“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
29 novembre 2013
LETTERA DI FRANCO FORTINI
Lettera
Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
Come vincerà me, che ti somiglio.
Padre, i tuoi gesti sono aria nell'aria
Come le mie parole vento nel vento.
Padre, ti hanno umiliato tradito, spogliato;
Nessuno t'ha guardato per aiutarti.
Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
Padre, il più triste dei miei fratelli, padre,
Il tuo figliuolo ancora trema del tuo tremore
Come quel giorno d'infanzia di pioggia e paura
Pallido tra gli ululati del rabbino contorto
Perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.
Ma quello che tu non dici devo io dirlo per te
Al trono della luce che consuma i miei giorni.
Per questo è partito tuo figlio: e ora insieme ai compagni
Cerca le strade bianche di Galilea.
Franco Fortini
1944
da "Foglio di via e altri versi", Einaudi 1967
VIVA PAPA FRANCESCO!
La sfida del Papa: «No al dio mercato»
di Domenico Rosati 27 Novembre 2013
26
È racchiusa in 224 pagine la «rivoluzione gentile» di Papa Francesco. La sua Esortazione apostolica «Evangelii Gaudium» rappresenta un vero manifesto del suo pontificato. Formalmente è dedicata alla «nuova evangelizzazione» al termine dell’Anno della Fede e a come annunciare il Vangelo al mondo di oggi, ma nei suoi cinque capitoli Papa Francesco non solo indica un modello preciso di Chiesa «aperta», «gioiosa», che sappia incontrare i lontani, fedele al Vangelo e con un rapporto preferenziale per i poveri. Che sappia uscire dalla sua autoreferenzialità, dal rischio della mondanità e sia aperta al cambiamento.
Esprime un punto di vista preciso sulla crisi globale e su come rispondere alla domanda di vera giustizia e di pace. La sua «Esortazione» non è un documento politico, ma richiama un punto di vista preciso verso ciò che offende la dignità dell’uomo e dei Popoli. Alle questioni sociali Bergoglio dedica due dei cinque capitoli del documento, il secondo e il quarto. Si coglie l’esperienza vissuta nella sua Argentina colpita duramente dalla crisi economica internazionale nella sua critica esplicita al «feticismo del denaro» e «alla dittatura di un’economia senza volto e senza scopo veramente umano», nuova e spietata versione dell’«adorazione dell’antico vitello d’oro». Stigmatizza l’attuale sistema economico che «è ingiusto alla radice» (59), «questa economia che uccide» perché prevale la «legge del più forte». Torna sulla cultura dello «scarto» che ha creato «qualcosa di nuovo» e drammatico: «Gli esclusi, che non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (53). Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando «all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della “inequità” insiste non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema». E indica proprio nell’«inequità», la radici dei mali sociali.
La Chiesa non può restare indifferente a tali ingiustizie. «L’economia non può più ricorrere a rimedi che siano un nuovo veleno, come quando si retende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando un tal modo nuovi esclusi». Dedica pagine alla denuncia della «nuova tirannia invisibile, a volte virtuale» in cui si vive è quella a «un “mercato divinizzato”, dove regnano “speculazione finanziaria”, “corruzione ramificata”, “evasione fiscale egoista”» (56). Ricorda come il possesso privato dei beni si giustifica «per custodirli e accrescerli», ma «in modo che servano meglio al bene comune». Le rivendicazioni sociali, che hanno a che fare con la distribuzione delle entrate, l’inclusione sociale dei poveri e i diritti umani osserva non possono essere soffocate con il pretesto di costruire un’effimera pace «per una minoranza felice».
Chiede giustizia vera e non fa sconti il «vescovo di Roma». Invita ad avere cura dei più deboli: «i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati» e i migranti, per cui esorta i Paesi «ad una generosa apertura» (210). Parla delle vittime della tratta e di nuove forme di schiavismo: «Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta» (211). Ricorda il dramma delle donne doppiamente povere che «soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza» (212). In questa difesa della dignità della vita umana il Papa conferma la condanna dell’aborto. «Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando la vita umana». Aggiunge che però si è «fatto poco per accompagnare le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie».
Rivendica il diritto dovere della Chiesa ad intervenire su questi temi e chiede a Dio «che cresca il numero di politici capaci di sanare le radici profonde e non l’apparenza dei mali del nostro mondo, più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri».
LA DEMOCRAZIA IN PRESA DIRETTA...
