento è dunque nel Ridotto del Teatro Pasolini dove, tra letture di brani e brevi intermezzi musicali del Fvg Gospel Choir di Rudy Fantin,il clou sarà dato dalla proiezione dell’inedito servizio documentario “Pasolini e il Friuli”, curato per la Rai Fvg dal giornalista Mario Rizzarelli, presente per l’occasione e disponibile a raccontare i retroscena del suo lavoro, frutto di un rigoroso studio preliminare e di 8 sopralluoghi con troupe sul set naturale della Destra Tagliamento.  Il filmato, che avrà un primo passaggio tv sabato 3 marzo, alle ore 12, per la rubrica “Il settimanale” del TG Fvg, ricostruisce le tracce ancora evidenti della stagione casarsese del poeta, consegnate oggi a fondali di campagne e acque, a squarci di paese, chiesette e campanili e, soprattutto, ai ricordi preziosi di rari testimoni, coetanei o quasi del giovane Pasolini e ancora lucidissimi: tra gli altri, il cugino e poeta Nico Naldini, il sodale di una vita Giuseppe Zigaina, il compagno di coro Gigiòn Colussi, l’allievo dell’Academiuta Ovidio Colussi, gli studenti della scuola media di Valvasone, l’amico Dino Peresson ispiratore del Sogno di una cosa.
Un percorso della memoria per immagini, facce e parole che poi, dopo Casarsa, nella serata dello stesso giorno 5, sarà presentato al Teatro Colosseo di Roma, per una coda di festa organizzata in stretta collaborazione tra il Centro Studi di Casarsa e le capitoline Porta Nova e Beat 72. Un secondo tempo, che sarà impreziosito anche da letture ad hoc da parte di attori  e musicisti  (tra i tanti, Nuccio Siano, Patrizia Zappa Mulas, Aisha Cerami e i friulani Giacomo Zito e Sandra Toffolatti) e dall’esposizione nel foyer del teatro delle memorabili foto romane degli anni Sessanta del maestro Mario Dondero, concesse per questa occasione speciale dal Centro casarsese.
Ciò che conta è che, in questo ideale abbraccio tra il Friuli e la Capitale, finalmente si ricorderà non la morte feroce, ma il primo tempo vitale, ancora illuminato dalle lucciole, di un nevralgico protagonista del ‘900, che oggi avrebbe compiuto 90 anni, ma sembra sempre giovane ed è  infatti più contemporaneo e vivo che mai.

Info, Centro Studi Pier Paolo Pasolini, tel./fax: 0434 87 05 93, e-mail info@centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it, www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it.


Non so se sei vivo...





Non so se sei vivo o sei perduto per sempre,
se posso ancora cercarti nel mondo
o ti debbo piangere mestamente
come morto nei pensieri della sera.
Ti ho dato tutto: la quotidiana preghiera
e la struggente febbre dell'insonnia,
lo stormo bianco dei miei versi
e l'azzurro incendio degli occhi.
Nessuno mi è stato più intimo di te,
nessuno mi ha reso più triste,
nemmeno chi mi ha tradita fino al tormento,
nemmeno chi mi ha lusingata e poi dimenticata.
 
Anna  Achmatova

01 marzo 2012

Addio Lucio


Insieme ad una delle sue più belle canzoni riproponiamo un'intervista inedita di Lorenza Pieri a Lucio Dalla, fatta in occasione del cinquantenario della morte di Tazio Nuvolari, per cui il cantautore bolognese scrisse l’omonima canzone. L'intervista è stata pubblicata oggi dal sito www.minimaetmoralia.it

