09 ottobre 2018

RILEGGERE A. LANGER



Memoria dell’oggi: Alexander Langer


“E’ una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati”.

“In una società dove tutto è diventato merce, e dove chi ha soldi può comperare e stare meglio, occorre la riabilitazione del «gratuito», di ciò che si può usare ma non comperare”. (da Non per il potere, Chiarelettere Editore, Milano, 2016)

E così Fabrizia Ramondino ricorda Alexander Langer nel libro L’isola riflessa (Einaudi, Torino, 1998):
“All’alba, nell’isola deserta, mi aggiro a lungo alla ricerca dell’albero al quale si è impiccato Alexander Langer. Anche le mie amiche, che condividono in questi giorni la mia casa, hanno provato dolore, e la nostra è stata una cena di lutto. Tutte e tre abbiamo perso compagni di vita e di lotta a noi più vicini di Alexander; per una sorta di pudore abbiamo taciuto, ché il nostro comune compianto per Alexander ci ha avvicinate al destino dei nostri amici nel regno dei morti.
Mentre loro all’alba sono assopite, più saggiamente di me, io cerco quell’albero.
L’isola è deserta – io stessa lo sono.
Un deserto diverso da quello in cui varie ore prima gli isolani, i turisti, hanno letto fra le varie notizie di cronaca sul giornale quel fatto. Perché per loro Alexander Langer non è stato nessuno, un tale di cui si legge. Per loro ha predicato invano nel deserto. Non così per noi.
Cerco un melo, un arancio, un melograno – alberi ai cui frutti l’umanità, felice o dolente, è sempre ricorsa per simboleggiare il proprio destino. Per fortuna sull’isola non ci sono nemmeno alberi di Giuda né alberi, fruttuosi o infruttuosi, di fico.
Ho misurato anche in diversi alberi altezza e consistenza dei rami.
Finché, seduta di fronte al mare, nemmeno solcato in quest’alba da alberi di nave, penso un pensiero banale: si è impiccato all’albero della vita e della morte. E ricordo le mie ultime letture, Il principio speranza di Ernst Bloch: che quando si muore, muore in noi soltanto quanto non è stato utopia.
Agli altri che verranno Alexander ha affidato il suo piccolo bagaglio di utopia: racchiuso forse soltanto in un piccolo zaino, nella tasca di una giacca a vento, in una scatoletta di severi e sobri appunti, come è sempre stato nel suo stile di abbigliamento e di vita. Tutto depositato ai piedi del suo albero”.

Qui il “link” al sito della Fondazione Alexander Langer.

LETTERA APERTA ALL' AVVOCATO DEL POPOLO



Caro avvocato degli italiani e dei diritti umani, chi ti scrive è una piccola vedetta lombarda…”. 

