Bukowski, o del nichilismo americano
Per una lettura di Ham on Rye di Charles Bukowski
di Gianmarco Pinciroli
«Un giorno – dissi a Jan – quando scopriranno che il
mondo ha quattro dimensioni invece delle solite tre, si potrà andare a
fare una passeggiata e sparire. Niente funerali, niente lacrime, niente
illusioni, niente inferno e paradiso. La gente dirà, “Che cosa ne è
stato di George?” E qualcuno risponderà, “Be’, non so. Ha detto che
andava a prendere un pacchetto di sigarette”».
Charles Bukowski
Una salvifica dannazione
Charles Bukowski ha passato l’intera sua vita di scrivente a scrivere della sua possibilità di scrittura, del fatto cioè che in lui giaceva ora sepolta ora manifesta una sorta di salvifica dannazione,
che lo portava nell’oggi di ogni suo giorno di vita a domandarsi non
tanto il senso del suo Esserci, o non così direttamente, quanto il senso
del suo bisogno di testimoniarlo(1).
Il personaggio alter-ego(2) (Henry “Hank” Chinaski) del
romanzo di Bukowski oggetto privilegiato di questa nota, e di molte
altre pagine sparse nella sua immensa opera in prosa e in versi, ha
comprato e quindi – così ci racconta – impegnato al Banco dei Pegni un
numero incalcolabile di macchine da scrivere tra gli anni cinquanta e
gli anni settanta, poi non ha avuto più bisogno di impegnare i ferri del
mestiere, poiché ha cominciato ad avere successo, è passato alla
macchina elettrica, infine al computer e negli anni ottanta è dunque
‘diventato’ uno ‘scrittore’, riconosciuto come tale, invitato a letture
di poesia, tradotto in tutto il mondo, intervistato, e in qualche caso
persino trattato come una sorta di maître à penser, che poteva
fare su qualsiasi argomento qualsiasi affermazione, anche insensata,
poteva ubriacarsi durante una trasmissione televisiva e andarsene seduta
stante, poteva permettersi di recitare, o forse vivere, il lusso di un
disagio della civiltà che diventa, a certe condizioni molto
privilegiate, spettacolo come qualsiasi altro fenomeno apparentemente
conturbante. Probabilmente, il caso Bukowski è l’archetipo del nichilista americano contemporaneo(3).
Ne ha tutte le caratteristiche. Se assumiamo come provvisorio
elemento definitorio di nichilismo il disvalore di tutto ciò che la
maggioranza assume come valore(4), allora il non-lavoro, la
pura sopravvivenza, il principio di piacere opposto a qualsivoglia
principio di realtà, l’assunzione di fumo e alcool oltre i limiti della
sopportazione fisica fino al suicidio che tale sovradosaggio accusa e
rivela, la marginalità sociale totale, la piena assenza di progettualità
lavorativa ed affettiva, il gioco dei cavalli come fonte di
sostentamento in occasionale alternativa alle occupazioni precarie più
umilianti che il mercato del lavoro possa offrire, e ancora tutto quanto
l’immaginazione di chi legge può accumulare accanto e dentro una tale
scelta esistenziale, ebbene, tutto questo Bukowski lo è stato,
lo ha vissuto, lo ha scelto, ne è stato scelto, lo ha difeso e lo ha
persino legittimato e giustificato, e non se n’è mai nemmeno pentito,
portando come collante di una tal scelta di vita il suo disprezzo per la natura umana nel suo complesso(5),
per tutti i suoi simili dunque, per se stesso anche e soprattutto,
insomma avanzando come bandiera e come ideologia la sua radicale,
convinta misantropia e misoginia. Ma con un tratto in più rispetto a
tutti i milioni di disperati che condividono con lui un tale tipo di
vita per interi decenni nelle più diverse città d’America, soprattutto
comunque nel macrocosmo multietnico di Los Angeles, un tratto in più che
ne fa nientemeno che il testimone di una condizione di vita
non soltanto storicamente determinata, ma probabilmente rinvenibile in
luoghi e tempi anche molto diversi dall’America degli anni del secondo
conflitto mondiale e del secondo dopoguerra. Infatti, e contro tutte le
aspettative rispetto a una scelta esistenziale di questo genere, Charles
Bukowski scrive.
