29 novembre 2013

LETTERA DI FRANCO FORTINI






Lettera

Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno

Come vincerà me, che ti somiglio.

Padre, i tuoi gesti sono aria nell'aria
Come le mie parole vento nel vento.

Padre, ti hanno umiliato tradito, spogliato;
Nessuno t'ha guardato per aiutarti.

Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
Padre, il più triste dei miei fratelli, padre,

Il tuo figliuolo ancora trema del tuo tremore
Come quel giorno d'infanzia di pioggia e paura

Pallido tra gli ululati del rabbino contorto
Perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

Ma quello che tu non dici devo io dirlo per te
Al trono della luce che consuma i miei giorni.

Per questo è partito tuo figlio: e ora insieme ai compagni
Cerca le strade bianche di Galilea.

Franco Fortini


1944

da "Foglio di via e altri versi", Einaudi 1967

VIVA PAPA FRANCESCO!

 

  La sfida del Papa: «No al dio mercato»

di Domenico Rosati   27 Novembre 2013
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«Questa economia uccide e gli esclusi diventano rifiuti e avanzi». Una “rivoluzione gentile la prima “esortazione apoostolica di Papa Francesco. Una lezione politica. L’Unità, 27 novembre 2013



È racchiusa in 224 pagine la «rivoluzione gentile» di Papa Francesco. La sua Esortazione apostolica «Evangelii Gaudium» rappresenta un vero manifesto del suo pontificato. Formalmente è dedicata alla «nuova evangelizzazione» al termine dell’Anno della Fede e a come annunciare il Vangelo al mondo di oggi, ma nei suoi cinque capitoli Papa Francesco non solo indica un modello preciso di Chiesa «aperta», «gioiosa», che sappia incontrare i lontani, fedele al Vangelo e con un rapporto preferenziale per i poveri. Che sappia uscire dalla sua autoreferenzialità, dal rischio della mondanità e sia aperta al cambiamento.

Esprime un punto di vista preciso sulla crisi globale e su come rispondere alla domanda di vera giustizia e di pace. La sua «Esortazione» non è un documento politico, ma richiama un punto di vista preciso verso ciò che offende la dignità dell’uomo e dei Popoli. Alle questioni sociali Bergoglio dedica due dei cinque capitoli del documento, il secondo e il quarto. Si coglie l’esperienza vissuta nella sua Argentina colpita duramente dalla crisi economica internazionale nella sua critica esplicita al «feticismo del denaro» e «alla dittatura di un’economia senza volto e senza scopo veramente umano», nuova e spietata versione dell’«adorazione dell’antico vitello d’oro». Stigmatizza l’attuale sistema economico che «è ingiusto alla radice» (59), «questa economia che uccide» perché prevale la «legge del più forte». Torna sulla cultura dello «scarto» che ha creato «qualcosa di nuovo» e drammatico: «Gli esclusi, che non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (53). Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando «all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della “inequità” insiste non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema». E indica proprio nell’«inequità», la radici dei mali sociali.

La Chiesa non può restare indifferente a tali ingiustizie. «L’economia non può più ricorrere a rimedi che siano un nuovo veleno, come quando si retende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando un tal modo nuovi esclusi». Dedica pagine alla denuncia della «nuova tirannia invisibile, a volte virtuale» in cui si vive è quella a «un “mercato divinizzato”, dove regnano “speculazione finanziaria”, “corruzione ramificata”, “evasione fiscale egoista”» (56). Ricorda come il possesso privato dei beni si giustifica «per custodirli e accrescerli», ma «in modo che servano meglio al bene comune». Le rivendicazioni sociali, che hanno a che fare con la distribuzione delle entrate, l’inclusione sociale dei poveri e i diritti umani osserva non possono essere soffocate con il pretesto di costruire un’effimera pace «per una minoranza felice».

