Il bellissimo film di Mario Martone QUI RIDO IO stimola la curiosità di ogni spettatore a saperne di più sulla vita e sui numerosi amori del grande attore napoletano. Così, dopo una sommaria ricerca, ho appreso la storia seguente. (fv)
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Antonio Gramsci
Il bellissimo film di Mario Martone QUI RIDO IO stimola la curiosità di ogni spettatore a saperne di più sulla vita e sui numerosi amori del grande attore napoletano. Così, dopo una sommaria ricerca, ho appreso la storia seguente. (fv)
L' altra sera ho visto a Palermo l'ultimo bellissimo film del regista napoletano Mario Martone dedicato alla figura di Eduardo Scarpetta. Di seguito una breve recensione del critico cinematografico Roberto Chiesi:
Piero Bevilacqua, storico meridionalista e scrittore, ha orchestrato un dialogo impossibile tra alcuni giganti del pensiero moderno, altrettanti spettri convocati nel 2021 in una sontuosa dimora vicino Parigi, dal visconte Alexis de Tocqueville: Illustri fantasmi nel castello di Tocqueville (Castelvecchi), e lo ha fatto con gusto letterario, sapiente messinscena e senso dei dialoghi.
Di fronte a noi sfilano Marx, Burke, Nietzsche, Lenin, Rosa Luxemburg, Gramsci, Friedman… tutti molto informati sulle trasformazioni del mondo contemporaneo. Credo che il nostro ceto politico – apparentemente nato da se stesso (riuscite a immaginare una biblioteca dietro i nostri partiti?) – avrebbe l’obbligo di leggere questo libretto, anche solo per acquisire un senso del passato, una consapevolezza della politica stessa, una cognizione sufficientemente precisa del conflitto di idee così come ci viene dalla tradizione.
Dichiaro subito la mia totale condivisione dello spirito del libretto, della sensibilità che lo sottende, della segreta identificazione dell’autore con Rosa Luxemburg (se non mi sbaglio), l’unica capace di attaccare sia la “ragione” occidentale, legata al dominio, e sia il soggettivismo rivoluzionario privo di misura, che non riconosce al caso alcuna importanza. Inoltre segnalo, in queste pagine, alcune perle assolute: la originale riflessione sulla mancanza di una vera tradizione di sinistra negli Usa, la disputa sulla illusione che basti produrre più ricchezza per elevare il livello di tutti, la denuncia dell’applicazione agli animali dei metodi di sterminio collaudati nel secolo breve, la confutazione del cosiddetto “stato leggero”, l’idea aberrante della colpa originaria oggi legata al debito contratto…
Non solo Bevilacqua dice qualcosa di sinistra, ma la dice con una chiarezza problematica esemplare. Detto questo, mi sento allora autorizzato a riportare qui un elenco di considerazioni critiche e di possibili obiezioni.
1 Nel nobile consesso mancano alcuni ospiti che sarebbero stati fondamentali (mentre far rappresentare da Friedman l’intera tradizione liberale è un po’ mettersi le cose facili). In particolare: Proudhon, che non capiva la dialettica (come Tocqueville) ma che aveva intravisto l’autoritarismo di Marx e più che di socialismo “scientifico”(micidiale illusione) parlava della centralità del bisogno di giustizia; Leopardi, che più di chiunque altro ha meditato sulla natura (restiamo creature gettate sulla terra, condannate a invecchiare e a morire, dice Tocqueville) auspicando (nella “Ginestra”) una lotta di tutti contro il comune nemico (mente il marxismo sulla questione del limite oscuro e naturale dell’esistenza ha delegato troppo al positivismo più bolso); Herzen, il pensatore libertario che ha mostrato come i fini troppo lontani nel tempo sono sempre un inganno (contano quasi solo i “mezzi”).