Quando la democrazia funziona in presa diretta
di Nadia Urbinati 28 Novembre 2013
L’anticipazioni da un saggio di Nadia Urbinati
(Democrazia in diretta. Le nuove sfide alla rappresentanza ,Feltrinelli) sulla crisi della rappresentanza. La Repubblica, 28 novembre 2013
L’11 marzo 2013, il parlamento ungherese ha approvato modifiche sostanziali alla Costituzione che limitano i poteri dell’Alta corte e le libertà civili. Il procedimento di revisione è stato promosso dal Partito nazional-populista Fidesz che controlla la maggioranza dei seggi in parlamento. Tra i ventidue articoli modificati spiccano quelli che rendono lecite le limitazioni della libertà d’espressione (...). Alle preoccupazioni sollevate dai rappresentanti dell’Unione europea, Viktor Orbán, leader della maggioranza, ha risposto (...): «La gente si preoccupa delle bollette, non della Costituzione ».
Pochi mesi prima, il 20 ottobre 2012, in Islanda i cittadini approvavano con referendum la nuova Costituzione. Al testo erano giunti dopo un processo radicalmente democratico e non pilotato da una maggioranza parlamentare. Nel 2009, un anno dopo lo scoppio della crisi finanziaria che atterrò l’economia islandese, per iniziativa di alcune associazioni della società civile, un’Assemblea di millecinquecento persone (in maggioranza sorteggiate) si riunì per discutere e poi suggerire i punti della riforma della Costituzione. L’anno successivo, un Consiglio costituzionale veniva eletto a suffragio universale in base a candidature che escludevano parlamentari e membri dei partiti. I venticinque eletti, non politici di professione ma ordinari cittadini, giunsero all’approvazione della nuova carta dopo una diretta discussione con i cittadini tramite Facebook e Twitter. (...) Due storie che testimoniano la schizofrenia nella quale il sistema democratico si dibatte. Le democrazie contemporanee manifestano un sorprendente paradosso: il sistema democratico gode di un sostegno egemonico e perfino di un’attrattiva universale (...), eppure le sue esistenti forme di funzionamento sono sotto pressione a causa in primo luogo di un declino di legittimità. (...)
L’11 marzo 2013, il parlamento ungherese ha approvato modifiche sostanziali alla Costituzione che limitano i poteri dell’Alta corte e le libertà civili. Il procedimento di revisione è stato promosso dal Partito nazional-populista Fidesz che controlla la maggioranza dei seggi in parlamento. Tra i ventidue articoli modificati spiccano quelli che rendono lecite le limitazioni della libertà d’espressione (...). Alle preoccupazioni sollevate dai rappresentanti dell’Unione europea, Viktor Orbán, leader della maggioranza, ha risposto (...): «La gente si preoccupa delle bollette, non della Costituzione ».
Pochi mesi prima, il 20 ottobre 2012, in Islanda i cittadini approvavano con referendum la nuova Costituzione. Al testo erano giunti dopo un processo radicalmente democratico e non pilotato da una maggioranza parlamentare. Nel 2009, un anno dopo lo scoppio della crisi finanziaria che atterrò l’economia islandese, per iniziativa di alcune associazioni della società civile, un’Assemblea di millecinquecento persone (in maggioranza sorteggiate) si riunì per discutere e poi suggerire i punti della riforma della Costituzione. L’anno successivo, un Consiglio costituzionale veniva eletto a suffragio universale in base a candidature che escludevano parlamentari e membri dei partiti. I venticinque eletti, non politici di professione ma ordinari cittadini, giunsero all’approvazione della nuova carta dopo una diretta discussione con i cittadini tramite Facebook e Twitter. (...) Due storie che testimoniano la schizofrenia nella quale il sistema democratico si dibatte. Le democrazie contemporanee manifestano un sorprendente paradosso: il sistema democratico gode di un sostegno egemonico e perfino di un’attrattiva universale (...), eppure le sue esistenti forme di funzionamento sono sotto pressione a causa in primo luogo di un declino di legittimità. (...)
Dall’Italia viene il terzo esempio. A partire dai primi anni del
ventunesimo secolo, Beppe Grillo, già conosciuto al largo pubblico per
la sua attività di comico, negli anni novanta si è fatto promotore di un
movimento di denuncia satirica del fenomeno di corruzione politica a
cascata che Tangentopoli ha messo davanti agli occhi della pubblica
opinione. In pochi anni, da cantastorie di piazza la sua attività si è
trasformata nel 2005 in vera e propria agitazione politica, grazie alla
creazione di un blog personale (beppegrillo.it), progettato e gestito
dall’azienda di Gianroberto Casaleggio.(...)