Chiede giustizia vera e non fa sconti il «vescovo di Roma». Invita ad avere cura dei più deboli: «i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati» e i migranti, per cui esorta i Paesi «ad una generosa apertura» (210). Parla delle vittime della tratta e di nuove forme di schiavismo: «Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta» (211). Ricorda il dramma delle donne doppiamente povere che «soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza» (212). In questa difesa della dignità della vita umana il Papa conferma la condanna dell’aborto. «Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando la vita umana». Aggiunge che però si è «fatto poco per accompagnare le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie».



Rivendica il diritto dovere della Chiesa ad intervenire su questi temi e chiede a Dio «che cresca il numero di politici capaci di sanare le radici profonde e non l’apparenza dei mali del nostro mondo, più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri».

GADGET 2014 REVERSIBILE


LA DEMOCRAZIA IN PRESA DIRETTA...



Quando la democrazia funziona in presa diretta

di Nadia Urbinati   28 Novembre 2013

L’anticipazioni da un saggio di Nadia Urbinati 
(Democrazia in diretta. Le nuove sfide alla rappresentanza ,Feltrinelli) sulla crisi della rappresentanza. La Repubblica, 28 novembre 2013

L’11 marzo 2013, il parlamento ungherese ha approvato modifiche sostanziali alla Costituzione che limitano i poteri dell’Alta corte e le libertà civili. Il procedimento di revisione è stato promosso dal Partito nazional-populista Fidesz che controlla la maggioranza dei seggi in parlamento. Tra i ventidue articoli modificati spiccano quelli che rendono lecite le limitazioni della libertà d’espressione (...). Alle preoccupazioni sollevate dai rappresentanti dell’Unione europea, Viktor Orbán, leader della maggioranza, ha risposto (...): «La gente si preoccupa delle bollette, non della Costituzione ».

Pochi mesi prima, il 20 ottobre 2012, in Islanda i cittadini approvavano con referendum la nuova Costituzione. Al testo erano giunti dopo un processo radicalmente democratico e non pilotato da una maggioranza parlamentare. Nel 2009, un anno dopo lo scoppio della crisi finanziaria che atterrò l’economia islandese, per iniziativa di alcune associazioni della società civile, un’Assemblea di millecinquecento persone (in maggioranza sorteggiate) si riunì per discutere e poi suggerire i punti della riforma della Costituzione. L’anno successivo, un Consiglio costituzionale veniva eletto a suffragio universale in base a candidature che escludevano parlamentari e membri dei partiti. I venticinque eletti, non politici di professione ma ordinari cittadini, giunsero all’approvazione della nuova carta dopo una diretta discussione con i cittadini tramite Facebook e Twitter. (...) Due storie che testimoniano la schizofrenia nella quale il sistema democratico si dibatte. Le democrazie contemporanee manifestano un sorprendente paradosso: il sistema democratico gode di un sostegno egemonico e perfino di un’attrattiva universale (...), eppure le sue esistenti forme di funzionamento sono sotto pressione a causa in primo luogo di un declino di legittimità. (...)

 Dall’Italia viene il terzo esempio. A partire dai primi anni del ventunesimo secolo, Beppe Grillo, già conosciuto al largo pubblico per la sua attività di comico, negli anni novanta si è fatto promotore di un movimento di denuncia satirica del fenomeno di corruzione politica a cascata che Tangentopoli ha messo davanti agli occhi della pubblica opinione. In pochi anni, da cantastorie di piazza la sua attività si è trasformata nel 2005 in vera e propria agitazione politica, grazie alla creazione di un blog personale (beppegrillo.it), progettato e gestito dall’azienda di Gianroberto Casaleggio.(...) 