Una lettera aperta a Giuseppe Conte

di Marco Mantello
  1. Gli ultimi e i primi
Caro avvocato degli italiani e dei diritti umani
Conosco diverse persone qui a Berlino, ma ce ne sono tante anche in Danimarca, in Inghilterra e in diversi paesi europei, che hanno vissuto con il sussidio e alla fine hanno detto di no a un sistema di dare in cambio di avere che in molti ha generato depressioni e psichiatria, vite controllate da funzionari pubblici, e orientate al miglioramento e alla rieducazione con “supplementi di realtà” foucaultiani modello carcere. Quando si cominciano a fare controlli su come spendi i tuoi soldi, su quante vacanze fai, su come vivi, si afferma un modello di società autoritaria. Il lavoro non rende liberi, ma un sistema di finanziamenti pubblici destinati a modellare le persone e i loro stili di vita nel nome del self-help ottocentesco genera solo altro odio sociale, regole sempre più assurde, società di diritto penale. L`italietta se ne accorgerà presto, di questo neo-cristianesimo puritano che associa padre Pio e Lutero, i quaccheri e le gabbie di acciaio di cui parlava Max Weber molto tempo fa.
Caro avvocato degli italiani e dei diritti umani,
ne riparliamo quando miriadi di persone in Italia si ritroveranno sotto ricatto del tipo: o accetti questo dato lavoro, o vai a questo dato colloquio, o ti togliamo il sussidio. Perché vedi siamo solo all`inizio di uno slippery slope, uno scivolo, fra qualche anno se la lega e l`ala di Di Majo prendono piede ancora di più, avremo nuove e innovative legislazioni dove la fame di controllo su come spendi i soldi che ti diamo non basterà e sarà vista come inefficiente. Allora cominceranno, comincerete da veri rivoluzionari europeisti quanto a diritto penale applicabile agli stranieri e sussidi per italiani e immigrati regolari, a studiare dove “veramente stanno avanti”, La Germania, alcuni stati degli Usa, Il Regno Unito, e vi renderete, ti renderai conto che il ricatto dovrà consistere nel fatto che le somme date a sussidio servono a pagare affitti di casa sempre più alti… Lì non si muove foglia del resto, l`immobiliare non lo tocca nessuno perché in tanti son loro elettori, gente che ha votato Lega e sostiene te fino a che non gli vengono toccati i rendimenti finanziari in banca, non necessariamente i palazzinari ma i proprietari di case, i privati, la middle class in ascesa politica con la sua piccola coscienza di classe spalmata sulla tua giacca e la tua cravatta di ordinanza… Etica del lavoro. Essere operosi e utili. Malthus ai corsi di economia domestica, perché i poveri è colpa loro e volere è potere… Con la conseguenza che tantissime persone si ritroveranno a un job center, dove il funzionario gli troverà miriadi di lavori a basso costo di mano d`opera per tenerli attivi e futuristi, marinettiani, sotto il ricatto che se non vanno al colloquio la prossima volta gli riducono il sussidio, la volta dopo glielo tolgono… Dare in cambio di avere. La tua vita in cambio di un aiutino economico.  Imprese che beneficiano di part-time a oltranza tutto trovato dallo Stato a tutele zero. Questo in Germania lo fanno i cristiano-sociali da anni e anni, lo fanno in Inghilterra dove hai studiato e sei andato a vedere il film di Ken Loach, e non è un caso, la religione politica è tutta qui, come quella fantastica norma del codice del consumo che prevedeva a suo tempo l`educazione a consumare, le tue origini culturali e scientifiche, ora fuse a modelli possibili di stato sociale a cui attingono gli ex migranti della lega e i fuori corso a Giurisprudenza che fanno i Vice col mito delle imprese italiane in Russia, sotto tua curatela e patrocinio.