A pochi anni dalla sua fondazione, il movimento di Grillo ha operato la
trasformazione da movimento di opinione a movimento politico, senza
perdere la sua originaria identità non partitica e poi sempre più
antipartitica. (...) Pur non avendo riscritto la Costituzione formale,
il M5S ha riscritto una parte importante della pratica politica
organizzata e gestita dai partiti, introducendo un elemento di
“direttezza” nella democrazia rappresentativa, dando vita a quel che con
un ossimoro chiamerò democrazia rappresentativa in diretta. Alcuni
studiosi propongono di includere questo tipo di movimento nel fenomeno
populista, altri invece sostengono che, benché condivida alcuni temi
propri dei populismi di destra (per esempio, l’avversione per gli
immigrati e l’antieuropeismo), si tratti tuttavia di un soggetto
politico di nuovo tipo, caratterizzato non dall’appello al popolo ma
dall’orizzontalità comunicativa tra cittadini. (...) Possiamo intanto
dire che la democrazia cambia di segno con l’avanzare della politica
web-diretta, la quale fa rinascere, trasformandolo, il mito
dell’autogoverno diretto (l’antica promessa democratica dell’autonomia),
con il rischio tuttavia di generare forme politiche identitarie,
demagogiche o populistiche, modi di fare politica che escludono e
discriminano, che gettano le basi, come in Ungheria, di una vera e
propria tirannia della maggioranza. Ma l’appello all’autogoverno diretto
non è un ritorno all’antico e nemmeno una rinascita delle forme
assembleari di democrazia proprie della contestazione studentesca e
operaia degli anni sessanta (...). È invece una nuova e aggiornata
rinascita partecipazionista che non rifiuta le forme indirette di
partecipazione, come la rappresentanza parlamentare e il suffragio
elettorale, ma le cambia, le adatta, le stravolge (...). Democrazia
rappresentativa diretta vuole essere democrazia elettorale in-diretta,
dunque, senza i partiti politici e attuata attraverso movimenti in rete
che raccordano il dentro e il fuori delle istituzioni, ma senza alcun
controllo sulle forme di questo raccordo, senza alcuna certezza
procedurale che esso sia realizzato secondo regole che danno ai
cittadini un potere censorio non aleatorio o invece secondo il ruolo
preminente degli animatori della rete o, come nel caso del M5S, dei
proprietari privati del blog.
Nadia Urbinati
I FANTASMI DI CORRADO AUGIAS
I fantasmi di Corrado Stajano
29 novembre 2013 Pubblicato su leparoleelecose
di Clotilde Bertoni
La stanza di un’abitazione privata,
gremita di fotografie, riproduzioni, utensili misteriosi; e la loro
capacità di squarciare il passato, di restituirne ampi periodi e singoli
momenti: il nuovo libro di Corrado Stajano, intitolato appunto La stanza dei fantasmi
(Garzanti, pp. 273, E 18,00), esplora con rara intensità la funzione
evocativa degli oggetti, in grado di sprigionare suggestioni impensate,
di custodire i ricordi consapevoli e di ridestare quelli inconsci, di
trattenere o resuscitare interi mondi.
Se il libro prende le mosse da una
dimensione personale e intima, in Stajano molto insolita, la oltrepassa
però subito: le «memorie imbrogliate» che gli oggetti suscitano e le
pagine dipanano agganciano costantemente la sfera privata a quella
pubblica, le cronache familiari alla storia collettiva; il circoscritto
spazio domestico si apre a un’avvincente e struggente ricognizione di
altri spazi e tempi, alimentata da quella tensione critica, da quello
slancio di denunzia che hanno innervato sempre la produzione
dell’autore.
Un insieme di oggetti disparati – lo
strumento di un veterinario, un mucchietto di foto, due schegge di bombe
un tempo raccattate dallo zerbino di una cucina – rialza il sipario
sulla Cremona e sui paesi circostanti patria della famiglia materna,
sollecitando la ricostruzione della vita di un nonno agricoltore mai
conosciuto, alcune reminiscenze della propria fanciullezza di «Tonio
Kröger di provincia», ma anche l’inquadratura di un arco storico che va
dalla grande guerra al fascismo alla liberazione. Un modellino in legno
per un macchinario industriale riporta alla mente l’incontro con
l’operaio che l’aveva costruito, Guido Alasia, padre del Walter
brigatista giovanissimo, divenuto in rapida sequenza assassino e vittima
durante uno scontro mai del tutto chiarito con la polizia; e apre uno
spaccato sulla prima fase degli anni di piombo (alla cui ultima stagione
Stajano ha dedicato invece un altro incisivo libro, L’Italia nichilista).