L’’autenticità’ americana: la filosofia del non
La sua biografia ci informa del fatto che, prima di tutto, il giovane
Bukowski legge, legge di tutto e legge di nascosto, e leggendo al lume
della lampada tascabile di nascosto dai suoi genitori scopre un mondo
che lo danna per sempre. Poiché il fatto di farsi raccontare delle
storie è fin da subito sostitutivo nei confronti di una vita che non
vive, che non può vivere: la sua eccezionale bruttezza fisica, il non
meno eccezionale sfogo d’acne sul volto e su tutto il corpo durato per
anni, proprio quelli in cui s’impiantano le strutture relazionali che
poi varranno per tutto il resto della vita, la particolare natura
patologica del nucleo familiare (tedeschi immigrati di seconda
generazione) in un’America sempre molto diffidente nella sua accoglienza
verso chi non è WASP, tutto questo naturalmente spiega l’estrema
difficoltà nel modo di percepire il mondo incontrata da questo ragazzo,
poi da questo giovane, e infine da questo uomo diventato adulto in
queste condizioni. Charles Bukowski, però, non diventa un malato di
mente, o un serial killer, o altro tipo di disagiato sociale da
rinchiudere affinché non turbi i corpi e le menti di coloro che si
considerano ‘normali’. Bukowski diventa uno scrittore. Uno scrittore americano, ossia un tipo ‘particolare’ di scrittore.
In Europa, affermerà più tardi, se n’è perso un po’ lo stampino, dopo
Céline, di questo tipo di scrittori. Questo spiega il suo odio caldo
caldo per tutti gli intellettuali, i giornalisti, i professori
d’università, gli scrittori laureati. Scrivere, per Bukowski, significa
denunciare il proprio perfetto sradicamento sociale, lo scrittore è
inadatto alla vita comune, non di meno non intende rifugiarsi in una
torre d’avorio, Bukowski non è Mallarmé, Bukowski ama davvero le
puttane, i giocatori incalliti e gli alcoolizzati come lui, e non so se
si può azzardare un paragone tra la Méry Laurent di Mallarmé, l’assenzio
di Verlaine e Charles Bukowski. Forse è più vicino a Bukowski un tipo
come Baudelaire, che quanto a stravizi e puttane non scherzava affatto.
Però erano altri tempi, Baudelaire amava Wagner, i pittori, Poe (altro
nichilista americano assai più vicino al Nostro di quanto si creda), e
Bukowski?
Bukowski consuma, dal canto suo, immense quantità di musica classica
alla radio (Mahler, Bruckner, Brahms i suoi compositori preferiti),
legge Norman Mailer, Hemingway, e conosce tutti gli europei che contano
qualcosa, ma li liquida per la gran parte, considerandoli poco
‘autentici’. Chissà se il parametro dell’’autenticità’ può essere
assunto senza discutere per descrivere le sue simpatie e i suoi
disgusti? Sembrerebbe di sì, secondo lui, il che però farebbe fatalmente
del Nostro un ingenuo, considerata l’estrema scivolosità di un tale
parametro di giudizio. A meno che non si riesca a dedurre dai suoi
giudizi che cosa intenda mai dire assumendo un tale parametro.
Per Bukowski l’’autenticità’, come tradizione americana vuole,
coincide con la ‘vita’ e, sul piano letterario, con una forma
‘indiscutibile’ e irrevocabile di ‘realismo’. Anche Ginsberg afferma di
stare bene attaccato alla realtà dei suoi tempi, e ci riesce, eccome,
almeno per tutti gli anni cinquanta-sessanta, e Bukowski in più di
un’occasione, parlando di Ginsberg, ne ha riconosciuto il valore.
Anche Kerouac ha pensato della propria scrittura questo giudizio, e
molti altri – Bukowski non lo nega – in terra americana hanno seguito
questa sirena pararealistica, ma poi tutti, chi più chi meno, hanno –
secondo Bukowski – per così dire tradito, si sono ‘laureati’ scrittori,
si sono istituzionalizzati e si sono perduti nei fumi del successo
fasullo o della vanità o del denaro facile.
