01 gennaio 2014

LUNGA VITA A JOSE PEPE MUJICA


FABRIZIO LORUSSO - L'ANNO DI MUJICA E DELL' URUGUAY

Il presidente dell’Uruguay, l’ex guerrigliero José “Pepe” Mújica, vive in una fattoria alla periferia della capitale Montevideo con sua moglie, la senatrice Lucía Topolansky, guida un vecchio maggiolino e si dichiara vegetariano sfegatato. Salvo un paio di poliziotti di guardia all’entrata, cosa peraltro molto comune quasi ovunque nelle città latinoamericane, non si serve di particolari protezioni o scorte e conduce una vita umile e dignitosa, senza eccessi né lussi. Mújica dà in beneficienza il 90% del suo stipendio di 12mila dollari al mese, un gesto piccolo rispetto ai costi generali della politica o al bilancio statale, ma di certo molto significativo e simbolico, soprattutto in una regione come il Sud America  che è al primo posto per le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, cioè per la breccia tra ricchi e poveri. Per lui questo è un modo di “restare libero” e non un escamotage per creare un “personaggio” e ottenere riconoscimenti. Infatti, Mújica non ama essere chiamato “il presidente più povero del mondo”, un titolo affibbiatogli dalla stampa internazionale negli ultimi anni.
“Non sono povero, ma poveri sono quelli che hanno bisogno di molto per vivere, quelli sono i veri poveri”, replica il presidente parafrasando Seneca. Molti reportage e interviste tendono a esaltare il suo stile austero e sobrio, la sua vena contadina e la sua vita da persona “normale”, in controtendenza con una politica insultante e sempre più distante dalla gente in tutto il mondo. Tutto vero, ma si parla poco della sua storia politica e combattente, delle prigionie e delle sofferenze e dei successi ottenuti dopo la fine della dittatura che durò dal 1971 al 1984. Quegli anni Pepe li passò prevalentemente in carcere. Fu arrestato quattro volte in quanto membro del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros e l’ultima prigionia durò 13 anni, per cui fu liberato solo nel 1985 e si reintegrò alla vita politica dopo l’approvazione delle leggi di amnistia e il ritorno a un regime democratico.
Nel 1989 i Tupamaros entrarono a far parte della coalizione di partiti del Frente Amplio, al governo dal 2004, e si trasformarono nella sua anima maggioritaria e progressista con la fondazione dell’MPP, il Movimiento de Participación Popular. Pepe fu eletto deputato nel 1994 e poi senatore cinque anni dopo. Durante la presidenza del medico Tabaré Vázquez (2004-2009) Mújica diventa ministro dell’agricoltura, l’allevamento e la pesca ed entra quindi nel primo governo del Frente Amplio. Questa forza politica è nata nel 1971, ma è stata proscritta e i suoi esponenti perseguitati durante la dittatura. Ad oggi ne fanno parte numerosi partiti, ben sedici liste, in rappresentanza delle principali anime della sinistra ma anche di alcune forze d’ispirazione democristiana e di tradizione liberale.
Coerentemente col suo passato e il suo presente Mújica ha formulato discorsi energici e decisi nei summit internazionali contro il consumismo e il modello di sviluppo capitalista, con le sue espressioni ed eccessi degenerati e aberranti, e a favore dell’integrazione latino-americana e di una rivoluzione culturale ed educativa profonda: “Il mondo è prigioniero oggi della cultura della società dei consumi e ciò che sta consumando è la vita umana, in quantità tremende” per cui la gente ormai “non compra con i soldi, ma con il tempo che ha dovuto spendere per avere quei soldi. Non si può sprecare, quel tempo, va lasciato del tempo alla vita”. Di seguito incorporo un video, sottotitolato all’italiano da Clara Ferri, col discorso tenuto dal presidente uruguaiano alla conferenza della CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi) del 26-27 gennaio 2013.