Da una carta geografica della Sicilia, terra d’origine del padre,
«isola amata e disamata», si irradiano memorie eterogenee, i soggiorni
estivi di ragazzo, un’intervista a Lucio Piccolo, le sofferte indagini
sul fenomeno mafioso.
È invece un’associazione particolarmente
sinuosa a dar vita al capitolo più direttamente autobiografico, vero
centro nevralgico del volume: una riproduzione dell’Auriga di Delfi,
emblema di un ricordo mancato, di una visita non avvenuta al museo che
lo custodisce, risveglia il ricordo bruciante del «lunghissimo giorno di
paura» che l’aveva resa impossibile, il 21 aprile 1967, in cui l’autore
e sua moglie (la fotografa Giovanna Borgese), giovane coppia in vacanza
ad Atene, assistono sconvolti in diretta al golpe dei colonnelli;
giorno di cui il testo ripercorre le diverse tappe e gli stridenti
contrasti, la sovrapposizione alla radio dei decreti liberticidi e degli
slogan di propaganda, l’alternanza tra i momenti di terrore (la corsa
per strada tra gli spari) e quelli surreali (l’incontro con l’ancora
ignaro ambasciatore italiano che ascolta distratto le notizie sfogliando
la sua agenda), e soprattutto il passaggio dal senso iniziale di
straniamento – che così spesso accompagna l’esperienza ravvicinata delle
grandi svolte storiche – a un senso crescente di indignazione partecipe
che segnerà la definitiva vocazione alla scrittura impegnata e al
lavoro di inchiesta («La Grecia fu una grande passione, il mio ’68.
[...] Com’erano stati evanescenti, prima di allora, quei temi che poi mi
appassioneranno, l’ingiustizia, la difesa dei diritti, la
sopraffazione, la violenza, l’esclusione»).
Un lavoro di inchiesta, quello di
Stajano, tanto più penetrante perché capace di illuminare dinamiche
differenti di sopruso e facce altrettanto differenti del dolore, di
inoltrarsi negli stati d’eccezione quanto nel lungo corso della vita
quotidiana. Capacità più che mai resistente e vivida in questo libro:
l’oppressione del fascismo ha non solo il volto ribaldo del duce e dei
gerarchi, ma anche quello placidamente opportunista della grassa
borghesia cremonese che «struscia ai piedi» del ras Farinacci (per poi
rimuovere la propria ventennale complicità con una frettolosa
epurazione); al martirio lancinante dei partigiani e dei deportati si
affianca quello sgranato giorno per giorno dei contadini privi di ogni
diritto, sbalzati dalla prigionia delle cascine a quella delle trincee;
la scia di sangue degli anni di piombo si intreccia a una scia meno
vistosa di angherie sottili, come quelle inflitte ai familiari di Walter
Alasia, al fratello oggetto di discriminazione sul luogo di lavoro, ai
genitori nel momento della tragedia ignorati dal loro partito, un
imbarazzato Pci (che avrebbero ugualmente continuato a votare); il
potere della mafia è individuato, ancor più che nell’aperta brutalità
del crimine, nella vischiosa rete di connivenze e affari intessuta nella
sua ombra; la rievocazione della lotta antimafiosa accosta ai nomi
sacri di Falcone e Borsellino quelli di eroi precedenti assai meno
celebrati, caduti per le strade del centro di Palermo, quasi tutti
lasciati senza protezione allora, spesso cancellati dalla memoria
adesso, come il procuratore Gaetano Costa, ucciso mentre curiosava tra
bancarelle di libri poco tempo dopo aver firmato da solo decine di
ordini di cattura, come il Pio La Torre sempre in prima linea,
coraggioso autore di leggi decisive, assassinato mentre si recava al
lavoro insieme al compagno di partito Rosario Di Salvo, e come parecchi
altri ancora.