2 Unico autore contemporaneo citato è sir Ralf Dahrendorf ( e il nostro Carlo Cipolla)! Senza nulla togliere all’illustre “baronetto” politologo, forse c’era di meglio: Sennett, Nancy, Castoriadis, Ivan Illich…
3 La tirata di Marx contro il nostro tempo (la tendenza a farsi gregge delle persone) e le strategie pervasive di marketing (ci indurrebbero ad acquistare anche prodotti di cui non abbiamo bisogno)non mi convince, né mi pare in fondo “marxista”: le merci non sono mai imposte né interamente calate dall’alto. Vi è interazione tra alto e basso. L’iPhone – un prodotto di eccellenza tecnologica – è stato immaginato e disegnato da ex fricchettoni californiani (sottopagati) pensando a ciò che loro stessi desideravano di più, alla possibilità di comunicare facilmente con chiunque, etc.! Non ne abbiamo bisogno per la sopravvivenza? Certo, ma allora dovremmo rinunciare a 4/5 del nostro stile di vita.
4 Sulla violenza le critiche (radicali) al marxismo (la violenza levatrice della Storia, etc.) le avrei fatte citando almeno Simone Weil: ogni guerra, come la guerra di Troia, si dimentica le sue ragioni, mentre l’uso della forza sfigura per sempre chi la usa e chi la subisce. Compagni, ancora uno sforzo: Saul Alinsky, inventore del sit-in e di tecniche di disobbedienza passiva, organizzatore dal basso di comunità a Chicago negli anni ’30, è assai più “eversivo” di Che Guevara!
5
Il Nietzsche di questo consesso, benché dipinto correttamente come
pessimista incorreggibile e critico della modernità, mi sembra
troppo poco di destra, come invece era! Non dimentichiamolo, voleva
gli operai ridotti a schiavi, senza la “finzione” del diritto di
sciopero e cose analoghe!
6 Sugli States. Bevilacqua accoglie
equanimemente opinioni diverse, però si capisce che è un po’ più
dalla parte di chi li demonizza. Ora, dal punto di vista dell’
“essenza”(i filosofi prediligono l’essenza) può anche darsi
che tra democrazia americana e Germania nazista non ci siano
differenze rilevanti. Ma basta avr vissuto negli Stati Uniti una
settimana per capire come invece i “dettagli” sono tutto, e
circola ovunque un senso di libertà vertiginoso, a noi sconosciuto
(un musicista nero, che viveva di espedienti, mi disse convinto: “I’m
not poor, I’m broke”, “Non sono povero, sono –
temporaneamente – al verde”).
Torniamo
al mio pieno consenso a queste pagine di Bevilacqua. Nelle
conclusioni fa dire a Marx: “Dentro quest’ordine vecchio della
società, questo involucro inerte di divisioni e confini…è sorta
una sola umanità, spinta da un comune desiderio di uguaglianza”. E
parla di una “crisalide” uscita dalla membrana, una “nuova
ragione del mondo”. E così Rosa Luxemburg, anche lei rivolta a
Nietzsche (ma perché? tanto nessuno lo convince!), dirà che il
bello, il buono e il giusto non sono spariti, “fanno parte della
volontà di essere di tanti uomini e donne”. Ed è la “storia più
nobile del nostro passato”.
Appunto: per la rivoluzione –
qualsiasi cosa voglia dire questo concetto – è molto più utile il
passato del futuro, la nostalgia di ciò che non è stato realizzato.
Particolarmente felice la invenzione del personaggio di Caterina, la domestica napoletana di Tocqueville, che alla fine invita tutti al pranzo, alle penne al ragù di maiale cucinato a fuoco lento per tre giorni, etc. (per la signora Rosa, vegetariana, pasta aglio e olio)… Sano richiamo materialistico ad una concreta esperienza di piacere indispensabile per criticare l’esistente, che quel piacere nega ai più. In tedesco le parole “compagno” e “godimento” hanno la stessa radice, come a quel pranzo ben sapeva Marx, affondando la mano nel groviglio della sua grande barba.
da “il Riformista”
L’estate Roma si svuota. C’è chi va in vacanza. E poi c’è un esercito invisibile che, a partire da maggio, dalle strade della Capitale si muove verso la Pianura Pontina, Manfredonia, Foggia, Cuneo. Percorre la filiera agroalimentare al contrario: dalle tavole imbandite alla schiavitù dei campi.
