05 gennaio 2017

C. LAGOMARSINI, FILOLOGIA e FAKE NEWS







      Da qualche mese giornali, periodici e networks sono invasi da articoli che, prendendo spunto dalle tante “bufale” che circolano sulla rete, hanno coniato un nuovo termine: post verità. L’assunto di base di gran parte di tali articoli è che, nella nostra epoca, non sarebbe più possibile distinguere il vero dal falso. Tale assunto, specchio fedele della crisi del nostro tempo, è profondamente falso e, come mostra il filologo Claudio Lagomarsini*,  riflette anche la crisi odierna delle discipline filologiche.
        D’altra parte il mondo è stato sempre pieno di “bufale” e/o   documenti falsi. Questi ultimi non sono stati inventati da face book e da internet. Tuttalpiù oggi circolano più facilmente. Come si fa a non ricordare la storia della bufala più grande e famosa della storia occidentale svelata dal filologo Lorenzo Valla:   De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio (Discorso sulla donazione di Costantino, altrettanto malamente falsificata che creduta autentica)?
      Ma, per tornare all’attualità, riproponiamo il bellissimo pezzo di C. Lagomarsini pubblicato ieri da:  http://www.ilpost.it/2017/01/04/post-verita-filologia/

I filologi e le “fake news”  
di Claudio Lagomarsini *

Da qualche settimana, a proposito del dibattito su fake news e post-truth politics, mi gira in testa una domanda, che si è quasi trasformata in una tesi: c’è un legame fra la trascuratezza con cui si affronta l’”accertamento dei testi” e la crisi che le discipline filologiche hanno conosciuto in Occidente negli ultimi ottant’anni?
Nei seguenti paragrafi 1-3 cerco di articolare questo punto. Chi non è interessato allo spiegone teorico può saltare al paragrafo 4, dove analizzo la diffusione di una bufala online.

La crisi della filologia
1. Quando Roland Barthes celebra la «morte dell’autore» (1967), di fatto mette in discussione il senso stesso della filologia, intesa come disciplina che si dà come ultimo scopo l’accertamento del testo originale, cioè di una forma del testo il più possibile «vicina all’ultima volontà dell’autore» (come recitano i manuali universitari). Comunque la si pensi, bisogna prendere atto che rinunciare a un approccio filologico significa prescindere da una serie di problemi primitivi ma non secondari circa il testo che stiamo leggendo: com’è giunto fino a noi? Che cosa è attribuibile a uno stadio più antico ed eventualmente “originario” (che possiamo riferire o meno a un’entità chiamata “autore”) e che cosa invece è stato modificato progressivamente dai copisti e dagli scoliasti (oppure dagli stampatori, dai ghost writers, dagli editor)? Soprattutto, rinunciare alla filologia significa mettere da parte un assunto fondamentale, che è un modo di vedere le cose: il testo che ci viene trasmesso non è un dato ma un processo.
Ovviamente i filologi hanno una parte di responsabilità nella crisi della disciplina, che oggi appare a molti come un insieme di saperi assurdi e autoreferenziali (a volte autoreferenziali anche all’interno di un mondo già estremamente specialistico com’è quello della filologia). In effetti temo che, anche occupandosi del medesimo testo, uno studioso inglese d’ispirazione gender e un filologo italiano “tradizionale” − se chiusi insieme in una stanza per un crudele esperimento − potrebbero ispirare una sceneggiatura à la Antonioni. Per quanto mi riguarda, confesso che, con un dottorato in filologia romanza, spesso ho difficoltà a seguire, anche solo nell’esoterismo del linguaggio, molti articoli di colleghi italiani che si occupano di poesia provenzale. A questo ripiegamento interno corrisponde, all’esterno, una ritirata pressoché totale dei filologi dal dibattito culturale contemporaneo (Filologia e libertà di Luciano Canfora [2008] è stato un tentativo isolato, e non ha lasciato il segno).