Il 22 marzo 2012 il presidente ha letto un discorso in cui lo stato uruguaiano riconosceva pubblicamente la sua responsabilità nelle violazioni ai diritti umani durante la dittatura. In più occasioni Mújica, insieme a una parte della sua coalizione, ha promosso attivamente sia la revisione che la cancellazione della Ley de Caducidad, la legge che nel 1986 concesse l’amnistia ai repressori del regime dittatoriale, ma le misure adottate dal parlamento hanno subito in varie occasioni la bocciatura da parte della Corte Suprema (Costituzionale) che ne ha annullato gli effetti. Quindi la questione resta ancora in sospeso e, nonostante l’appoggio di Onu e Corte Interamericana dei Diritti Umani, sembra difficile che Mújica e la sua maggioranza, divisa su questo punto, riescano a trovare una soluzione e far riaprire i processi proprio a pochi mesi dalle prossime elezioni presidenziali.
Andando oltre i discorsi e le dichiarazioni, la novità rappresentata dall’esperienza dei governi del Frente Amplio e specialmente di José Mújica risiede nei fatti concreti, nella politica sociale ed economica, rivolte verso i più poveri, e nelle misure coraggiose approvate negli ultimi anni che stanno cambiando il volto del paese sudamericano e ravvivando le speranze dell’ondata progressista in America Latina.
Sicuramente i provvedimenti più trascendenti, che sono stati anche al centro delle cronache e delle inevitabili polemiche internazionali, sono quelli dell’anno che s’è appena concluso e che riguardano i matrimoni tra persone dello stesso sesso e la legalizzazione della marijuana.
Nello scorso mese di dicembre è stata promulgata la legge che legalizza e regola la produzione, il consumo e la vendita di marijuana nel paese, primo e unico caso in America Latina. Il consumo era già permesso, anche in luogo pubblico, ma restavano dei vuoti per le altre attività che da quest’anno saranno sotto il controllo statale. L’Uruguay è il primo paese al mondo a mettere sotto il controllo dello stato tutti gli aspetti legati alla vendita e produzione di cannabis e dei suoi derivati attraverso la creazione di un Istituto per la Regolazione e il Controllo della Cannabis dipendente dal Ministero della Salute. Potranno comprarla in farmacie autorizzate gli uruguaiani e gli stranieri residenti maggiori di 18 anni, ma potranno anche coltivarla privatamente (al massimo sei piante e 480 grammi di raccolto all’anno) o in club speciali riservati agli iscritti con un minimo di 15 soci e un massimo di 45.
Si potranno portare con sé o acquistare al massimo 40 grammi al mese. Il prezzo non è ancora stato definito, ma si pensa per esempio a una media di un dollaro al grammo per poter competere con l’attuale mercato illegale. Le persone che la coltivano in casa e i grossi produttori legali del mercato nazionale dovranno ricevere una licenza statale ed essere registrati. Chiaramente i coltivatori uruguaiani potranno esportare semi e piante nei paesi in cui l’uso medicinale o ricreativo della marijuana è permesso, per esempio negli stati nordamericani di Washington e del Colorado dove dal 1 gennaio è permesso il consumo.