A pochi anni dalla sua fondazione, il movimento di Grillo ha operato la trasformazione da movimento di opinione a movimento politico, senza perdere la sua originaria identità non partitica e poi sempre più antipartitica. (...) Pur non avendo riscritto la Costituzione formale, il M5S ha riscritto una parte importante della pratica politica organizzata e gestita dai partiti, introducendo un elemento di “direttezza” nella democrazia rappresentativa, dando vita a quel che con un ossimoro chiamerò democrazia rappresentativa in diretta. Alcuni studiosi propongono di includere questo tipo di movimento nel fenomeno populista, altri invece sostengono che, benché condivida alcuni temi propri dei populismi di destra (per esempio, l’avversione per gli immigrati e l’antieuropeismo), si tratti tuttavia di un soggetto politico di nuovo tipo, caratterizzato non dall’appello al popolo ma dall’orizzontalità comunicativa tra cittadini. (...) Possiamo intanto dire che la democrazia cambia di segno con l’avanzare della politica web-diretta, la quale fa rinascere, trasformandolo, il mito dell’autogoverno diretto (l’antica promessa democratica dell’autonomia), con il rischio tuttavia di generare forme politiche identitarie, demagogiche o populistiche, modi di fare politica che escludono e discriminano, che gettano le basi, come in Ungheria, di una vera e propria tirannia della maggioranza. Ma l’appello all’autogoverno diretto non è un ritorno all’antico e nemmeno una rinascita delle forme assembleari di democrazia proprie della contestazione studentesca e operaia degli anni sessanta (...). È invece una nuova e aggiornata rinascita partecipazionista che non rifiuta le forme indirette di partecipazione, come la rappresentanza parlamentare e il suffragio elettorale, ma le cambia, le adatta, le stravolge (...). Democrazia rappresentativa diretta vuole essere democrazia elettorale in-diretta, dunque, senza i partiti politici e attuata attraverso movimenti in rete che raccordano il dentro e il fuori delle istituzioni, ma senza alcun controllo sulle forme di questo raccordo, senza alcuna certezza procedurale che esso sia realizzato secondo regole che danno ai cittadini un potere censorio non aleatorio o invece secondo il ruolo preminente degli animatori della rete o, come nel caso del M5S, dei proprietari privati del blog.
 