2. I diritti fondamentali sono stati rispettati?
Caro avvocato degli italiani e dei diritti umani, il c.d. decreto sicurezza, ubuesco e retoricamente ottocentesco nel costruire e consolidare quelle che, secondo una felice espressione di Stefano Rodotà, maestro di Guido Alpa, non sono altro che “Costituzioni parallele” per “stranieri” e “italiani”, consente di revocare lo status di rifugiato a una persona che detiene droga, o fuma una canna per strada, espulsa dopo sentenza di condanna in primo grado con una chiara violazione del diritto di difesa. Ai fini dell`espulsione, che avviene prima di una sentenza definitiva di condanna e quindi in regime di presunzione di innocenza, consumo e spaccio sono equiparati se sei straniero in Italia.
Non mi risulta che venga tolta la cittadinanza a italiani tossicodipendenti che detengono droga nelle tasche dei pantaloni e fumano canne in strada. Ancora: se vengo dalla Siria e spingo un poliziotto per strada impedendogli di fermare un mio amico senza documenti e mi do alla fuga, mi revocano lo status di rifugiato. Non mi risulta che se un gruppo di tifosi del Verona picchiasse un poliziotto impedendogli di applicare il Daspo, poi venga tolta a ciascuno di loro la cittadinanza italiana con relativa espulsione dal paese.…
Il tuo sistema di espulsioni facilitate, caro avvocato di italiani e diritti umani, di cose nazionali e universali, del “solo per italiani” e “dei diritti umani che spettano a tutti”, l´ ossimoro giuridico che porta anche la tua firma, prevede ipotesi di espulsione preventiva di individui dichiarati poi innocenti con sentenza passata in giudicato, e che da già espulsi, da una zona di guerra, dovrebbero risollevare loro in Italia la questione del diritto al riconoscimento entro termini perentori, pagandosi spese legali e viaggio di ritorno. Come a dire: noi intanto ti espelliamo poi sta a te ravvederci. Non mi risulta che un italiano, una volta assolto in un giudizio, debba fare alcunché di simile per resuscitare i cadaveri del garantismo e del diritto di difesa, che tu, da avvocato, hai umiliato e offeso.
Questo il lato cattivo. Poi ci sarebbe anche il lato buono, anzi buonista della faccenda. Nel nuovo decreto sicurezza sotto la curatela di Giuseppe Conte, sotto la tua curatela di avvocato di italiani e diritti umani, si prevedono anche concessioni-premio del permesso di soggiorno imperniate sul mito della piccola vedetta lombarda, nei casi di “straniero-eroe”.
Che cosa produce e conferma questo decreto a livello di immaginario collettivo? Stereotipi. Maschere. Figurine modello Macerata. Da un lato la visione dello straniero  “stupratore”, “mutilatore di genitali”, “spacciatore” o “consumatore” di droga, “assassino”, “scopatore di minorenni/pedofilo”, “rapinatore di ville” da abbattere con pistola nelle mura di casa propria in conformità ai modelli leghisti di violazione di domicilio e legittima difesa. Dall`altro la piccola vedetta lombarda che scrive letterine ai media, il Balilla di Mameli (invero settecentesco prima di essere mutilato nell´Opera Nazionale del ventennio), il permesso premio per gli “eroi risorgimentali”. Siamo al libro cuore. Ma è un cuore per anormali, che batte in una sola direzione.
3. Caro avvocato degli italiani e dei diritti umani, un`ultima domanda: l`abolizione dei “motivi umanitari” e la previsione di ipotesi pseudo-tassative in cui essi ricorrono o no, non azzera la logica delle clausole generali che da sempre gioca un ruolo fondamentale e fondante nell`ambito della tutela dei diritti umani? Che cosa ne pensi di questa logica, che cosa pensi come avvocato del gratuito patrocinio solo per italiani e relativi abusi, che cosa pensi delle simulazioni di matrimonio fra soli italiani? Che cosa pensi avvocato degli italiani e dei diritti umani, di fronte a situazioni in cui miriadi di stranieri non andranno a farsi curare da un medico o in ospedale per paura di delazione e possibili espulsioni?  Ti rendi conto di cosa stai avallando o no con la tua religione politica? Stigmate. Nel nome di una carriera.

MARCO MANTELLO

 Testo ripreso da pubblicato martedì, 9 ottobre 2018

Ángel González Muñiz, Sin esperanza


Ángel González Muñiz





AVVENIRE

Ti chiamano avvenire
perché non vieni mai.
Ti chiamano: avvenire;
e aspettano che arrivi
come un animale domestico
a mangiare dalla loro mano.
Ma tu rimani
al di là delle ore,
rintanato non si sa dove.
… Domani!
…..............E domani sarà un altro giorno di quiete,
un giorno come oggi, giovedì o martedì,
qualsiasi cosa e non quello
che ancora aspettiamo, nonostante tutto, sempre.
---
PORVENIR
Te llaman porvenir
porque no vienes nunca.
Te llaman: porvenir,
y esperan que tú llegues
como un animal manso
a comer en su mano.
Pero tú permaneces
más allá de las horas,
agazapado no se sabe dónde.
… Mañana!
……………..Y mañana será otro día tranquilo
un día como hoy, jueves o martes,
cualquier cosa y no eso
que esperamos aún, todavía, siempre.

Ángel González Muñiz (Oviedo,1925 – Madrid, 2008)
 Da Sin esperanza, con convencimiento (Senza speranza con convinzione), 1961 – Traduzione S.L.L.



Daìta MARTINEZ, Donna coi pantaloni

Opera di Alexander Yanin



la donna coi pantaloni
rossi odora di paste di
mandorla si è sciupata
il cuore ai lattarini una
domenica ferita di luce
 Daìta Martinez

08 ottobre 2018

LAVORO E CITTADINANZA



Per un “Lavoro di cittadinanza”, secondo Costituzione. 