Le notizie false
2. Il problema dell’accertamento dei testi è sempre stato centrale nell’attività giornalistica, dove il fact-checking è una delle basi del mestiere. Ma qui ci poniamo già alla fine della catena. L’utente medio che si informa su Facebook non fa nessuna distinzione tra la pagina online de «La Repubblica» e quella di «
Repubblica24» (un sito cialtronesco che crea o rilancia bufale). Se manca una cultura dei testi, tutti i testi sono uguali. Purché una notizia sia pubblicata su un sito dal nome “giornalistico”, scritta in prosa, senza errori marchiani almeno nel titolo, allora diventa per molti una notizia fededegna.
Le bufale usate come strumento di propaganda non sono una scoperta dello spin doctor di Trump. Forme di post-truth politics esistono fin dall’antichità (a ben vedere il termine è improprio: non c’è nessun post, non essendo mai esistita un’epoca di truth politics). Anche tra bufale e filologia esiste, del resto, un legame di lunga data: una delle prime prove moderne di metodo critico applicato all’accertamento dei testi è la confutazione con cui l’umanista Lorenzo Valla dimostrò la falsità di un documento alto-medievale che riconosceva al papato una serie di privilegi: la cosiddetta “Donazione di Costantino”.

Cosa c’entra la filologia
3. All’indomani dell’elezione di Trump, con il dibattito sulle bufale che ne è seguìto, Mark Zuckerberg ha dichiarato che sono allo studio alcune misure per combattere la diffusione di fake news su Facebook, la piattaforma che insieme a Google ha avuto il ruolo principale nella diffusione dei falsi. Ma il problema delle bufale esisteva prima di Facebook. e, se non lo si affronta alle radici, continuerà a esistere anche dopo (o accanto a) questo importante canale di diffusione. È il principio del ritorno del rimosso: what you resist persists.
Sono convinto che per affrontare davvero il problema non sia sufficiente combattere il “sintomo” che ci si sta presentando in questi mesi. Ciò che, a livello di cultura condivisa, va ricostruito dalle fondamenta è un modo di pensare adatto a ogni canale di trasmissione e a ogni tipo di testo. Questo genere di educazione e sensibilizzazione si fa prima di tutto nelle scuole. Penso alla tradizionale lettura di giornali in classe, che il prima possibile dovrebbe essere integrata con l’analisi di giornali online, e poi con l’esame di pagine Facebook e con la discussione di alcune bufale (e anche di bufale con evidente intento satirico, come quelle, divertentissime, di Lercio.it). Ci vorranno anni, e prima degli studenti bisognerà formare i docenti.
Insegnando in modo avventuroso (cioè senza un posto) filologia romanza, mi capita di discutere con gli studenti circa i problemi testuali posti da internet e dai social, spazi che fanno e faranno parte delle loro vite. In questo cerco di tenere presente che un giorno gli studenti di Lettere saranno insegnanti, giornalisti, editor, copywriter. Oppure svolgeranno altre professioni che non esistono ancora, ma che avranno a che vedere con i testi e con internet.