Che cos’è allora l’autenticità per Bukowski? L’autenticità, sembrerebbe di poter dire, è il grado zero, il grado zero donde si diparte tutto il valoriale metafisico possibile:
è il ‘non’ fatto precedere a tutto ciò che il senso comune riconosce
come alcunchè di ‘positivo’, è il non-lavoro come terra da cui si
dipartono i gradini di un buon lavoro, è la non-letteratura come luogo
di impiego del tempo in cui si scrive esattamente ciò che si vive, o
illudendosi che la corrispondenza scrittura-realtà si realizzi così, è
la non-relazione come cominciamento di una presa in carica problematica
dell’alterità che si pone il compito di ricostruire l’umano, perché a
questo punto, in terra di quotidiano nichilismo, nessuno sa più bene che cosa sia l’umano e che cosa non lo sia(6).
Può darsi che questa esigenza di autenticità abbia qualcosa di
inconsapevolmente fenomenologico, certo la somma di tutto l’autentico
bukowskiano può compendiarsi nella formula classica del non-sapere, come fondamento però di un’esistenza che gioisce
del proprio referente infondato, della propria casualità
d’appartenenza, dell’arbitrarietà con cui decide, sceglie, si abbandona.
Ecco: il tema dell’abbandono; il tasso alcolemico sempre molto
elevato dei personaggi di Bukowski non consente loro di assumersi, come
si dice, responsabilità, donde l’emergere di un’etica del non-agire, del non-decidere, del non-scegliere, del lasciar essere
che le cose siano come sono, ed esse sono come accadono, ed esse
accadono per come vengono lasciate o fatte accadere dagli altri. Il
non-intervento coincide fatalmente coll’agire degli altri, con la somma
delle scelte, delle decisioni e delle responsabilità degli altri, con
l’accettazione deliberata di subire il mondo e la vita, di vivere
all’insegna della passività, al fine di conseguire in essa proprio in
questo modo l’ occasione di un ultimo rifugio.
Un solo, piccolo passo fuori dal nichilismo
L’occasione di un ultimo rifugio riscatta Bukowski dall’abiezione
che, altrimenti e per tutto il resto, lo accomuna al fallimento
generale; infatti, la dannazione che lo segna, la stessa di tutti gli
altri rifiuti della società losangelina, trova espressione, si manifesta
in tutto il suo orrore, in tutta la sua nuda, accecante libertà, in
tutta la sua insensatezza inebriante e inebriata: Bukowski scrive.
La salvezza: non è propriamente la sua intenzione, un prodotto
volontaristico di un progetto di lunga gittata, che in Bukowski non ha
luogo ad essere. Ma la sua effettuale scrittura narrativa e poetica è
testimonianza di una forma della salvezza; essa parla per
tutti, denunciando la tracotanza dell’America, forse più in là la
presunzione di superiorità dell’occidente (di cui gli USA sono
un’incarnazione, probabilmente ultimativa), forse addirittura
l’insensatezza della forma più generale della mondità del mondo giunta
in fondo al secondo millennio della sua discutibile storia di
occidentale dominio.
Il successo di questo autore che odia uomini donne e successo, che
vorrebbe restare totalmente incognito, che si accontenta di quanto basta
per sopravvivere decentemente e detesta il superfluo, forse si spiega
esattamente così, nella misura in cui la sua parola interpreta un
sentire al tempo stesso comune e altro dal senso comune, consentendo a
tutti i suoi lettori al tempo stesso di guardare negli occhi l’imperante
opulenza del nichilismo contemporaneo e di sentirsene fuori nel
giudizio che se ne può dare per quel tanto che se ne riconoscono
comunque partecipi: un solo, piccolo passo fuori dal nichilismo.
Scrivere equivarrebbe oggi, dunque, a questo piccolo passo?(7)
__________________________
Note
(
1) L’ipotesi generale, di natura teoretica, che sottende questo lavoro è che,
sotto la superficie salvifica della scrittura, si nasconda la
salvaguardia dell’identità
che lotta contro il nichilismo radicale della modernità (americana,
europea, occidentale), connotante sia l’ambiente in cui vive l’uomo
contemporaneo sia la reattività, immediata e non riflettuta, di chi ne
subisce per lo più inconsciamente l’azione. L’atto di scrittura diventa
salvifico nella misura in cui porta a
piena coscienza
questa condizione generale. Si spiega in tal modo il giudizio negativo
di Bukowski su molti colleghi scrittori più o meno a lui contemporanei:
esso consiste proprio nell’accusa loro rivolta di non essere affatto in
grado di ‘affrontare’ la realtà, per lo meno quella, apparentemente
estrema e in realtà solo l’
altra faccia di quella levigata e
ufficiale, nella quale si trova (per scelta, in gran parte) lui a
vivere. “Stai solo cercando di sfuggire la realtà”, disse Becker.