In appendice uno scritto di Piero Calamandrei. 

Salvatore Lo Leggio 

Leggo Calamandrei, la paginetta manoscritta e non corretta che "Il Ponte" pubblicò alla sua morte e che la rivista da lui fondata ripubblica oggi, più di sessant'anni dopo.
"La nostra Costituzione è programmatica cioè contenente un vero e proprio programma di trasformazione sociale della società, i cui capisaldi sono quelli del diritto al lavoro, della effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, del diritto al salario".
Non è previsto un diritto al reddito a prescindere dal lavoro; anzi il lavoro, inteso come attività utile, nell'art.4 è indicato come un dovere per tutti, perfino per i percettori di rendite.
Dicono i “realisti” che sono chiacchiere perché il lavoro non c'è e non si può inventare.
È davvero così?
Non mi pare.
È sotto gli occhi di tutti, per esempio, il degrado generalizzato nel centro-sud della viabilità urbana e rurale. Coprire le buche in un paese come l'Italia, percorso da monti e colline, è attività che non richiede macchinari avanzati e materiali costosi, ma tanto lavoro umano. Lo stesso ragionamento vale per tanti altri aspetti della manutenzione del territorio: penso a piccole frane, ai rischi di alluvione, all'incuria che circonda spesso i beni paesistici e culturali, alla messa in sicurezza di scuole ed edifici pubblici. Sono problemi che spesso non richiedono grandi opere, ma tanti piccoli interventi nei quali la componente lavoro è l'elemento più importante.
Insieme alla cura del territorio in tutti i suoi aspetti appare molto carente la cura delle persone. In una società che si è invecchiata anche per effetto del positivo allungarsi della vita, sono tanti gli anziani in sofferenza perché non possono permettere badanti, oppure perché di badanti a tempo pieno non hanno bisogno, ma necessitano di forme di assistenza sociale e sanitaria periodica e mirata, non esclusivamente affidata al volontariato. E, per di più, c'è un sistema sanitario che non solo con i vecchi ma con tutti quelli che hanno bisogno di cure, sembra passato dal tempo degli sprechi a quello della micragna. Forse nell'organizzazione sanitaria basta e avanza il personale dirigente e impiegatizio che c'è ed è sufficiente il personale medico, ma chiunque abbia esperienza di ospedali e altre strutture del Mezzogiorno (e non solo) sa che infermieri e operatori mancano strutturalmente e che è una favola insensata quella che racconta, oggi, di personale nullafacente in questi ruoli. Anche per le scuole mi dicono di locali fatiscenti, di classi affollatissime e di carenze di insegnanti dovute ai tagli dell'ultimo ventennio.
Di lavoro socialmente necessario (non solo utile) in verità ce n'è tantissimo. Anche troppo.
Perché allora si dice che in Italia non c'è lavoro?
Perché le politiche e i dogmi del nuovo liberismo considerano lavoro solo quello che produce merci o servizi mercificati, solo il lavoro al servizio di un capitale che ne trae profitto. Le attività di cui parlavamo non sono – al momento – mercificate e non sono tutte in tempi brevi mercificabili; pertanto non “rendono”, non sono – per l'ideologia dominante – vero lavoro.
Pare che il “reddito di cittadinanza” di cui si parla non sia davvero tale, non sia cioè un reddito minimo garantito ad ogni cittadino maggiorenne, a prescindere dalla sua condizione lavorativa, dalla sua età, dal suo reddito. L'idea originaria era di una misura universale, diretta a ricchi e a poveri, a giovani e vecchi, a chi lavora e a chi non lavora, anche a chi non lavora perché non ne ha voglia o bisogno, di un intervento sociale sostitutivo di tutti gli altri interventi sul reddito (indennità di inoccupazione o disoccupazione, pensione sociale, integrazione pubblica alle pensioni contributive ecc.). Dicevano i suoi fautori che non avrebbe tolto l'interesse a lavorare o ad intraprendere, visto che il reddito garantito avrebbe assicurato soltanto il minimo per una dignitosa sopravvivenza e verrebbe mantenuto anche per gli occupati. Legavano la proposta alle strabilianti innovazioni tecnologiche, alla cosiddetta “fine del lavoro” del celebrato libro di Rifkin. Così concepito il reddito di cittadinanza che nell'Italia di oggi non ha alcuna possibilità di attuazione, dato il livello di indebitamento e data la tendenza prevalente nel ceto politico (che non è solo degli attuali governanti) a salvaguardare i grandi