Il caso Rignano sul Membro
4. Quello che segue è un esempio di problema filologico nell’era di internet che un insegnante potrebbe voler discutere con la propria classe. Il punto di metodo che dovrebbe passare è semplice ma non banale: i testi hanno una dimensione temporale, anche in Rete. Esaminiamo un caso concreto. Come si è
scritto, la notizia più diffusa sui social nei giorni prima del referendum costituzionale era una bufala. Il testo è stato pubblicato online il 22.11.2016 dal «Fatto Quotidaino» (sic; d’ora in avanti “Fq”), un sito border line di satira e bufale. La primissima versione diceva che a «Rignano sull’Arno» (cioè nel paese d’origine di Matteo Renzi) erano state ritrovate 500.000 schede referendarie già segnate con il sì. La pagina è stata poi rimossa in seguito al clamore suscitato dalla bufala. Che la prima versione dicesse proprio «Rignano sull’Arno» è suggerito dall’anteprima visibile su «Un caffè al giorno» (che chiameremo “U”), una delle prime pagine Facebook che hanno condiviso la notizia (sempre il 22.11). L’anteprima trova poi conferma nell’URL di Fq («rignano-sullarno-trovate-500-000-schede-gia-segnate-voto-si-shock»). Invece, le altre pagine in cui sopravvive la bufala, tutte datate dal 23.11 in poi, portano una variante sulla località, che diventa «Rignano sul Membro» (ovviamente inesistente). Se adesso si prova a condividere l’URL di Fq, l’anteprima non dà più «Arno» (come in U), ma «Membro».
Come spiegare questo caos? La lezione «Arno» dev’essere quella più antica, perché non se ne trova traccia dopo il 22.11. L’ipotesi che avevo in mente – poi confermata dai redattori di Fq, che hanno avuto la gentilezza di rispondere alle mie sollecitazioni − è che il testo originario, con la lezione «Arno» (Fq1), sia stato modificato poco dopo la pubblicazione e corretto in «Membro» (Fq2). Questo con l’intento di chiarire ulteriormente che si trattava di uno scherzo. E forse anche per evitare grane. Dal 23.11 in poi, dunque, si diffonde la variante «Rignano sul Membro». Andando a confrontare il testo della notizia in varie pagine di rilancio, si scoprono altre varianti: le più macroscopiche sono un’interpolazione (contenente alcune considerazioni sul numero delle schede in rapporto al corpo elettorale) e un’ulteriore variante sulla città, che diventa «Napoli» (qui con un altro intento ancora, quello di restituire un tocco di realismo a un’evidente panzana). In alcuni casi, i siti citano la propria fonte; altre volte bisogna accontentarsi della data e delle varianti testuali. Vediamo una tabella di confronto:
Fq = Il Fatto quotidaino: 22.11, R. sull’Arno (Fq1) → R. sul Membro (Fq2) (totale: 158.161 shares su Facebook)
U =
Un caffè al giorno: 22.11, R. sull’Arno (1094 shares)
I =
ItalianiInformati.com: 23.11, R. sul Membro [con interpolazione] (351.828 shares)
R =
Repubblica24.com: 23.11, R. sul Membro (21 shares)
Ni =
Notizie Incredibili: 23.11, R. sul Membro [fonte dichiarata: Fq] (121 shares)
M =
Mafia Capitale.info: 23.11, R. sul Membro (761 shares)
Nw =
Newsitalys: 24.11, R. sul Membro (44 shares)
S =
Shock-News.it: 24.11, R. sul Membro [con interpol.; fonte dichiarata: I] (158 shares)
G =
Giornale Informativo: 27.11, Napoli (shares: n.d.)
Non si possono dettagliare ulteriormente le relazioni tra i siti portatori della semplice variante «Membro», che può derivare direttamente da un copia-incolla di Fq2 oppure da altre pagine che hanno rilanciato la stessa bufala senza introdurre varianti. Sulla base dell’analisi, si può ricostruire questo schema di diffusione:
schema

Avendo a che fare con testi e varianti, non credo che l’attuale tecnologia informatica possa produrre uno schema più preciso di questo. Non si tratta – è bene sottolinearlo – di condivisioni di pagine con un codice o una formattazione tracciabile, ma di copia-incolla parzialmente ri-editati, quindi usciti momentaneamente dalla Rete, modificati, e poi rientrati. Dai vari siti di pseudo-notizie − che non sono moltissimi − la bufala è stata poi condivisa centinaia di migliaia di volte sui social (la “vulgata” del testo). A questo punto l’informatica torna utile: applicazioni come BuzzSumo o SharedCount permettono di conteggiare il numero di condivisioni irradiate da ogni URL, dunque il “peso” di ogni fonte nella diffusione di una bufala sui social (nel nostro caso il sito I è il principale responsabile, seguito dalla fonte originale Fq).

E quindi?
5. Mentalità o cultura filologica sono cose diverse (più profonde) rispetto alla filologia, che per vocazione si occupa soprattutto di testi letterari. Il rapporto tra cultura dei testi e filologia è lo stesso che esiste tra cultura del cibo e alta cucina, tra cultura della salute e medicina. Se il secondo polo (quello della ricerca specialistica) viene meno, è difficile che il primo (quello della cultura condivisa) continui a prosperare da solo.
Le discipline filologiche non hanno rimedi immediati da offrire. Non basterà prendere un filologo, dargli una sedia girevole e metterlo in cattività nella redazione del «New York Times» per far evaporare le bufale dal web. Ma potrebbe essere utile continuare ad avere dei filologi che insegnano agli studenti di Lettere, alcuni dei quali insegneranno ai nostri figli, che poi faranno tanti mestieri diversi nella società.
Quello che deve preoccuparci non è l’Arno o il Membro, naturalmente, ma la voragine culturale che sta dietro alla proliferazione di fenomeni come quelli che stiamo osservando. Se la filologia può dare un contributo per affrontare le radici del problema (non l’epifenomeno contingente), allora è necessario un impegno concreto dei filologi, insieme a una riabilitazione della disciplina nel dibattito culturale.
In un famoso pamphlet anti-filologico, Bernard Cerquiglini ha scritto che la filologia, tutta presa com’è dall’ossessione di tracciare alberi genealogici dei manoscritti, «è una forma di pensiero borghese, paternalista e igienista sulla famiglia: ha cara la filiazione, perseguita l’adulterio, teme la contaminazione» (Éloge de la variante, 1989). Credo che Cerquiglini abbia torto e non abbia capito come funziona davvero la filologia. Non vorrei però che avesse ragione sul fatto che i filologi sono effettivamente dei borghesi, cioè persone che preferiscono parlare difficile e leggere vecchi libri anziché confrontarsi con quello che succede a un metro dal loro salotto.