Nadia Urbinati

I FANTASMI DI CORRADO AUGIAS




I fantasmi di Corrado Stajano



di Clotilde Bertoni

La stanza di un’abitazione privata, gremita di fotografie, riproduzioni, utensili misteriosi; e la loro capacità di squarciare il passato, di restituirne ampi periodi e singoli momenti: il nuovo libro di Corrado Stajano, intitolato appunto La stanza dei fantasmi (Garzanti, pp. 273, E 18,00), esplora con rara intensità la funzione evocativa degli oggetti, in grado di sprigionare suggestioni impensate, di custodire i ricordi consapevoli e di ridestare quelli inconsci, di trattenere o resuscitare interi mondi.
Se il libro prende le mosse da una dimensione personale e intima, in Stajano molto insolita, la oltrepassa però subito: le «memorie imbrogliate» che gli oggetti suscitano e le pagine dipanano agganciano costantemente la sfera privata a quella pubblica, le cronache familiari alla storia collettiva; il circoscritto spazio domestico si apre a un’avvincente e struggente ricognizione di altri spazi e tempi, alimentata da quella tensione critica, da quello slancio di denunzia che hanno innervato sempre la produzione dell’autore.
Un insieme di oggetti disparati – lo strumento di un veterinario, un mucchietto di foto, due schegge di bombe un tempo raccattate dallo zerbino di una cucina – rialza il sipario sulla Cremona e sui paesi circostanti patria della famiglia materna, sollecitando la ricostruzione della vita di un nonno agricoltore mai conosciuto, alcune reminiscenze della propria fanciullezza di «Tonio Kröger di provincia», ma anche l’inquadratura di un arco storico che va dalla grande guerra al fascismo alla liberazione. Un modellino in legno per un macchinario industriale riporta alla mente l’incontro con l’operaio che l’aveva costruito, Guido Alasia, padre del Walter brigatista giovanissimo, divenuto in rapida sequenza assassino e vittima durante uno scontro mai del tutto chiarito con la polizia; e apre uno spaccato sulla prima fase degli anni di piombo (alla cui ultima stagione Stajano ha dedicato invece un altro incisivo libro, L’Italia nichilista). Da una carta geografica della Sicilia, terra d’origine del padre, «isola amata e disamata», si irradiano memorie eterogenee, i soggiorni estivi di ragazzo, un’intervista a Lucio Piccolo, le sofferte indagini sul fenomeno mafioso.
È invece un’associazione particolarmente sinuosa a dar vita al capitolo più direttamente autobiografico, vero centro nevralgico del volume: una riproduzione dell’Auriga di Delfi, emblema di un ricordo mancato, di una visita non avvenuta al museo che lo custodisce, risveglia il ricordo bruciante del «lunghissimo giorno di paura» che l’aveva resa impossibile, il 21 aprile 1967, in cui l’autore e sua moglie (la fotografa Giovanna Borgese), giovane coppia in vacanza ad Atene, assistono sconvolti in diretta al golpe dei colonnelli; giorno di cui il testo ripercorre le diverse tappe e gli stridenti contrasti, la sovrapposizione alla radio dei decreti liberticidi e degli slogan di propaganda, l’alternanza tra i momenti di terrore (la corsa per strada tra gli spari) e quelli surreali (l’incontro con l’ancora ignaro ambasciatore italiano che ascolta distratto le notizie sfogliando la sua agenda), e soprattutto il passaggio dal senso iniziale di straniamento – che così spesso accompagna l’esperienza ravvicinata delle grandi svolte storiche – a un senso crescente di indignazione partecipe che segnerà la definitiva vocazione alla scrittura impegnata e al lavoro di inchiesta («La Grecia fu una grande passione, il mio ’68. [...] Com’erano stati evanescenti, prima di allora, quei temi che poi mi appassioneranno, l’ingiustizia, la difesa dei diritti, la sopraffazione, la violenza, l’esclusione»).
Un lavoro di inchiesta, quello di Stajano, tanto più penetrante perché capace di illuminare dinamiche differenti di sopruso e facce altrettanto differenti del dolore, di inoltrarsi negli stati d’eccezione quanto nel lungo corso della vita quotidiana. Capacità più che mai resistente e vivida in questo libro: l’oppressione del fascismo ha non solo il volto ribaldo del duce e dei gerarchi, ma anche quello placidamente opportunista della grassa borghesia cremonese che «struscia ai piedi» del ras Farinacci (per poi rimuovere la propria ventennale complicità con una frettolosa epurazione); al martirio lancinante dei partigiani e dei deportati si affianca quello sgranato giorno per giorno dei contadini privi di ogni diritto, sbalzati dalla prigionia delle cascine a quella delle trincee; la scia di sangue degli anni di piombo si intreccia a una scia meno vistosa di angherie sottili, come quelle inflitte ai familiari di Walter Alasia, al fratello oggetto di discriminazione sul luogo di lavoro, ai genitori nel momento della tragedia ignorati dal loro partito, un imbarazzato Pci (che avrebbero ugualmente continuato a votare); il potere della mafia è individuato, ancor più che nell’aperta brutalità del crimine, nella vischiosa rete di connivenze e affari intessuta nella sua ombra; la rievocazione della lotta antimafiosa accosta ai nomi sacri di Falcone e Borsellino quelli di eroi precedenti assai meno celebrati, caduti per le strade del centro di Palermo, quasi tutti lasciati senza protezione allora, spesso cancellati dalla memoria adesso, come il procuratore Gaetano Costa, ucciso mentre curiosava tra bancarelle di libri poco tempo dopo aver firmato da solo decine di ordini di cattura, come il Pio La Torre sempre in prima linea, coraggioso autore di leggi decisive, assassinato mentre si recava al lavoro insieme al compagno di partito Rosario Di Salvo, e come parecchi altri ancora.
L’ibridazione tra il taglio saggistico e quello narrativo è sorvegliatissima, esclude risolutamente dilatazioni o deformazioni romanzesche, resta lontana dalle tipologie di non fiction attualmente più diffuse; eppure, il libro va continuamente oltre la rigidità dei dati oggettivi e dei fatti accertati, continuamente esprime la persuasione che «i documenti sono soltanto scheletri che vanno nutriti di carne». Innanzitutto, con l’energia di una prosa serrata e densa, insieme sobria e incandescente; e poi con saltuari ricorsi alla fantasia, che prendono però non la forma imperiosa dell’invenzione, ma quella inquieta della congettura aperta: i vari interrogativi posti dal racconto – sull’atteggiamento verso il fascismo del nonno, self made man «con il genio della terra», su cosa passava nel cuore di tre partigiani immortalati in una foto (avuta in dono da Nuto Revelli) mentre si avviavano alla fucilazione, sulle ragioni che portarono velocemente Walter Alasia dalla contestazione al terrorismo – restano sospesi, e tanto più perciò pungolano le emozioni e il pensiero.
Inoltre – come in molte altre opere dell’autore, dalla più celebre, Un eroe borghese, alla più recente, La città degli untori – la letteratura è un persistente punto di riferimento: i libri, che insieme agli oggetti popolano la stanza dei fantasmi, passano a popolare le pagine del testo, evocati fugacemente (l’aggettivo «dolceridente» coniato da Alceo per Saffo, riservato a un’immagine della madre ragazza), o invece estesamente citati, volti a enucleare sensi profondi del discorso: da un brano del Grand Meaulnes di Alain-Fournier sulle atmosfere magiche e misteriose della provincia, alle parole del principe Andrej tolstojano sulla follia della guerra, fino al «riaffluir di sogni» agognato nel componimento di Montale Riviere, su cui il volume termina, come a schiudere nello sguardo amarissimo sul nostro paese «rotto e corrotto», uno spiraglio di speranza, un auspicio di rigenerazione.
[Questo articolo è già uscito su «alias - il manifesto»].