patrimoni, le rendite finanziarie e i redditi più alti. La concreta attuazione che il governo in carica sembra voler dare alla cosa è tutt'altro, in pratica un allargamento del reddito di inclusione, della cassa integrazione e dell'indennità di disoccupazione già in vigore; ed è per di più condizionato ad obblighi e restrizioni vessatori e autoritari e comunque collegato alla volontà di impegnarsi in un lavoro retribuito. Leggo di corsi formazione (quasi) obbligatori, di alcune ore settimanali da dedicare a non meglio precisati “lavori socialmente utili”: il tutto sembra avere lo scopo - da alcuni esplicitamente dichiarato - di rendere più complicato per i percettori del sussidio (perché di questo si tratta) lo svolgimento di “lavoretti” sottopagati. Il risultato, al di là dell'ipocrisia delle formulazioni, potrebbe essere di allontanare ancora di più molte persone dal lavoro vero, di favorirne la ghettizzazione definitiva.
Per l'opposizione sociale - quella parlamentare per varie ragioni è troppo screditata per proporsi come punto di riferimento – non è in ogni caso il tempo per la richiesta di ammortizzatori, di provvedimenti tampone, di misure settoriali. Al finto “reddito di cittadinanza”, è necessario contrapporre una risposta organica all'indigenza che riguardi complessivamente la platea degli inoccupati, disoccupati, occupati saltuari e al nero ecc.
Io credo che sia il momento della Cgil: se vuol rappresentare e attualizzare la tradizione di lotta del movimento dei lavoratori, bisogna raccolga la bandiera della Carta Costituzionale, troppo spesso lasciata cadere dalla politica. Il diritto che essa sancisce non è al reddito, ma al lavoro. Quello che bisogna istituire è dunque un “lavoro di cittadinanza” con connesso un salario decente e legato ai bisogni sociali di cui si è detto. È un lavoro che, se ben organizzato, può garantire esperienza e curriculum in vista di ingaggi più impegnativi e remunerati.
È tempo di pensare a un nuovo “Piano del lavoro”, che muova da principi analoghi a quello elaborato una settantina di anni fa per impulso di Fernando Santi e Giuseppe Di Vittorio. Forse in ragione di processi mondiali, purtroppo trasformati in regole dall'Unione Europea, sarà per ora impossibile pensare a quegli “imponibili di manodopera” nel settore privato per cui essi si battevano: dopo la sconfitta del socialismo operaio novecentesco, sia nella variante comunista che in quella laburista e socialdemocratica, il padrone è ridiventato padrone e l'idea che i mezzi di produzione appartengano anche a chi ci lavora è stata messa in soffitta. I padroni oggi assumono e licenziano secondo le loro esigenze di profitto e di potere e sarebbe una fuga in avanti pensare a un ribaltamento improvviso di questa situazione; ma a partire dal “diritto al lavoro” e dal “lavoro di cittadinanza” è possibile un inversione di tendenza.
L'importante è non affidarsi al “federalismo pezzente” che impera. Affidare il “piano” esclusivamente agli Enti territoriali, quasi tutti impoveriti dalla crisi nel centro-sud d'Italia, è costruire una nuova leva di “quasinullafacenti assistiti”. Bisogna partire dalle cose da fare e non dalle persone da sistemare in qualche modo. Bisogna chiamare a raccolta intelligenze e competenze a tutti i livelli, stabilire in un piano complessivo priorità e regole. Se si comincia da subito a proporre e ad organizzare la lotta, senza aspettare le scadenze della politica, si può sperare di modificare gli orientamenti del Parlamento e di ottenere in tempi brevi qualche vittoria.
Quanto ai vincoli europei che qualcuno tirerà fuori, non solo tra i governativi, non so dire se ce ne siano; so, pur non essendo un giurista, che la Costituzione preesiste ai trattati e li invalida “ab origine” nelle parti che eventualmente ne contraddicano il dettato, nonostante l'approvazione del Parlamento. Sull'argomento mi pare ineccepibile la pagina di Calamandrei che ho citato all'inizio e che riprendo come appendice. Verso le istituzioni europee nessuna provocazione o guerra santa alla maniera dei governativi è utile, ma una volta stabiliti – in via di principio – il carattere di attuazione costituzionale del “lavoro di cittadinanza” e del connesso “Piano del lavoro”, una trattativa da parte dell'Italia potrà svolgersi con solide argomentazioni giuridiche, seppure con quel tanto di flessibilità che la situazione debitoria richiede.


