03 ottobre 2021

PERCHE' SIAMO SOLIDALI CON MIMMO LUCANO

 


Perché siamo solidali con Mimmo Lucano, il fuorilegge

Gaetano Lamanna

Trattato come un delinquente. Prima del processo aveva subito un provvedimento di allontanamento da Riace. Non poteva rientrare nel suo paese nemmeno per fare visita al padre vecchio e malato. Considerato peggio di un mafioso. Si dà il caso, però, che Mimmo Lucano non sia un mafioso, ma un cittadino onesto, buono e generoso. Una testa dura, come tante in Calabria. Ci troviamo di fronte ad una contraddizione clamorosa tra legge e giustizia. Non sempre la legge va d’accordo con la giustizia. Spesso per fare o avere giustizia si deve cambiare una legge. È stato fatto tante volte. Ma è un processo lungo e laborioso. Richiede a volte battaglie, movimenti, petizioni popolari, referendum, prima che il parlamento si decida a cambiare una legge ingiusta o a promuovere dei diritti.

È stato così per lo Statuto dei lavoratori. È così per lo ius soli. È stato così per il delitto d’onore, per l’aborto, per il divorzio, e tanti altri esempi si potrebbero fare. Il diritto, che sta alla base della legge, si evolve, segue la storia, si aggiorna in base ai mutamenti storici e politici. Al tempo dei greci e dei romani, la schiavitù non era illegale. Nel medioevo i privilegi feudali e la servitù della gleba erano legali. Il diritto non è neutro.

Il più delle volte si limita a codificare norme, convenzioni, costumi, già in uso. Trasforma in legge lo status quo. In genere prende atto dei rapporti di potere. Con la rivoluzione francese la borghesia nascente rovescia il vecchio mondo feudale, plasmato a misura dell’aristocrazia, stretto da vincoli, privilegi e regole che impedivano l’accumulazione del capitale, il libero mercato e lo sviluppo industriale. Per andare a tempi più recenti, durante i governi a guida Berlusconi abbiamo visto anche leggi ad personam, reati declassati o spariti dal codice da un giorno all’altro.

Il diritto, dunque, è stato sempre modellato sulla base degli interessi della/e classe/i al potere. È la storia. Fuori della storia e del buon senso sono i giudici di Locri. Per fare funzionare il modello Riace, un modello di accoglienza e di inclusione studiato in tutto il mondo, Mimmo Lucano ha dovuto infrangere leggi vecchie e inadeguate. Come quella, ad esempio, che non dà diritto ai bimbi che nascono e studiano in Italia di avere la cittadinanza. O come quella che nega la casa popolare, il diritto ad un alloggio agli immigrati regolari che sono residenti in Italia da meno di 10 anni. Mimmo Lucano si è inventato il lavoro, ha messo in movimento un’economia asfittica.

E per fare questo ha dovuto inventarsi perfino una moneta alternativa. Un modo che permettesse ai nuovi arrivati di vestirsi e di mangiare, fino a quando il ministero dell’Interno, guidato allora da Marco Minniti ( e poi da Salvini), non si fosse degnato di trasferire un po’ di soldi per pagare i fornitori. A Riace case, botteghe artigiane, negozi, avevano riaperto i battenti. Il paese si era ripopolato, ritornando a nuova vita, al contrario di tanti paesi morti della Calabria.
Ai coccodrilli che piangono per i borghi abbandonati, il sindaco di Riace aveva mostrato una via concreta per la rinascita.

Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono dei villaggi. Dopo la rottura del latifondo e la riforma agraria, la Calabria è entrata nella modernità pagando un prezzo altissimo in termini di emigrazione. Ha fornito braccia a buon mercato allo sviluppo industriale del Nord e dell’Europa. Ha distrutto un artigianato fiorente che non ha retto l’urto del mercato dei prodotti industriali. Anche molti che avevano beneficiato della riforma agraria hanno abbandonato le campagne per lo scarso sostegno pubblico, indirizzato soprattutto ad agevolare l’attività edilizia e commerciale, oltre che posti di lavoro nella pubblica amministrazione.

La Calabria diventa terra di consumo. Si sviluppa un’economia dipendente e funzionale alla crescita economica delle regioni centro-settentrionali. Con un ceto politico attento solo ad intercettare i flussi di spesa pubblica e a gestire affari e malaffari. In questo contesto non c’è posto per la Calabria dei villaggi, per le comunità rurali, collinari e montane.

Mimmo Lucano ci ha fatto intravedere (in una piccola realtà) un’alternativa possibile, un modo innovativo e solidale per far rinascere i nostri borghi. Scontrandosi con l’ottusità della burocrazia e con politici attenti al loro tornaconto personale. Nel frattempo, Marco Minniti, dopo avere avuto tutto (e di più) dal suo partito, si è seduto sul comodo treno della Fondazione Leonardo. Mimmo, invece, se l’è dovuta vedere con magistrati che invece di perseguire l’illegalità mafiosa hanno acceso i riflettori sui suoi reati. Commessi con la convinzione di fare del bene. Era l’unico modo per salvare vite, per fare andare avanti una vera integrazione, per sbloccare situazioni impigliate nei meandri della burocrazia e o ritardate da leggi inadeguate.