L’ibridazione tra il taglio saggistico e
quello narrativo è sorvegliatissima, esclude risolutamente dilatazioni o
deformazioni romanzesche, resta lontana dalle tipologie di non fiction attualmente
più diffuse; eppure, il libro va continuamente oltre la rigidità dei
dati oggettivi e dei fatti accertati, continuamente esprime la
persuasione che «i documenti sono soltanto scheletri che vanno nutriti
di carne». Innanzitutto, con l’energia di una prosa serrata e densa,
insieme sobria e incandescente; e poi con saltuari ricorsi alla
fantasia, che prendono però non la forma imperiosa dell’invenzione, ma
quella inquieta della congettura aperta: i vari interrogativi posti dal
racconto – sull’atteggiamento verso il fascismo del nonno, self made man «con
il genio della terra», su cosa passava nel cuore di tre partigiani
immortalati in una foto (avuta in dono da Nuto Revelli) mentre si
avviavano alla fucilazione, sulle ragioni che portarono velocemente
Walter Alasia dalla contestazione al terrorismo – restano sospesi, e
tanto più perciò pungolano le emozioni e il pensiero.
Inoltre – come in molte altre opere dell’autore, dalla più celebre, Un eroe borghese, alla più recente, La città degli untori
– la letteratura è un persistente punto di riferimento: i libri, che
insieme agli oggetti popolano la stanza dei fantasmi, passano a popolare
le pagine del testo, evocati fugacemente (l’aggettivo «dolceridente»
coniato da Alceo per Saffo, riservato a un’immagine della madre
ragazza), o invece estesamente citati, volti a enucleare sensi profondi
del discorso: da un brano del Grand Meaulnes di Alain-Fournier
sulle atmosfere magiche e misteriose della provincia, alle parole del
principe Andrej tolstojano sulla follia della guerra, fino al «riaffluir
di sogni» agognato nel componimento di Montale Riviere, su cui
il volume termina, come a schiudere nello sguardo amarissimo sul nostro
paese «rotto e corrotto», uno spiraglio di speranza, un auspicio di
rigenerazione.
[Questo articolo è già uscito su «alias - il manifesto»].
28 novembre 2013
IL DOLORE DI MALLARME'
Dal sito http://viadellebelledonne.wordpress.com/2013/11/29/mallarmealcuni-frammenti-sulla-inessenza/ riprendo questi straordinari versi:
Tu puoi, con le tue piccole
mani, trascinarmi
nella tomba- tu
ne hai diritto-
io-
che ti seguo, io
mi lascio andare-
ma se tu
lo desideri , entrambi noi,
lascia che noi facciamo…
un’alleanza
un imene, superbo
e la vita
che dentro mi rimane
la userò per –
mani, trascinarmi
nella tomba- tu
ne hai diritto-
io-
che ti seguo, io
mi lascio andare-
ma se tu
lo desideri , entrambi noi,
lascia che noi facciamo…
un’alleanza
un imene, superbo
e la vita
che dentro mi rimane
la userò per –
no-nulla
a che vedere con le grandi
morti- ecc
fino a che noi
saremo vivi, egli
vivrà- dentro di noi
solo dopo la nostra
morte lui sarà morto
-e le campane
a morto suoneranno per lui.
a che vedere con le grandi
morti- ecc
fino a che noi
saremo vivi, egli
vivrà- dentro di noi
solo dopo la nostra
morte lui sarà morto
-e le campane
a morto suoneranno per lui.
Vela-
naviga
fiume,
la tua vita che
passa, scorre via.
naviga
fiume,
la tua vita che
passa, scorre via.
Sole al tramonto
e vento
ora è scomparso,e
vento di nulla che soffia
( qui, la moderna
? inessenza)
e vento
ora è scomparso,e
vento di nulla che soffia
( qui, la moderna
? inessenza)
morte-sussurra piano-
io non sono nessuno-
non so nemmeno chi io mi sia
poiché i morti
non sanno che sono
morti- non sanno neanche di morire
-per i bambini almeno
-o
per gli eroi le improvvise
morti
perché altrimenti
la mia bellezza è
fatta solo di ultimi momenti-
lucidità, bellezza
volto-di ciò che io
sarei,senza me stesso.
io non sono nessuno-
non so nemmeno chi io mi sia
poiché i morti
non sanno che sono
morti- non sanno neanche di morire
-per i bambini almeno
-o
per gli eroi le improvvise
morti
perché altrimenti
la mia bellezza è
fatta solo di ultimi momenti-
lucidità, bellezza
volto-di ciò che io
sarei,senza me stesso.