Mujica bocho 

Il governo farà dei piani di prevenzione e sensibilizzazione ed è stata vietata la pubblicità della marijuana, come succede già con il tabacco in numerosi paesi. Sebbene l’Uruguay non sia uno dei paesi più colpiti dalla violenza della “guerra alla droga”, promossa ipocritamente di paesi proibizionisti come gli Usa e adottata massicciamente come politica di sicurezza nazionale, per esempio, dal Messico e dalla Colombia, la presenza del narcotraffico costituisce un problema grave, considerando anche che i paesi del Corno Sud sono tra i principali punti di transito e d’imbarco della coca diretta in Europa via Africa e Suez.
Una soluzione pragmatica e alternativa, seppur sperimentale, come ha ribadito lo stesso Mújica, rispetto alle fallimentari ingerenze statunitensi nella regione e alle politiche nazionali repressive e militari, corresponsabili di centinaia di migliaia di morti in America Latina, viene quindi da un piccolo paese che ha saputo sfidare l’opposizione interna delle destre e quella della comunità internazionale, in particolare dell’Onu e del suo Ufficio su droga e crimine, l’Unodc, secondo cui si starebbe violando la Convenzione sugli Stupefacenti del 1961.
E anche gli Usa hanno intimato il rispetto della Convenzione e degli impegni internazionali mentre al loro interno i cittadini di due stati hanno scelto di legalizzare l’uso ricreativo della marijuana, sancendo una svolta storica a livello culturale e di politiche pubbliche. Ma l’Uruguay va avanti e se l’esperimento avrà successo (o comunque sia, in realtà), avrà molto da insegnare al continente e al mondo e propizierà il ripensamento dei dogmi sul traffico e il consumo di stupefacenti che risalgono alla metà del secolo scorso e che hanno permesso soprattutto agli Stati Uniti, mossi dalla politica della guerra alla droga, di giustificare il loro enorme potere d’ingerenza negli affari continentali.
Sempre nel 2013 è stata promulgata anche la Legge del Matrimonio Egualitario per cui le coppie di persone dello stesso sesso potranno sposarsi ed è prevista “l’unione di due contraenti, qualunque sia la loro identità di genere o orientamento sessuale, negli stessi termini, con gli stessi effetti e forme di scioglimento che stabilisce il Codice Civile”, recita il testo della norma. S’è anche deciso che il cognome dei figli delle coppie omosessuali sarà stabilito da un accordo tra i due coniugi o da un sorteggio in mancanza di un accordo. Inoltre è stato fissato il diritto dei figli a riconoscere il loro padre biologico nel caso in cui la madre, sposata con un’altra donna, lo abbia concepito con un uomo e non in vitro.
L’Uruguay nel 2012 è diventato il primo paese sudamericano a permettere una depenalizzazione ampia dell’aborto, ora permesso nelle prime 12 settimane di gestazione dalla nuova Legge sul’Interruzione Volontaria della Gravidanza. In America Latina esistono norme simili solamente a Cuba, a Città del Messico, nella Guyana e a Porto Rico. Mújica spiegò in quell’occasione che depenalizzare “sembra molto più intelligente che proibire”, infatti, se “lasciamo sole le donne, se non ce ne curiamo e non diamo loro sostegno, la cosa va male”.
Vista la spiccata vocazione rurale, forestale e turistica dell’Uruguay, con l’84,6% del territorio dedicato all’agricoltura (primo posto al mondo) e la storica importanza dell’allevamento, anche in seguito all’incremento esponenziale negli ultimi anni del valore della terra, la stessa è considerata come un elemento strategico fondamentale per cui il governo Mújica ha proposto una legge che limita l’acquisto di terre da parte di imprese o gruppi in cui vi sia la partecipazione di un paese straniero come socio investitore. L’obiettivo è salvaguardare la sovranità alimentare e delle risorse naturali del paese, in controtendenza con quanto accade in altre realtà come l’Italia e il Messico, dove la svendita di spiagge e terreni o del patrimonio artistico e immobiliare si è trasformata in una soluzione facile per i problemi di bilancio o per ottenere l’approvazione di agenzie di rating, troike e business community internazionale. Il problema è che i conti si risanano per un anno o due, gli interessi sul debito si ripagano per un po’, però il patrimonio che viene alienato, invece di essere reso produttivo e valorizzato, è perso per sempre.
Nel 2012 è stata approvata la legge sulla donazione degli organi, pensata per ridurre in breve tempo la lunga lista d’attesa di pazienti in attesa di trapianti, stabilisce che ciascuno dei tre milioni e 400mila uruguaiani diventa un potenziale donatore di organi dopo il decesso, a meno che esplicitamente non decida il contrario e, nel caso dei minorenni, ci vuole il consenso del rappresentante legale.
Alle elezioni presidenziali e parlamentarie dell’ottobre di quest’anno il candidato del Frente Amplio sarà l’ex presidente Tabaré Vázquez che, dopo un quinquennio di pausa, ha annunciato recentemente la sua ridiscesa in campo. Più moderato rispetto a Mújica, che non può candidarsi a un secondo mandato per proibizione espressa della costituzione, e legato all’FMI, in quanto parte del Gruppo di Consulenti Regionale del Fondo per l’emisfero occidentale, il sessantanovenne Vazquez e il Frente sono in testa nei sondaggi. Nel 2008 Vázquez aveva mostrato il suo lato conservatore bloccando la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, anche se dal punto di vista economico nel 2007 aveva implementato una riforma fiscale progressiva che ha prodotto una diminuzione della povertà e delle disuguaglianze.
Inoltre, nonostante le misure “eterodosse” rispetto al dogma neoliberista, i governi del Frente hanno ottenuto buoni risultati economici con il PIL in crescita del 126% dal 2000 al 2011 (anche se una parte di questa crescita ricade negli anni del governo precedente) e del 5,7% e 3,8% nel 2011 e 2012. La riduzione della povertà è stata impressionante, dal 40% della popolazione nel 2005 al 12,5% nel 2012. La povertà estrema o indigenza è stata quasi azzerata. Statistiche a parte, non sembra comunque che ci siano intenzioni da parte del Frente e del suo candidato di fare marcia indietro sulle conquiste sociali dell’amministrazione Mújica, ma il loro destino evidentemente dipenderà anche dalla difesa che ne faranno la società e i movimenti oltre che dai risultati elettorali.
Emir Kusturica si appresta a girare un documentario sulla vita di Pepe Mújica. Mentre aspettiamo l’uscita del film, resta meno di un anno di governo al presidente guerrigliero per consolidare l’opera riformatrice che ha messo l’Uruguay al centro del mondo e ne ha fatto uno dei punti di riferimento in America Latina. Con l’augurio che anche i prossimi continuino ad essere gli anni di Mújica e dell’Uruguay.

