23 settembre 2011

CECITA'

Riprendiamo la nostra rivisitazione dei classici con uno dei libri più belli, Cecità, scritto da Josè Saramago, Nobel per la letteratura 1998. Tramite una metafora Saramago denuncia la cecità degli uomini che, avendo perso il senso della solidarietà, non riescono a vedere le sofferenze inflitte ai propri simili. Leggiamo insieme la recensione che ne ha fatto Elisa Ribaudo con la sua straordinaria capacità di sintesi.
f.v.

Immaginate che gli abitanti di un'intera città diventino ciechi all'improvviso. Tutti.
E immaginate, poi, che l'autore della storia descriva quest'ultima in maniera tanto verosimile da farla sembrare, nella sua assurdità, possibile.
Particolare è lo stile narrativo, particolare è l’ironia dell’autore, particolare è la storia.
Uno scenario apocalittico, permeato da un senso d’angoscia e d’insicurezza; scenario all’interno del quale si muovono protagonisti privi di nome, i cui pensieri sono minuziosamente descritti in modo che il lettore abbia un quadro ben chiaro della psicologia dei personaggi, delle loro paure, dei loro movimenti, come se li avesse davanti agli occhi. Gli occhi, sì.

Elisa Ribaudo

21 settembre 2011

FABRIZIO DE ANDRE' FOR EVER

Appartengo ad una generazione che si è formata anche attraverso l'ascolto delle canzoni di Faber. Penso che non sia esagerato riconoscere ai suoi primi LP - "Tutti morimmo a stento", "La buona novella", "Non al denaro , non all'amore nè al cielo"- una capacità d'influenza sui giovani degli anni 70 superiore a quella della stessa Chiesa Cattolica.
La sua musica e la sua voce conquistavano immediatamente. Ricordo d'avere trascorso giornate intere a cantare "La preghiera in gennaio", dedicata al suo amico Luigi Tenco, "La città vecchia", "Via del Campo" o "Boccadirosa".
Con la sua buona novella ci fece scoprire ed amare un Gesù diverso da quello predicato in Chiesa.
Ed è bello vedere oggi i miei figli commuoversi all'ascolto delle sue vecchie canzoni come me.

F.V.

18 settembre 2011

GESU', UN PAZZO...

E’ proprio questo il titolo della 17A Settimana Alfonsiana organizzata dalla Rivista SEGNO che si terrà dal 26 al 30 settembre 2011 presso la sede palermitana dei Padri Redentoristi. Il titolo è volutamente provocatorio e ne spiega il senso l’ideatore nel pezzo che segue. Il programma della Settimana è facilmente reperibile sulla rete e, per maggiori informazioni, ci si può rivolgere direttamente a: segno@libero.it


Il tema della 17A Settimana Alfonsiana è la follia di Gesù. Ne scrivono i Vangeli e in particolare Marco 3,21: “I suoi uscirono per prenderlo; dicevano infatti: È fuori di sé”. Sacerdoti, scribi e farisei, nonché i parenti e appartenenti al suo clan, lo giudicavano un pazzo: un esaltato, un radicale estremista, un dissacratore di tradizioni religiose e etiche, un perturbatore della vita buona nei villaggi della Galilea. Non tutti, in verità, vedevano in Gesù un folle. Per coloro che lo seguivano, almeno per loro, Gesù era un incantevole sognatore, un seducente affabulatore di un mondo e di un’umanità straordinari cui solo lui sapeva dare corpo e figura credibili. Invece sacerdoti e farisei non impiegarono molto a convincersi che di Gesù bisognava disfarsi al più presto e con ogni mezzo, perché pericoloso per il tempio e la nazione.

Perché Gesù era ritenuto un pazzo? Che genere di follia era la sua? Per comprenderlo basta aprire i Vangeli in cui egli proclama senza ambiguità: Beati i poveri, guai ai ricchi; amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano; a chi ti schiaffeggia sulla guancia destra porgi anche la sinistra; a chi ti chiede la tunica lasciagli pure il mantello; maledice il fico perché, fuori stagione, non produce frutti; soprattutto scaccia dal tempio i mercanti che l’hanno ridotto a una spelonca di ladri e, senza paura, grida in faccia ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “i gabellieri e le prostitute vi precederanno nel regno di Dio”.

In realtà, all’inizio della follia di Gesù c’è il suo annuncio che il regno di Dio è venuto, è presente tra gli uomini nelle città. Il regno di Dio, infatti, è Lui stesso, Gesù, che fa udire i sordi e parlare i muti, camminare gli zoppi e risorgere i morti, che dà la vista ai ciechi e il Vangelo ai poveri. Un evento inedito e sconvolgente perché travolge il mondo esistente e l’ingiustizia su cui è costituito: mentre dà luogo a un’umanità nuova che la sua parola e i suoi gesti lasciano intravedere.