Ajar è tornato da Borgo Grappa, provincia di Latina. Ha lavorato per tre mesi, sotto un sole sempre più caldo e la schiena sempre più stanca. La sveglia fissa alle 4 del mattino e dodici ore di lavoro davanti a sé: tutti i santi giorni, per una paga di 1.100 euro al mese. Sono 35 euro al giorno, meno di 3 euro l’ora: i veri “35 euro al giorno” concessi ai migranti.
“Non ce l’ho fatta a restare. Non ce l’ho fatta più a dormire in quel casale abbandonato, ammassati in decine gli uni sugli altri. Un posto disumano, sporco; l’aria era irrespirabile. Ed ero anche costretto a pagare per passare la notte lì: il capo ci tratteneva 150 euro dalla paga, per un materasso steso in quel tugurio e il trasporto nei campi”. Quindi non sono 1.100 euro al mese, ma 950: 30 euro al giorno, poco più di 2,5 euro all’ora.
Musa e Adam, invece, sono partiti a luglio. “Ci ha chiamati un nostro contatto. Lui è lì già da un mese. Ci ha detto che cercano nuove persone per la raccolta. La paga è una miseria, ma forse c’è la possibilità di un contratto”. E un contratto c’è davvero. Solo che la paga oraria non è quella riportata.
“Tutte le sere aspettiamo un messaggio WhatsApp. Se arriva sappiamo che all’alba dobbiamo farci trovare pronti. Altrimenti è un’altra giornata persa“. E così passa l’estate di due giovanissimi ragazzi provenienti dal Senegal: nelle campagne di San Severo, provincia di Foggia, fuori da una grande stalla-dormitorio, senza acqua né elettricità, in attesa del cenno del caporale, assieme agli altri schiavi stranieri di un’imprenditoria italianissima. Il loro sogno europeo si è esaurito nella speranza di poter far parte della prossima squadra di raccoglitori nelle piantagioni di pomodori pugliesi, il prodotto madre dello sfavillante made in Italy, il cibo più desiderato del mondo.
NOTA Il Caporalato e l’imprenditoria che ricorre all’intermediazione illecita si nutrono dell’invisibilità delle persone. Sono i maggiori beneficiari dell’introduzione nel nostro ordinamento della figura del “migrante irregolare”: un bacino immenso di manodopera a basso prezzo, di persone spinte ad accettare anche le peggiori condizioni di sfruttamento pur di sopravvivere e non inclini a denunciare la condizione di semischiavitù alla quale sono ridotti sia nella speranza di un regolare contratto (unica strada per un permesso di soggiorno) sia per paura di ritorsioni o di venire scoperti e espulsi dalle stesse autorità alle quali si chiede protezione.
#VerbaMigrant è la Rubrica settimanale di testimonianze di Baobab Experience
Riprendiamo dal sito https://www.nazioneindiana.com/2021/09/27/dante-catone-e-il-suicidio-compreso/ un estratto da Maria Pellegrini, La storia romana nella Commedia di Dante. Imperatori, poeti, eroi, uomini politici rivivono nei versi di Dante, Futura Libri.
Dante, Catone e il suicidio compreso
di Maria Pellegrini
In tutto il Medioevo riecheggiano gli scrittori e i poeti antichi della romanità. Dante vede in loro dei maestri di sapienza e di stile, artefici di una tradizione illustre in cui egli desidera inserirsi ponendosi come erede della loro grandezza. Perciò nella Commedia troviamo un richiamo costante alla storia di Roma e agli uomini che l’hanno resa potente e famosa. Al seguito di Dante, nel suo viaggio attraverso i tre regni dell’aldilà, i lettori incontreranno alcuni protagonisti del glorioso passato di un popolo che dominò tutto il mondo allora conosciuto: da Bruto che scacciò da Roma Tarquinio il Superbo e instaurò la Repubblica agli imperatori Costantino e Giustiniano, ma anche figure femminili come Cornelia, madre dei Gracchi e Giulia, figlia di Cesare sposata con Pompeo Magno. Per Dante un unico Impero universale era esistito, quello di Roma realizzato per volontà divina al fine di garantire la libertà, la giustizia e la pace propizia alla nascita del Cristo. La Roma imperiale e la Roma cristiana sono parte di un unico disegno provvidenziale.]
***
Catone Uticense (95-46 a. C.)
Uscito insieme a Virgilio dalla profonda notte infernale (aura morta) il paesaggio cambia: solitudine e silenzio e un’alba dal dolce color d’oriental zaffiro che restituisce a Dante serenità. La montagna del Purgatorio guardata dalla spiaggia luminosa ha una solennità quieta e celeste, l’aria è dolce e pacata, un cielo azzurro sovrasta un mondo dove vige gentilezza, concordia, speranza, dove le pene da espiare non sono terribili come nell’Inferno, hanno un limite prestabilito oltre il quale si apre l’eterna beatitudine; qui si è assopita l’urgenza delle passioni terrene e ne è rimasto solo il ricordo lontano.
[…] Sulla spiaggia che si estende ai piedi della montagna erta ed aspra del Purgatorio avviene l’incontro con Catone l’Uticense, guardiano di quel luogo, […] è raffigurato con barba lunga e brizzolata, capelli che scendono sul petto, volto illuminato da quattro stelle che rappresentano le quattro virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza):
Vidi presso di me un veglio solo,
degno di tanta reverenza in vista,
che più non dee a padre alcun figliuolo.
Lunga la barba e di pel bianco mista
portava, a’ suoi capelli simigliante,
de’ quai cadeva al petto doppia lista.
(Purgatorio, I, 31-36)
A guardia delle porte del Purgatorio Dante ha posto un uomo politico romano di incrollabili principi stoici, Marco Porcio Catone detto l’Uticense (figlio dell’omonimo Marco Porcio Catone il censore). Durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo, si schierò con quest’ultimo considerando Cesare un pericolo per le istituzioni repubblicane. Dopo la sconfitta a Farsalo (in Tessaglia) e la morte di Pompeo stesso in Egitto per mano dei sicari del re Tolomeo XIII (48 a. C.), Catone raggiunse i pompeiani che si erano riorganizzati in Africa ma la sconfitta, subita a Tapso (46), lo spinse nello stesso anno a darsi volontariamente la morte a Utica, da qui l’appellativo Uticense. Non volle cadere nelle mani di Cesare e sopravvivere alla caduta delle libertà repubblicane.
[…] Catone appariva a Dante per quel che leggeva nella Farsaglia di Lucano, non come seguace di una parte politica, di Pompeo o del partito senatorio, bensì il cittadino romano che contro la sua volontà è trascinato nelle guerre civili anzi, come leggiamo all’inizio dell’opera, sono bella plus quam civilia, «guerre più che civili», considerando gli stretti vincoli di parentela: Pompeo era genero di Cesare avendone sposato la figlia Giulia. Mentre l’uno è considerato troppo debole, soprattutto per ergersi a tutore del diritto e della libertà repubblicana, l’altro, Catone, è sempre cosciente della necessità di contrastare il tiranno.
[…] In politica Catone difese sempre l’ideale repubblicano ed il potere del Senato. Fu per questo avverso a Silla e poi a Catilina. Nella maturità si oppose al primo triumvirato (Cesare, Crasso, Pompeo) schierandosi dalla parte di Pompeo contro Cesare ai primi accenni di guerra civile. Lucano racconta che dall’inizio della guerra Catone non tagliò più né barba né capelli, in segno di lutto per la sua patria.
Il Catone di Lucano lotta perché è giusto difendere la patria, partecipa alla guerra civile per senso del dovere «trascinato da un ardente desiderio di fare il bene della patria e dall’esempio dei senatori» (auspiciis raptus patriae ductuque senatu», Farsaglia, IX, 22), e «combatté le guerre civili senza aspirare al comando e senza temere la schiavitù» (nec regnum cupiens gessit civilia bella / timens» (Ibidem, 27-28).
[…] Il suo suicidio è, secondo Dante, un gesto giustificabile perché compiuto con il fine di salvaguardare la libertà civile, precorritrice della libertà interiore cui tutte le anime del Purgatorio aspirano e necessitano per poter ascendere al Paradiso. Catone assume quindi i connotati del modello della perfezione umana al suo più alto livello terreno che comporta la libertà assoluta dalle passioni e l’anteposizione del bene comune al proprio.
I PAZZI DI CORLEONE
La storia non si fa con i “se” e con i “ma”. Però, ieri sera, presentando al Cidma il libro di Ernesto Oliva “I pazzi di Corleone” (insieme a me e all’autore, sono intervenuti anche Claudio Di Palermo, vicepresidente Cidma, il sindaco Nicolò Nicolosi e Il giornalista Mario Midulla), non ho saputo trattenere una riflessione che adesso voglio condividere con i lettori. Se al processo di Bari del 1969 i mafiosi di Corleone alla sbarra (personaggi come Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano) fossero stati condannati per i tanti omicidi commessi, la storia d’Italia sarebbe cambiata. Probabilmente non ci sarebbero stati tanti omicidi eccellenti. Non ci sarebbe stato l’assassinio del giudice Cesare Terranova e del suo fedele collaboratore Lenin Mancuso (proprio ieri - l’abbiamo ricordato - ricorreva il 42mo anniversario del sacrificio dei due servitori dello Stato).
Non ci sarebbero state le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Ma lo Stato allora non seppe proteggere né i primi “pentiti” corleonesi e nemmeno i primi “testimoni di giustizia” di questa cittadina dell’entroterra palermitano, per cui lasciò minacciare nel famigerato carcere dell’Ucciardone pentiti come Luciano Raia; lasciò minacciare nella sua casa la moglie Maria Lanza; lasciò intimidire la vedova della guardia campestre Calogero Comaianni, Maria Paternostro, testimone oculare dell’assassinio del marito operato da Luciano Liggio e Giovanni Pasqua.
Per salvarsi, Raia finse di essere smemorato e pazzo, la moglie ritrattò tutto e ai giudici non parve vero di poter assolvere boss e gregari per insufficienza di prove. La vedova Comaianni, intimidita e terrorizzata dalla paura che potessero far male anche al figlio Carmelo (pure lui testimone del delitto), interrogata in tribunale, ebbe qualche incertezza. E tanto bastò ai giudici per dichiararla inattendibile ed assolvere per insufficienza di prove i carnefici del marito.
Questi fatti ed altro ancora ci racconta il bel libro del giornalista Rai Ernesto Oliva. L’abbiamo voluto presentare al Cidma (Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e sul Movimento Antimafia) per far conoscere una pagina dimenticata della storia di Corleone. La “vulgata” mafiosa tramanda che non ci sono mai stati pentiti tra “i corleonesi”, mafiosi duri e puri, che si spezzano ma non si piegano. Non è vero. Luciano Raia era un mafioso corleonese della cosca navarriana che, “per paura di essere scannato come un maiale”, volle parlare prima col vicequestore Angelo Mangano e poi con i magistrati Pietro Scaglione e Cesare Terranova. Confessò tanti crimini commessi dalla cosca avversaria, quella dei “liggiani, per salvarsi la pelle. Ma le cose, purtroppo per lui e per l’Italia civile, andarono diversamente. Allora non c’era una legislazione per i “pentiti” e per i “testimoni di Giustizia”, il codice penale ancora non prevedeva il reato di associazione mafiosa (il 416bis della futura legge La Torre), erano di più i pezzi dello Stato che sottovalutavano la mafia (o flirtavano con essa), che quelli che la combattevano con determinazione e coraggio.
DINO PATERNOSTRO