Oh, tu comprendi
che se acconsento
a vivere-a sembrare
dimenticarti-
è solo
per nutrire il mio dolore
-così che l’apparente
oblio
ruscelli più
orribilmente in lacrime, a un
qualsiasi
momento, in mezzo
a questa vita,quando
tu mi appaia
che se acconsento
a vivere-a sembrare
dimenticarti-
è solo
per nutrire il mio dolore
-così che l’apparente
oblio
ruscelli più
orribilmente in lacrime, a un
qualsiasi
momento, in mezzo
a questa vita,quando
tu mi appaia
vero cordoglio nell’
appartamento
-non nel cimitero-
mobili
appartamento
-non nel cimitero-
mobili
trovare solo
assenza-
in presenza
degli abitini
- ecc-
assenza-
in presenza
degli abitini
- ecc-
no-io non
lascerò
l’inessenza
padre-io
sento che l’inessenza
m’invade
lascerò
l’inessenza
padre-io
sento che l’inessenza
m’invade
Questi sono alcuni dei frammenti
scritti da Mallarmè nel 1879 al capezzale del figlio Anatole, l’unico
figlio e morto all’età di 8 anni per un morbo definito come reumatismo
infantile.
Si tratta di brevi componimenti molto oscuri: schizzi per un poema
mai iniziato:furono scoperti solo negli anni Cinquanta.
Ciò che qui viene trascritto è la traduzione di una parte di questi frammenti,di questi appunti funebri (in totale ce ne sarebbero una quarantina)ed è opera dallo scrittore PAUL
AUSTER (che poi vide pubblicate queste sue traduzioni nel 1979- cento anni dalla morte di Anatole- sulla rivista Paris Revieu accanto a una foto di Anatole vestito alla marinara)
Questi versi particolari compaiono nel suo libro intitolato L’INVENZIONE DELLA SOLITUDINE, straordinario libro dove vengono vivisezionati i suoi profondi e complessi rapporti con la figura del proprio padre morente e del proprio figlio di due anni che aveva nello stesso periodo corso grave pericolo per una
crisi grave di asma non immediatamente riconosciuta (e anche per questa strana coincidenza e per avere vissuto in prima persona il terrore di una possibile e mai pensata prima perdita del suo bambino Paul Auster inizia il brano in cui compaiono i versi luttuosi di Mallarmè con queste parole “La moderna inessenza. Interludio sulla forza di vite parallele”(Paul Auster scrive anche:”Forse tradurre quella quarantina di frammenti di Mallarmè non voleva dir nulla, ma per lui equivaleva a offrire una preghiera di ringrazamento per la vita di suo figlio. Una preghiera per cosa?Forse al nulla.Alla sua idea della vita. Alla moderna inessenza.”
Si tratta di brevi componimenti molto oscuri: schizzi per un poema
mai iniziato:furono scoperti solo negli anni Cinquanta.
Ciò che qui viene trascritto è la traduzione di una parte di questi frammenti,di questi appunti funebri (in totale ce ne sarebbero una quarantina)ed è opera dallo scrittore PAUL
AUSTER (che poi vide pubblicate queste sue traduzioni nel 1979- cento anni dalla morte di Anatole- sulla rivista Paris Revieu accanto a una foto di Anatole vestito alla marinara)
Questi versi particolari compaiono nel suo libro intitolato L’INVENZIONE DELLA SOLITUDINE, straordinario libro dove vengono vivisezionati i suoi profondi e complessi rapporti con la figura del proprio padre morente e del proprio figlio di due anni che aveva nello stesso periodo corso grave pericolo per una
crisi grave di asma non immediatamente riconosciuta (e anche per questa strana coincidenza e per avere vissuto in prima persona il terrore di una possibile e mai pensata prima perdita del suo bambino Paul Auster inizia il brano in cui compaiono i versi luttuosi di Mallarmè con queste parole “La moderna inessenza. Interludio sulla forza di vite parallele”(Paul Auster scrive anche:”Forse tradurre quella quarantina di frammenti di Mallarmè non voleva dir nulla, ma per lui equivaleva a offrire una preghiera di ringrazamento per la vita di suo figlio. Una preghiera per cosa?Forse al nulla.Alla sua idea della vita. Alla moderna inessenza.”
UTOPIE MINIMALISTE
Domenica 1 dicembre alla libreria Modusvivendi di Via Quintino Sella 79 (tel. 091323493). Alle 11 viene presentato il libro di Luigi Zoja "Utopie minimaliste" (Chiare Lettere). Con l'autore dialoga Salvatore Cusimano.
Colazione a cura dei nostri partner del gusto Edoardo & Manfredi
Dopo il fallimento delle grandi idee è tempo delle utopie minimaliste:
"Guardarsi dentro e agire in modo più cosciente, giusto, compassionevole".