LINK
Intervista a Monica Xavier, presidentessa del Frente Amplio  QUI
Video sottotitolati all’italiano:
- Discorso di Mújica al vertice Rio+20
- Essere di sinistra secondo Mújica

IL CAPODANNO SECONDO PABLO NERUDA



Il primo giorno dell’anno
lo distinguiamo dagli altri
come
se fosse
un cavallino
diverso da tutti
i cavalli.
Gli adorniamo
la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore
che scende da una stella.
La terra accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.
Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo.

Pablo Neruda

UN PRONTUARIO PER CONTINUARE A BRINDARE





Non ho fatto in tempo ieri sera a leggere il Prontuario per il brindisi di capodanno di Erri De Luca che una cara amica mi ha gentilmente inviato. 
Eppure, senza conoscere il testo di Erri, la notte scorsa mi è capitato di brindare sostanzialmente alle stesse cose, anche se magari le ho denominate in modo diverso.
Dal momento che non è mai troppo tardi per brindare; considerato oltretutto che, secondo la nostra visione del mondo, ogni giorno è capodanno questa sera tornerò a brindare tenendo presente alla lettera questo utile prontuario: 

"Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale, cucina, albergo, radio, fonderia, in mare, su un aereo, in autostrada, a chi scavalca questa notte senza un saluto, bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta, a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta, a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando, a chi non è invitato in nessun posto, allo straniero che impara l’italiano, a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango, a chi si è alzato per cedere il posto, a chi non si può alzare, a chi arrossisce, a chi legge Dickens, a chi piange al cinema, a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio, a chi ha perduto tutto e ricomincia, all’astemio che fa uno sforzo di condivisione, a chi è nessuno per la persona amata, a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe, a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia, a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo, a chi restituisce da quello che ha avuto, a chi non capisce le barzellette, all’ultimo insulto che sia l’ultimo, ai pareggi, alle ics della schedina, a chi fa un passo avanti e così disfa la riga, a chi vuol farlo e poi non ce la fa, infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera e tra questi non ha trovato il suo."

PRONTUARIO PER IL BRINDISI DI CAPODANNO - Erri De Luca

L' AMERICA CHE AMO


Aveva scritto sulla sua chitarra “Questa macchina ammazza i fascisti”. Cantava l'America degli anni della grande crisi, i vagabondi, gli operai in lotta. La sua canzone più bella This Land Is You Land (Questa terra è la tua terra, ripresa oggi da Bruce Springsteen) diceva: “C’era un muro che mi sbarrava la strada, e su questo muro c’era scritto proprietà privata... ho visto la mia gente in fila davanti alla mense dell’assistenza, e mi sono chiesto se davvero questa terra è stata fatta per me e per te”. Oggi, dopo settant'anni riemerge "Una casa di terra", un libro dimenticato, e scopriamo così che Woody Guthrie è stato anche un grande scrittore.
Roberto Brunelli

Americana. Il romanzo in cui Guthrie cantò l'apocalisse di vento e polvere

Come al solito tutto comincia con l'apocalisse. Domenica delle Palme, 1935. Corrono alla mente gli uragani che anche oggi o ieri si mangiano un pezzo dell'America, ma quell'anno è una specie di tempesta di sabbia, un'immensa nube di polvere — le chiamavano Dust Bowl — a mangiarsi un pezzo delle pianure del Texas, come era già successo in Kansas, Nebraska, Oklahoma, Nuovo Messico. La gente si mette stracci bagnati davanti alla bocca per non morire asfissiata, c'è chi non riesce a vedere «un decino nelle proprie tasche, il piatto che ha sotto il naso». Il bestiame è decimato, strangolato dal terriccio che gli intasa naso e gola, i terreni coltivabili diventano deserti, i vecchi muoiono, come le mosche, di "polmonite da polvere", il cielo è nero. I più colpiti sono, ovvio dirlo, quelli che meno hanno, già stremati dalla Grande Depressione. «Quelli che son rimasti spellati», come avrebbe detto anni prima Jack London.

Le apocalissi abitano spesso la letteratura americana, si sa. Questa qui (grande o piccola che sia, dipende dai punti di vista) è all'origine di Una casa di terra, l'unico romanzo — fino a quest'anno inedito e completamente sconosciuto — di Woody Guthrie: sì, quello di This Land is Your Land, la stella polare di tutti i folk singer, il padre nobile di una tradizione che va dall'ultimo degli hobo — i girovaghi poi mitizzati dalla Beat Generation — a Bruce Springsteen, passando ovviamente da Pete Seeger a Bob Dylan, senza considerare i migliaia di epigoni contemporanei. Ebbene, oggi l'America viene a sapere che Guthrie è stato anche un notevolissimo romanziere: ma forse non c'è tanto da stupirsi, visto che il mare magnum dello storytelling a stelle e strisce in cui affondava le mani è così strettamente intrecciato con la coscienza che l'America ha di sé.