Mimmo Lucano è un «fuorilegge», ha agito in difformità di leggi ingiuste o sbagliate che non gli permettevano di agire a favore degli immigrati e degli abitanti di Riace. Non è certo un ladro o un criminale, come ce ne sono tanti anche in doppio petto. Questa condanna è una vergogna. Una grave ingiustizia. Chi non accetta le ingiustizie e si batte per il cambiamento non ha che schierarsi con lui, mostrando che non è solo e isolato, ma un punto di riferimento. Il voto del 3-4 ottobre è l’occasione. È il modo per esprimergli, non solo a parole, solidarietà.

da “il Manifesto” del 3 ottobre 2021


L' EVAPORAZIONE DEL PADRE SECONDO MARIO PINTACUDA 1 e 2

 


Da tempo sociologi, psicoanalisti e moralisti denunciano la crisi della famiglia tradizionale e, in particolare, la crisi della figura paterna. L'amico Mario Pintacuda, in questo suo articolo, riassume efficacemente lo stato dell'arte sulla questione. (fv)


MARIO PINTACUDA

L’EVAPORAZIONE DEL PADRE


Come è cambiato il ruolo dei padri negli ultimi anni? Quali nuove caratteristiche ha assunto questa figura un tempo così “dominante” nella società odierna? Come si è (o si riesce ad essere) padri oggi?

Alcuni anni fa lo psicanalista varesino Luigi Zoja scriveva così sul “Corriere della Sera”: «L’eclissi della famiglia tradizionale è, in sostanza, scomparsa dei padri: se i padri sono assenti si diventa consapevoli della loro importanza» (19.03.16); sull’argomento Zoja aveva pubblicato già nel 2003 un libro: “Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre”.

Zoja fa iniziare la storia del padre dalla fase preistorica “dell’orda”; in questa epoca lontana la graduale differenziazione dei ruoli tra il maschio (dedito alla caccia) e la femmina (occupata nella raccolta e nell’accudimento dei figli) aveva istituito le basi della civiltà familiare. La famiglia era, letteralmente, “focolare”, riunione attorno al fuoco che protegge, chiusura in un interno caldo e accogliente che difendeva dalle minacce dell’esterno; parallelamente, l’uomo che faceva ritorno al focolare domestico non era più semplicemente un maschio predatore, ma un partner e un padre, cioè una persona capace di prendersi delle responsabilità, fra cui l’allevamento e la protezione dei figli.

Tuttavia, come nota Zoja, il rischio di tornare indietro, di regredire alla fase dell’orda, è costante; il processo che ha creato il padre può riproporsi al contrario, facendo “evaporare” il padre. Non a caso, di “evaporazione del padre” parlava già nel 1969 il filosofo francese Jacques Lacan, lamentando il venire meno della funzione educativa del genitore maschio e del suo ruolo di testimone. Negli ultimi decenni, per di più, il conflitto generazionale e l’emancipazione precoce dei figli hanno aggravato la crisi della figura paterna, per cui spesso i padri risultano oggi assenti o, peggio, si ritrovano ad essere più bambini dei propri figli.

Zoja parla di una “rarefazione del padre”, ricordando la frequenza con cui oggi le donne allevano (benissimo) da sole i loro figli; parallelamente avviene la rarefazione del ruolo paterno nella fase (rituale) del passaggio dei figli all’età adulta.

È svanito il mondo “verticale” del passato, dove i padri stavano un gradino sopra e un gradino prima dei figli; è nata invece una società “orizzontale”, incapace però di innescare processi fondati sulla responsabilità. Senza il tradizionale rapporto (anche conflittuale) tra padre e figlio non può esserci crescita, o avviene una crescita anomala; viene a mancare un punto di riferimento fondamentale nel processo di individuazione dell’adolescente, che prima diventava grande negando il padre, ma solo dopo averne sperimentato il ruolo attivo e “incombente”.

Zoja ritiene dunque necessario il ritorno al “gesto di Ettore”, che segna l’istituzione della civiltà, capace di fondare insieme “sia il fiume che l’argine”. Lo psicanalista accenna qui al momento dell’Iliade in cui Ettore va ad abbracciare la moglie Andromaca e il figlio Astianatte sulle mura di Troia, alle porte Scee. Nel momento in cui Ettore si volge verso il figlio per prenderlo dalle braccia della madre, questi scoppia a piangere: l’eroe si accorge che a spaventarlo è l’elmo che indossa e lo toglie (Iliade VI 471-484). Con il suo gesto, Ettore “dialoga” col figlio: togliere l’elmo significa metaforicamente aprirsi alla relazione.

Nell’odierna società “orizzontale”, di cui si parlava prima, il padre non gode più di un’autorevolezza concessa per diritto ereditario tradizionale, ma deve “conquistarsela” sul campo: deve dimostrare, agli occhi del figlio, sia di meritare il suo rispetto, sia di poter svolgere la sua storica funzione di guida verso l’esterno. Al padre “autoritario” deve subentrare il padre “autorevole”.

In un libro del 2013, “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre”, lo psicanalista milanese Massimo Recalcati osserva che negli ultimi anni si assiste a “una inedita e pressante domanda di padre” che giunge dalle istituzioni e dal mondo civile: «I padri latitano, si sono eclissati o sono divenuti compagni di gioco dei loro figli».

Secondo Recalcati, «l’onda della morte del padre […] conosce nella storia più recente i suoi tornanti fondamentali nelle contestazioni giovanili del 1968 e del 1977. Quest’onda demolisce la figura del padre-padrone, del padre-Dio, del padre che pretende di avere l’ultima parola sul senso della vita, del padre autoritario, del padre del bastone». Tuttavia «il fatto che quella rappresentazione del padre sia tramontata non significa affatto fare a meno del padre».