APPENDICE

IL PARLAMENTO E LA COSTITUZIONE 
Piero Calamandrei
Piero Calamandrei morì nel settembre del 1956. L'ultima cosa che lasciò scritta era una paginetta sulla Costituzione, cui mancava l'ultima correzione, e che fu pubblicata sul “Ponte”, la rivista che aveva fondato al tempo della Liberazione. Marcello Rossi, che oggi dirige “Il Ponte” e ne è redattore fin dai tempi di Calamandrei, l'ha ripresa nel numero di luglio 2018, sottolineandone la grande attualità. Il punto chiave del ragionare di Calamandrei è che anche il Parlamento nella Costituzione italiana, rigida e programmatica, finché non la modifica secondo le procedure previste dall'articolo 138, è soggetto ad essa ed ha il dovere non solo di rispettarla, ma di attuarla nel processo legislativo. (S.L.L.)

In Francia ogni tanto si sente riaffiorare, di fronte alla instabilità dei governi, l’idea della Repubblica presidenziale come una salvezza: e v’è, non soltanto da destra, chi auspica una riforma costituzionale in tal senso. Da noi viceversa ogni tanto lo spettro della Repubblica presidenziale viene agitato come un pericolo da chi rimane attaccato alla tradizionale onnipotenza del Parlamento, canone della repubblica parlamentare. In realtà, in materia costituzionale più che in ogni altra materia omnis definitio periculosa; quando si è detto che in Italia abbiamo una repubblica parlamentare, non si è detto nulla di preciso: ogni Costituzione è un unicum, e nella cornice delle formule generali, ciò che conta sono le norme specifiche, intese nel proprio clima storico da cui non possono essere avulse.
Indubbiamente la nostra è una Repubblica parlamentare, in cui il capo del governo è distinto dal capo dello Stato, e non può governare senza la fiducia del Parlamento. Ma forse ancora i cittadini italiani, e i partiti, non hanno valutato a pieno che cosa voglia dire, e quali essenziali novità abbia introdotto nei vecchi schemi del sistema parlamentare l’avere una Costituzione, come dicono i costituzionalisti, rigida e programmatica. Rigidezza della Costituzione (cioè immutabilità di essa con leggi ordinarie) vuol dire che è venuta meno la onnipotenza del Parlamento nel legiferare: il Parlamento (a meno che si aduni in Costituente) non è più libero di fare le leggi che crede. Il vecchio detto che il Parlamento può tutto meno che cambiare l’uomo in donna non è più vero: il Parlamento può tutto meno che fare leggi in contrasto colla Costituzione. Questo però significa non solo limitazione del potere legislativo nel fare leggi in contrasto colla Costituzione, ma limitazione anche dei poteri del governo, il quale non può proporre leggi in contrasto colla Costituzione: vi è dunque nell’indirizzo politico del governo una prima limitazione negativa, che gli deriva dai limiti posti dalla Costituzione: il governo non può proporre una legge che neghi la libertà di stampa, la uguaglianza di tutte le opinioni politiche: [stabilendo cosi] una discriminazione di partiti; se la propone, il Parlamento non può approvarla; se l’approva, la legge è inefficace.
Ma altre caratteristiche tipiche derivano dal fatto che la nostra Costituzione è programmatica, cioè contenente un vero e proprio programma di trasformazione sociale della società, i cui capisaldi sono quelli del diritto al lavoro, della effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, del diritto al salario. Questo programma è un proposito di riforme: il governo deve seguire l’indirizzo politico che porta a queste riforme. Vi è dunque una doppia serie di vincoli: non può fare contro la Costituzione; deve fare secondo la Costituzione: deve legiferare e governare.
A garanzia di queste limitazioni ci sono due organi: la Corte costituzionale, che ha il potere di annullare le leggi contrarie; il presidente che ha il potere di garantire la continuità costituzionale: in tre modi: rifiutandosi di firmare i progetti di legge, rimandando le leggi contrarie, rifiutandosi di promulgarle. Ha inoltre il potere positivo di ricordare ai governi l’indirizzo programmatico: e di sciogliere le Camere se il governo si allontanasse da questo programma. Non è irresponsabile come il re: è responsabile per attentati alla Costituzione. Per questo deve vigilare a che l’indirizzo politico del governo non sia contrario alla Costituzione.
Questa è la nostra Costituzione: la quale non è la traduzione in lingua repubblicana dello Statuto albertino, dove il re regna ma non governa. Il re era un potere diverso: ma il presidente della repubblica emana dal popolo: e quindi è lui il rappresentante di questo potere del popolo di ricordare agli altri organi l’impegno preso dal popolo nella Costituzione.
In questo congegno vi è una garanzia giuridica di continuità di direttive politiche che non vi è in altre costituzioni: un governo che volesse sottrarsi al programma di riforme sociali andrebbe contro la Costituzione, che è garanzia non solo che non si tornerà indietro, ma si anderà avanti. Chi si vuol fermare è contrario alla Costituzione.
Questo può dispiacere a qualcuno che vorrebbe restar fermo. Ma questa è la Costituzione: hoc iure utimur. Questo è il programma su cui i partiti democratici possono trovarsi d’accordo: questo è lo [spirito?] secondo il quale la speranza che animò i caduti della Resistenza si è tradotta in dovere politico.
 

 


LOU ANDREAS-SALOME', amante esigente.


L’uomo di oggi sa meglio dei suoi predecessori che gli uomini non si “possiedono” l’un l’altro, che si conquistano e si perdono in ogni momento della vita, e che l’amore “c’è” solo quando il suo effetto si fa sentire in noi in modo concreto e spontaneo. Per questo motivo oggi è più difficile distinguere un vero sentimento d’amore dalla frivolezza o dal gioco, eppure i due concetti non sono più confusi di un tempo. È anzi meno indifferente che mai chi si ama e come si ama. Ma mentre un tempo perfino una relazione piuttosto insignificante e povera di sentimenti e poco fertile poteva cercare di durare una vita in forza di una sua presunta approvazione divina, adesso in determinate circostanze si può rinunciare a un legame comparabilmente ricco e profondo dopo un tempo non più lungo di quanto durasse prima un “gioco” , perché si arriva a pensare che tale legame non offre tutto quello che può concedere l’amore ed è meglio andare avanti da soli. Tale consapevolezza nasconde una certa crudeltà, ma non è diversa affatto da quella che ci fa superare mancanze assodate e nasce spesso dalla massima serietà amorosa. È consapevolezza del fatto che la nostra forza amorosa è condannata a morte senza possibilità di salvezza in tutte le situazioni in cui si dimostra sterile per la nostra vita interiore. È rendersi conto che se l’amore vuole essere più di un passatempo sensuale o uno stato di esaltazione temporanea, esso deve collaborare allo stesso grande compito della vita a cui appartengono i nostri obiettivi più elevati e le nostre speranze più sacre, deve superare i confini del proprio territorio per conquistarsi la vita pezzo per pezzo. L’amore più perfetto sarà sempre quello che riesce a portare a termine tale conquista nel maggior numero di situazioni e ambiti possibili, finché una persona vive tutto attraverso il tramite dell’altra, finché essi sono in grado di essere tutto l’uno per l’altra: amanti, consorti, fratelli, amici, genitori, compagni, bambini che giocano, giudici severi, angeli misericordiosi.