Woody Guthrie























Come non bastasse, sinanche il ritrovamento di questo libro è una storia strepitosamente americana: il manoscritto è stato scoperto quasi per miracolo dallo storico Douglas Brinkley che ne aveva trovato un accenno tra le carte del musicologo Alan Lomax mentre era al lavoro su una biografia dedicata all'inevitabile Dylan. Poi, pubblicato all'inizio dell'anno negli Stati Uniti come primo titolo in assoluto della Infinitum Nihil (che è, strano a dirsi, la casa editrice dell'attore Johnny Depp), per Una casa di terra sono stati scomodati i nomi di Steinbeck e di D. H. Lawrence (quest'ultimo viene chiamato in causa per le pagine dense di torrida ed esplicita sessualità, forse troppo esplicita, per i tempi): eppure il libro era rimasto a languire nell'abisso degli scaffali dell'Università di Tulsa per oltre sette decadi, nonostante che nel frattempo Guthrie — al ritmo di una chitarra "che uccide fascisti" — fosse diventato una pietra angolare della storia musicale americana, come colui che per primo, e dal profondo delle viscere degli Stati Uniti, era riuscito a cantare quel pezzo di umanità che si sporca le mani, che suda, quella che soffre, quella che perde quasi sempre, quella su cui le luci di Hollywood non si erano posate mai. Insomma, "il popolo", quello trasformato in icona dalla Costituzione americana e lì cristallizzato.

Ma se oggi Una casa di terra (che in Italia vede la luce con Mondadori, pagg. 198, euro 17,50) ha le stimmate del tesoro ritrovato, ai suoi tempi le caratteristiche del "grande romanzo americano" le aveva già tutte: la parabola drammatica ed epica di Tike ed Ella May che lottano contro la povertà, i capitalisti rapaci e il Dust Bowl e che, soprattutto, resistono a tutto fino alla propria consunzione, è un vortice di visioni e di parole, un fiume lavico in cui si specchia un'umanità vibrante e dolente come non ne capitano tutti i giorni. «Non ho mai chiesto di diventar padrona di qualcosa, né di comandare né di dominare sulla terra e sulla vita delle persone. Non ho mai aspirato a niente, se non ad avere un lavoro dignitoso da fare e una casa dignitosa dove abitare... Perché non possiamo, Tike?».

Non è un caso se Dylan (il quale, come si sa, giovanissimo andò ad omaggiare il Guthrie a lungo morente in ospedale) l'abbia definito «geniale»: in fondo è un'immensa ballata, una specie di Desolation Row della Grande Depressione. Ma, soprattutto, la storia di Tike ed Ella May e della loro disperata fedeltà alla "casa di terra" (ossia costruita con mattoni di "adobe", unico materiale capace di resistere al vento distruttore del Texas) è strettamente imparentata con le storie di scrittori come Sherwood Anderson, Jack London, Upton Sinclair: quelli, insomma, che nel primo pezzo del secolo scorso hanno messo nero su bianco la nascente e convulsa coscienza sociale dell'America dentro e fuori l'immaginario prepotente ma falsato dell'american dream.

Qui siamo alla puntata della narrazione americana che precede Woody Guthrie, un altro scorcio di storia che — come l'uragano di sabbia di cui sopra — si rivolge a noi direttamente. «La crisi economica mondiale che stiamo vivendo, con i suoi alti e i suoi bassi, le illusorie ripresine e i tonfi improvvisi e devastanti, e i tassi di disoccupazione che crescono ovunque, ha indotto a riavvolgere la pellicola della nostra storia di quasi un secolo, fino agli anni trenta del Novecento: alla Grande Depressione statunitense»: così scrive Mario Maffi nella nuova prefazione al suo



La giungla e il grattacielo, memorabile saggio che uscì la prima volta nel 1981 e che ora Odoya pubblica in una nuova versione, ampliata e rimaneggiata. Non solo incursioni in un realismo epico, vicende di lavoratori delle miniere di carbone alle prese con il loro primo sciopero, ma pagine spesso anche profetiche, come quelle di Petrolio!, di Upton Sinclair, con quella lunga corsa in automobile per le strade californiane che anticipa tanti road movies nonché un'infinità di canzoni del "Boss" (considerate che siamo nel 1927), strade lungo le quali si schierano «parecchi alberghetti dall'aria malconcia e cadente e lunghe file di casupole fatte solo di assi... c'era persino qualche pietoso tentativo di orto o di giardino, ma ceneri e fumo bruciavano ogni cosa».