"Influire sulla qualità della nostra giornata è l’arte più grande." H. D. Thoreau
"Oggi nessuno può illudersi di far trionfare il bene. Ma chi non lotta contro le degenerazioni del nostro tempo perché il compito non è né glorioso né epico manca di vero coraggio." Luigi Zoja
Le utopie massimaliste hanno dominato il secolo scorso. Con la promessa di un mondo migliore hanno acceso passioni viscerali seminando violenze peggiori di quelle che volevano combattere. Ma la nostra società senza utopie, minacciata da un fatalismo di massa, rappresenta uno scenario altrettanto preoccupante. In questo libro Luigi Zoja, da sempre interessato alla psicologia degli eventi sociali, mette in scena una trama finora inesplorata dell’utopia, con una straordinaria ricchezza di riferimenti storici, sociali ed economici. Le utopie minimaliste occupano uno spazio psicologico prima che politico, non impongono modelli dall’esterno ma propongono un cambiamento interiore che passa, tra l’altro, dal rispetto dell’ambiente in cui viviamo, degli altri come anche degli animali, dei ritmi naturali del corpo e della mente. Un lavoro anzitutto di coscienza (nel doppio senso di consapevolezza e moralità), che può disegnare la strada verso un mondo più desiderabile.
Luigi Zoja, saggista e psicoanalista, si è laureato in Economia e ha svolto ricerche anche in ambito storico e sociologico. Tra i suoi libri ricordiamo: IL GESTO DI ETTORE (2000) e PARANOIA (2011), pubblicati da Bollati Boringhieri.
Vi aspettiamo numerosi
Libreria Modusvivendi
Luigi Zoja scrive un libro magnifico col titolo umilmente ambizioso Utopie minimaliste.
Un percorso di maturazione per il lettore che allude a un programma di
maturazione della società uscita da un secolo massimalista e dai decenni
della sua banalizzazione.
L’utopia novecentesca era massimalista nel senso che voleva costruire un uomo nuovo senza forse tener troppo conto della realtà, a partire da modelli di società costruiti in astratto. Nota Zoja che mai come nel periodo in cui la protesta utopista del secolo scorso programmava di abbattere il sistema c’era stata tanta uguaglianza e giustizia sociale in Occidente. E osserva che dagli anni Ottanta invece l’ingiustizia è avanzata ovunque in Occidente senza che la popolazione riuscisse ad articolare una nuova protesta, come se non intendesse più cercare una nuova utopia, in un certo senso abbandonandosi a una sorta di cinismo, a un’incredulità nei confronti del progetto di un mondo migliore. Ma il problema non era l’utopia: era il massimalismo. «Gli errori dell’utopia non andrebbero risolti rinunciando all’utopia, ma rinunciando agli errori».
La sua proposta è l’utopia minimalista. «Una idea di uomo nuovo prodotta dall’esterno è poco praticabile e pericolosa. Una utopia minimalista dovrebbe invece favorire novità interiori all’uomo, valorizzando doti umane che già sono in lui». Un percorso di “saggezza” non un percorso di arricchimento o di raggiungimento di vantaggi misurabili: «Naturalmente la sincerità, la serenità, il superamento dell’ansia, la tenerezza, l’amore stesso, il fare bene le cose quotidiane non accrescono direttamente il Pil di una nazione. E proprio la precedenza data al Pil è una delle caratteristiche che hanno finito coll’accoumunare i diversi programmi politici, rendendoli sempre meno distinguibili e più estranei ai nostri bisogni istintivi». Ecco un video nel quale Zoja parla del suo libro:
L’utopia minimalista è in realtà l’utopia nella sua essenza. Perché l’utopia autentica non si confonde con il programma politico e soprattutto non si pensa come programma politico irrealizzabile. L’utopia è una spinta ideale verso il miglioramento della qualità della convivenza; e nella contemporaneità ha assunto funzioni ulteriori man mano che la consapevolezza degli utopisti si è estesa alla necessità di migliorare la qualità dell’equilibrio ambientale.
Forse si può dire che, alcuni ecologisti hanno portato avanti una cultura della qualità ambientale contro ogni preconcetto e abitudine mentale, arrivando a diffondere i segni della loro utopia a larghe maggioranze di persone solo dopo aver affrontato lunghi decenni di lavoro pienamente utopistico. Ma non sarebbero riusciti se non avessero trovato il modo di collegare l’idea ecologista non solo al tema tecnico dell’equilibrio ambientale ma anche alla sua conseguenza interiore, mostrando l’ecologia come un percorso di miglioramento delle persone che consentiva di riconoscere nel percorso verso la consapevolezza ambientale anche una sorta di percorso di saggezza, un arricchimento culturale e una via per la ricerca della felicità.