In questa prospettiva, per Recalcati, Telemaco, il figlio di Ulisse, che resta in attesa del padre per ristabilire la legge a Itaca, suggerisce un nuovo modo di essere figli nell'epoca della morte del padre. Mentre Edipo uccide il Padre, Telemaco è in attesa del suo ritorno: esprime cioè una radicale invocazione del Padre, scaturita dalla presa di coscienza che senza Legge non c'è Senso, non c'è felicità. Dunque «il complesso di Telemaco è un rovesciamento del complesso di Edipo. Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. Telemaco, invece, coi suoi occhi, guarda il mare, scruta l’orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre - che non ha mai conosciuto - ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci».

Come afferma Recalcati, «Siamo stati tutti Telemaco».

Siamo tutti figli che attendono l'arrivo di un padre che ristabilisca la legge: solo che i Telemaco di oggi sono diversi dal figlio di Ulisse, non si aspettano in eredità un regno, ma sono figli della crisi, della disoccupazione e dell’individualismo. Conseguentemente, il padre atteso e invocato da Telemaco non potrà essere più il padre padrone, il padre-eroe, il padre-dio: l'epoca del padre come Legge assoluta è finita.

Sarà invece un padre-Testimone, che non proporrà più verità assolute, ma testimonierà con la propria vita e le proprie scelte un Senso possibile, una Legge possibile, una Verità possibile. Come Recalcati dichiarò in un’intervista a “Repubblica” (30.10.2016), «I figli hanno bisogno di testimoni che dicano loro non qual è il senso dell'esistenza, bensì che mostrino attraverso la loro vita che l'esistenza può avere un senso».

In definitiva, un padre oggi deve ripensare il suo ruolo, a cavallo tra due opposti eccessi: essere totalmente assente o, al contrario, diventare un surrogato della presenza femminile (il cosiddetto “mammo”).

Secondo Maurizio Quilici, giornalista e presidente dell’Istituto di Studi sulla Paternità, «L’uomo sta cercando di disegnare una nuova figura di padre, lontano dal padre autoritario di una volta. Lo fa con incertezze ed errori, a volte perdendo di vista certe funzioni di guida e controllo e “maternizzandosi” eccessivamente; ma in compenso scoprendo una dimensione nuova ed affascinante nel rapporto con i figli. Quanto al futuro, difficile dirlo. Credo però che i padri non torneranno indietro e un giorno troveranno il loro equilibrio. E saranno padri migliori: teneri ma non sdolcinati, comprensivi ma non permissivi, autorevoli ma non autoritari».

P.S.: Una curiosità: in Messico l’esclamazione «Qué padre!» significa «Grande! Fantastico! Che meraviglia!» (inglese: “cool!”). La cosa deriverebbe dal fatto che nell’America Latina i conquistadores avevano generato moltissimi figli con le donne indie senza sposarle; quindi dire «Che padre!» equivaleva a meravigliarsi per una cosa desiderata e non avuta.

MARIO PINTACUDA


Commenti al post di Mario ripresi oggi dal suo diario fb:


Mario Franchina

Post molto bello e illuminante per chiarezza divulgativa e solidità d'impianto culturale, nel quale ho intravisto con profonda soddisfazione tanta eco della lunga e stimolante nostra ultima conversazione telefonica, in cui abbiamo toccato tra gli altri anche questo tema, drammaticamente emerso a partire dalla "rivoluzione" del '68 e oggi acceso argomento di dibattito tra gli studiosi di sociologia,di antropologia, di psicologia.

Un forte abbraccio, caro Mario, e tanto desiderio di ritrovarci di presenza, a supporto e conforto del nostro comune desiderio di ricerca e di approfondimento culturale.


Francesca Pepi

Condivido pienamente la tua analisi storica che è perfetta. Io ho avuto un padre autoritario ma che mi ha saputo inculcare , con l" esempio , i valori drlla fam., dell'onesta, della solidarieta" e sono stata fortunata. Adesso la fam.e' cambiata e molti quarantenni riescono ad avere un esemplare rapporto con i figli. Purtroppo sono in minoranza e la nostra società si è " ammalata". Ciao e buona domenica.


Bernardo Puleio

Come sempre splendide e interessantissime le tue osservazioni. Il gesto di Ettore lo ricordo sempre in classe perché è il gesto fondativo dell'idea migliore possibile di paternità e ce la forniscono i greci. il padre che prende in braccio il figlio e che si auspica che il figlio possa essere più forte e migliore di lui: che altro può desiderare un padre se non auspicare la piena realizzazione il perfezionamento dei propri figli? E questo lo compie con grande umiltà e acutezza Ettore pur nella consapevolezza di andare incontro a un destino di morte, da cui per senso di dovere e di lealtà non può non può e non deve sfuggire. Ho letto il libro di Recalcati che non mi convince affatto. Tanto per cominciare Telemaco vive nell'assenza del padre che non ha mai conosciuto. E in luogo del padre interviene fin dal primo libro, con la sua apparizione, svolge una funzione paterna ma direi autoritaria epidittica e profetica, la dea Atena la quale non propone affatto una situazione di riconciliazione tra le generazioni, come secondo Recalcati dovrei bene attenere al complesso di Telemaco, ma propone uno stato di guerra, la soluzione autoritaria in cui figlio in partirà ordini alla madre: non sei più un bambino dice la dea al giovane figlio dell'eroe devi prenderti le tue responsabilità, se tuo padre fosse qui sterminerebbe i proci ( come alla fine crudelmente succederà). Prosegue la dea, se tua madre ha intenzione di risposarsi, perché ancora nelle prime battute non è chiaro che atteggiamento avrà Penelope, cacciala di casa. Il nucleo del ragionamento di Atena che poi condizioberà in tutto e per tutto il comportamento di Telemaco, consiste in questo: la reggia è il luogo del potere, ma il depositario di questo potere è Telemaco non la regina consorte. c'è una una visione patrilinea del potere Assolutamente maschile e se si vuole anche maschilista in cui Penelope non conta nulla e la reggia è la casa pubblica e privata di Ulisse. chi vuole sposare Penelope contrariamente al disegno dei proci non ottiene il potere Perché il potere non viene trasmesso in orizzontale, dal marito alla moglie, ma in linea verticale di padre in figlio. E peraltro se Penelope Si risposasse diventerebbe una nemica potenziale di Telemaco. È una visione chiusa e anche guerrafondaia di difesa del potere in maniera endogamica ristretta. Io non ci vedo nessuna apertura e nessun confronto con l'altro e con le generazioni precedenti ma una trasmissione cieca e assoluta di una visione ristretta. Il figlio che dà ordini alla madre della quale teme un atteggiamento non fedele, non in linea con in linea con il padre non mi pare proprio un esempio di riconciliazione tra le generazioni