La sua è una delle più belle canzoni dedicate a un mito sportivo. Come è nata «Nuvolari»? È stata un’idea sua o di Roversi?
L’idea è venuta a Roversi. Roversi a livello letterario era ed è uno dei poeti più importanti d’Italia. La sua presenza per me è stata fondamentale. È stato il mio maestro. La sua è stata un’educazione letteraria e umana. In questo senso il testo che lui ha scritto non è neanche stato rivisto da parte mia perché sapevo che veniva “dall’alto” nel vero senso della parola.
La grande idea è stata quella di musicare, di trasformare in una canzone, il passaggio storico importante – di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze – dalla civiltà contadina alla cultura e alla civiltà industriali. «Nuvolari», nonostante abbia avuto un grande successo di pubblico, rimane in ogni caso una canzone importante soprattutto perché ha visualizzato questo passaggio. Oggi la civiltà contadina è stata completamente cancellata, è una cosa da antropologi, è cambiato il linguaggio, sono cambiati i comportamenti, sono cambiati i segni. Ecco: l’Italia, da Nuvolari in poi, ha cominciato quel processo che oggi chiamiamo di globalizzazione, che ha in qualche modo avvicinato culture diverse, facendo comunque perdere al nostro Paese una parte della sua identità.
A proposito dei grandi cambiamenti della nostra società: appena pochi mesi dopo la morte di Nuvolari, nel 1954, in Italia compare la televisione. Il mito di Nuvolari era nato in un’epoca pre-televisiva, e si era alimentato solo di voci, mistero, attesa, apparizioni fugaci. In che modo la televisione e i mass media hanno cambiato il sistema di costruzione dei miti?
Fondamentalmente sono cambiati i modelli di aggregazione. Prima c’era una forma di aggregazione fisica, oggi non c’è più il contatto con gli altri che vivono l’evento insieme a te, uscendo dalle case, venendo dalle città e dalle campagne per partecipare insieme agli eventi. Non illudiamoci, la televisione sarà destinata anche a svuotare gli stadi, cosa che già sta accadendo. Noi lo chiamiamo progresso, e magari lo è anche, non dico che ci si debba fermare, ma in realtà perdiamo tutta una serie di benefici che ci venivano dal condividere fisicamente dei grandi eventi con altri esseri umani. L’epos, la nascita di un mito, corrispondeva a una necessità sociale. Oggi non è più così. Non ci sarà più un Che Guevara e cito il primo che mi viene in mente. Perché la condivisione delle problematiche di Che Guevara, che erano di tipo sociale e politico, era una condivisione totale, fisica: si andava insieme in piazza e a stretto contatto l’uno con l’altro, si condividevano anche gli aspetti più difficili della vita, quelli socio-politici. Oggi Che Guevara non c’è più, e forse è giusto che non ci sia più. Però è sostituito da miti che sono prevalentemente virtuali, telematici, come Neo di Matrix per esempio. Anche lui ha un atteggiamento rivoluzionario, di contrapposizione sociale a un potere di tipo orwelliano, ma che non può essere condivisibile effettivamente perché non è un uomo come noi.