28 novembre 2013

IL DOLORE DI MALLARME'






 Dal sito http://viadellebelledonne.wordpress.com/2013/11/29/mallarmealcuni-frammenti-sulla-inessenza/     riprendo questi straordinari versi:


Tu puoi, con le tue piccole
mani, trascinarmi
nella tomba- tu
ne hai diritto-
io-
che ti seguo, io
mi lascio andare-
ma se tu
lo desideri , entrambi noi,
lascia che noi facciamo…
un’alleanza
un imene, superbo
e la vita
che dentro mi rimane
la userò per –
no-nulla
a che vedere con le grandi
morti- ecc
fino a che noi
saremo vivi, egli
vivrà- dentro di noi
solo dopo la nostra
morte lui sarà morto
-e le campane
a morto suoneranno per lui.
Vela-
naviga
fiume,
la tua vita che
passa, scorre via.
Sole al tramonto
e vento
ora è scomparso,e
vento di nulla
che soffia
( qui, la moderna
? inessenza)
morte-sussurra piano-
io non sono nessuno-
non so nemmeno chi io mi sia
poiché i morti
non sanno che sono
morti- non sanno neanche di morire
-per i bambini almeno
-o
per gli eroi le improvvise
morti
perché altrimenti
la mia bellezza è
fatta solo di ultimi
momenti-
lucidità, bellezza
volto-di ciò che io
sarei,senza me stesso.
Oh, tu comprendi
che se acconsento
a vivere-a sembrare
dimenticarti-
è solo
per nutrire il mio dolore
-così che l’apparente
oblio
ruscelli più
orribilmente in lacrime, a un
qualsiasi
momento, in mezzo
a questa vita,quando
tu mi appaia
vero cordoglio nell’
appartamento
-non nel cimitero-
mobili
trovare solo
assenza-
in presenza
degli abitini
- ecc-
no-io non
lascerò
l’inessenza
padre-io
sento che l’inessenza
m’invade