*Claudio Lagomarsini insegna Filologia romanza all’Università degli Studi di Siena.

UNA POESIA DI P. ELUARD sul bombardamento di Guernica



Guernica dopo il bombardamento nazista


Picasso, Guernica


Guardateli mentre lavorano i maniaci fabbricanti di rovine
Ricchi pazienti ordinati neri e stupidi
Fanno del loro meglio per restar soli al mondo
Ai margini dell'uomo lo colmano di lordure
Piegano senza cervello palazzi fino a terra.

Ci si abitua a tutto
Ma non a questi uccelli di piombo
Ma non al loro odio per quanto risplende
Non a cedergli il posto.

Parlate del cielo il cielo si svuota
L'autunno poco c'importa
I nostri padroni hanno battuto il piede
L'autunno ce lo siamo scordato
Ci scorderemo i padroni.

Città in riflusso oceano fatto d'una superstite goccia
D'un solo diamante coltivato in pieno giorno
Madrid città abituale di quanti hanno sofferto
Lo spaventoso bene che si rifiuta d'ergersi a esempio
Di quanti hanno sofferto
La miseria occorrente perché quel bene risplenda.

La bocca risalga alla sua verità
Fiato raro sorriso come una catena spezzata
L'uomo libero ormai del suo passato assurdo
Alzi davanti al fratello un degno volto


E vagabonde ali dia alla ragione.

 PAUL ELUARD
 Da Romancero della resistenza spagnola (a cura di Dario Puccini), Laterza, 1970

04 gennaio 2017

IL BLOG DI POESIE DI EZIO SPATARO HA CAMBIATO NOME


Cava di Roccabianca presso Marineo (PA)

     Una frana non poteva far crollare il mondo poetico di Ezio Spataro. Così sono molto fiero  di poter dare notizia, tra i primi, della rinascita del blog di Ezio con il nuovo bellissimo nome: http://cavadeipoeti.blogspot.it/
      Sono sicuro che Ezio "caverà" più e meglio di prima.
      Tanti auguri, carissimo amico! fv

L' INGHILTERRA VISTA DA D. PASSANTINO


    Il caro amico Domenico Passantino, collaboratore di questo blog, mi ha inviato le impressioni del suo recente viaggio in Inghilterra che pubblico con piacere:

Come Goethe

La temperatura non è diversa da come mi aspettavo.
Anche le campagne, nel loro grigiore di un autunno perpetuo, sono come mi aspettavo: mi ricordano Alcuino da York o il mago Merlino, immersi in quest’alba continua (o tramonto?) sonnolente, sonnecchiante.
Il silenzio e la discrezione, poi, fanno prepotenti la loro comparsa, spirando fumi di condensa dalle narici.
Le persone non lo so se sono diverse da come mi aspettavo.
Mi sembra un popolo ingenuo, quasi puerile, incline al gioco disinteressato: mi sembrano più civili degli altri, nel senso che le persone di questa nazione hanno gesti e comportamenti corali, come se avessero chiaro il fatto di essere tutti mortali comuni, compagni naviganti di una stessa nave che si deve spingere insieme.
Probabilmente queste due caratteristiche (chiamiamole ingenuità e coralità) sono strascichi che la storia/non storia porta con sé: la storia di questa Nazione unita da sempre, di questo popolo uno, si riflette nella sua coralità; la non storia, ovvero la giovinezza delle sue istituzioni civili (giovani se confrontate con le nostre tradizioni latine!), in queste terre dove la classicità ha dovuto difendersi dalla barbarie e per arginarla ha dovuto costruire mura e fortificazioni (penso ai Valli di Adriano e di Antonino Pio); questa storia giovane-dicevo-fa di questa gente una gente semplice, alla quale i grandi perché della vita, gli arrovellamenti filosofici non hanno mai creato nessun problema, nessuno blocco (mente all’Instauratio magna di sir Francis Bacon e al vascello che oltrepassa le Colonne di Ercole!), anzi, forse proprio questa semplificazione, immediatamente riscontrabile nelle forme della lingua inglese e nella sua sintassi basilare, non ha partorito topi, ma tipi e tipologie di vita vincenti, americani.
Difficultas quaedam Anglica lingua mihi dat, revera non ob syntaxim quae dicunt, sed propter verborum significationem.
Ceterum si necesse etiam Anglice loquor audio et intellego.
Il loro classico è il medioevo gotico, lo testimoniano ancora queste casette di mattoni rossi, isolanti e, al tempo stesso, refrattari al calore, come da noi i forni a legna.
Ho visitato Warwick e il suo castello medievale, Stratford e la casa in stile Tudor che mi ricordano un presepe di quando ero bimbo.
La notte prima di Natale fanno bollire il vino e lo bevono in compagnia.
Il giorno di Natale, a pranzo, prima di iniziare a mangiare hanno un’usanza: fanno trovare sul tavolo dei pacchi grandi quanto in piatto, a forma di caramelle. I banchettanti afferrano una estremità ciascuno della grandi caramelle e tirano in direzione opposta l’uno dall’altro; si sente uno scoppio leggero e dalle caramelle fuoriescono dei regalini-cianfrusaglie-e dei bigliettini come quello dei baci perugina, dove sono scritti indovinelli e “barzellette”, la cui lettura suscita il loro riso e buon umore.
Per il Natale Indossano tutti curiosi e bizzarri maglioni di lana rossi o verdi con le renne disegnate.
Il giorno dopo Natale lo chiamano Boxin day.
In queste nebbie così gentili e antiche mi sembra di avere lasciato un pezzo della mia anima che chissà se tornerò a riprendermi.
Royal Leamington Spa, 25/12/2016


LA SOLITUDINE SECONDO A. CAMUS



«[...]
Scipione: E come dev'essere immonda la tua solitudine!
Caligola: La solitudine, sì, la solitudine! La conosci tu la solitudine? Sì, quella dei poeti e degli impotenti. La solitudine? Quale solitudine? Ma lo sai che non si è mai soli? E che dovunque ci portiamo addosso il peso del nostro passato e anche quello del nostro futuro?Tutti quelli che abbiamo ucciso sono sempre con noi. E fossero solo loro, poco male. Ma ci sono anche quelli che abbiamo amato, quelli che non abbiamo amato e che ci hanno amato, il rimpianto, il desiderio, il disincanto e la dolcezza, le puttane e la banda degli dei!Solo! Ah, se soltanto se soltanto potessi godere la vera solitudine, non questa mia solitudine infestata dai fantasmi, ma quella vera, fatta di silenzio e tremore d’alberi – sentire tutta l'ebbrezza del flusso del mio cuore. La solitudine! Ma no, Scipione. La solitudine risuona di denti che stridono, chiasso, lamenti perduti. [...]

Scipione: C'è sempre un momento di felicità nella vita, per tutti. E' questo che ci dà modo di continuare. E' a questo che ci si afferra quando ci si sente svuotati.


Caligola: E' vero, ragazzo mio.
Scipione: E non c'è niente di simile nella tua vita? Un moto di pianto, una fuga nel silenzio?


Caligola: Sì, nonostante tutto.
Scipione: Che cosa?
Caligola: Il disprezzo».


Albert Camus, da “Caligola”, Atto II, scena 14, (ultima), traduzione di Franco Cuomo, Bompiani,

PIRANDELLO, Conoscersi è morire


Chi vive, quando vive, non si vede: vive ….Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più […] Perché ogni forma è una morte. […] Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è più in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla e morremmo ogni giorno di più in essa che è già per sé una morte, senza conoscerla. Possiamo vedere e conoscere ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire. 