Lou Andreas-Salomé, da Devota e infedele

L'ATTUALITA' DI DANILO DOLCI



Dolci e Lucano

di  Vincenzo Figlioli


Il 2 febbraio del 1956 il sociologo friulano Danilo Dolci fu arrestato mentre guidava un gruppo di braccianti a lavorare nella Trazzera vecchia, una strada nei pressi di Partinico abbandonata all’incuria. Trasferitosi in Sicilia Occidentale da alcuni anni, Dolci aveva cominciato a portare avanti iniziative simboliche di grande valore civile, riuscendo ad accendere i riflettori dei media e a sollecitare l’attenzione delle istituzioni sulle condizioni in cui viveva la comunità locale. Una di quelle iniziative lo vide capeggiare un gruppo di disoccupati del luogo, che furono protagonisti di uno “sciopero alla rovescia”. Il principio era il seguente: se la protesta di un lavoratore si concretizzava nell’astensione dal lavoro, un disoccupato poteva protestare lavorando. Così, un centinaio di partinicesi, affiancarono Dolci per riattivare una strada comunale abbandonata. A fermarli fu l’intervento della polizia, che interruppe lo “sciopero alla rovescia”, arrestando Dolci e alcuni suoi collaboratori per “occupazione di suolo pubblico e resistenza a pubblico ufficiale”. Il Tribunale, peraltro, negò agli arrestati la libertà provvisoria. Il successivo processo fu seguito con attenzione dall’opinione pubblica nazionale e un padre costituente come Piero Calamandrei scese in campo in prima persona, difendendo Danilo Dolci durante il processo. Questo uno dei passaggi della sua arringa difensiva: «[Il Pubblico Ministero] ha detto che i giudici non devono tenere conto delle “correnti di pensiero”. Ma cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che carta morta. […] E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l’aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà». Di fatto, in quelle settimane si confrontarono due modi diversi di intendere il concetto di legalità: da un lato c’era l’autoritarismo gerarchico, ancora intriso di un modello culturale non lontano dal fascismo; dall’altro c’era l’idea che occorreva armarsi quotidianamente dei Principi Fondamentali della nuova Costituzione entrata in vigore il 1 gennaio del 1948, per renderne effettiva l’applicazione (nel caso specifico, si faceva riferimento all’articolo 4).
Senza ribelli, senza sovversivi, senza donne e uomini capaci di rendersi protagonisti di azioni di contestazione o disobbedienza civile, andando contro tradizioni e consuetudini, il nostro Paese sarebbe ancora quello in cui si arrestava Danilo Dolci, la censura bloccava la distribuzione dei film di Pasolini o Bertolucci e i pazienti psichiatrici finivano in manicomio: avremmo meno diritti e saremmo decisamente meno liberi. D’altro canto, è vero anche che periodicamente l’Italia è stato attraversata da venti e umori maggiormente inclini alla restaurazione e a un’interpretazione “minimalista” della Carta Costituzionale. E’ accaduto in questi ultimi anni, in particolare sul fronte dell’accoglienza ai migranti, con la legge Bossi – Fini, i respingimenti dei barconi provenienti dal Nord Africa e la legge sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Provvedimenti profondamente lontani, ad esempio, da quell’articolo 10 che riconosce il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica allo “straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”.
Pensando dunque alla vicenda del sindaco di Riace Mimmo Lucano, è chiaro che toccherà alla magistratura accertare eventuali responsabilita’ penali connesse all’operato del primo cittadino calabrese, che probabilmente avrà violato la legge, ma non necessariamente lo spirito della Costituzione. Così come quei pescatori di Lampedusa a cui il regista Gianfranco Rosi ha dedicato il documentario “Fuocoammare”, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino. Uomini semplici, ma capaci di salvare decine e decine di vite umane in omaggio alla superiore legge del mare. Mai come oggi servirebbero uomini come loro o come Piero Calamandrei, capaci di andare al di là dei tweet e della propaganda per ricordarci qual è il patrimonio storico e giuridico da cui proveniamo e quanta strada dobbiamo ancora percorrere per rendere vivo e concreto l’orizzonte di valori e ideali che i padri costituenti ci avevano indicato 70 anni fa.

Pezzo ripreso da  http://www.itacanotizie.it/dolci-e-lucano/