Da tempo
sociologi, psicoanalisti e moralisti denunciano la crisi della
famiglia tradizionale e, in particolare, la crisi della figura
paterna. L'amico Mario Pintacuda, in questo suo articolo, riassume
efficacemente lo stato dell'arte sulla questione. (fv)
MARIO PINTACUDA
L’EVAPORAZIONE
DEL PADRE
Come
è cambiato il ruolo dei padri negli ultimi anni? Quali nuove
caratteristiche ha assunto questa figura un tempo così “dominante”
nella società odierna? Come si è (o si riesce ad essere) padri
oggi?
Alcuni
anni fa lo psicanalista varesino Luigi Zoja scriveva così sul
“Corriere della Sera”: «L’eclissi della famiglia tradizionale
è, in sostanza, scomparsa dei padri: se i padri sono assenti si
diventa consapevoli della loro importanza» (19.03.16);
sull’argomento Zoja aveva pubblicato già nel 2003 un libro: “Il
gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del
padre”.
Zoja
fa iniziare la storia del padre dalla fase preistorica “dell’orda”;
in questa epoca lontana la graduale differenziazione dei ruoli tra il
maschio (dedito alla caccia) e la femmina (occupata nella raccolta e
nell’accudimento dei figli) aveva istituito le basi della civiltà
familiare. La famiglia era, letteralmente, “focolare”, riunione
attorno al fuoco che protegge, chiusura in un interno caldo e
accogliente che difendeva dalle minacce dell’esterno;
parallelamente, l’uomo che faceva ritorno al focolare domestico non
era più semplicemente un maschio predatore, ma un partner e un
padre, cioè una persona capace di prendersi delle responsabilità,
fra cui l’allevamento e la protezione dei figli.
Tuttavia,
come nota Zoja, il rischio di tornare indietro, di regredire alla
fase dell’orda, è costante; il processo che ha creato il padre può
riproporsi al contrario, facendo “evaporare” il padre. Non a
caso, di “evaporazione del padre” parlava già nel 1969 il
filosofo francese Jacques Lacan, lamentando il venire meno della
funzione educativa del genitore maschio e del suo ruolo di testimone.
Negli ultimi decenni, per di più, il conflitto generazionale e
l’emancipazione precoce dei figli hanno aggravato la crisi della
figura paterna, per cui spesso i padri risultano oggi assenti o,
peggio, si ritrovano ad essere più bambini dei propri figli.
Zoja
parla di una “rarefazione del padre”, ricordando la frequenza con
cui oggi le donne allevano (benissimo) da sole i loro figli;
parallelamente avviene la rarefazione del ruolo paterno nella fase
(rituale) del passaggio dei figli all’età adulta.
È
svanito il mondo “verticale” del passato, dove i padri stavano un
gradino sopra e un gradino prima dei figli; è nata invece una
società “orizzontale”, incapace però di innescare processi
fondati sulla responsabilità. Senza il tradizionale rapporto (anche
conflittuale) tra padre e figlio non può esserci crescita, o avviene
una crescita anomala; viene a mancare un punto di riferimento
fondamentale nel processo di individuazione dell’adolescente, che
prima diventava grande negando il padre, ma solo dopo averne
sperimentato il ruolo attivo e “incombente”.
Zoja
ritiene dunque necessario il ritorno al “gesto di Ettore”, che
segna l’istituzione della civiltà, capace di fondare insieme “sia
il fiume che l’argine”. Lo psicanalista accenna qui al momento
dell’Iliade in cui Ettore va ad abbracciare la moglie Andromaca e
il figlio Astianatte sulle mura di Troia, alle porte Scee. Nel
momento in cui Ettore si volge verso il figlio per prenderlo dalle
braccia della madre, questi scoppia a piangere: l’eroe si accorge
che a spaventarlo è l’elmo che indossa e lo toglie (Iliade VI
471-484). Con il suo gesto, Ettore “dialoga” col figlio: togliere
l’elmo significa metaforicamente aprirsi alla relazione.
Nell’odierna
società “orizzontale”, di cui si parlava prima, il padre non
gode più di un’autorevolezza concessa per diritto ereditario
tradizionale, ma deve “conquistarsela” sul campo: deve
dimostrare, agli occhi del figlio, sia di meritare il suo rispetto,
sia di poter svolgere la sua storica funzione di guida verso
l’esterno. Al padre “autoritario” deve subentrare il padre
“autorevole”.
In
un libro del 2013, “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo
il tramonto del padre”, lo psicanalista milanese Massimo Recalcati
osserva che negli ultimi anni si assiste a “una inedita e pressante
domanda di padre” che giunge dalle istituzioni e dal mondo civile:
«I padri latitano, si sono eclissati o sono divenuti compagni di
gioco dei loro figli».
Secondo
Recalcati, «l’onda della morte del padre […] conosce nella
storia più recente i suoi tornanti fondamentali nelle contestazioni
giovanili del 1968 e del 1977. Quest’onda demolisce la figura del
padre-padrone, del padre-Dio, del padre che pretende di avere
l’ultima parola sul senso della vita, del padre autoritario, del
padre del bastone». Tuttavia «il fatto che quella rappresentazione
del padre sia tramontata non significa affatto fare a meno del
padre».
In
questa prospettiva, per Recalcati, Telemaco, il figlio di Ulisse, che
resta in attesa del padre per ristabilire la legge a Itaca,
suggerisce un nuovo modo di essere figli nell'epoca della morte del
padre. Mentre Edipo uccide il Padre, Telemaco è in attesa del suo
ritorno: esprime cioè una radicale invocazione del Padre, scaturita
dalla presa di coscienza che senza Legge non c'è Senso, non c'è
felicità. Dunque «il complesso di Telemaco è un rovesciamento del
complesso di Edipo. Edipo viveva il proprio padre come un rivale,
come un ostacolo sulla propria strada. Telemaco, invece, coi suoi
occhi, guarda il mare, scruta l’orizzonte. Aspetta che la nave di
suo padre - che non ha mai conosciuto - ritorni per riportare la
Legge nella sua isola dominata dai Proci».
Come
afferma Recalcati, «Siamo stati tutti Telemaco».
Siamo
tutti figli che attendono l'arrivo di un padre che ristabilisca la
legge: solo che i Telemaco di oggi sono diversi dal figlio di Ulisse,
non si aspettano in eredità un regno, ma sono figli della crisi,
della disoccupazione e dell’individualismo. Conseguentemente, il
padre atteso e invocato da Telemaco non potrà essere più il padre
padrone, il padre-eroe, il padre-dio: l'epoca del padre come Legge
assoluta è finita.
Sarà
invece un padre-Testimone, che non proporrà più verità assolute,
ma testimonierà con la propria vita e le proprie scelte un Senso
possibile, una Legge possibile, una Verità possibile. Come Recalcati
dichiarò in un’intervista a “Repubblica” (30.10.2016), «I
figli hanno bisogno di testimoni che dicano loro non qual è il senso
dell'esistenza, bensì che mostrino attraverso la loro vita che
l'esistenza può avere un senso».
In
definitiva, un padre oggi deve ripensare il suo ruolo, a cavallo tra
due opposti eccessi: essere totalmente assente o, al contrario,
diventare un surrogato della presenza femminile (il cosiddetto
“mammo”).
Secondo
Maurizio Quilici, giornalista e presidente dell’Istituto di Studi
sulla Paternità, «L’uomo sta cercando di disegnare una nuova
figura di padre, lontano dal padre autoritario di una volta. Lo fa
con incertezze ed errori, a volte perdendo di vista certe funzioni di
guida e controllo e “maternizzandosi” eccessivamente; ma in
compenso scoprendo una dimensione nuova ed affascinante nel rapporto
con i figli. Quanto al futuro, difficile dirlo. Credo però che i
padri non torneranno indietro e un giorno troveranno il loro
equilibrio. E saranno padri migliori: teneri ma non sdolcinati,
comprensivi ma non permissivi, autorevoli ma non autoritari».
P.S.:
Una curiosità: in Messico l’esclamazione «Qué padre!» significa
«Grande! Fantastico! Che meraviglia!» (inglese: “cool!”). La
cosa deriverebbe dal fatto che nell’America Latina i conquistadores
avevano generato moltissimi figli con le donne indie senza sposarle;
quindi dire «Che padre!» equivaleva a meravigliarsi per una cosa
desiderata e non avuta.
MARIO
PINTACUDA
Commenti al post di Mario ripresi oggi
dal suo diario fb:
Mario
Franchina
Post
molto bello e illuminante per chiarezza divulgativa e solidità
d'impianto culturale, nel quale ho intravisto con profonda
soddisfazione tanta eco della lunga e stimolante nostra ultima
conversazione telefonica, in cui abbiamo toccato tra gli altri anche
questo tema, drammaticamente emerso a partire dalla "rivoluzione"
del '68 e oggi acceso argomento di dibattito tra gli studiosi di
sociologia,di antropologia, di psicologia.
Un
forte abbraccio, caro Mario, e tanto desiderio di ritrovarci di
presenza, a supporto e conforto del nostro comune desiderio di
ricerca e di approfondimento culturale.
Francesca
Pepi
Condivido
pienamente la tua analisi storica che è perfetta. Io ho avuto un
padre autoritario ma che mi ha saputo inculcare , con l" esempio
, i valori drlla fam., dell'onesta, della solidarieta" e sono
stata fortunata. Adesso la fam.e' cambiata e molti quarantenni
riescono ad avere un esemplare rapporto con i figli. Purtroppo sono
in minoranza e la nostra società si è " ammalata". Ciao e
buona domenica.
Bernardo
Puleio
Come
sempre splendide e interessantissime le tue osservazioni. Il gesto di
Ettore lo ricordo sempre in classe perché è il gesto fondativo
dell'idea migliore possibile di paternità e ce la forniscono i
greci. il padre che prende in braccio il figlio e che si auspica che
il figlio possa essere più forte e migliore di lui: che altro può
desiderare un padre se non auspicare la piena realizzazione il
perfezionamento dei propri figli? E questo lo compie con grande
umiltà e acutezza Ettore pur nella consapevolezza di andare incontro
a un destino di morte, da cui per senso di dovere e di lealtà non
può non può e non deve sfuggire. Ho letto il libro di Recalcati che
non mi convince affatto. Tanto per cominciare Telemaco vive
nell'assenza del padre che non ha mai conosciuto. E in luogo del
padre interviene fin dal primo libro, con la sua apparizione, svolge
una funzione paterna ma direi autoritaria epidittica e profetica, la
dea Atena la quale non propone affatto una situazione di
riconciliazione tra le generazioni, come secondo Recalcati dovrei
bene attenere al complesso di Telemaco, ma propone uno stato di
guerra, la soluzione autoritaria in cui figlio in partirà ordini
alla madre: non sei più un bambino dice la dea al giovane figlio
dell'eroe devi prenderti le tue responsabilità, se tuo padre fosse
qui sterminerebbe i proci ( come alla fine crudelmente succederà).
Prosegue la dea, se tua madre ha intenzione di risposarsi, perché
ancora nelle prime battute non è chiaro che atteggiamento avrà
Penelope, cacciala di casa. Il nucleo del ragionamento di Atena che
poi condizioberà in tutto e per tutto il comportamento di Telemaco,
consiste in questo: la reggia è il luogo del potere, ma il
depositario di questo potere è Telemaco non la regina consorte. c'è
una una visione patrilinea del potere Assolutamente maschile e se si
vuole anche maschilista in cui Penelope non conta nulla e la reggia è
la casa pubblica e privata di Ulisse. chi vuole sposare Penelope
contrariamente al disegno dei proci non ottiene il potere Perché il
potere non viene trasmesso in orizzontale, dal marito alla moglie, ma
in linea verticale di padre in figlio. E peraltro se Penelope Si
risposasse diventerebbe una nemica potenziale di Telemaco. È una
visione chiusa e anche guerrafondaia di difesa del potere in maniera
endogamica ristretta. Io non ci vedo nessuna apertura e nessun
confronto con l'altro e con le generazioni precedenti ma una
trasmissione cieca e assoluta di una visione ristretta. Il figlio che
dà ordini alla madre della quale teme un atteggiamento non fedele,
non in linea con in linea con il padre non mi pare proprio un esempio
di riconciliazione tra le generazioni
Francesco
Virga
Bernardo
Puleio RECALCATI
non ha convinto neppure me. Non mi piace poi la tendenza del nostro
tempo a psicoanalizzare tutto dimenticando i rapporti di forza che
esistono da tempo tra le classi nella società, che lo stesso
Adorno, fin dagli anni sessanta, invitava a tenere presenti nelle
sue memorabili "lezioni di sociologia".
-
Mario
Pintacuda
Bernardo
Puleio Recalcati
fa bene a mio parere a vedere Telemaco come il “simbolo” che
rappresenta da millenni, cioè il figlio che cerca il padre, che
vive sulla soglia tra un “non più” (il tempo del padre) e un
“non ancora” (il suo tempo, come
successore del padre e responsabile della casa). In
questo, credo abbia assolutamente ragione: non parla infatti di
“riconciliazione tra le generazioni” ma dell’attesa del padre
e di un confronto fra il padre atteso (e per questo desiderato nella
sua mancanza) e il padre che sarà ritrovato (e un abbraccio fra le
lacrime suggellerà questa ἀναγνώρισις, questo
riconoscimento fra padre e figlio, nella capanna di Eumeo nel XVI
libro). Quanto ad Atena, effettivamente nell’episodio che citi fa
per Telemaco da “supplente” di Odisseo; infatti, assunte le
sembianze di Mente, capo dei Tafi (Od. I 105), quindi con aspetto
maschile, guida il giovane efebo a trovare in sé il μένος,
cioè la forza necessaria a rivestire il ruolo che gli compete in
assenza del padre. Telemaco è alla ricerca del κλέος, della
gloria, del quale è privo, perché, prima di lui, ai suoi occhi, ne
è privo il padre; una morte gloriosa di Odisseo in terra troiana
avrebbe procurato il κλέος anche a lui, che alla guerra non ha
preso parte (“Ché della sua morte non avrei tanto strazio, / se
tra i compagni fosse caduto, in terra dei Teucri, / […] / tomba
gli avrebbero fatto tutti insieme gli Achei, e al figlio gran fama
[μέγα κλέος] avrebbe acquistata in futuro” (I 236-240).
Mente/Atena esorta allora Telemaco anzitutto a convocare l’assemblea
(primo atto “adulto” del giovane che si pone come erede del
padre per questa competenza) e poi a recarsi a Pilo da Nestore e a
Sparta da Menelao per cercare notizie del padre. Telemaco viene
invitato a seguire l’esempio di Oreste, che il suo κλέος se
l’è creato da sé (I 208) vendicando l’omicidio di suo padre
Agamennone. A questo punto Telemaco ringrazia con parole importanti:
“Ospite, queste parole con animo amico le hai dette, / come padre
a figliuolo: non le scorderò” (I 307-8); dopo di che esegue
puntualmente le prescrizioni dell’ospite/padre supplente. Come si
vede, il “bisogno di padre” di Telemaco è evidenziato persino
nelle sue scelte lessicali. In definitiva, è senz’altro
condivisibile la tua riflessione sull’ottica patrilineare,
maschilista, aristocratica della società arcaica omerica (una
società, peraltro, in cui la donna aveva ancora un ruolo
importante, più che nella Grecia classica); in tale ottica ci può
stare che Telemaco dia ordini alla madre e che la madre li accetti
(e non malvolentieri). È innegabile però che Telemaco abbia
autentica e pressante “fame di padre”, come emerge da
innumerevoli passi, autorizzando (anche negli autori successivi) la
sua assunzione simbolica a modello di “figlio” nonché i
confronti con Edipo (che il padre, sia pure inconsapevolmente, lo
uccide) ed Oreste (che vendica il padre uccidendone l’assassino
Egisto; qui ancora non si parla del matricidio).
Mario
Pintacuda
Francesco
Virga Per
me ben venga la tendenza a "psicoanalizzare" tutto, sia in
questo campo mitologico (non a caso con Karin Guccione all'Umberto
abbiamo curato per anni un corso di Mitopsicologia seguitissimo
dagli alunni), sia - perché no - in
campo politico, dove proprio le deviazioni "schizofreniche"
di oggi dai concetti tradizionali di centro, sinistra, destra hanno
portato al "minestrone" governativo di oggi.
Karin
Guccione
Francesco
Virga non
condivido la crítica alla “tendenza a psicoanalizzare”. Forse il
termine é poco adatto... se il termine fosse “psicologizzare”,
adottando una prospettiva che focalizzi gli elementi psichici che
animano gli individui e la società, sarebbe più idoneo. Non si può
leggere nessuna dinamica sociale o individuale senza questo focus. Lo
sapevano bene gli antichi greci e dovremmo ricordarlo noi.
Francesco
Virga
Karin
Guccione forse
hai ragione. E, in effetti, Adorno, prima ancora della psicoanalisi,
criticava la psicologia...
Karin
Guccione
Francesco
Virga opinioni
Bernardo
Puleio
La
situazione di Telemaco a me pare molto più complessa e non
facilmente etichettabile rispetto a quello che dichiara Recalcati
Telemaco sarebbe l'anti-edipo nel senso della riconciliazione verso
il padre che peraltro non ha mai conosciuto. libro primo versi 249-51
nel dialogo con Atena così si esprime il figlio verso la madre: "
lei non rifiuta le odiose nozze e non è capace di portare a
compimento; e intanto questi distruggono mangiando la mia casa; e
presto sbraneranno Anche a me". C'è un conflitto irrisolto. La
proiezione verso il padre è un fatto di potere maschile all'interno
dell' Oikos. Telemaco, Rivolgendosi alle Ancelle e alla madre così
dichiara v. 359: "mio qui il potere è in casa". Kratos,
potere è legato a forza menos e coraggio. . C'è qualcosa di edipico
e di irrisolto Quando, dichiarato I, versi 365-6 che i pretendenti
rumoreggiavano mentre ognuno aveva il desiderio di stendersi accanto
a Penelope, Telemaco si alza nell'assemblea impartisce ordini ai
pretendenti. Nel terzo libro Telemaco si trova a Pilo dove Nestore
gli racconta le vicende di Oreste che ha ucciso Clitennestra.
Telemaco reputa che la sua condizione sia simile a quella di Oreste
ma dichiara di non avere la stessa forza (dynamis) dell'eroe il
figlio di Agamennone e si augura che gli dei gliela diano (v. 205).Il
conflitto edipico continua in maniera evidente.
Ancora
nell'XI libro quando Odisseo scende nell'ade e incontra Agamennone
conflitto maschile femminile è talmente evidente, vengono raccontate
da Agamennone storie di donne perfide, le donne vengono generalmente
catalogate come perfide e Agamennone pur elogiando la saggezza di
Penelope mette in guardia, versi 441-1 60, Ulisse: l'eroe non dovrà
fidarsi di Penelope. Tutta la casa di Ulisse ruota attorno al
conflitto sessuale alla seduzione possibile di Penelope e quindi al
ruolo tra maschile e femminile di forte antagonismo sulla base del
controllo sessuale e del potere.
Ancora
nel sedicesimo libro viene ricordato, verso 126 Penelope non rifiuta
le nozze e non ha il coraggio di compierle Odisseo quindi si fa
riconoscere dal figlio. Legame forte è quello maschile tra padre e
figlio.
Vv.
299-306: " altro ti dico e tu serbalo in cuore: se davvero sei
mio, se sei del mio sangue, nessuno sappia che Odisseo e dentro casa.
Nemmeno Laerte lo sappia, nemmeno il porcaio, nessuno dei Servi e
neppure Penelope: ma soli tu e io proviamo La fedeltà delle donne, e
ciascuno dei Servi mettiamo alla prova che ci rispetta e ci onora nel
cuore"
Mario
Pintacuda
Bernardo
Puleio Secondo
me quello che dice Recalcati è chiarissimo. Attesa del padre
assente. Da utilizzare metaforicamente per la situazione odierna.
Discorso semplice e calzante. È chiaro che l'analisi approfondita
dei testi porta centomila altri stimoli (quelli che citi tu spostano
il discorso sul tema maschile/femminile che merita sicuramente
attenzione ma qui non incide più di tanto sul perfetto ritrovarsi di
padre e figlio).
Bernardo
Puleio
A
me il cosiddetto complesso di Telemaco non pare un elemento
paradigmatico da prendere a modello né per il passato né per il
presente. In quel contesto in quella casa c'è un forte conflitto di
potere di sessualità e di controllo della sessualità. Il figlio
prende il posto del padre e la funzione non è tanto diversa da
quella di Edipo come indicato da Recalcati. Poi il bello di questi
testi è che non la si finisce più di interpretare e discutere
Mario
Franchina
Come
i grandi miti antichi, i grandi classici del passato, specialmente
latini e greci, sono fonte aurorale inestinguibile per noi inquilini
dell'attualità.
In
essi stanno le nostre radici di moderni abitatori dell'Occidente.
In
essi stabilmente riposano le fondamentali coordinate per le nostre
mappe gnoseologiche ed assiologiche.
Essi
non smettono mai di dirci ciò che debbono dirci .
Finché
sentiremo la necessità insopprimibile di interpellarli, di
interrogarli sui nostri problemi, sarà segno che il nostro spessore
umano non sarà stato prosciugato dalla pericolosa deriva di questa
stanca, perplessa, instabile e sbandata tarda "postmodernità".
"Viviamo
come nani sulle spalle di giganti", è stato detto nel medioevo.
È
verissimo.
Ma
sino a quando pazientemente essi ci sorreggeranno?
O
meglio, sino a quando sentiranno il nostro peso sulle loro spalle?
Il
rischio è infatti che non ci sentiranno più.
Saremo
leggeri, diafani, aerei, trasparenti, svagati e divaganti.
Futili
Narcisi, non più tragici Adami.
Vagheggini
edonisti, consumatori fatui e compulsivi.
Senza
più peso alcuno.
Visconti
dimezzati, per dirla con Calvino, arborei baroni rampanti, cavalieri
inesistenti.
Inconsistenti.
Senza
più peso.
Senza
più peso di pensiero.
Senza
più pensiero.
E
sarà la nostra "leggerezza" , ahimè, tanto ma tanto
diversa da quella, meravigliosa, delle "lezioni americane".
Sempre
di Calvino.
Bernardo
Puleio
Mario
Franchina perfettamente
d'accordo. Purtroppo dal mondo anglosassone giungono notizie molto
pericolose: la cancel culture vuole condannare a morte la cultura
classica in università prestigiose Come Princeton. temo che questa
marea barbarica giungerà anche da noi. Mi mancano 5 o 6 anni alla
pensione: ho avuto il privilegio di studiare al Liceo Classico, di
laurearmi in lettere classiche e di insegnare in un liceo classico.