Un viaggio alle origini di quel «ricco repertorio di parole, immagini, trame, personaggi, scenari, vicende personali e collettive », come dice l'americanista Maffi, dal quale riaffiorano libri che l'ingenerosità della storia rischiava di gettare nel dimenticatoio: gli scritti statunitensi di John Reed, per esempio, e poi ancora Winston Churchill (l'omonimo e popolarissimo scrittore "anti-novecentesco" americano, non il premier britannico col sigaro) o pagine come quelle di Uomini in marcia di Sherwood Anderson, dove è l'industrialismo alienante a strappare la gente dai campi e privarli del passato in nome di un futuro che arricchisce solo gli altri. E ancora, le metropoli dolenti di Theodore Dreiser o l'incredibile Popolo degli abissi di Jack London: «Uomini, donne, bambini, in stracci e cenci, cupe feroci intelligenze senza più sembianze divine, facce pallide cui la società-vampiro aveva succhiato ogni linfa vitale, feccia e schiuma della vita, un'orda infuriata, urlante, convulsa, diabolica». Come si vede, si chiude con l'apocalisse, come si era iniziato, e forse non è un caso.
la Repubblica | 24 Dicembre 2013
Woody Guthrie
Una casa di terra
Mondadori, 2013
euro 17,50

31 dicembre 2013

NON RIMPIANGO...

 



Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo

Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo.
Fumo dai meli bianchi, tutto passa.
In preda all'oro della sfioritura,
Io non sarò più giovane.

Non batterai più forte come un tempo,
Cuore, toccato già dal primo freddo.
Né più mi tenterà a vagare scalzo
La terra delle betulle gelose.

Sempre più rara agiti tu la fiamma,
Anima vagabonda, delle labbra.
O freschezza perduta,
Piena dei sensi e violenza di sguardi.

Di desideri son fatto più avaro
O ti ho soltanto, mia vita, sognato?
Come al galoppo, in sonante mattino,
Sopra un cavallo rosa, a primavera.

Tutti noi, tutti siamo caduchi a questo mondo,
Lento cola dagli aceri il rame delle foglie...
E sia allora per sempre benedetto
Quel che è venuto a fiorire e morire.


Sergej Aleksandrovic ESENIN

 


PER UNA STORIA DELLA SINISTRA CRITICA



L'uscita quasi in contemporanea di scritti di Ingrao, Magri, Rossanda, Pintor (e ora Natoli e Foa) se da un lato ci conferma che un'epoca storica si è definitivamente chiusa, dall'altra permette una considerazione più attenta della storia politica del movimento operaio italiano al di là di sterili mitizzazioni o interessate demonizzazioni. Per questo davvero la lettura di questi materiali può illuminare le contraddizioni del presente.
 