E invece Nuvolari era un uomo come noi?
Nuvolari era in teoria un uomo esattamente uguale e identico a tutti quelli che ne creavano il mito. Aveva qualcosa in più, qualcosa di strano che nasceva proprio dalla sua anomalia. Anomalia che consisteva nel non corrispondere ai canoni e ai dettami della mitologia di allora. Era in un certo senso già un “divo del domani”. Lui è stato anche un mito emblematico di una certa politica, a quei tempi c’era il fascismo e anche lui era in qualche modo connesso, come tutti. Però se si confronta la fisicità dei miti dell’epoca, in Italia, in Germania e in Inghilterra, era molto diversa, era fatta di uomini possenti, grandi. Lo stesso realismo sovietico raffigurava attraverso la grafica e la pittura degli uomini muscolosi, potenti. Lui era piccolo, bruttino. Una specie di Dustin Hoffmann ante litteram, era diverso, anomalo, apparteneva già a una categoria di miti successivi. Il suo essere mito derivava unicamente dalle sue vittorie e lui vinceva anche quando arrivava secondo o terzo perché le sue erano prestazioni eccezionali. La gente si infiammava perché poteva avere un incidente e riprendere a correre subito. Era un po’, certo senza possibilità di paragoni, come Gilles Villeneuve. Villeneuve non ha mai vinto nulla di grandioso però il suo modo di correre era fuori dalle regole, poi è morto e per il pubblico giovane è rimasto comunque un mito. Invece Nuvolari era un mito esteso a tutte le generazioni. La macchina compariva nello scenario per la prima volta, gli aerei si vedevano sempre più spesso nel cielo, e lui è stato lo sponsor dell’oggetto meccanico che era la manifestazione del suo essere.
Nella canzone si parla infatti di un uomo “basso di statura, bruno di colore” che è in grado di superare ogni difficoltà. Quanto di Nuvolari c’è in Lucio Dalla?
Abbastanza. Io stesso per primo quando lo rappresentavo giocavo su questo punto. Raccontavo tutta un’aneddotica che mi ero studiato con Roversi e che doveva soprattutto aiutare a spiegare ai giovani chi era Nuvolari. Anche se poi in realtà Nuvolari lo conoscevano tutti, anche quelli delle ultime generazioni. In qualche modo nel grande immaginario collettivo era rimasto il suo nome, lui era una figura presente. Lo chiamavano “Nuvola”, la nuvola dà l’idea della velocità, del cielo, del vento. Il mito si era consolidato in maniera molto forte, naturale, senza imposizioni. Dopotutto lui davvero correva in maniera strepitosa, unica. Fatte le dovute differenze era un po’ come Roberto Baggio, che è diventato un mito più o meno per le stesse ragioni. Era piccolino, partiva da niente, due menischi rotti, una gamba più corta: già questo aiutava ad alimentare la leggenda. Le sue performance erano assolutamente straordinarie ma lui era del tutto anomalo rispetto agli altri giocatori, sia fisicamente che per il fatto di aver avuto tutti questi incidenti. Il mito di questo omino che metteva in riga tutti i grandi del mondo si espandeva a raggiera, non solo in Italia.
Eppure c’è sempre in questi campioni un aspetto malinconico. Nuvolari ha avuto delle vicende personali molto drammatiche, la perdita dei figli… Sembra esserci sempre una relazione tra fama e solitudine, tra popolarità e malinconia.
È un po’ la stessa tristezza che prese Gesù nell’orto del Getzemani. Quando il protagonista, il mito, il centro, l’anima del pensiero deve fare i conti proprio con il suo essere centro o anima del pensiero, non ha nessuna possibilità di condivisione. Il dramma interiore non è socialmente condivisibile. Non c’è dubbio che Nuvolari, come tutti i grandi eroi che fanno parte dell’immaginario collettivo, non può trovare amici, può trovare fedeli, fans. Ma sarà sempre difficile per un mito condividere la realtà quotidiana. Un mito non sarebbe tale se fosse il contrario. Puoi sapere tutto di lui, puoi conoscere i suoi difetti, i suoi pregi, il suo bianco, il suo