Al centro dell’idea proposta da Zoja c’è il concetto di “individuazione” proposto da Carl Gustav Jung. «Più ancora che clinico, il suo valore è etico e sociale». Il processo di individuazione «ha per meta lo sviluppo della personalità individuale». La persona che diventa autore della propria vita, invece che vivere una vita il cui copione è scritto da altri.
Il vasto paesaggio interiore e politico che Zoja traccia con le sue argomentazioni mostra angoli di storia sociale ed intellettuale che appaiono profondamente godibili. Come la rivisitazione dell’esperienza del Che Guevara, di Borges e di altri grandi personaggi del Novecento. E come il ricordo del leggendario dibattito tra Michel Foucault e Noam Chomsky che una televisione olandese trasmise nel 1971. Eccolo qui:
L’utopia novecentesca era massimalista nel senso che voleva costruire un uomo nuovo senza forse tener troppo conto della realtà, a partire da modelli di società costruiti in astratto. Nota Zoja che mai come nel periodo in cui la protesta utopista del secolo scorso programmava di abbattere il sistema c’era stata tanta uguaglianza e giustizia sociale in Occidente. E osserva che dagli anni Ottanta invece l’ingiustizia è avanzata ovunque in Occidente senza che la popolazione riuscisse ad articolare una nuova protesta, come se non intendesse più cercare una nuova utopia, in un certo senso abbandonandosi a una sorta di cinismo, a un’incredulità nei confronti del progetto di un mondo migliore. Ma il problema non era l’utopia: era il massimalismo. «Gli errori dell’utopia non andrebbero risolti rinunciando all’utopia, ma rinunciando agli errori».
La sua proposta è l’utopia minimalista. «Una idea di uomo nuovo prodotta dall’esterno è poco praticabile e pericolosa. Una utopia minimalista dovrebbe invece favorire novità interiori all’uomo, valorizzando doti umane che già sono in lui». Un percorso di “saggezza” non un percorso di arricchimento o di raggiungimento di vantaggi misurabili: «Naturalmente la sincerità, la serenità, il superamento dell’ansia, la tenerezza, l’amore stesso, il fare bene le cose quotidiane non accrescono direttamente il Pil di una nazione. E proprio la precedenza data al Pil è una delle caratteristiche che hanno finito coll’accoumunare i diversi programmi politici, rendendoli sempre meno distinguibili e più estranei ai nostri bisogni istintivi». Ecco un video nel quale Zoja parla del suo libro:
L’utopia minimalista è in realtà l’utopia nella sua essenza. Perché l’utopia autentica non si confonde con il programma politico e soprattutto non si pensa come programma politico irrealizzabile. L’utopia è una spinta ideale verso il miglioramento della qualità della convivenza; e nella contemporaneità ha assunto funzioni ulteriori man mano che la consapevolezza degli utopisti si è estesa alla necessità di migliorare la qualità dell’equilibrio ambientale.
Forse si può dire che, alcuni ecologisti hanno portato avanti una cultura della qualità ambientale contro ogni preconcetto e abitudine mentale, arrivando a diffondere i segni della loro utopia a larghe maggioranze di persone solo dopo aver affrontato lunghi decenni di lavoro pienamente utopistico. Ma non sarebbero riusciti se non avessero trovato il modo di collegare l’idea ecologista non solo al tema tecnico dell’equilibrio ambientale ma anche alla sua conseguenza interiore, mostrando l’ecologia come un percorso di miglioramento delle persone che consentiva di riconoscere nel percorso verso la consapevolezza ambientale anche una sorta di percorso di saggezza, un arricchimento culturale e una via per la ricerca della felicità.
Al centro dell’idea proposta da Zoja c’è il concetto di “individuazione” proposto da Carl Gustav Jung. «Più ancora che clinico, il suo valore è etico e sociale». Il processo di individuazione «ha per meta lo sviluppo della personalità individuale». La persona che diventa autore della propria vita, invece che vivere una vita il cui copione è scritto da altri.
Il vasto paesaggio interiore e politico che Zoja traccia con le sue argomentazioni mostra angoli di storia sociale ed intellettuale che appaiono profondamente godibili. Come la rivisitazione dell’esperienza del Che Guevara, di Borges e di altri grandi personaggi del Novecento. E come il ricordo del leggendario dibattito tra Michel Foucault e Noam Chomsky che una televisione olandese trasmise nel 1971. Eccolo qui:
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