“Perché non dovrei?”. “Non diventerai mai uno scrittore, così. I veri
scrittori l’affrontano, la realtà.” “Ma cosa dici? È proprio quello che
non fanno
mai!”. (Charles Bukowski,
Ham on Rye, Black Sparrow Press, 1982 [trad. it.
Panino al prosciutto, Milano, Sugarco, 1990, p. 298])
(
2) Si apre – lo notiamo
en passant – il
consueto problema riguardante la relazione presuntivamente
autobiografica tra le vicende attribuite da uno scrittore al personaggio
(o all’Io Narrante, come spesso accade in Bukowski) e quelle accadute
realmente all’autore. Senza pensare di potere in queste poche pagine
anche solo impostare, men che meno risolvere, la questione rispetto a
Bukowski, si ponga comunque attenzione al fatto che nelle interviste
(una per tutte, la più famosa per noi italiani, quella condotta da
Fernanda Pivano nell’agosto del 1980 e pubblicata da Feltrinelli nel
1982 col titolo
Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle)
molti degli aneddoti e delle considerazioni che vi si leggono sono
pressochè identici a fatti narrati qui e là nel romanzo in oggetto.
Aggiungiamo che, oltre a
Ham on Rye [
Panino al prosciutto],
tutto impegnato a descrivere infanzia e adolescenza di Bukowski, una
probabile ‘autobiografia’ dell’autore è contenuta anche in
Factotum, 1975 [
Factotum, SugarCo, 1979],
Post Office, 1971 [
Post Office, SugarCo, 1981] e
Women, 1978 [
Donne, SugarCo, 1980], opere che descrivono giovinezza e adultità dell’autore.
(
3) Qualche chiarimento di metodo. Mantenendo
provvisoriamente ferma (provvisorietà ribadita nel testo) la definizione nietzscheana dei
Frammenti postumi (“
Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al ‘perché?’; che cosa significa nichilismo? –
che i valori supremi si svalorizzano.”),
e suggerendone come complemento necessario il commento heideggeriano
(corso universitario friburghese del secondo trimestre del 1940, ora in
Il nichilismo europeo, Milano, Adelphi, 2003), qui si è scelto
di assumere in qualità di campione di un ipotetico nichilismo tutto
statunitense Bukowski piuttosto che Henry Miller, o Hemingway, o Philip
Roth, o Foster Wallace, o altro nome, sia per una qualche più evidente
(o più semplificata) esemplarità rispetto all’ipotesi qui discussa di un
tale nichilismo, sia anche per dare un piccolo contributo alla scarsa
letteratura critica (almeno italiana) che, riteniamo, lo dovrebbe
riguardare con maggiore attenzione, e che sembra configurare una
frettolosa e ingiustificata liquidazione del personaggio.
(
4) Bukowski ovviamente non è Nietzsche, e men che
meno Heidegger. Il suo lavoro di scrittore intende valere, e qui come
tale lo assumiamo, come semplice
testimonianza. Il nichilismo che Bukowski è in grado di testimoniarci attraverso i suoi personaggi è il risultato di un’esperienza vissuta
al limite di ogni valorialità
che il conformismo, non solo statunitense, vorrebbe invece, come
sempre, assoluta e indiscutibile. Cosicchè la qualifica di
‘nichilistico’
deve poter riguardare sia il modo di vivere ufficiale, nella fattispecie l’
american way of life,
sia il modo di vivere reattivo ed estremo di un personaggio come quelli
messi in scena da Bukowski, che però, nella sua negatività,
costituisce, adornianamente, l’
unica testimonianza autentica possibile.