nero, però la componente di mito che è la sua parte tragica non la può condividere nessuno. Tra l’altro poi in Nuvolari questa tristezza era ancora più enfatizzata dal suo aspetto malinconico. Lui è nato così, probabilmente anche a tre anni e mezzo aveva questa faccia malinconica. Poi era anche un dandy, e tutto fuorché uno stupido, ma al di là di questo forse c’era un’altra componente. Molti dicevano che fosse un testimone del fascismo, mentre lui probabilmente non lo era. Verosimilmente questa è una delle ragioni per cui si rattristava. Anche gli Agnelli finché fu loro possibile non presero la tessera del partito, poi furono costretti a prenderla. Era molto difficile starne fuori. In qualche modo ne venivi risucchiato. E successe anche a lui.
In un certo senso però Nuvolari è riuscito a sopravvivere alla strumentalizzazione della propaganda fascista. È rimasto un mito anche dopo, nel dopoguerra, negli anni ’50 quando l’ideologia era cambiata…
Perché la sua immagine era più forte di qualsiasi potere politico. Era più forte la sua carica dell’ideologia.
Oggi sembra invece che i grandi campioni sportivi, le grandi squadre, siano sempre più sottomessi al potere economico, che in qualche modo nel nostro paese è sempre legato anche al potere politico. Nel mondo della musica e dell’arte probabilmente si verificano le stesse dinamiche. In che modo un artista o un campione sportivo può riuscire a mantenere la propria autonomia rispetto alle pressioni dei poteri esterni?
Tutti i grandi, che mantengono la loro autonomia, hanno un denominatore comune che è paradossalmente costituito dall’anomalia stessa. Il vero “incontaminato” è l’anomalo, è quello che subisce di meno il ricatto delle armi di convinzione del potere, che sono poi uguali per tutti, perché il potere è sempre contrapposto alla sincerità, alla creatività, costringe ad adeguarsi a certe regole e a certe norme. Un esempio emblematico è Maradona. Maradona è una sorta di essere autosacrificante. Tutti i suoi difetti, che sono poi difetti di comportamento, sono quelli che gli hanno permesso di rimanere fuori da certe regole, di non adeguarsi, di rimanere sempre unico, cosa che si è riflessa poi nella grandezza della sua arte. Un altro esempio potrebbe essere Caravaggio, insieme a tutti quelli che in un certo senso dovevano condividere il potere frequentandolo, ma che non l’hanno mai condiviso con le loro scelte. Che spesso erano scelte naturali, proprio perché loro erano anomali. Il difetto è un segno di libertà in una società come la nostra. Anche perché poi tutti quelli che si contrappongono al potere in un certo senso non fanno altro che confermarlo. Paradossalmente non c’è niente che pubblicizzi di più la globalizzazione delle manifestazioni no-global. Ne testimoniano la presenza, il suo affacciarsi all’orizzonte come le nuvole minacciano un temporale, allora tu ti metti subito il paltò oppure prendi l’ombrello. In qualche modo l’ombrello, che dovrebbe essere quello che si oppone alla pioggia ne è il testimone. Se c’è la pioggia si pensa subito all’ombrello.
Invece il grande, il vero mito, grazie anche a una sorta di anomalia si sottrae a questi meccanismi. Il movimento di bacino inventato da Elvis Presley derivava in realtà dal fatto che aveva un difetto alle anche che lo faceva muovere così, come una specie di paraplegico, ma da lì è nato The Pelvis. Lo stesso si può dire della forza di Forrest Gump che viene dalle sue debolezze o dello strabismo di Venere. Queste sono forme abbastanza curiose di non adeguamento che possono addirittura creare nuovi canoni di bellezza. Da lì poi ad arrivare a Nuvolari ce ne vuole, ma lui non poteva in nessun modo essere uguale agli altri. Era poi un’epoca pre-post futurista in cui le parole cambiavano, cambiavano gli esempi, la retorica. L’epoca in cui a Vienna pittori come Klimt si dissociavano dalla pittura di regime, Klimt che lavorava nella bottega di Makart che era il più grande affrescatore dei palazzi di regime, si ribellava inventando l’opposto in qualche modo. Il mondo cambiava e chi lo trasformava doveva innanzitutto intuire gli aspetti che si sarebbero verificati in futuro. Per cantare la rivoluzione o l’evoluzione devi avere l’idea di quello che verrà.