  • Francesco Virga

    Bernardo Puleio RECALCATI non ha convinto neppure me. Non mi piace poi la tendenza del nostro tempo a psicoanalizzare tutto dimenticando i rapporti di forza che esistono da tempo tra le classi nella società, che lo stesso Adorno, fin dagli anni sessanta, invitava a tenere presenti nelle sue memorabili "lezioni di sociologia".


  • Mario Pintacuda

    Bernardo Puleio Recalcati fa bene a mio parere a vedere Telemaco come il “simbolo” che rappresenta da millenni, cioè il figlio che cerca il padre, che vive sulla soglia tra un “non più” (il tempo del padre) e un “non ancora” (il suo tempo, come successore del padre e responsabile della casa). In questo, credo abbia assolutamente ragione: non parla infatti di “riconciliazione tra le generazioni” ma dell’attesa del padre e di un confronto fra il padre atteso (e per questo desiderato nella sua mancanza) e il padre che sarà ritrovato (e un abbraccio fra le lacrime suggellerà questa ἀναγνώρισις, questo riconoscimento fra padre e figlio, nella capanna di Eumeo nel XVI libro). Quanto ad Atena, effettivamente nell’episodio che citi fa per Telemaco da “supplente” di Odisseo; infatti, assunte le sembianze di Mente, capo dei Tafi (Od. I 105), quindi con aspetto maschile, guida il giovane efebo a trovare in sé il μένος, cioè la forza necessaria a rivestire il ruolo che gli compete in assenza del padre. Telemaco è alla ricerca del κλέος, della gloria, del quale è privo, perché, prima di lui, ai suoi occhi, ne è privo il padre; una morte gloriosa di Odisseo in terra troiana avrebbe procurato il κλέος anche a lui, che alla guerra non ha preso parte (“Ché della sua morte non avrei tanto strazio, / se tra i compagni fosse caduto, in terra dei Teucri, / […] / tomba gli avrebbero fatto tutti insieme gli Achei, e al figlio gran fama [μέγα κλέος] avrebbe acquistata in futuro” (I 236-240). Mente/Atena esorta allora Telemaco anzitutto a convocare l’assemblea (primo atto “adulto” del giovane che si pone come erede del padre per questa competenza) e poi a recarsi a Pilo da Nestore e a Sparta da Menelao per cercare notizie del padre. Telemaco viene invitato a seguire l’esempio di Oreste, che il suo κλέος se l’è creato da sé (I 208) vendicando l’omicidio di suo padre Agamennone. A questo punto Telemaco ringrazia con parole importanti: “Ospite, queste parole con animo amico le hai dette, / come padre a figliuolo: non le scorderò” (I 307-8); dopo di che esegue puntualmente le prescrizioni dell’ospite/padre supplente. Come si vede, il “bisogno di padre” di Telemaco è evidenziato persino nelle sue scelte lessicali. In definitiva, è senz’altro condivisibile la tua riflessione sull’ottica patrilineare, maschilista, aristocratica della società arcaica omerica (una società, peraltro, in cui la donna aveva ancora un ruolo importante, più che nella Grecia classica); in tale ottica ci può stare che Telemaco dia ordini alla madre e che la madre li accetti (e non malvolentieri). È innegabile però che Telemaco abbia autentica e pressante “fame di padre”, come emerge da innumerevoli passi, autorizzando (anche negli autori successivi) la sua assunzione simbolica a modello di “figlio” nonché i confronti con Edipo (che il padre, sia pure inconsapevolmente, lo uccide) ed Oreste (che vendica il padre uccidendone l’assassino Egisto; qui ancora non si parla del matricidio).


  • Mario Pintacuda

  • Francesco Virga Per me ben venga la tendenza a "psicoanalizzare" tutto, sia in questo campo mitologico (non a caso con Karin Guccione all'Umberto abbiamo curato per anni un corso di Mitopsicologia seguitissimo dagli alunni), sia - perché no - in campo politico, dove proprio le deviazioni "schizofreniche" di oggi dai concetti tradizionali di centro, sinistra, destra hanno portato al "minestrone" governativo di oggi.



Karin Guccione

Francesco Virga non condivido la crítica alla “tendenza a psicoanalizzare”. Forse il termine é poco adatto... se il termine fosse “psicologizzare”, adottando una prospettiva che focalizzi gli elementi psichici che animano gli individui e la società, sarebbe più idoneo. Non si può leggere nessuna dinamica sociale o individuale senza questo focus. Lo sapevano bene gli antichi greci e dovremmo ricordarlo noi.


Francesco Virga

Karin Guccione forse hai ragione. E, in effetti, Adorno, prima ancora della psicoanalisi, criticava la psicologia...


Karin Guccione

Francesco Virga opinioni

Bernardo Puleio

La situazione di Telemaco a me pare molto più complessa e non facilmente etichettabile rispetto a quello che dichiara Recalcati Telemaco sarebbe l'anti-edipo nel senso della riconciliazione verso il padre che peraltro non ha mai conosciuto. libro primo versi 249-51 nel dialogo con Atena così si esprime il figlio verso la madre: " lei non rifiuta le odiose nozze e non è capace di portare a compimento; e intanto questi distruggono mangiando la mia casa; e presto sbraneranno Anche a me". C'è un conflitto irrisolto. La proiezione verso il padre è un fatto di potere maschile all'interno dell' Oikos. Telemaco, Rivolgendosi alle Ancelle e alla madre così dichiara v. 359: "mio qui il potere è in casa". Kratos, potere è legato a forza menos e coraggio. . C'è qualcosa di edipico e di irrisolto Quando, dichiarato I, versi 365-6 che i pretendenti rumoreggiavano mentre ognuno aveva il desiderio di stendersi accanto a Penelope, Telemaco si alza nell'assemblea impartisce ordini ai pretendenti. Nel terzo libro Telemaco si trova a Pilo dove Nestore gli racconta le vicende di Oreste che ha ucciso Clitennestra. Telemaco reputa che la sua condizione sia simile a quella di Oreste ma dichiara di non avere la stessa forza (dynamis) dell'eroe il figlio di Agamennone e si augura che gli dei gliela diano (v. 205).Il conflitto edipico continua in maniera evidente.

Ancora nell'XI libro quando Odisseo scende nell'ade e incontra Agamennone conflitto maschile femminile è talmente evidente, vengono raccontate da Agamennone storie di donne perfide, le donne vengono generalmente catalogate come perfide e Agamennone pur elogiando la saggezza di Penelope mette in guardia, versi 441-1 60, Ulisse: l'eroe non dovrà fidarsi di Penelope. Tutta la casa di Ulisse ruota attorno al conflitto sessuale alla seduzione possibile di Penelope e quindi al ruolo tra maschile e femminile di forte antagonismo sulla base del controllo sessuale e del potere.

Ancora nel sedicesimo libro viene ricordato, verso 126 Penelope non rifiuta le nozze e non ha il coraggio di compierle Odisseo quindi si fa riconoscere dal figlio. Legame forte è quello maschile tra padre e figlio.

Vv. 299-306: " altro ti dico e tu serbalo in cuore: se davvero sei mio, se sei del mio sangue, nessuno sappia che Odisseo e dentro casa. Nemmeno Laerte lo sappia, nemmeno il porcaio, nessuno dei Servi e neppure Penelope: ma soli tu e io proviamo La fedeltà delle donne, e ciascuno dei Servi mettiamo alla prova che ci rispetta e ci onora nel cuore"


Mario Pintacuda

Bernardo Puleio Secondo me quello che dice Recalcati è chiarissimo. Attesa del padre assente. Da utilizzare metaforicamente per la situazione odierna. Discorso semplice e calzante. È chiaro che l'analisi approfondita dei testi porta centomila altri stimoli (quelli che citi tu spostano il discorso sul tema maschile/femminile che merita sicuramente attenzione ma qui non incide più di tanto sul perfetto ritrovarsi di padre e figlio).


Bernardo Puleio

A me il cosiddetto complesso di Telemaco non pare un elemento paradigmatico da prendere a modello né per il passato né per il presente. In quel contesto in quella casa c'è un forte conflitto di potere di sessualità e di controllo della sessualità. Il figlio prende il posto del padre e la funzione non è tanto diversa da quella di Edipo come indicato da Recalcati. Poi il bello di questi testi è che non la si finisce più di interpretare e discutere

Mario Franchina

Come i grandi miti antichi, i grandi classici del passato, specialmente latini e greci, sono fonte aurorale inestinguibile per noi inquilini dell'attualità.

In essi stanno le nostre radici di moderni abitatori dell'Occidente.

In essi stabilmente riposano le fondamentali coordinate per le nostre mappe gnoseologiche ed assiologiche.

Essi non smettono mai di dirci ciò che debbono dirci .

Finché sentiremo la necessità insopprimibile di interpellarli, di interrogarli sui nostri problemi, sarà segno che il nostro spessore umano non sarà stato prosciugato dalla pericolosa deriva di questa stanca, perplessa, instabile e sbandata tarda "postmodernità".

"Viviamo come nani sulle spalle di giganti", è stato detto nel medioevo.

È verissimo.

Ma sino a quando pazientemente essi ci sorreggeranno?

O meglio, sino a quando sentiranno il nostro peso sulle loro spalle?

Il rischio è infatti che non ci sentiranno più.

Saremo leggeri, diafani, aerei, trasparenti, svagati e divaganti.

Futili Narcisi, non più tragici Adami.

Vagheggini edonisti, consumatori fatui e compulsivi.

Senza più peso alcuno.

Visconti dimezzati, per dirla con Calvino, arborei baroni rampanti, cavalieri inesistenti.

Inconsistenti.

Senza più peso.

Senza più peso di pensiero.

Senza più pensiero.

E sarà la nostra "leggerezza" , ahimè, tanto ma tanto diversa da quella, meravigliosa, delle "lezioni americane".

Sempre di Calvino.

Bernardo Puleio

Mario Franchina perfettamente d'accordo. Purtroppo dal mondo anglosassone giungono notizie molto pericolose: la cancel culture vuole condannare a morte la cultura classica in università prestigiose Come Princeton. temo che questa marea barbarica giungerà anche da noi. Mi mancano 5 o 6 anni alla pensione: ho avuto il privilegio di studiare al Liceo Classico, di laurearmi in lettere classiche e di insegnare in un liceo classico.




02 ottobre 2021

LA MEMORIA TUNISINA IN SICILIA

 


La memoria tunisina in Sicilia

Melting Pot
02 Ottobre 2021

Una carovana di madri, sorelle e figlie di migranti morti o scomparsi nel tentativo di attraversare il Mar Mediterraneo sono custodi di una memoria viva che si oppone alla frontiera di morte dell’Europa che difende i suoi privilegi. Hanno creato la Couverture de la Mémoire – Coperta della Memoria dalla Tunisia, a partire dalla Coperta di Yusuf, nata a Lampedusa all’indomani dell’annegamento del piccolo Yusuf, ennesima vittima del mare. Ogni “mattonella” che compone la coperta rappresenta la storia di una persona perduta lungo la rotta migratoria e ricorda una persona che ancora si ricerca e per cui si chiede verità e giustizia. Per l’anniversario della tragedia del 3 ottobre 2013, il Forum Lampedusa Solidale organizza a Lampedusa un evento di unione delle coperte della memoria che sono nate nel Mediterraneo – da Lampedusa alla Tunisia, dalla Val Susa a Bergamo alla Piana di Gioia Tauro

Le donne tunisine – madri, sorelle e figlie – di giovani migranti mort@ o scompars@ nel tentativo di attraversare il Mar Mediterraneo, lottano quotidianamente per vedere riconosciuta la verità e la giustizia attorno ai crimini che si ripetono lungo la frontiera europea che uccide e nega vite, storie e diritti. Insieme, sfidano lo sguardo della frontiera e denunciano – con la loro voce e le loro azioni – la rimozione storica di queste responsabilità: le donne sono custodi di una memoria viva che si oppone alla frontiera assassina.

Sono custodi di una memoria rivendicativa che resiste alla riduzione di queste persone a numeri senza volto, scompars@ nell’indifferenza politica e sociale. Proprio per rivendicare il valore di queste vite e per denunciare le politiche assassine, le madri tunisine hanno creato la Couverture de la Mémoire – Coperta della Memoria dalla Tunisia, a partire dalla Coperta di Yusuf, nata a Lampedusa all’indomani dell’annegamento del piccolo Yusuf, ennesima vittima del mare spinato.

Con la coperta si costruisce la memoria intrecciando le singole storie dei figli, delle figlie, dei fratelli e delle sorelle dispers@: filo alla mano, trama e ordito, ogni “mattonella” che compone la coperta rappresenta la storia di una persona perduta lungo la rotta migratoria. Ogni “mattonella” ricorda una persona che ancora si ricerca e per cui si chiede verità e giustizia. In questo modo la coperta delle madri fa del racconto un mezzo di contrasto della violenza della frontiera e fa della memoria uno strumento di lotta collettiva.

All’inizio del prossimo ottobre, in occasione dell’anniversario della tragedia del 3 ottobre 2013, il Forum Lampedusa Solidale organizzerà a Lampedusa un evento di unione delle coperte della memoria che sono nate nel Mediterraneo – da Lampedusa alla Tunisia, dalla Val Susa a Bergamo alla Piana di Gioia Tauro.

Le madri tunisine, invitate a partecipare e a testimoniare la loro lotta, attraverseranno la frontiera e giungeranno in Sicilia e a Lampedusa. A Lampedusa per raccontare e testimoniare – attraverso la Coperta e le storie che raccoglie – la loro memoria su quanto accade alle due sponde del Mediterraneo. In Sicilia per portare avanti la ricerca e l’identificazione dei corpi dei figli scomparsi, incontrare gli avvocati e continuare a denunciare attraverso la memoria questi crimini.

Per sostenere la carovana delle madri e la loro memoria, viva e rivendicativa, che attraverserà il Mare Nostro. Per consolidare ponti di solidarietà nel Mediterraneo che resistano all’indifferenza.

Per unirci in una lotta per i diritti delle persone migranti che non è soltanto delle madri, ma riguarda tutti noi.

Articolo ripreso da  https://comune-info.net/la-memoria-delle-tunisine-in-sicilia/


DRAGHI TRA PRESENTE E FUTURO

 


Massimo Rostagno, DRAGHI: PRESENTE O FUTURO?

La figura di Draghi è come un catalizzatore che accelera reazioni chimiche, altrimenti molto più lente. Queste righe non sono un elogio di Mario Draghi. Sarebbe inutile. L’uomo è l’italiano più conosciuto e riconosciuto al mondo, ha ridato prestigio internazionale al nostro paese, sta affrontando con successo la catastrofe pandemica e rappresenta la garanzia internazionale per l’assegnazione degli ingenti fondi europei. Di fronte ad una tale evidenza dei fatti, non vi è alcun bisogno di aggiungere commenti, perché la realtà si commenta da sé. Piuttosto il vero problema è un altro: l’esperienza del governo Draghi è destinata ad esaurirsi con lui o può essere il seme di una proposta compiutamente politica che ancora non c’è? Se osserviamo i primi mesi del suo governo, l’impatto sul quadro politico appare notevole. I partiti protagonisti della stagione populista e i loro alleati appaiono scompaginati. I penta stellati, che nascono come barbarica forza antiestablishment fanno a gara per allinearsi nel modo più diligente possibile alle decisioni del premier; il partito democratico, in perenne confusione mentale, dopo aver scommesso sull’alleanza strategica con il populismo grillino, si misura con la sua dissoluzione e forse comincia a porsi qualche dubbio. Ma è soprattutto nella Lega che le contraddizioni esplodono producendo uno scenario impensabile fino a qualche settimana fa: il leader finora indiscusso rischia di perdere non soltanto consensi, ma addirittura il proprio partito, osteggiato dalla propria ala “governista”, ormai insofferente alla perenne demagogia del capo. La figura di Draghi, il suo stile politico, la sua tecnica di governo stanno mettendo la maggioranza dei partiti che lo sostengono di fronte alla pochezza delle proprie proposte e del proprio personale politico. È come un catalizzatore che accelera reazioni chimiche, altrimenti molto più lente. L’Italia e l’elettorato italiano sono stati da anni sottoposti alla cura intensiva di messaggi demagogici, mirati ad intercettare i peggiori umori della gente, in una ricerca spesso indecente, del consenso immediato. La cultura del populismo trionfante ha prodotto tonnellate di chiacchiere, dichiarazioni, pose più o meno gladiatorie, con dentro il nulla. La sua egemonia nel dibattito pubblico, con la complicità di gran parte del sistema dell’informazione e dei media, l’ha resa maggioritaria nel paese. Persino un partito come il Partito democratico, nato su presupposti diametralmente opposti e su una base solidamente riformista, di fronte alla potenza dell’ondata demagogica, non ha trovato di meglio che tradire sé stesso per diventarne alleato. Le tragiche elezioni del 2018 hanno consacrato politicamente la forza d’urto populista producendo i due peggiori governi della storia repubblicana: il Conte I e il Conte II. Dopo aver proclamato per legge la fine della povertà, e dichiarato guerra a migliaia di disgraziati che sbarcavano sulle coste meridionali, all’insorgere di un problema vero e drammatico come la pandemia, l’inettitudine di quei governi e di quel ceto politico è venuta al pettine. Colpo di palazzo o meno (nel caso, benvenuto), è stato necessario ricorrere proprio a Mario Draghi per prendere in mano un paese che la sua classe dirigente aveva portato allo sbando. Questo è il contesto in cui è atterrato l’ex presidente della BCE. Che sia o no il salvatore della patria, l’uomo della provvidenza non interessa. Sarebbe un dibattito sterile. Non è sterile invece ricordare come il suo arrivo abbia rappresentato la certificazione del fallimento di un’intera stagione politica e come la sua prassi di governo sia esattamente l’opposto di quanto ci è stato somministrato negli ultimi anni: Persino la modalità comunicativa è stata ribaltata: “prima si fanno le cose, e poi le si comunica”, ha dichiarato poco dopo il suo insediamento, gettando nel panico l’intero sistema mediatico, abituato a costruire audience su annunci, chiacchiere, dichiarazioni tanto fragorose quanto inconcludenti. Ma oltre a tutto questo – che già è moltissimo – Draghi ha soprattutto mostrato di avere una visione chiarissima e non retorica del bene collettivo, dell’interesse generale del paese. Il premier non ha avuto esitazione a dichiarare pubblicamente che strizzare l’occhio ai no vax per lucrare il loro voto equivaleva ad invitare la gente a morire. Matteo Salvini non l’ha presa bene, ma si è adeguato. Draghi sembra peraltro consapevole che il perseguimento del bene pubblico di lungo periodo non è un pranzo di gala. Comporta scegliere tra interessi, colpire resistenze e abbattere privilegi consolidati. Significa non assecondare il sentire comune del momento. Citando Andreatta, ha affermato che occorre fare ciò che è necessario, anche prescindendo dal consenso immediato. Di fronte alla puntuale serie di decisioni precise, nette adottate dal governo i partiti sono obbligati dalle circostanze ad approvare. Non hanno molte scelte. Ma per notificare al mondo la loro esistenza in vita, si vedono costretti a mettere stancamente in scena una rappresentazione teatrale, cui affidare i residui della propria identità politica. Gli scontri quotidiani tra Letta e Salvini, cercati da entrambi proprio per questo, ne sono l’esempio più eloquente. Ormai anche l’elettore medio però è in grado di misurare l’abissale distanza tra l’azione del governo che – la si condivida o no- incide come un bisturi sulla realtà, e il teatrino dei pupi della politica, in cui ci si scambia a giorni alterni il ruolo di Angelica, di Orlando e di Agramante. E qui giungiamo al nocciolo della questione. Se quella che sta mettendo in campo Draghi è alta scuola di governo, può generare qualcosa che diventi patrimonio duraturo della politica italiana, una volta esaurita la sua esperienza, si spera non prima del 2023? Chi sta apprezzando l’azione dell’attuale governo e del suo premier – e stando ai sondaggi sulla fiducia pare che non siano pochi – può accettare di tornare alle risse da talk show, ai selfie, alle dirette Facebook, al bipopulismo e alle demagogie contrapposte in competizione tra loro? Difficile. Sarebbe come bere vino al metanolo dopo aver assaggiato il barbaresco. Non è dato sapere, al momento, quale forma potrà prendere l’eventuale continuazione dell’esperienza del governo attuale: partito di Draghi? Scomposizione e ricomposizione del quadro politico? Assunzione piena ed esplicita dell’agenda del premier da parte di qualche soggetto politico? Si vedrà. La speranza però è che il ‘draghismo’ – inteso come insieme delle prassi messe in opera dal premier – contamini e rigeneri quel che resta della politica italiana. E che i partiti attuali prendano coscienza del fallimento di una stagione e di quanto tossici siano stati i suoi frutti. Sarebbe già molto.

Articolo pubblicato da Il Mondo di Pannunzio, 1 ottobre 2021

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IL RITORNO AL DE SANCTIS DI GRAMSCI

 


SUL RITORNO AL DE SANCTIS DI GRAMSCI.

In uno dei suoi ultimi Quaderni, Gramsci riprende la parola d'ordine del Gentile "Torniamo al De Sanctis" (Cfr. Ed. Gerratana, vol. III, p. ).

Gramsci, mettendo da parte l'astio personale contro l'ideologo fascista, condivide l'impegno politico del filosofo siciliano teso a diffondere una "coerente concezione della vita e dell'uomo", una sorta di "religione laica".

L' approccio critico del sardo è sempre problematico, quasi socratico, non a caso nelle sue note abbondano i punti interrogativi. Ad esempio, oltre alla pagina sopra indicata, in una nota successiva intitolata "Arte e lotta per una nuova civiltà", Gramsci si scaglia contro "la fatua ingenuità dei pappagalli che credono di possedere in poche formulette stereotipate la chiave per aprire tutte le porte" ( Ivi, p. ). E, giustamente, osserva: "Due scrittori possono rappresentare (esprimere) lo stesso momento storico-sociale, ma uno può essere artista e l' altro un semplice untorello".

Gramsci è stato sempre attento a non confondere la "critica politica", la "critica di costume" con la critica d'arte. (fv)

01 ottobre 2021

F. TUSCANO, Madre, amante e figlia

 



non sono madre che per equivoco

di tempi e di spazi

e amante, e figlia (altri nomi non mi appartengono)

per funzione di donna

e non di rito


ho studiato molte mani

(le dita soprattutto)

e molte soglie


ho imparato dalle file in fondo alle quali

poteva non esserci nulla, o un’arancia;

ho ascoltato


ho conosciuto codici, e merci,

e le posture delle vetrine,

e le panchine vicino agli stagni


potrei anche aver amato,

ma non credo di averlo capito,

perché le sincronia è inavvertibile

se non è postuma


e solo una cosa so -

il canto è artificio,

eppure non si vive che per conquiste di inganni


Francesca Tuscano



DA DANILO DOLCI A MIMMO LUCANO 1 e 2

 













Giustamente Giustino Fabrizio, già direttore dell'edizione palermitana di Repubblica (quando questo giornale si poteva ancora considerare di sinistra!),  di fronte all'esito del primo grado di giudizio del processo a Mimmo Lucano, richiama alla memoria il celebre processo subito da Danilo Dolci nel 1956 per il suo "sciopero alla rovescia". 

Tanti hanno dimenticato che lo stesso Danilo, pur avendo nel suo collegio di difesa avvocati come Piero Calamandrei e Nino Sorgi, in quella occasione venne condannato, seppure ad una pena lieve.

Ma ecco un passo dell'arringa difensiva di Piero Calamandrei, ancora attualissima:

«Il pubblico ministero ha detto che i giudici non devono tenere conto delle "correnti di pensiero". Ma che cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che carta morta. E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarci entrare l'aria che respiriamo, metterci dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue, il nostro pianto. Altrimenti, le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante esse vanno riempite con la nostra volontà. [...] . Nelle democrazie europee il popolo rispetta le leggi perchè ne è partecipe e fiero: ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c’è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri! Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che siano le SUE leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. (…). Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia una idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami».

(Dall'arringa di Piero Calamandrei in difesa di Danilo Dolci il 30 marzo 1956 davanti al Tribunale penale di Palermo)


PS: Per chi ne volesse sapere di più di questo celebre processo, i cui atti integrali sono stati ristampati dall'editore Sellerio qualche anno fa, ricordiamo quanto segue. (fv)

Piero Calamandrei al processo contro Danilo Dolci
Il 30 gennaio 1956 ha luogo, a Partinico, un paese tra Palermo e Trapani, lo sciopero alla rovescia. Alla base c'è l'idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando. Così centinaia di disoccupati si organizzano per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata; ma i lavori vengono fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, viene arrestato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e invasione di terreni e di suolo pubblico.
“Per renderci conto con distaccata comprensione storica della eccezionalità e assurdità di questo processo, bisogna cercare di immaginare come questa vicenda apparirà, di qui a 50 o a 100 anni, agli occhi di uno studioso di storia giudiziaria al quale possa per avventura venire in mente di ricercare nella polvere degli archivi gli incartamenti di questo processo, per riportare in luce storicamente, liberandolo dalle formule giuridiche, il significato umano e sociale di questa vicenda.
Quali apparirebbero agli occhi dello storico gli atti più significativi di questo processo?
La sua attenzione si fermerebbe prima di tutto su quella ordinanza del giudice istruttore, con la quale, per negare agli arrestati la libertà provvisoria, si è testualmente affermato la "spiccata capacità a delinquere del detto imputato": il " detto imputato ", per chi non lo sapesse, sarebbe Danilo Dolci.
Suppongo che il magistrato che scrisse questa frase non abbia immaginato, al momento in cui la scrisse, il senso di sgomento che in centinaia di migliaia di italiani questa frase ha suscitato, quando l'hanno letta riferita sui giornali: senso di sgomento per lui, non per Danilo Dolci.
Ma, insomma, questa frase è stata scritta; e tra cinquant'anni lo storico la potrà leggere e potrà dire a se stesso:-Ecco, ho avuto la mano felice: ho trovato un caso interessante, il processo di un gran delinquente, un caso tipico di "spiccata capacità a delinquere".
Ma che cosa ha fatto mai Danilo Dolci per dimostrare questa sua " spiccata capacità "?
La capacità a delinquere, per me avvocato civilista, ha due aspetti: uno giuridico e uno sociale. Sotto l'aspetto giuridico mi pare che essa sia la tendenza e la attitudine a violare il diritto altrui; sotto l'aspetto sociale mi pare sia la incapacità di intendere che la vita in società è fatta di solidarietà e di altruismo: che senza solidarietà e senza altruismo non vi è civiltà.”