“Non avevo interessi. Non riuscivo a interessarmi a niente. Non avevo
idea di come sarei riuscito a cavarmela, nella vita. Agli altri, almeno,
la vita piaceva. Sembravano capire qualcosa che io non capivo. Forse
ero un po’ indietro. Era possibile. Mi capitava spesso di sentirmi
inferiore. Volevo solo andarmene. Ma non c’era nessun posto dove andare.
Il suicidio? Gesù Cristo, un’altra faticata. Avevo voglia di dormire
per cinque anni di fila, ma non me lo permettevano.” (
ivi, p. 202)
(
5) “Non valeva la pena di aver fiducia negli esseri
umani. Qualunque cosa fosse, a dar fiducia, gli esseri umani non ce
l’avevano.” (
ivi, p. 165)
(
6) Il Novecento letterario ha ampiamente dubitato della possibilità di
definire l’umano, ossia ciò che è reperibile come tratto
distintivo
dell’umano. Un tratto nichilistico così deprimente come quello che qui
segue, ai margini suicidari dell’abiezione, va clamorosamente
contro
il caratteristico ottimismo del ‘pensare positivo’ statunitense,
germinato dall’ideologia pioneristica della Frontiera e migrato con
immenso successo nella forma che, da almeno un secolo e mezzo, ha
assunto negli Stati Uniti la forma di produzione capitalistica, forma
peraltro testimoniata proprio nei testi di Bukowski in cui si tratta il
tema, sicuramente autobiografico, del lavoro. Lo sguardo velenoso che
Bukowski getta sulla società civile che lo circonda è anche un giudizio
spietato sui risultati antropologici e sociologici che costituiscono, a
livello di mentalità comune diffusa, la democrazia di massa in cui si è
trovato a crescere e a vivere. “La gente era limitata e diffidente,
tutta uguale. E io devo vivere con queste teste di cazzo per il resto
della mia vita, pensavo. Dio mio, ce l’avevano tutti il buco del culo, e
il sesso, e la bocca e le ascelle. Cacavano, chiacchieravano, ed erano
tutti scemi come biglie. Le ragazze sembravano carine, da lontano, col
sole che brillava nei vestiti, nei capelli. Ma bastava avvicinarsi e
ascoltare l’anima che usciva dalla loro bocca, e veniva voglia di
scavarsi un buco e seppellircisi dentro con una mitraglia. Di certo non
sarei mai stato felice, non sarei mai riuscito a sposarmi, a fare dei
figli.” (
ivi, p. 283)
(
7) “Per quelli di voi che non hanno potuto
ascoltare il presidente, leggerò ora il tema di Henry Chinaski”. “E
così, ecco che cosa volevano: bugie. Belle bugie. Ecco di cosa avevano
bisogno. La gente era stupida. Avrei avuto buon gioco, io. […]”. (
ivi, pp. 93-94). Cfr. anche in
Quello che importa…,
cit., le pp. 97-99, nelle quali viene raccontato e commentato lo stesso
aneddoto che, a questo punto, possiamo considerare ‘fondante’ la
scrittura di Bukowski. E’ dunque questo il passaggio della biografia
esistenziale di Bukowski in grado di testimoniare il senso di una
vocazione, la sua funzione salvifica, ma anche i suoi inganni più
tradizionali, legati alla scivolosa deriva di malafede tipica della
moderna riflessione sulla Letteratura (si veda ad es. il Barthes di
Grado zero della scrittura).
La scoperta di sé come scrittore, dunque, al tempo stesso salva
Bukowski come individuo dall’avvilente omologazione rispetto alla massa,
ma lo pone, d’altro canto, fin da subito di fronte al rischio mortale
(si veda in
Compagno di sbronze il racconto ‘Tutti grandi
scrittori’) di porsi, proprio attraverso lo strumento della propria
salvezza, al servizio di un sistema che di quella stessa omologazione è
responsabile. Si veda anche in
Quello che importa…, cit.: “[…]
hai ragione, scrivere non è per niente un lavoro. E quando la gente mi
dice com’è faticoso scrivere non capisco, perché… E’ come rotolare giù
da una montagna, capisci. È liberatorio. È piacevole, è un volo, e si
viene pagati per fare quello che si vuol fare.” (p. 56).
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FONTE:http://rebstein.wordpress.com/2013/11/30/bukowski-o-del-nichilismo-americano/