Anch’io sono uno che per i miei difetti in qualche modo non mi adeguo ai canoni, vorrei fare certe cose che non posso perché sono alto un metro e sessanta e ne vado fiero, ma poi sono qui, scrivo le mie canzoni, dico le mie stronzate e vado avanti…
… conduce trasmissioni, scrive musical. Che dire a proposito di questo eclettismo? Anche Nuvolari all’inizio era un campione di motociclismo, poi è passato alle macchine…
L’eclettismo è una porta aperta. Quando fai bene una cosa, non è che questa si esaurisce, ma non puoi neanche continuare a farla per sempre. Però intanto ti sono entrati dei segnali diversi che poi si vanno a concretizzare in un altro tipo di comunicazione. Un artista come Duchamp non sai come nasce, ma forse proprio dall’incontro di un genio con altri elementi del mondo dell’arte e della comunicazione. Ogni stimolo che arriva, ogni extrasistole è un aumento di coscienza. Goethe è riuscito a far realizzare una statua scrivendo come l’avrebbe voluta, certo non era uno scultore però, alla fine sapeva come si faceva.
Torniamo per un attimo al discorso iniziale, a Nuvolari come simbolo della trasformazione dell’Italia da Paese dalla tradizione prevalentemente rurale a Paese industrializzato. Secondo lei perché questo legame così forte tra il cuore dell’Italia rurale – l’Emilia Romagna, il mantovano – e la passione per i motori? È una tradizione che continua ancora oggi, che passa dalla Ferrari e arriva a Valentino Rossi…
È un’enclave. È DNA. Sai come chiamavano i contadini romagnoli le figlie durante la guerra? Claas che era una marca di trebbiatrici tedesche. Così come certi appassionati di “Dallas” poi hanno chiamato i figli Sue Ellen o J.R. e i comunisti chiamavano il figlio Juri, in omaggio alle conquiste spaziali dei russi. Il popolo risponde come la terra ai semi. Una grandinata lo annienta ma non lo uccide. Gli alberi di una pineta si piegano perché il vento li pettina soffiando in una certa direzione. C’è un rapporto reciproco tra un luogo e certe tendenze, che diventa un rapporto storico e poi genetico, un DNA. Come il cinema, il cinema emiliano-romagnolo: Fellini, Florestano Vancini, Avati, Bertolucci, stavano tutti nel giro di cinquanta chilometri. È un DNA che noi emiliano-romagnoli-padani-lombardi abbiamo nel sangue, è una delle cose più misteriose. Con Capirossi, Valentino Rossi, Melandri, Emilia e Marche sono connesse, poi nella zona di Modena ci sono Ferrari, Maserati e Lamborghini e così via…
Nuvolari era anche il simbolo delle speranze di un’intera epoca. Lei ha celebrato in altre canzoni, come “Il motore del duemila” “Futura” o “L’anno che verrà”, i miti del progresso e le speranze nel futuro, dando comunque un’interpretazione critica e non sempre completamente fiduciosa nell’avvenire. Oggi si sente ancora affascinato da questi temi?
Sono ancora affascinato dal futuro, anche se in maniera diversa e più consapevole, semplicemente per il fatto che il futuro non c’è. Il futuro entra nell’animo di chi lo immagina e si prospetta sempre diverso, anche in contrapposizione alle ipotesi più prevedibili. Io sono un ottimista. Anche in una canzone disperata come “L’anno che verrà” si pensa che l’anno che deve arrivare sarà comunque migliore di quello che è passato. Ma non bisogna escludere niente, bisogna essere pronti a tutto, a qualsiasi cambiamento: se siamo dei monoliti nei confronti del futuro, anche con le caratteristiche vincenti che oggi ci contraddistinguono, abbiamo perso: dobbiamo essere uomini, anime, elementi in mutazione anche noi, con i tempi in cui viviamo.