Questi sono alcuni dei frammenti scritti da Mallarmè nel 1879 al capezzale del figlio Anatole, l’unico figlio e morto all’età di 8 anni per un morbo definito come reumatismo infantile.
Si tratta di brevi componimenti molto oscuri: schizzi per un poema
mai iniziato:furono scoperti solo negli anni Cinquanta.
Ciò che qui viene trascritto è la traduzione di una parte di questi frammenti,di questi appunti funebri (in totale ce ne sarebbero una quarantina)ed è opera dallo scrittore PAUL
AUSTER (che poi vide pubblicate queste sue traduzioni nel 1979- cento anni dalla morte di Anatole- sulla rivista Paris Revieu accanto a una foto di Anatole vestito alla marinara)
Questi versi particolari compaiono nel suo libro intitolato L’INVENZIONE DELLA SOLITUDINE, straordinario libro dove vengono vivisezionati i suoi profondi e complessi rapporti con la figura del proprio padre morente e del proprio figlio di due anni che aveva nello stesso periodo corso grave pericolo per una
crisi grave di asma non immediatamente riconosciuta (e anche per questa strana coincidenza e per avere vissuto in prima persona il terrore di una possibile e mai pensata prima perdita del suo bambino Paul Auster inizia il brano in cui compaiono i versi luttuosi di Mallarmè con queste parole “La moderna inessenza. Interludio sulla forza di vite parallele”(Paul Auster scrive anche:”Forse tradurre quella quarantina di frammenti di Mallarmè non voleva dir nulla, ma per lui equivaleva a offrire una preghiera di ringrazamento per la vita di suo figlio. Una preghiera per cosa?Forse al nulla.Alla sua idea della vita.
Alla moderna inessenza.”

UTOPIE MINIMALISTE




Domenica 1 dicembre alla libreria Modusvivendi di Via Quintino Sella 79 (tel. 091323493). Alle 11 viene presentato il libro di Luigi Zoja "Utopie minimaliste" (Chiare Lettere). Con l'autore dialoga Salvatore Cusimano.

Colazione a cura dei nostri partner del gusto Edoardo & Manfredi

Dopo il fallimento delle grandi idee è tempo delle utopie minimaliste:
"Guardarsi dentro e agire in modo più cosciente, giusto, compassionevole".

"Influire sulla qualità della nostra giornata è l’arte più grande." H. D. Thoreau

"Oggi nessuno può illudersi di far trionfare il bene. Ma chi non lotta contro le degenerazioni del nostro tempo perché il compito non è né glorioso né epico manca di vero coraggio." Luigi Zoja



Le utopie massimaliste hanno dominato il secolo scorso. Con la promessa di un mondo migliore hanno acceso passioni viscerali seminando violenze peggiori di quelle che volevano combattere. Ma la nostra società senza utopie, minacciata da un fatalismo di massa, rappresenta uno scenario altrettanto preoccupante. In questo libro Luigi Zoja, da sempre interessato alla psicologia degli eventi sociali, mette in scena una trama finora inesplorata dell’utopia, con una straordinaria ricchezza di riferimenti storici, sociali ed economici. Le utopie minimaliste occupano uno spazio psicologico prima che politico, non impongono modelli dall’esterno ma propongono un cambiamento interiore che passa, tra l’altro, dal rispetto dell’ambiente in cui viviamo, degli altri come anche degli animali, dei ritmi naturali del corpo e della mente. Un lavoro anzitutto di coscienza (nel doppio senso di consapevolezza e moralità), che può disegnare la strada verso un mondo più desiderabile.

Luigi Zoja, saggista e psicoanalista, si è laureato in Economia e ha svolto ricerche anche in ambito storico e sociologico. Tra i suoi libri ricordiamo: IL GESTO DI ETTORE (2000) e PARANOIA (2011), pubblicati da Bollati Boringhieri.