Alessandro Portelli
Foa e Natoli, la sinistra critica

Nel 1994, Vit­to­rio Foa e Aldo Natoli, due delle figure più alte della sto­ria della sini­stra in Ita­lia, si sedet­tero davanti a un regi­stra­tore e comin­cia­rono a rac­con­tare – o meglio, Vit­to­rio Foa invitò Natoli a rac­con­tare, accom­pa­gnan­dolo con il con­trap­punto di domande e com­menti mai intru­sivi, sem­pre rifles­sivi, in un intrec­cio dia­lo­gico di con­di­vi­sione e di diver­sità. Ave­vano rispet­ti­va­mente 84 e 81 anni, da tempo ave­vano rio­rien­tato l'impegno poli­tico di una vita verso la ricerca sto­rica e la rifles­sione poli­tica, con esiti memo­ra­bili, dalla Geru­sa­lemme riman­data di Foa all'Anti­gone e il pri­gio­niero di Natoli; ma la con­ver­sa­zione fra i due non è una sem­plice rivi­si­ta­zione del pas­sato, bensì un ragio­na­mento a tutto campo che illu­mina le con­trad­di­zioni del presente.
Come ogni sto­ria orale che si rispetti, infatti, anche que­sta con­ver­sa­zione è un docu­mento sul pas­sato, ma è soprat­tutto un docu­mento del pre­sente: il rac­conto — Vit­to­rio Foa / Aldo Natoli, Dia­logo sull'antifascismo il Pci e l'Italia repub­bli­cana (Edi­tori Riu­niti, pp. 303, euro 23) — comin­cia con l'infanzia mes­si­nese di Aldo Natoli, e ne per­corre tutta la vita fino al momento del col­lo­quio, finendo per farci capire molte cose sulla crisi morale prima che poli­tica, che la sini­stra attra­ver­sava allora e che è andata peg­gio­rando fino ad oggi.
Abbiamo vis­suto un buon quarto di secolo ormai assil­lati da lea­der che, dopo una vita pas­sata fra una carica di par­tito e l'altra, ci spie­ga­vano che non erano mai stati comu­ni­sti e che quella era una sto­ria di orrori che non li riguar­dava. Ci sono voluti dei non comu­ni­sti come Vit­to­rio Foa (e penso anche a certe cose di Bob­bio dopo l'89) per resti­tuire a que­sta sto­ria l'ascolto e il rispetto senza i quali non capiamo non solo la sini­stra, ma tutta l'Italia moderna. E ci vogliono comu­ni­sti come Aldo Natoli, che que­sta sto­ria l'hanno vis­suta fino in fondo con par­te­ci­pa­zione cri­tica e appas­sio­nata, per resti­tuir­cene il senso soprat­tutto morale. Ascol­tare que­ste pagine (arric­chite da accu­rate note e pro­fili bio­gra­fici dei cura­tori, Anna Foa e Clau­dio Natoli) riem­pie di orgo­glio per­ché abbiamo avuto fra noi com­pa­gni di que­sta gran­dezza, di smar­ri­mento (che cosa resta senza di loro?), di rim­pianto per non averli ascol­tati abba­stanza, di pena per averli lasciati soli.
Vittorio Foa
Come ogni serio lavoro di memo­ria, que­sta inter­vi­sta intrec­cia due punti di vista –l'intervistato e l'intervistatore – e due momenti del tempo: il punto di vista «di allora» e il punto di vista di «adesso». Per esem­pio. Par­lando dell'8 set­tem­bre, Foa domanda: «Come alcune cose le vede­vamo allora e come è cam­biata la nostra testa dopo qua­ranta anni di pace?». Quello che mi col­pi­sce è in primo luogo l'uso del plu­rale: Foa si mette den­tro que­sta sto­ria che in modi insieme simili e diversi è anche la sua. Come sem­pre nella gram­ma­tica dell'intervista, è ciò che i due dia­lo­ganti hanno in comune che rende l'intervista pos­si­bile e com­pren­si­bile, ma è la dif­fe­renza che esi­ste fra loro che la rende interessante.
E poi, attra­verso il dia­logo con Natoli, Foa cerca di capire non solo come «è cam­biata la testa» del suo inter­lo­cu­tore, ma anche come è cam­biata la sua: le domande che l'intervistatore rivolge al suo inter­lo­cu­tore le rivolge, ine­vi­ta­bil­mente, anche a se stesso. Natoli, a sua volta, coglie l'opportunità – direi quasi, come in tante delle inter­vi­ste migliori, rac­co­glie la sfida – per ripen­sarsi. Non intende but­tare a mare que­sta sto­ria, non solo sua, ma non fa apo­lo­gia né di se stesso né del par­tito. Ogni volta, davanti a un inter­lo­cu­tore che lo rispetta e lo ascolta, si rimette in discus­sione, spiega le sue incer­tezze, i dubbi, gli errori.
Ne viene fuori, fra l'altro, una sto­ria della sini­stra molto più arti­co­lata, molto più sfu­mata e mobile di quanto non ce l'abbiano rac­con­tata tante volte.
Per esem­pio: a pro­po­sito del patto Hitler-Stalin del 1939, Natoli ricorda di averlo ini­zial­mente soste­nuto come una neces­sità ine­vi­ta­bile – ma ricorda anche le discus­sioni dram­ma­ti­che che por­ta­rono a scis­sioni e scon­tri nel gruppo romano, finendo per lasciarlo iso­lato e in mino­ranza, «in una situa­zione che in qual­che modo con­fi­nava con la dispe­ra­zione»; e rac­conta di avere cam­biato posi­zione dopo la spar­ti­zione della Polo­nia e dopo che l'Internazionale arrivò a dire che i nazi­sti non erano il nemico prin­ci­pale. Foa, a sua volta ripen­sando al se stesso di allora, insi­ste sulla dimen­sione della sog­get­ti­vità, che è poi alla radice della scelte poli­ti­che: «L'impressione che ho avuto io è che i comu­ni­sti, cioè voi, pur appro­vando il Patto, non osten­ta­vate que­sta appro­va­zione, cioè che l'antifascismo, pro­fondo, era domi­nante nel vostro ambito. Mi sba­gliavo o ero nel giu­sto, secondo te?».
Qui mi col­pi­sce, intanto, il «voi comu­ni­sti» – più tardi, par­lando della Resi­stenza, diventa, come abbiamo visto «noi». C'è in que­sto uso dei pro­nomi tutta la com­pli­cata sto­ria dei rap­porti interni alla sini­stra, che nell'intervista si espli­cita poi nel rac­conto sul '48 e il Fronte popo­lare. Ma c'è anche la trac­cia di una dif­fe­renza che si fa comun­que ascolto e rimane rispetto: invece di accu­sare i comu­ni­sti di com­pli­cità con Hitler, Foa (allora azio­ni­sta, poi socia­li­sta) scava sotto la super­fi­cie e ascolta da com­pa­gno. E Natoli: «Io que­sto lo sen­tivo pro­fon­da­mente. Per cui den­tro di me ero con­vinto che gli accordi del Patto non dove­vano riper­cuo­tersi sugli orien­ta­menti non solo teo­rici ma anche pra­tici del movi­mento comu­ni­sta inter­na­zio­nale», cioè sull'antifascismo.
Rossana Rossanda con Aldo Natoli
La stessa com­ples­sità, lo stesso scavo nelle ragioni e torti di allora, accom­pa­gna tutto il rac­conto di Natoli, dalla svolta di Salerno all'Ungheria, senza nascon­dere il suo con­senso di volta in volta alle scelte del par­tito, eppure dando conto di come que­sto con­senso si faceva sem­pre più fati­coso e la sua rela­zione col par­tito sem­pre meno age­vole. Non ci sono epi­fa­nie, svolte bru­sche: è un pro­cesso gra­duale di cam­bia­mento, e non è nep­pure un pro­cesso lineare – per esem­pio, Natoli non esita a ricor­dare di avere difeso il golpe comu­ni­sta a Praga nel 1948: «In quel momento non è che lo vedessi in modo cri­tico, lo vedevo in senso posi­tivo, a quel tempo io ero asso­lu­ta­mente ligio a quel qua­dro stra­te­gico».
Lo spiega col clima di guerra fredda, con il mon­tare dell'anticomunismo, cioè ci fa capire le ragioni di un errore; ma non per que­sto nega di avere avuto torto. Ma poi si trova a con­durre la sua bat­ta­glia più memo­ra­bile, quella con­tro il «sacco di Roma» negli anni '50, pra­ti­ca­mente da solo, tra il disin­te­resse della diri­genza nazio­nale; o prende gra­dual­mente le distanze da una linea del par­tito che non coglieva le capa­cità di rin­no­va­mento del capi­ta­li­smo e viveva nell'illusione di una suo immi­nente crollo. E, natu­ral­mente, l'Ungheria, quando la distanza comin­cia a farsi incolmabile.
Seguono gli anni delle bat­ta­glie interne al par­tito, Ingrao, Amen­dola, la sco­perta del Viet­nam come modello anche di auto­no­mia poli­tica rispetto all'Urss e alla Cina, l'incontro con la Cina. E di nuovo il dia­logo con Foa, la con­di­vi­sione e le dif­fe­renza. Foa ricorda che «la Rivo­lu­zione cul­tu­rale, per noi, anche per me, solo in parte, è parsa una ban­diera» (e di nuovo il «noi», ma arti­co­lato in un «me»); e Natoli con­clude che «la Rivo­lu­zione cul­tu­rale come tale fini­sce alla fine del 1968 con l'intervento dell'esercito... Alla fine del 1968 il movi­mento di base, che era la carat­te­ri­stica fon­da­men­tale della Rivo­lu­zione cul­tu­rale, viene represso con l'esercito». Ma la Cina resta uno dei suoi inte­ressi prin­ci­pali anche dopo le scon­fitte, i cam­bia­menti, le delu­sioni: «non sono riu­scito a distac­car­mene». E poi la nascita del Mani­fe­sto – rivi­sta, gruppo poli­tico, gior­nale – spe­ranze, crisi, con­di­vi­sioni, dis­sensi, separazioni....
I due inter­lo­cu­tori di que­sto libro sono stati anche pro­ta­go­ni­sti della sto­ria di que­sto gior­nale. Faremmo bene a ricordarcene.
il manifesto | 28 Dicembre 2013





CHE OGNI MATTINO SIA PER TUTTI UN CAPO D'ANNO...






"Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.[...] "
Antonio Gramsci, Capodanno,  Gennaio 1916, l’Avanti!