Per la Val di Susa.









Non la voglio fare lunga: io sto con il popolo che in modo non violento sta cercando di fare sentire la propria voce contro un progetto che rischia di devastare una delle valli più belle d’Italia. 


P.S. :  di seguito potete leggere  l' Appello per il dialogo (primo firmatario Don Luigi Ciotti)  reso pubblico qualche ora fa :
 
IN VAL SUSA UN DIALOGO È POSSIBILE E NECESSARIO
Dopo mesi in cui la politica ha omesso il confronto e il dialogo necessari con la popolazione della valle, la situazione di tensione in Val Susa ha raggiunto il livello di guardia, con una contrapposizione che sta provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni, nella vita e nella economia dell’intera valle. Ad esserne coinvolti sono, in diversa misura, tutti coloro che stanno sul territorio: manifestanti e attivisti, forze dell’ordine, popolazione. I problemi posti dal progetto di costruzione della linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione non si risolvono con lanci di pietre e con comportamenti violenti. Da queste forme di violenza occorre prendere le distanze senza ambiguità. Ma non ci si può fermare qui. Non basta deprecare la violenza se non si fa nulla per evitarla o, addirittura, si eccitano gli animi con comportamenti irresponsabili (come gli insulti rivolti a chi compie gesti dimostrativi non violenti) o riducendo la protesta della valle – di tante donne e tanti uomini, giovani e vecchi del tutto estranei ad ogni forma di violenza – a questione di ordine pubblico da delegare alle forze dell’ordine.
La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. La costruzione della linea ferroviaria (e delle opere ad essa funzionali) è una questione non solo locale e riguarda il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali. Per questo è necessario riaprire quel dialogo che gli amministratori locali continuano vanamente a chiedere. Oggi è ancora possibile. Domani forse no.
Per questo rivolgiamo un invito pressante alla politica e alle autorità di governo ad avere responsabilità e coraggio. Si cominci col ricevere gli amministratori locali e con l’ascoltare le loro ragioni senza riserve mentali. Il dialogo non può essere semplice apparenza e non può trincerarsi dietro decisioni indiscutibili ché, altrimenti, non è dialogo. La decisione di costruire la linea ad alta capacità è stata presa oltre vent’anni fa. In questo periodo tutto è cambiato: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo. I lavori per il tunnel preparatorio non sono ancora iniziati, come dice la stessa società costruttrice. E non è vero che a livello sovranazionale è già tutto deciso e che l’opera è ormai inevitabile. L’Unione europea ha riaperto la questione dei fondi, dei progetti e delle priorità rispetto alle Reti transeuropee ed è impegnata in un processo legislativo che finirà solo fra un anno e mezzo. Lo stesso Accordo intergovernativo fra la Francia e l’Italia sarà ratificato solo quando sarà conosciuto l’intervento finanziario della Ue, quindi fra parecchi mesi. E anche i lavori sulla tratta francese non sono iniziati né prossimi. Dunque aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternative non provocherebbe alcun ritardo né alcuna marcia indietro pregiudiziale. Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica. Un tavolo pubblico, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare nello spazio di un mese, è nell’interesse di tutti. Perché tutti abbiamo bisogno di capire per decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali..
Un governo di “tecnici” non può avere paura dello studio, dell’approfondimento, della scienza. Numerose scelte precedenti sono state accantonate (da quelle relative al ponte sullo Stretto a quelle concernenti la candidatura per le Olimpiadi). Noi oggi chiediamo molto meno. Chiediamo di approfondire i problemi ascoltando i molti “tecnici” che da tempo stanno studiando il problema,, di non deludere tanta parte del paese, di dimostrare con i fatti che l’interesse pubblico viene prima di quello dei poteri forti. Lo chiediamo con forza e con urgenza, prima che la situazione precipiti ulteriormente.
2 marzo 2012
primi firmatari:
1) don Luigi Ciotti (presidente Gruppo Abele e Libera)
2) Livio Pepino (giurista, già componente Consiglio superiore magistratura)
3) Michele Curto (capogruppo Sinistra, ecologia e libertà, Comune Torino)
4) Ugo Mattei (professore diritto civile, Università Torino)
5) Marco Revelli (professore Scienza Amministrazione, Università del Piemonte orientale)
6) Giorgio Airaudo (responsabile nazionale auto Fiom)
7) Niki Vendola (presidente Regione Puglia)
8)Monica Frassoni (presidente Verdi europei)
9) Michele Emiliano (sindaco di Bari)
10) Luigi De Magistris (sindaco di Napoli)
11) Tommaso Sodano (vicesindaco di Napoli)
12) Paolo Beni (presidente nazionale Arci)
13) Vittorio Cogliati Dezza (presidente nazionale di Legambiente)
14) Filippo Miraglia (Arci)
15) Gabriella Stramaccioni (direttrice di Libera)
16) don Armando Zappolin (presidente nazionale Cnca)
17) don Tonio dell’Olio (Libera international)
18) Giovanni Palombarini (giurista, già Procuratore aggiunto della Cassazione)
19) don Marcello Cozzi (Libera)
20) Sandro Mezzadra (professore Storia dell dottrine politiche, Università Bologna)

Documento pubblicato oggi da http://www.democraziakmzero.org/