L. Pirandello, La carriola, in Novelle per un anno

LE RADICI DELL'IMBECILLITA' SONO PIU' PROFONDE DI QUANTO SI CREDA


Alle radici dell’imbecillità


È larga, diffusa, pienamente democratica. È origine e meta, passato, presente e futuro. Ed è irredimibile, inesauribile, strutturale. Come la scimmietta che dentro la testa di Homer Simpson non smette mai di suonare i piatti, l’imbecillità – quella cosa che perfettamente individuiamo nell’altro, dimenticandoci di essere, ognuno di noi, l’altro degli altri – è sempre al lavoro: diligente come un monaco certosino (eppure per nulla eremitica), instancabilmente operosa come un’ape nel suo alveare.
Se è vero che può essere ragione di tormento, è altrettanto vero che possiamo accostarci alla stupidità con un senso di curiosità, di passione se non di incanto, riconoscendo, come Flaubert nel descrivere le gesta di Bouvard e Pécuchet, che la bêtise è il «proprio altrove», ciò che pur appartenendoci come regola abbiamo bisogno di avvertire come eccezione. Uno stato di inadeguatezza (del resto, chiarisce l’etimo, in-baculum è colui il quale è privo di bastone) che, nel rimandare al denudamento e all’inermità, non è lo stigma che punisce uno su un milione (o – dipende – su mille, su cento, su dieci) bensì la condizione naturale di tutti, nessuno escluso: uno su uno.
È proprio la coscienza che siamo qualcosa di storto e manchevole ad aver spinto Maurizio Ferraris a considerare l’ottusità «come oscuro fondamento dell’umano e come motore (molto meno oscuro) della storia». Articolato in quattro parti, precedute da un prologo e sigillate da un epilogo, L’imbecillità è una cosa seria (il Mulino) è un pamphlet al medesimo tempo battagliero e pietoso, che trae il proprio combustibile dall’intuizione che «la misantropia, non la filantropia, è la chiave di comprensione dell’imbecillità come tratto esclusivo dell’umano», e che dunque al cospetto dello spettacolo permanente della stoltezza non si può che essere esasperati e ironici, sbalorditi e agonistici; solo così, facendo ognuno esperienza, fino al sedime, dei propri personali abissi potremo renderci conto che l’intelligenza non è altro che una fuga dalla nostra normale imbecillità (una fuga mai definitiva che va interpretata come libera uscita, ricreazione, ora d’aria: una pausa durante la quale «il vento dell’ala dell’imbecillità», di cui nel 1862 scriveva Baudelaire, per un momento si placa).
Tutto ciò, precisa Ferraris, assolve a un compito: «Conoscere l’attrito del reale, la difficoltà dei mutamenti, e soprattutto la strepitosa imbecillità umana, è la sola maniera per trasformare il mondo». In particolare torna utile se non necessario aver chiaro il nesso che lega imbecillità e tecnica: il vituperatissimo web non è in nessun modo la cosa maligna che inventa la nostra idiozia, o che a essa ci costringe; l’imbecillità umana preesiste a internet e semmai trova adesso nella rete un suo ottimo marcatore (qualcosa tra il bario e l’Uniposca), una minutissima quotidiana documentazione.
Leggendo di Bacone che «decide di pesare una vescica prima gonfia, poi sgonfia, e, notando che il peso della vescica non cambia, ne conclude che l’aria non pesa», torna in mente quello che possiamo considerare un esempio di come la nostra comune imbecillità possa manifestarsi. Anni ’90, Cinico Tv: la voce fuori campo di Franco Maresco chiede ai Fratelli Abbate se pesa di più un chilo di paglia o un chilo di ferro. All’inizio la risposta è immediata e categorica – «Di ferro!»; poi, seppure il tono rimanga tassativo, un dubbio comincia a trapelare, e gli Abbate ci riprovano: «Di paglia!» Quando la voce di Maresco rinnova la domanda, i fratelli tacciono e il loro silenzio non contiene nessun dilemma, nessuna elaborazione, né pensamento né ripensamento, e non è neppure espressione di una peculiare tara fraterna; quel silenzio – sospeso, lieve, molecolare, poroso – non è altro che il luogo in cui l’umano (quel povero glorioso imbecille!) rivela la propria sostanza più profonda.

Giorgio Vasta
4 gennaio 2017

Questo articolo è uscito sul Manifesto. Noi l'abbiamo preso da http://www.minimaetmoralia.it/wp/alle-radici-dellimbecillita/