Infine, dire che Gesù è fuori di senno significa svuotarlo di ogni credibilità. E ridurlo a un pupo di cui ci si può prendere gioco. Come avvenne nel pretorio di Pilato quando lo spogliarono e gli misero sulle spalle una clamide, sul capo una corona di acanto e nelle mani per scettro una canna e gli si prostravano. Per burla, per spasso. Non c’è dubbio: Gesù è folle. Come lo sono anche coloro che gli vanno dietro: da Francesco d’Assisi a Alfonso de Liguori a Giuseppe Puglisi.

Nino Fasullo

17 settembre 2011

VANGELO SECONDO PASOLINI

Ezio Spataro sul suo bel BLOG – percorsipoeticiabrannu – ha riproposto alcuni fotogrammi del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Il film, dedicato alla memoria del papa buono, uscì nel 1964. Ma, nonostante i riconoscimenti della critica, venne accolto con freddezza e diffidenza dai settori più retrivi del mondo cattolico e comunista. Il regista, infatti, fu costretto a dare spiegazioni anche sul settimanale Vie nuove:

"Non sono affatto cattolico, anzi sono certamente uno degli uomini meno cattolici che operino oggi nella cultura italiana […]. Ho amato, alla fine degli anni ‘40, la religione rustica dei contadini friulani, le loro campane, i loro vespri. Ma cosa c’entrava lì il cattolicesimo? Sono diventato comunista ai primi scioperi dei braccianti friulani. […]. Forse appunto perché sono così poco cattolico ho potuto amare il Vangelo e farne un film […]. Ho potuto farlo così come l’ho fatto, perché mi sento libero, e non ho paura di scandalizzare nessuno; e, infine, perché sento che la parola d’amore (incapacità di concepire discriminazioni manichee, istinto di gettarsi aldilà delle abitudini, sempre, sfidando ogni contraddizione), parola d’amore di cui è stato campione Giovanni XXIII, va considerata un impegno nella nostra lotta."

Papa Giovanni XXIII, insieme a Kennedy e Krusciov, nei primi anni ‘60 costituivano la principale fonte di speranza di un mondo nuovo; e Pasolini condivise con milioni di uomini questa speranza.In una deliziosa pagina, scritta sullo stesso periodico nell’ottobre del 1964, il poeta non mancherà di notare, tra le altre cose, l’influenza dell’amata filologia nella formazione del “papa buono”:

"Non c’è nulla di più follemente aberrante del razzismo. Ora, da parte dei comunisti verso i preti, e da parte dei preti verso i comunisti, c’è una specie di atteggiamento razzistico: essi, volendolo o no, cedono a una specie di tentazione discriminatoria, che svaluta l’interezza umana e storia dell’altro, lo destituisce di realtà, lo dissocia.[…]. Come comunista anch’io non sono immune da questa malattia inconscia, e l’anticlericalismo serpeggia come un verme dentro di me, a succhiare il sangue dell’altro fino a renderlo ombra, simbolo, schema di un insieme di cose che mi sembrano ingiuste, di un mondo che rifiuto […] Papa Giovanni era incapace di discriminare, di vedere nell’uomo l’altro, il nemico per definizione […]. Questo voleva significare il suo sorriso […]. Ho saputo in questi giorni che quando era a Istanbul, egli frequentava le lezioni di filologia e di critica stilistica di Auerbach; e questo mi spiega molte cose, non solo il suo particolare modo di fare “lo spirito” (che è tipico della persona raffinatamente specializzata), ma del “distacco” luminoso che egli aveva dalle cose della vita, dello sguardo globale che egli gettava sul mondo, al di là delle sue folli discriminazioni."

L’articolo si conclude con due affermazioni che diventeranno pietre angolari nella storia del dialogo tra marxisti e cristiani in Italia: 1. “Una filosofia atea non è la sola filosofia possibile del marxismo”; 2. “Il grande nemico di Cristo non è il materialismo comunista, ma il materialismo borghese”.

Vorrei ricordare, infine, che il discorso evangelico delle beatitudini viene ripreso da Pasolini nel libro Trasumanar e organizzar (1970) e trasformato in una splendida preghiera:

Caro Dio,

liberaci dal pensiero del domani.

[…]

l’idea del potere non ci sarebbe se non ci fosse l’idea del domani

[…]

Caro Dio,

facci vivere come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi.

Francesco Virga