Vi aspettiamo numerosi
Libreria Modusvivendi




Luigi Zoja scrive un libro magnifico col titolo umilmente ambizioso Utopie minimaliste. Un percorso di maturazione per il lettore che allude a un programma di maturazione della società uscita da un secolo massimalista e dai decenni della sua banalizzazione.
L’utopia novecentesca era massimalista nel senso che voleva costruire un uomo nuovo senza forse tener troppo conto della realtà, a partire da modelli di società costruiti in astratto. Nota Zoja che mai come nel periodo in cui la protesta utopista del secolo scorso programmava di abbattere il sistema c’era stata tanta uguaglianza e giustizia sociale in Occidente. E osserva che dagli anni Ottanta invece l’ingiustizia è avanzata ovunque in Occidente senza che la popolazione riuscisse ad articolare una nuova protesta, come se non intendesse più cercare una nuova utopia, in un certo senso abbandonandosi a una sorta di cinismo, a un’incredulità nei confronti del progetto di un mondo migliore. Ma il problema non era l’utopia: era il massimalismo. «Gli errori dell’utopia non andrebbero risolti rinunciando all’utopia, ma rinunciando agli errori».
La sua proposta è l’utopia minimalista. «Una idea di uomo nuovo prodotta dall’esterno è poco praticabile e pericolosa. Una utopia minimalista dovrebbe invece favorire novità interiori all’uomo, valorizzando doti umane che già sono in lui». Un percorso di “saggezza” non un percorso di arricchimento o di raggiungimento di vantaggi misurabili: «Naturalmente la sincerità, la serenità, il superamento dell’ansia, la tenerezza, l’amore stesso, il fare bene le cose quotidiane non accrescono direttamente il Pil di una nazione. E proprio la precedenza data al Pil è una delle caratteristiche che hanno finito coll’accoumunare i diversi programmi politici, rendendoli sempre meno distinguibili e più estranei ai nostri bisogni istintivi». Ecco un video nel quale Zoja parla del suo libro:
L’utopia minimalista è in realtà l’utopia nella sua essenza. Perché l’utopia autentica non si confonde con il programma politico e soprattutto non si pensa come programma politico irrealizzabile. L’utopia è una spinta ideale verso il miglioramento della qualità della convivenza; e nella contemporaneità ha assunto funzioni ulteriori man mano che la consapevolezza degli utopisti si è estesa alla necessità di migliorare la qualità dell’equilibrio ambientale.
Forse si può dire che, alcuni ecologisti hanno portato avanti una cultura della qualità ambientale contro ogni preconcetto e abitudine mentale, arrivando a diffondere i segni della loro utopia a larghe maggioranze di persone solo dopo aver affrontato lunghi decenni di lavoro pienamente utopistico. Ma non sarebbero riusciti se non avessero trovato il modo di collegare l’idea ecologista non solo al tema tecnico dell’equilibrio ambientale ma anche alla sua conseguenza interiore, mostrando l’ecologia come un percorso di miglioramento delle persone che consentiva di riconoscere nel percorso verso la consapevolezza ambientale anche una sorta di percorso di saggezza, un arricchimento culturale e una via per la ricerca della felicità.
Al centro dell’idea proposta da Zoja c’è il concetto di “individuazione” proposto da Carl Gustav Jung. «Più ancora che clinico, il suo valore è etico e sociale». Il processo di individuazione «ha per meta lo sviluppo della personalità individuale». La persona che diventa autore della propria vita, invece che vivere una vita il cui copione è scritto da altri.
Il vasto paesaggio interiore e politico che Zoja traccia con le sue argomentazioni mostra angoli di storia sociale ed intellettuale che appaiono profondamente godibili. Come la rivisitazione dell’esperienza del Che Guevara, di Borges e di altri grandi personaggi del Novecento. E come il ricordo del leggendario dibattito tra Michel Foucault e Noam Chomsky che una televisione olandese trasmise nel 1971. Eccolo qui: